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Diario di un discepolo indisciplinato (8): “I monaci, l’incendio e la fuga di Joshua”

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Abuna Pambo era noto in monastero con due nomignoli: “l’amico della notte” e “l’usignolo afono”. Il monaco, infatti, oltre a soffrire di una grave forma di insonnia, aveva sempre un filo di voce che cercava di risparmiare il più possibile, come se avesse un credito prefissato di parole a cui poteva attingere durante l’arco della sua vita. Si alzava sempre nel cuore nella notte, attorno alla mezzanotte, e usciva dalla sua cella e poi dal recinto del monastero, il più delle volte per lavorare in falegnameria. Questo lavoro, che gli era stato assegnato dall’abate precedente, venti anni prima, gli piaceva moltissimo e riuscì ben presto a supplire a tutte le numerose necessità del monastero. Capitava talvolta che andasse a passeggiare nella zona degli eremi, recitando lentamente i salmi del vespro, della compieta e della preghiera del “velo”[1] perché mentre i suoi confratelli erano in chiesa per pregare vespro lui era in cella a riposarsi. Diceva così: “Mi ardeva il cuore nel petto; al ripensarci è divampato il fuoco. Allora ho lasciato parlare la mia lingua: ‘Fammi conoscere, Signore, la mia fine, quale sia la misura dei miei giorni, e saprò quanto fragile io sono’. Viene il nostro Dio e non sta in silenzio; davanti a lui un fuoco divorante, intorno a lui si scatena la tempesta. Divise il mare e li fece passare, e fermò le acque come un argine. Li guidò con una nube di giorno e tutta la notte con un bagliore di fuoco. Fino a quando, Signore, ti terrai nascosto: per sempre? Arderà come fuoco la tua collera? Ricorda quanto è breve la mia vita: invano forse hai creato ogni uomo? La via di Dio è perfetta, la parola del Signore è purificata nel fuoco; egli è scudo per chi in lui si rifugia. Infatti, chi è Dio, se non il Signore? O chi è roccia, se non il nostro Dio? Scrutami, Signore, e mettimi alla prova, raffinami al fuoco il cuore e la mente”.

Costeggiava gli eremi a distanza, immerso nella preghiera, quand’ecco, proprio mentre diceva “raffinami al fuoco il cuore e la mente”, alzato per un istante lo sguardo, vide una fiamma imponente. Temendo che la cella dell’eremita stesse andando a fuoco, si mise a correre e diceva dentro di sé: “Signore no! Signore no!”. Avvicinatosi all’incendio, si fermò per un minuto come se volesse contemplare questa visione epifanica, degna dell’incontro di Mosè con Dio al roveto del Sinai. “Che cosa avrà provato Mosè?”, si chiese, assorto, in quegli istanti. Poi, ritornato in sé, iniziò a urlare con tutta la poca voce che aveva: “Al fuoco! Al fuoco!”. Chiamò subito al telefono il rubbeta[2] che, ancora immerso nel dolce sonno del lavoratore, rispose:

– Ma che cosa dici? L’eremita dov’è? O mio Dio abbi pietà!

Abuna Pambo cercò come poté di gettare della sabbia sulle fiamme ma erano talmente enormi che era come buttare polvere negli occhi di un gigante. Il timore del povero monaco afono che l’eremita fosse stato inghiottito dalle fiamme ormai era molto più simile a una certezza. Si mise accovacciato a terra e cantilenava: “Signore no, Signore no!”. Passarono pochi minuti quando iniziò ad arrivare la prima autobotte del monastero che scaricò poco per volta un serbatoio d’acqua sull’eremo. Dopo circa mezzora sopraggiunse un camion dei vigili del fuoco della città vicina. Ci volle più di un’ora per domare l’incendio la cui luce possente iniziò poco alla volta a fare spazio a quella più umile dell’alba. Nessun in monastero si ricordava di aver visto mai niente di simile.

Nella concitazione del momento si era temuto per l’eremita. Si pensava fosse morto. Qualcuno sperava che fosse scappato al principio dell’incendio. Qualcun altro diceva che, una volta divampate le fiamme, sarebbe stato impossibile salvarsi. Abuna Siluan, l’ultimo monaco ordinato sacerdote, iniziò a recitare la preghiera di assoluzione per i morti. Poco prima dell’arrivo dei vigili del fuoco, però, dal lato del palmeto, l’eremita si fece strada tra i monaci che rimasero meravigliati. Abuna Pambo fece un salto quando lo vide, quasi avesse visto un fantasma.

– Abuna… abuna! Sei tu! Sei vivo! Noi ti credevamo morto. Gloria a Dio!

– L’australiano, l’australiano! Ho sognato che gli accadeva qualcosa di brutto! – rispose l’eremita.

– O mio Dio! Se tu sei salvo per miracolo, lui sarà sicuramente morto!

