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Diario di un discepolo indisciplinato (3): il primo incontro con l’eremita

Natidallospirito.com è venuto in possesso di un manoscritto di un pellegrino australiano che ha vissuto nei monasteri di Wadi el Natrun per più di tre anni. Il suo è un romanzo di formazione che si basa sulla propria esperienza spirituale a stretto contatto con un eremita del deserto e ha come titolo “The diary of an undisciplined disciple”, “Il diario di un discepolo indisciplinato”. L’autore, che ha deciso di rimanere anonimo, ha scelto di non pubblicare il suo romanzo per ragioni personali a noi ignote ma di lasciarlo in consegna a uno dei monasteri di Wadi el Natrun e ha autorizzato Natidallospirito.com a tradurlo. Lo pubblicheremo a puntate.

1a puntata
2a puntata

4a puntata
5a puntata
6a puntata
7a puntata

Le upupe erano una delle cose più esotiche che circondavano l’eremita. Da noi in Australia è possibile vederle soltanto sul National Geographic o, forse, imbalsamate in un qualche museo di storia biologica. Nell’antico Egitto, l’upupa veniva considerata un uccello sacro e spesso veniva raffigurata su tombe e templi. Era proibito ucciderla. Persino per la Bibbia è proibito mangiarla. Si legge nel Deuteronomio: “Potrete mangiare qualunque uccello puro, ma delle seguenti specie non dovete mangiare: … l’upupa”. Come venni poi a sapere, anche in Egitto venivano chiamate con un nome onomatopeico simile a upupa: hudhud. Tantissime “hudhud” saltellavano allegramente attorno alla cella dell’eremita beccando minuscoli petali di gelsomino caduti a terra, il loro lauto pranzo. Avevano dei colori meravigliosi: bianco, nero, rosso, marroncino. Il ciuffo nero e rossiccio era qualcosa di una bellezza commovente. Il becco lungo e ricurvo verso il basso e le zampette tozze le rendevano al contempo buffe e familiari. Mi avvicinai a una di loro. Ci guardammo a lungo. Fece qualche saltello verso di me. Le sorrisi e le dissi qualcosa del tipo “come sei bellina!”. Strappai con delicatezza qualche fiorellino di gelsomino dall’alberello che si trovava poco distante dalla cella dell’eremita. Abbassandomi sulle ginocchia glieli porsi con il palmo aperto. Lei si avvicinò, beccò un po’. Poi si guardò attorno e volò via in tutto il suo splendore. Mentre sorridevo per la nuova amicizia che avevo stretto con l’upupa che avevo già battezzato con il nome di “Upi”, in lontananza scorsi l’eremita.

Era molto alto e indossava una tunica e un cappuccio nero con tredici croci gialle, sei per lato con una più grande vicino alla nuca. Portava sulle spalle un lungo bastone di legno dalle cui estremità pendevano due taniche di acqua che, a giudicare dal suo andamento, non dovevano essere per nulla leggere. Risaliva l’ultimo tratto di una piccola collinetta di sabbia. La sua cella, infatti, era abbastanza rialzata rispetto al livello del monastero. Rimasi lì dov’ero, a qualche decina di metri dalla cella. L’eremita arrivò, aprì la porta di legno della cella, ripose le taniche e uscì a innaffiare il suo piccolo giardino. Rimasi a osservalo per un po’. Prese un innaffiatoio, lo riempì con dell’acqua dalla tanica. Poi con una piccola croce manuale di legno iniziò a segnare l’acqua più volte. Disse qualche preghiera in arabo. Poi soffiò sull’acqua. E iniziò a innaffiare. Restai per qualche minuto meravigliato di tanta semplicità. Come può un uomo vivere così, senza un televisore, senza internet, senza un’automobile? Ma soprattutto senza nessun essere umano attorno… né uomini né donne. Certo io ero lì ed ero tremendamente indeciso se disturbarlo o no. Mi sembrava di fargli violenza. Ma mi avevano confessato in monastero che l’eremita amava molto poco la compagnia e accettava di accogliere qualcuno solo un paio di volte all’anno. Mi feci coraggio. Non ero venuto qui appositamente dall’Australia? Non appena feci il mio primo passo, un cespuglietto di rami secchi scrocchiò facendo accorgere di me l’eremita.

