Home / SPIRITUALITA ORTODOSSA / Diario di un discepolo indisciplinato (7): “L’illusione della ‘felicità’”

Diario di un discepolo indisciplinato (7): “L’illusione della ‘felicità’”

1a puntata
2a puntata
3a puntata
4a puntata
5a puntata
6a puntata

Io e l’eremita ci congedammo in silenzio. Lentamente, sovrappensiero, quasi arrovellandomi nel dubbio se davvero la soluzione a tutti i miei irrisolvibili problemi esistenziali fosse nelle sue parole, mi feci strada verso il mio piccolo eremo. Poco dopo, l’eremita bussò sulla porticina esterna di legno. Voleva dire che il pranzo era arrivato. Uscii in fretta perché avrei voluto chiedergli delle cose. Ma lo vidi di spalle mentre, quasi in punta di piedi, si affrettava a ritornare alla sua cella.

Nel primo pomeriggio, stordito dal caldo eccessivo mi addormentai. Sognai di essere su di una montagna altissima. Sudato e stanco per la scalata, ero felice perché potevo finalmente sedermi e riposare. Il panorama attorno a me era mozzafiato. Non era chiaro se fosse l’alba o il tramonto. La luce tenue e piacevole era di un color ambrato venato da tratti irregolari di un leggero blu di Prussia. Rapaci bifronti che danzavano nell’aria come fossero delfini celesti facevano a gara con alcuni stambecchi variopinti, abbarbicati sui pendii. Tutto intorno a me mi dava la sensazione di una pace indisturbata, di un angolo di terra nascosto, lontano da ogni preoccupazione e da ogni ansia. “Perché non esiste un posto simile sulla terra?”, pensavo mentre contemplavo la bellezza che mi attorniava. “Vorrei restare sempre qui. Giù non torno più!”. Ma l’idillio non durò molto. Un terremoto improvviso fece spaventare gli animali che, emettendo suoni strazianti, si ritirarono in fretta nelle loro tane. Le cime dei monti iniziarono a fumare e a crollare una ad una e l’orizzonte ambrato si fece plumbeo e minaccioso. Sotto di me il terreno iniziò a spaccarsi.

Provai a urlare ma dalla mia gola squarciata non usciva alcun suono. Iniziai a cercare un posto sicuro dove potermi riparare. Nascosto dietro a degli alberi c’era una spianata sabbiosa. Una volta entratovi, la sabbia iniziò a muoversi come se volessi inghiottirmi. Pensavo di non riuscire a uscirne ma, intravisto un ramo, mi ci aggrappai con tutte le forze. Tornato sulla terra ferma, ripresi a correre, mentre tutto crollava intorno a me. Ovunque mi muovessi ero inseguito da presenze oscure di cui riuscivo a intravedere soltanto gli occhi iniettati di sangue. Non sapevo più cosa fare. “Morirò, morirò” mi dicevo, in preda al panico. Gli esseri oscuri mi guardavano come fossi una preda appetitosa e sembravano fare a gara per afferrarmi. Mi misi a correre all’impazzata, guardandomi continuamente alle spalle, come se stessero lì lì per adunghiarmi. Ed ecco che, proprio mentre correvo guardandomi dietro, non mi accorsi che la montagna finiva. Misi i piedi nel vuoto. E caddi, precipitai nel vuoto, come un gatto di piombo. L’ultima scena che ricordo del sogno sono le parole che mi dissi con estrema lucidità quando mi accorsi di non avere più la terra sotto i piedi: “È finita!”. Poi non ricordo nient’altro se non che mi svegliai di soprassalto, madido di sudore, e con un senso indomabile di soffocamento. Mi alzai, accesi con fatica il lume, mi girai per la cella in preda a rantoli. Era come se qualcuno mi volesse soffocare, sentivo la sua mano gelida stringermi al collo. Ripetei di nuovo: “È finita!”. Stavolta ero convinto che sarei morto di lì a poco, per davvero.

