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Nell'anniversario della scomparsa di padre Matta al-Miskin

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20.9.1919 – 8.6.2006

Per l’occasione vi proponiamo tutto ciò che Natidallospirito.com ha pubblicato di Matta al-Miskin sinora.

+ La preghiera continua e la preghiera di Gesù
+ La speranza in Cristo

+ L’obbedienza del Figlio e l’amore del Padre
+ Egli è…noi siamo
+ Il pane della vita
+ Intervista ad abuna Matta al-Miskin (1978) (video)
+ «Chi dite che Io sia?»
+ La tiepidezza spirituale
+ «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica…la Parola»
+ Orgoglio ferito
+ La paternità spirituale di padre Matta al-Miskin
+ «Cristo, offerta sacrificale data all’umanità»

La preghiera continua e la preghiera di Gesù (di Matta El Meskin)

monacoinpreghieraLa vita nel suo senso più profondo, si riassume in due atti costanti di un’estrema semplicità: il primo è l’amore la cui sorgente è Dio, il secondo è l’adorazione, che è il proprium della creazione: “Dio è amore” (1Gv 4,16); “Io non sono che pre­ghiera” (Sal 109,4). Questi due atti sono ininterrottamente co­stanti; così, Dio non cessa di amare la creazione e la creazione non cessa d’adorare Dio: “Vi dico, che se questi taceranno, gri­deranno le pietre” (Lc 19,40).

Tutti gli atti e le molteplici occupazioni della vita passeranno e scompariranno dopo averci valso condanna o ricompensa e re­steranno soltanto questi due straordinari atti: l’amore di Dio per noi e la nostra adorazione di Dio. Non passeranno mai e rimar­ranno eternamente, perché Dio è felice d’amarci: “Ho posto le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,31) e noi troviamo tutta la nostra felicità nell’adorazione di Dio.

Quest’adorazione è un’intuizione divina depositata da Dio al cuore della natura dell’uomo, affinché egli abbia la gioia d’adorare la sorgente della vera felicità. L’abbiamo toccato con mano, sperimentato e verificato tante e tante volte; abbiamo acquisito la certezza che la preghiera e l’adorazione sono fonti di felicità permanente.

C’è dunque un mezzo per condurre una vita d’ado­razione e di preghiera ininterrotta, per mettere Dio al centro del nostro pensiero, per fare in modo che tutti i nostri atti e i nostri comportamenti gravitino intorno a lui, per vivere alla sua pre­senza dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina?

In realtà, quest’opera non è una cosa da poco; esige da parte nostra grande determinazione, perseveranza e molta attenzione. Non dimentichiamo però che, così facendo, realizziamo il verti­ce della volontà e del piano divini e che, di conseguenza, vi tro­veremo immancabilmente l’aiuto, l’amore e la guida di Dio.

Riassumiamo come segue la sostanza di quest’esercizio.

1. Gli obbiettivi della preghiera continua:

- Vivere sempre alla presenza di Dio.

- Associare Dio a tutte le nostre attività, a tutti i nostri pen­sieri e conoscere la sua volontà.

- Accedere a una vita di gioia, avvicinandoci alla fonte stessa della felicità: Dio, e gioire del suo amore.

- Acquisire un’alta conoscenza di Dio nel suo stesso essere.

- Praticare un felice distacco dalle cose di questo mondo, sen­za rimpiangere nulla.

2. Qualche indicazione sulla preghiera continua:

- Ravvivare il sentimento di essere alla presenza di Dio che vede tutto ciò che facciamo e sente tutto ciò che diciamo.

- Tentare di parlargli di tanto in tanto, con brevi frasi che tra­ducano il nostro stato del momento.

- Associare Dio ai nostri lavori domandandogli di essere pre­sente alle nostre attività, rendendone a lui conto dopo averle con­cluse, ringraziandolo in caso di riuscita, dicendogli il nostro rammarico in caso di fallimento, cercandone le ragioni: ci siamo forse allontanati da lui o abbiamo omesso di chiedere il suo aiuto?

- Cercare di percepire la voce di Dio attraverso i nostri lavori. Molto spesso egli ci parla interiormente ma non essendo attenti a lui, perdiamo l’essenziale dei suoi orientamenti.

- Nei momenti critici, quando riceviamo notizie allarmanti o quando siamo assillati, chiediamogli subito consiglio; nella pro­va egli è l’amico più sicuro.

- Non appena il cuore comincia a irritarsi e i sentimenti ad agitarsi, volgiamoci a lui per calmare la nefasta agitazione prima che invada il nostro cuore; invidia, collera, giudizio, vendetta, tutto ciò ci farà perdere la grazia di vivere alla sua presenza, per­ché Dio non può coabitare con il male.

- Tentare per quanto possibile di non dimenticarlo, tornando subito a lui, non appena i nostri pensieri sono colti in flagrante reato di vagabondaggio.

- Non intraprendere un lavoro o dare una risposta prima di aver ricevuto una sollecitazione da Dio. Questa diventa sempre meglio discernibile a misura della fedeltà del nostro cammino alla sua presenza e della nostra determinazione a vivere con lui.

3. Principi base per una vita di preghiera continua:

- Credi in Dio? Allora che Dio sia la base di tutti i tuoi comportamenti; con lui accogli tutto ciò che incontri nella vi­ta, felicità o tristezza. Che la tua fede non cambi ogni giorno a seconda delle circostanze. Non lasciare che sia il successo ad aumentare la tua fede, né il fallimento, la perdita e la malattia a indebolirla o ad annientarla.