– Benarrivato Joshua – mi disse in un perfetto inglese, come se mi conoscesse da una vita.

– Buonasera, abuna… Come fa a sapere come mi chiamo?

– Mi hanno avvisato dal monastero. Abuna Theophilos mi ha detto che saresti venuto a stare da me per qualche giorno.

Abuna (che in arabo significa “padre”) Theophilos era un suo confratello. Si occupava di accogliere in monastero gli ospiti stranieri. Gli avevo scritto almeno cinque email prima di partire. Non rispose mai. Arrivai in monastero con la paura di non trovare posto. Poi ci fu il suo sorriso luminoso.

– Joshua carissimo! Lode a Dio per il tuo arrivo, ti aspettavamo!

Gli risposi, un po’ stizzito:

– Vi ho mandato un bel po’ di email ma non mi avete mai risposto!

– Che bisogno c’è di rispondere se la risposta è sì? E poi non siamo abituati a rispondere mesi prima a richieste di ospitalità. Qui in Oriente viviamo giorno per giorno secondo il comandamento di nostro Signore: “A ogni giorno la sua pena”.

Fu la mia prima lezione di cristianesimo: “A ogni giorno la sua pena”. Forse che questa pace che sentivo tutto a torno fosse proprio il frutto di questo versetto evangelico? Molti dei miei problemi non derivavano forse dalle mie proiezioni in avanti e indietro sulla linea della Storia e della mia piccola storia? Abuna Theophilos fu estremamente gentile con me. Mi accolse in una cella molto confortevole e mi invitò a cenare.

– In questo periodo siamo chiusi per via del digiuno di Quaresima. Ci sono pochi ospiti. Spero non ti diano noia.

Mi sciacquai velocemente la faccia e corsi giù nel refettorio degli ospiti. Gli dissi subito chiaramente che volevo incontrare “l’eremita”. Mi rispose sorridendo:

– Il Signore provvederà. Ogni cosa ha il suo tempo sotto il cielo.

Avevo capito, dalle sue parole, che bisognava trascorrere un piccolo periodo in monastero prima di poter essere qualificati a stare con l’eremita. Accettai pensando che mi avrebbe fatto bene trascorrere un periodo di decompressione dalla sindrome da stress occidentale.

Mangiai voracemente un po’ di riso ben cotto con un po’ di tonno in scatola. Poi mi portarono delle nespole raccolte dal giardino del monastero. Abuna Theophilos si mise a sedere vicino a me e mi offrì un po’ di tè alla menta che sorseggiai lentamente guardando le cupolette delle chiese del monastero.

– Sarai stanco per il viaggio – mi disse. Avrai da recuperare il jet lag… Va’ a riposarti. Ci rivediamo domani. Per ora non far caso alle campane. Poi, quando ti sarai rimesso, ti spiego tutto.

Fu abuna Theophilos ad accompagnarmi dall’eremita. Si fermò a qualche centinaia di metri dalla sua cella. Mi disse di procedere tranquillamente e che l’eremita si sarebbe preso cura di me.

– Sono un pubblicitario australiano – gli dissi.

– Ah, un pubblicitario. E io che pensavo che fossi un essere umano che porta il nome del Salvatore, Joshua [Joshua in inglese vuol dire Giosuè, dall’ebraico Yehoshu’a, da cui deriva anche Gesù, N.d.T.].

Iniziai subito a conoscere l’eremita. Mi disse:

– Se vuoi giocare a fare l’antropologo stai perdendo tempo, Joshua. Non c’è tempo qui per collezionare farfalle. Qui, semmai, facciamo il tentativo quotidiano di volare come loro.