Con tutte le mie forze, come preso da un ultimo slancio di vita, mi spogliai nudo e mi precipitai fuori dalla cella. Era ormai notte. Mi stesi sulla sabbia, mi sentivo soffocare, non avevo più aria. Aspettai, sconfitto, la morte. Pensai per un istante: “Perché venire dall’Australia per morire in un paese così lontano?”. Restai in attesa della morte per qualche minuto, forse per qualche ora, non saprei quantificare. D’improvviso, tuttavia, in modo inspiegabile, finì tutto. Tornai a respirare naturalmente e, a poco a poco, tutto tornò alla normalità. Ma la paura di quegli istanti non mi lasciò. Iniziai a pensare che era un posto di matti, che l’eremita era uno stregone che voleva ammazzarmi e che, se fossi rimasto su quel terreno sabbioso, si sarebbe trasformato ben presto in sabbie mobili e mi avrebbero inghiottito come nel sogno.

Un pensiero mi percorse dalla testa ai piedi: “Fuggi più lontano possibile: l’eremita vuole ammazzarti!”. Mi sentii sussurrare nelle orecchie: “Vattene! Lascia questo posto, scappa se non vuoi finire morto!”. Afferrai in fretta lo zaino e, nel silenzio notturno in cui era immerso il monastero, mi misi a correre come se l’incubo del pomeriggio fosse soltanto il presagio di qualcosa che stava veramente per accadere. Dopo aver corso e poi camminato per circa mezzora, mi ritrovai davanti al muro di cinta del monastero. Non era molto alto. Buttai lo zaino dall’altra parte e, a fatica, come se all’improvviso fossi stato costretto a ritornare adolescente, scavalcai io stesso il muro. Con una torcia mi feci strada nel deserto, senza sapere dove andassi. Speravo con tutto me stesso di non perdermi, altrimenti l’eremita avrebbe comunque realizzato il suo scopo: quello di uccidermi. Che brutto sarebbe stato morire disidratato sotto il sole cocente egiziano! Ed ecco che dopo alcuni chilometri da lontano intravidi dei fari. Era forse la superstrada che passa per il deserto? Ripresi a correre come chi aveva – di nuovo! – ritrovato la speranza di sopravvivere. Mi ritrovai in un centro abitato, un piccolo villaggio decadente in cui vi erano pochissime case basse, fatte in mattoni crudi. Scorsi in lontananza un bar. Come succede spesso in Egitto, i bar sono aperti di notte e rimangono chiusi di giorno. Alcuni uomini baffuti erano tutti concentrati a vedere una partita di calcio. Urlai qualcosa. Il padrone del bar non parlava inglese. Mi sedetti al bar. Tutti gli occhi degli uomini baffuti erano su di me. Un australiano non passa di certo inosservato in un villaggio del Delta del Nilo.

– Ahmad, chiama Tamer, digli che c’è uno straniero.

Tamer era il maestro del villaggio e il grande esperto di “stranierese”. Arrivò dopo un’ora circa, tutto infastidito perché l’avevano svegliato nel bel mezzo della notte. Conscio, tuttavia, della sua fondamentale missione sociale, iniziò a parlarmi, in un inglese piuttosto improbabile. Ma, per fortuna, riuscimmo a capirci.

– Stai vuoi andare Cairo?

– Sì, ho bisogno di un passaggio per il Cairo. Un eremita voleva uccidermi, voleva soffocarmi. È un mago, fa cose strane, dovete portarmi via di qui, vi prego!

– Ermito? Cosa essere ermito? Non cabito.

– Eremita, un monaco, un prete, insomma!

– Ah, nazareno, cristiano!

– Sì, sì cristiano. Portatemi via da qui, stavo rischiando di morire.

– Muori?

Voltatosi verso il padrone del bar, gli disse ridacchiando qualcosa in arabo. Il barista si fermò un attimo a riflettere. Poi gli rispose qualcosa, forse gli indicò qualcuno.

– Ok, fratello. Noi ora barla Atef, macchiniere, amico di bar. Lui borta tu a Cairo. Dieci mille sterline, hai?

– Sì, credo di sì, va bene, eccole.

Era una cifra enorme, circa cinquecento dollari. Ma d’altronde quando si annega non si contratta con la scialuppa di salvataggio. Chiamarono Atef al telefono che arrivò piuttosto rapidamente: era già in giro con il suo taxi bianco.