– Aspettiamo che l’incendio sia domato e preghiamo. Solitamente teneva lo zaino fuori dalla porta. Se l’è fatto riportare dal monastero, non riusciva a vivere senza tutta la sua cianfrusaglia. Insomma, se lo zaino c’è vuol dire che lui era dentro. Il Signore non voglia!

– Ma cosa hai sognato abuna? Diccelo.

– Non è importante padre, non è importante.

Abuna Pambo insistette a tal punto che l’eremita dovette vincere il suo naturale pudore monastico.

– Ho sognato che cadeva da una montagna molto alta, avvolta nel fumo, e veniva divorato da alcuni sciacalli senza cuore. Mi chiamava a voce alta e io non potevo niente. Poi nel sogno ho invocato il Signore dicendogli: “Non è ancora dei tuoi, ma di’ soltanto una parola ed egli sarà guarito”. Il Signore, allora, si è precipitato all’istante e lo ha liberato dalle bestie. Era ridotto male, povera anima, ma era vivo. Il Signore non voglia che gli sia accaduto niente di male.

– Forse è andato da abuna Lazzaro, per un tè.

– Forse. O forse no. Aspettiamo e preghiamo.

Quando le fiamme furono spente, alcuni monaci entrarono nell’eremo. Cercarono lo zaino ovunque nel cortile esterno ma non vi era alcuna traccia. Abuna Pambo disse all’eremita:

– Abuna, lo zaino non c’è! Forse è stato divorato dalle fiamme.

– Se non c’è lo zaino non c’è neanche Joshua. Deve essere andato da qualche parte. Con il buio si sarà perso. Bisogna assolutamente cercarlo.

Intervenne il rubbeta:

– Quand’è l’ultima volta che l’hai visto, abuna?

– Ieri mattina. Avevamo avuto una conversazione molto intensa. Spero siano state le fave cotte a farlo fuggire e non quello che gli ho detto!

– Secondo te come è divampato l’incendio?

– Probabilmente ha acceso il lume a gas e, uscendo, non lo ha spento. Ci vuole poco perché le lenzuola troppo vicine al lume prendano fuoco.

L’abate diede ordine al rubbeta di organizzare dieci squadre di cinque monaci. Ognuna di esse avrebbe setacciato una specifica area del monastero. Fu suonata la campana del grande campanile e fu acceso il grande faro che era in cima ad esso per illuminare il più possibile. Il monastero era in fibrillazione. Io ero l’unica cosa che interessava in quel momento ai monaci.

Mentre le squadre erano all’opera, sopraggiunse abuna Filotheos che disse al rubbeta: “Stanotte, mentre rientravo dal Cairo, ho visto qualcuno scavalcare il muro di recinzione. Ho pensato, lì per lì, che fosse Abram, l’operaio birichino che va spesso in città di notte. Ho sorriso pensando che un ventenne che non ha alcuna vocazione monastica, aveva pur diritto ad andare in città a divertirsi”.

Il rubbeta non ebbe dubbi: “È lui! A che ora l’hai visto?”

Abuna Filotheos gli raccontò tutti i particolari. Il rubbeta informò immediatamente l’abate che chiese alle squadre di interrompere le ricerche.

L’eremita, intanto, tornò in cella. Non aveva né la forza né l’agilità dei giovani. Preferì, per questo, non partecipare alle ricerche dirette ma, chiusa la porta, in segreto, si rivolse al Pastore delle cento pecore perché andasse lui stesso alla ricerca della pecora smarrita: “Padre Santo, Padre del nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo, a te la lode ora e sempre. Padre benedetto fa’ che non accada nulla di male al povero Joshua. È smarrito, Signore, lo circondano abissi di morte. Affonda nel fango, nulla lo trattiene. Mostragli la via della vita poiché la tua grazia vale più della vita. Non tardare Signore, affrettati a soccorrerlo! Inviagli un angelo perché lo riporti all’ovile, sano e salvo. Signore, inviagli un angelo, inviagli un angelo, te ne prego! Non disprezzare la preghiera di questo povero vecchio. Sii compassionevole Signore con chi non ti conosce poiché come può l’uomo conoscerti se tu non lo tocchi con il tuo amore? Amen, Padre benedetto e santo. Speriamo in te. Da te solo è la salvezza. A te la lode, o Padre. Tu che sempre ci ascolti nel tuo Figlio amato, Gesù Cristo. E alla santa e beata Trinità sia sempre lode e gloria, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli, amen”.

Io intanto cercavo di mettere insieme le idee. La puzza del giardinetto (o forse è meglio dire: “del letamaio”) nella quale ero immerso mi fece subito capire una cosa: bisognava andare via di lì, subito.

[1] Ultima delle dieci preghiere canoniche della Chiesa copta. È recitata solo nei monasteri.

[2] Parola araba egiziana di origine siriaca (rab bayta, lett. ‘padrone di casa’). Figura che nel monachesimo copto indica il monaco igumeno, incaricato della gestione e del coordinamento degli affari quotidiani all’interno del monastero. Corrisponde, in termini monastici occidentali, a una sorta di vice-priore con funzioni anche di economo.

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