Tacqui. Non mi aspettavo una tale estrema sincerità, una verità così nuda e cruda. Mi fece male e la sentii come un’aggressione. A giudicare dalla mia reazione, il monaco diceva il vero. Era per questo che le sue parole bruciavano. In fondo, ero soltanto molto curioso. Il mio atteggiamento era molto più simile a quello di uno scienziato che lavora al microscopio che a quello di un discepolo che vuole apprendere da un maestro. Mi sono sentito scoperto, come se mi avesse passato ai raggi X. Se solo ci fosse stato qualcuno a coprirmi…

– Due anni fa venne da me un antropologo di Londra. Gli feci fare il party di benvenuto a dei scorpioncini che ogni tanto mi vengono a trovare. Non resistette due ore. Scappò via con la reflex a tracollo. Vieni ti mostro la tua cella.

Sudai freddo. Un eremita mattacchione? E se avesse messo degli scorpioni anche a me? O magari una colonia di piccole tarantole che avevo intravisto passeggiando nel deserto? O magari la mia cella era naturalmente abitata da questa lucertola del deserto, il temibile burs, di dimensioni molto maggiori rispetto alla lucertola che siamo abituati a conoscere. Il suo naturale colore rosa fa sì che si mimetizzi talmente tanto con l’ambiente da non riuscire a distinguerla. Non ero per nulla preparato a simili scherzi. Ci mancava solo l’eremita mattacchione! Allontanai il pensiero cercando di concentrarmi sul panorama meraviglioso del tramonto. Presi il mio zaino. Ero orgoglioso di essere riuscito a comprare questo enorme zaino per metterci dentro tutto ciò di cui avevo bisogno. Dopo un’attenta analisi del microclima del deserto di Wadi el Natrun avevo fatto molti acquisti mirati: dei pantaloni di cotone, molte t-shirt, due paia di sandali resistenti, alcuni calzini traspiranti, un cappellino per il sole, occhiali per il sole, crema solare… Avevo la pelle molto chiara e, a giudicare dai siti che avevo consultato, avrei rischiato di prendermi una bella scottatura se non fossi stato attento. Ero stato costretto ad andare a un grande store che vende abbigliamento estivo tutto l’anno, a Sydney. Quando ero partito da noi era infatti inverno e a Wadi el Natrun il caldo estivo aveva già invaso la regione a metà della primavera. Comprai anche tante piccole borracce d’acqua. E tanto tanto cibo in scatola. Avevo preso una macchina fotografica reflex molto professionale che volevo imparare a usare proprio per quella occasione. Un trepiedi e un kit di lenti completavano la strumentazione. Volevo fare tante foto all’eremita, alla flora e alla fauna di quel luogo così affascinante, per non dimenticare nessun dettaglio. Avevo anche comprato una sedia portatile, un cuscino gonfiabile, delle lenzuola, una macchina per il caffè americano, saponette artigianali, creme anti-stress. Ero riuscito a trovare posto anche per il mio laptop, per i miei hard-disk e per una piccola biblioteca cartacea essenziale di libri spirituali. Ovviamente, non poteva mancare “Vita di Antonio”.

Mentre ci incamminammo verso la cella, situata a qualche centinaio di metri da quella dell’eremita, il tanto necessario a preservare la sua discrezione monastica, l’eremita stette in silenzio. Tutto iniziava a essere troppo silenzioso attorno a me. Non ero abituato a tutto questo fracassante silenzio. Si sentivano solo le upupe e il vento che accarezzava i gelsomini e le foglie di palma. Fui assalito da tic nervosi.

– Abuna, come fai a conoscere così bene l’inglese? Lo parli benissimo!

– Prima di entrare in monastero ho vissuto negli Stati Uniti per qualche tempo.

– Ah, Stati Uniti! Wow! Anch’io ho vissuto per alcuni mesi. È stato bellissimo, adoro gli States! Credo che sia uno dei paesi più belli al mondo! La Sierra è meravigliosa, qualcosa davvero di eccezionale. Mi ricorda qui, questo deserto. Non credi?