Salii in macchina, salutai Tamer il quale, prima di congedarsi, spiegò in arabo ad Atef cosa fare. Atef non disse una parola. Fece solo cenno con la testa che aveva capito. In macchina era acceso il Corano ad un volume alquanto elevato. Tentai di spiegargli che avrei gradito che abbassasse il volume. Ma mi fece un gesto con le braccia elevate per dire che pregava e disse: “Allah”. Rinunciai. Cinquecento dollari per non poter nemmeno scegliere cosa ascoltare! Davanti, mi penzolava la mano di Fatima. Questo movimento costante e regolare, a destra e a sinistra, come un pendolo, mi fece addormentare. Al risveglio eravamo già arrivati al casello autostradale del Cairo. “Welcome”, mi disse Atef. Il viaggiare di notte mi aveva fatto evitare tutto il traffico diurno in direzione del Cairo. Mi portò in un albergo, in un quartiere popolare alla periferia della megalopoli egiziana. Era poco prima dell’aurora e la strada era molto mal illuminata. L’insegna era solo in arabo. Atef parlò a lungo con l’uomo che lavorava alla portineria dell’albergo il quale, tra un sorrisetto e l’altro, gli diede dei soldi. Alla fine scoppiarono entrambi in una lunga, inquietante risata. Il proprietario Nader era giovane e conosceva abbastanza bene l’inglese.

– Come ti chiami?

– Joshua.

– Vieni, Joshua, ti offro da bere. Avrai sicuramente fatto un viaggio faticoso. Vieni, prendi ristoro, fratello. Ti piace l’assenzio? Sicuramente in Australia ne bevete tanto.

Non mi feci molte domande sul perché, in un paese musulmano, un albergatore mi offrisse un superalcolico come se fosse la cosa più normale del mondo. Accettai subito. Volevo semplicemente uscire da quell’incubo che mi perseguitava.

L’atmosfera del bar trasmetteva qualcosa di inquietante. C’era un lungo bancone illuminato con luci blu cobalto e dietro erano esposti tutti gli alcolici che un turista avrebbe potuto richiedere. Nella sala, in penombra, annegati nel fumo delle loro sigarette, alcuni uomini si intrattenevano con delle donne. Mi sembrava di stare in una casa chiusa. Per tranquillizzarmi, scacciai il pensiero dicendomi che era solo un bar un po’ rilassato. In fondo, era vero: a flirtare con quelle donne c’erano degli uomini in preda ai fumi dell’alcool (e delle sigarette).

Iniziammo a parlare.

– Sai Joshua, sono figlio unico di una famiglia molto povera del sud dell’Egitto. Mi sono laureato in farmacia con il massimo dei voti, ma non ho trovato il giusto aggancio per lavorare. Qui in Egitto se non hai la “wasta”, l’aggancio, non fai niente. Sono emigrato in Italia, dove ho lavorato come pizzaiolo per alcuni anni. Ma ho deciso di rientrare e di aiutare mio cugino Bilal al Cairo con l’albergo. Non guadagno come in Italia ma riesco ad arrotondare bene con i “bakshish”, le mance dei clienti.

Mi offrì ancora da bere. Io gli raccontai delle mie disavventure, di come fossi arrivato in Egitto dall’Australia grazie – o forse era meglio dire in quel momento “a causa” – di un libro. Fu difficile far capire a Nader come si potesse decidere di partire per un libro intitolato “Vita di Antonio”. Mi disse:

– Io sono partito per i soldi e tu parti per un libro che hai letto? Siete proprio strani voi occidentali!

Provai a spiegargli di che cosa trattasse quel libro ma sembrava che parlassi di fisica nucleare. Eppure, appena pronunciai la parola “monaci”, qualcosa si illuminò nella sua mente. Storse la faccia e disse:

– Monaci! Nazareni! Cristiani! Ma sono matti! Tutti innamorati di quel Gesù che credono Dio! Noi nell’islam non abbiamo i monaci, sai?

Si mise a ridere. Anch’io risi con lui.

– Sì, effettivamente ho fatto uno stupidaggine… – dissi.

– C’è un solo Dio e non ha figli. Ma come si fa a pensare che Dio partorisca come una donnetta. È ridicolo! Joshua, sento che siamo diventati amici. Vedrai, ti farò conoscere l’islam. È Allah, a lui la lode l’Altissimo, che ti ha mandato qui. Dai, bevi ancora!