Silenzio. Tacqui anch’io per qualche lunghissimo e imbarazzante secondo poi ripresi:

– Non credi abuna che gli Stati Uniti abbiano una natura proprio bella?

Non rispose per la seconda volta. Mi diede le chiavi della cella. Mi disse:

– La cella ti insegnerà ogni cosa.

Non capii.

– In che senso? La cella? Abuna devi spiegarmi tutto, sai io sono un pubblicitario, mi occupo di pubblicità, non sapevo neanche che esistesse una cella diversa da quella degli ergastolani. Francamente mi sento già mancare l’aria, sono in prigione?

– Buonanotte, allora. Ci vediamo domani. Il Signore vegli su di te.

E senza altri convenevoli, se ne ritornò in cella. Erano le 7 di sera. Credo che mai nella mia vita qualcuno mi abbia detto “buonanotte” alle 7 di sera, neanche mia madre da bambino. Se qualche volta ho dormito a quell’ora c’è stato qualcosa che non andava nella mia vita: una bottiglia di troppo, una donna di troppo, un po’ di lavoro di troppo. Oppure, come mi era capitato negli ultimi mesi, la depressione. Lasciai lo zaino fuori dalla cella ed entrai.

La cella sembrava uscita dal quarto secolo. Era stata scavata a mano all’interno di uno strato roccioso di chissà quale epoca protozoica. Era come se la roccia “imbottita” di uno spesso strato di terriccio simile al tufo, facilmente erodibile, fosse stata svuotata. Le era stata aggiunta una porta in legno, una brandina, un armadietto, una libreria, un comodino. Non c’era né elettricità né acqua e per i bisogni il deserto metteva generosamente a disposizione molti scomodi cespugli. C’erano un cartone pieno di candele e numerosi pacchetti di fiammiferi. Nonostante fosse agosto, la cella era piuttosto fresca per via dell’alto soffitto roccioso. All’esterno vi era un piccolo cortile circondato da un muretto in mattoni e cemento. Era ricoperto con del fogliame di palma. Se si voleva, per via dell’ombra, era possibile sostare all’esterno. Tirava un bellissimo venticello. Ero preso da sentimenti contrastanti. Passavo velocemente da una fiducia totale in quell’uomo a una grande e inspiegabile paura. Era come se lui sapesse tutto di me e questo mi spaventava. Mi spaventava l’idea che potesse sfruttare le mie paure per farmi del male.

Dopo aver acceso un paio di candele, controllai che la porta fosse ben chiusa. Mi avevano raccontato, giù al monastero, che di notte giravano strane bestie nel deserto. Il discorso dell’eremita sugli scorpioni non mi aveva di certo tranquillizzato. Ma il pensiero delle bestie non bastò a farmi star sveglio. Ero talmente stanco e provato emotivamente che crollai.

La mattina dopo, attorno alle 8, uscii in cerca dell’eremita. Avevo bisogno di fargli vedere assolutamente il libro che mi aveva portato fin lì da lui e volevo anche fargli qualche foto. Feci per aprire lo zaino ma… dov’era lo zaino? Fu il panico. Tutto il mio armamentario era sparito! Non era possibile, come avrei fatto? Come avrei vissuto in quel luogo così inospitale? Come avrei mangiato? Ecco, il solito distratto – mi dissi, dovevo stare più attento. Dovevo prendere maggiori precauzioni rispetto alle bestie del deserto. Avranno sentito l’odore del cibo! L’angoscia mi pervase.

Corsi verso la cella dell’eremita. Lo trovai seduto nel cortiletto della sua cella intento a intrecciare croci di cuoio. Non lo salutai nemmeno:

– Le bestie mi hanno preso lo zaino, abuna! O forse qualcuno me l’ha rubato! Insomma, non c’è!

Lui, con aria sorniona e con un sorriso malcelato che lasciava intuire tutto, disse:

– Tranquillo, tranquillo. Qualcuno che conosco l’ha preso. Te lo terranno in monastero, non temere. Ne avevi bisogno?