Bevemmo ancora non so quanti bicchieri. Avevo la testa che mi girava talmente tanto che il ventilatore che era fissato al soffitto mi sembra immobile. A un certo punto partì della musica araba. Una donna formosa, vestita da danzatrice del ventre, si mise a ballare a piedi nudi sul tavolo del bar. Muoveva il bacino seminudo con movimenti voluttuosi, molleggiando il ventre davanti e dietro, come un serpente a sonagli. Mi guardava insistentemente e ogni tanto veniva a fare dei numeri sensuali attorno a me. Bilal, il cugino di Nader, lo notò e mi disse, sussurrandomelo nell’orecchio:

– È il gioiello della casa. Si chiama Hana’. Mi sa che le sei piaciuto. Che fortuna!

Ero completamente rapito, irretito da quello sguardo orientale, così irresistibilmente lascivo. Hana’ ballò per mezzora senza sosta. Poi si andò a cambiare e venne al tavolo del bar.

– Vieni Hana’ ti presento Joshua, dall’Australia.

– Ciao Joshua, sono Hana’. Sai che cosa significa Hana’? “Felicità”. Vuoi un po’ di felicità?

Nader rise e chiese una tequila per noi tre. Io le dissi ormai in preda all’eccitazione:

– Felicità, oh sì!

– Sono io la tua felicità, Joshua. Vuoi essere la mia?

Nel dirlo accennò un riso talmente sensuale che la mia ormai addormentata coscienza non accennò il minimo segno di resistenza. Era come se una fragile diga fosse all’improvviso crollata. Ero perso, completamente inghiottito dal nero dei suoi occhi. Ero innamorato, volevo farla mia. E dimenticare tutto. Iniziammo ad accarezzarci mentre Nader, accesosi una sigaretta di importazione, applaudiva e cantava a squarciagola. Lei mi diede un bacio, poi si ritrasse, in preda a un dissimulato pudore:

– Eh no, caro amico australiano! Tu pensi di avere a che fare con una donna occidentale? No, no, no. Non si fa così con le donne egiziane. Bisogna saperle corteggiare. Vieni, andiamo nella camera di sopra, ti mostro il paradiso.

Nader ripeté: “Il paradiso! Ma l’avete sentita? Ha detto il paradiso”. E scoppiò a ridere insieme al barista. “Vai Joshua, vai in paradiso! In paradiso si entra e non si torna indietro, mio caro!”

Mi prese per mano. Salimmo insieme le scale. Hana’ non mi staccava gli occhi di dosso, sembrava volesse divorarmi. Io ero ormai una foglia al vento, trascinato come trofeo in catene dalle mie indomabili voglie. Aprì la porta. Mi disse di sedermi. Mi spogliò. Poi si spogliò lei, davanti a me, e si appoggiò sul letto.

– Vieni, Joshua, vieni. La vuoi la felicità? Sono io la tua felicità, sono Hana’, vieni da me.

Barcollando e delirante, mi tuffai nella felicità.

Mi svegliai con un’emicrania terribile nel bel mezzo del nulla. Il sole, che sembrava essere esattamente al centro del cielo, mi batteva sulla testa, ustionandomi. Non avevo la più pallida idea di dove fossi finito e, soprattutto, come ci fossi arrivato. Che cosa era successo? Forse avevo vissuto un altro incubo? Mi diedi un grande pizzicotto sull’avambraccio. Ero io, era tutto reale. Anche la puzza che sentivo. Ero immerso in un prato pieno di immondizia. L’emicrania era talmente forte che non riuscivo a concentrare la vista sugli oggetti. Attorno a me, a parte l’immondizia, c’erano soltanto gli abiti che Felicità mi aveva tolto. In un attimo, quasi come se la memoria mi ritornasse improvvisamente, afferrai di colpo il pantalone in preda al panico, alla ricerca del portafoglio e del passaporto. Terrorizzato, infilai le mani ovunque, nevroticamente. C’era solo una piccola croce di legno che mi aveva regalato l’eremita. Felicità mi aveva rubato tutto.

Lascia un commento

Sfoglia verso l'alto