Per la reazione dell’eremita, la rabbia fece posto all’angoscia. Ero terribilmente irato dalla sua leggerezza ma soprattutto per avermi domandato se ne avevo bisogno! Ma certo che ne avevo bisogno! Era tutto per me! E poi si capiva benissimo che era stato lui a nascondere lo zaino chissà dove. Andai via dalla sua cella in preda allo sdegno. Ci mancava anche l’eremita buffone! Cosa ci facevo lì? Forse stavo nuovamente illudendomi di qualcosa che non esisteva, forse stavo soltanto proiettando su quell’uomo ciò che ero troppo pigro per cercare dentro di me. Avevo preso per santo un mezzo demoncello. Pensavo seriamente di ritornare a casa.

Mi chiusi in cella. Tutte le emozioni dei giorni passati me le sentii tutte aggrovigliarsi in gola. Quell’episodio fece crollare un’enorme, antica, decadente diga. Piansi a dirotto. Non ricordavo più l’ultima volta in cui lo avevo fatto. Mi sentivo ferito e incompreso, come un bambino a cui avessero tolto il giocattolo nuovo. Mi misi a fissare il muro per un po’ di tempo. Poi qualcuno schioccò le mani fuori dalla porta.

– Aghapi, Joshua!

“Aghapi” è la formula di saluto che si usa in monastero. Proviene del greco e significa “amore”. Chi pronuncia “aghapi” vuole dire all’altro “Fammi un gesto d’amore” oppure “Ecco, vengo in pace, vengo a farti un gesto d’amore”. Era la voce dell’eremita.

Aprii la porta. Aveva in mano dei piatti e una brocca d’acqua. Uscii asciugandomi le lacrime. Non riuscivo a guardarlo in faccia.

– Hai fame, vero? Vieni, mangiamo.

Ci sedemmo nel cortiletto.

– Joshua, non c’è nascita senza taglio del cordone ombelicale. Non ci sono fiori e frutti senza potatura. Preghiamo Joshua, ringraziamo il Signore per la tua presenza, per il cibo e perché il nostro cuore ancora batte nonostante gli anni. Sono sicuro che il Signore Gesù ti aiuterà, anzi ne sono certo.

E si mise a pregare:

– Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, unico Dio, amen. Signore e Sovrano delle nostre vite, Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, ti rendiamo grazie, o Signore, per la tua grande e inesauribile generosità con la quale ci inondi di beni in ogni momento. A te innalziamo la lode, o Salvatore dell’universo, perché ci hai amati fino a morire per noi sulla Croce. Sii benedetto, o Amico degli Uomini, per Joshua e per la sua presenza tra noi. Invia su di noi il tuo Spirito Santo perché noi possiamo conoscerti e l’amore di Dio possa riversarsi nel nostro cuore. Allontana da noi, Signore, l’avversario maligno, rendici figli della Luce e figli del giorno. A te la lode, la gloria, la potenza, l’onore e la riconoscenza, o Cristo, per questo cibo che ci offri di condividere e per il nostro respiro. In te, infatti, noi respiriamo, ci muoviamo e siamo. Che il cibo possa non mancare su alcuna tavola sotto il cielo, o Dio. Ma soprattutto non far mancare a nessuno spirito di uomo sotto il cielo il vero cibo e la vera bevanda, il tuo Corpo santo e il tuo Sangue prezioso. Per le intercessioni della santa Madre di Dio, Maria, e dei santi del deserto. Amen.

Fece il segno della croce sul cibo e su di noi.

Dopo la preghiera era come se avessi dimenticato il motivo per cui ero così adirato. Una indescrivibile pace mi pervase. Il volto dell’eremita era luminoso e sereno. Non appena vide un’upupa avvicinarsi preparò qualche briciola nella mano e facendo un verso buffo gliele appoggiò a terra. Mi porse un po’ di pane e un piatto di fave cotte.

– Buon appetito, fratello. Dio è generoso, è molto generoso.

tradotto dall’inglese da Natidallospirito.com

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