- Hai accettato di vivere con Dio? Allora, una volta per tutte, metti in lui tutta la tua fiducia e non cercare di indietreggiare o di battere in ritirata. Sii fedele a lui fino alla morte.

- Affidagli tutti i tuoi affari materiali e spirituali; egli è vera­mente in grado di reggerli tutti. Sappi che la vita con Dio sopporta tutto: malattia, fame, umiliazione… e non essere sorpreso se ti accadono queste cose; sii paziente e le vedrai trasformarsi e schierarsi dalla tua parte per il tuo maggior bene.

- Concentra il tuo amore su Dio e non permettere agli ostaco­li di ridurlo; al contrario, accogli ogni sofferenza senza amarezza ma con dolcezza, a motivo di questo amore, perché il vero amore trasforma la sofferenza in felicità.

- Beati coloro che sono stati ritenuti degni di soffrire per il suo Nome. Ancora più beati coloro che desiderano sacrificarsi per amore del suo Nome.

Breve storia della preghiera continua

La preghiera continua è una disciplina spirituale particolare che impegna le facoltà interiori dell’anima e tocca centri precisi del cervello con lo scopo d’acquisire la calma interiore neces­saria a pervenire a uno stato di veglia spirituale costante e di percezione permanente della presenza divina, accompagnata da un completo dominio dei pensieri e delle passioni. Costituisce l’opera spirituale più importante e più elevata che, condotta con successo, può farci raggiungere le vette della vita spirituale.

Questa forma di preghiera è già menzionata negli insegna­menti dei primi padri del deserto d’Egitto: Macario il Grande parla della recitazione costante del “dolce Nome di Gesù” e abba Isacco, discepolo di Antonio, fa un lungo elogio della ripetizione continua del versetto di un salmo. Entrambi hanno vissuto verso la fine del IV secolo e gli insegnamenti del secondo sono stati raccolti da Cassiano durante i suoi viaggi in Egitto.

Attraverso le parole di abba Isacco apprendiamo che questo metodo di preghiera, costitutivo di una delle tradizioni asce­tiche più importanti tra quelle che i padri avevano ricevuto dai loro predecessori, “è un segreto che ci è stato rivelato da quei pochi padri appartenenti al buon tempo antico, ma che vivono tutt’ora; noi lo riveliamo a nostra volta a quel piccolo numero di anime che dimostrano una vera sete di conoscerlo”.

Quanto agli effetti di questa pratica sulle facoltà dell’anima e della mente, essi erano noti ai padri fin dall’inizio,come si deduce dalle parole di Isacco: “[Questa preghiera] esprime tutti i sentimenti di cui è capace la natura umana; conviene perfetta­mente a tutti gli stati e a ogni sorta di tentazione… Che l’anima (mens) ritenga incessantemente questa formula, cosicché, a for­za di ripeterla, acquisti la capacità di rifiutare e allontanare da sé tutte le ricchezze rappresentate dai nostri molteplici pensieri”.

Fin da allora, cioè dal IV secolo, la preghiera continua si è dif­fusa in Egitto e in tutto l’oriente cristiano fino a occupare un posto preponderante nella dottrina ascetica di tutte le chiese orientali. La ritroviamo, tra gli altri, negli insegnamenti di Nilo il Sinaita (+ 430), poi in quelli di Giovanni Climaco all’inizio del VII secolo (570-640), e di Esichio di Batos (Sinai, VII o VIII secolo). L’importanza accordata all’hesychìa (tranquillità) si am­plifica progressivamente fino a raggiungere uno dei suoi vertici negli insegnamenti di Isacco ll Siro, vescovo di Ninive, verso la fine del VII secolo.

Gli elementi frammentari di questi insegnamenti furono rac­colti in una dottrina sistematica solo con l’arrivo di Simeone il Nuovo Teologo (1022) e poi di Gregorio il Sinaita, che li orga­nizzarono in una dottrina mistica di tipo specificamente bizan­tino. Gregorio il Sinaita, seguito dal discepolo Callisto che di­verrà patriarca di Costantinopoli, la introdusse al Monte Athos alla fine del XIII secolo e fece della preghiera continua una prati­ca mistica fondamentale nella tradizione bizantina, dopo aver raccolto la quasi totalità delle parole dei padri riferite a questo argomento, ordinandole, spiegandole e commentandole.

Con il soggiorno di Nil Sorskij al Monte Athos, nella seconda metà del XV secolo, si aprì una porta molto ampia per l’impian­tazione in Russia della preghiera continua. Tutta l’eredità orien­tale antica, con le sue ricchezze, si trovò trasferita ai padri russi che rivaleggeranno in ardore per applicarla con amore, fedeltà e devozione. Ormai, questa pratica occuperà un posto molto im­portante nella vita delle generazioni successive, come ci si può rendere conto leggendo i Racconti di un pellegrino russo.

Ma, lasciando il deserto d’Egitto, suo luogo d’origine, la pre­ghiera continua perse buona parte della sua semplicità originaria; chi la praticava nei primi secoli, viveva spontaneamente in profondità i suoi effetti spirituali senza esaminarne il come; ne raccoglieva i frutti senza che ciò suscitasse in lui ambizioni spirituali.

Questa forma di preghiera è dunque passata da un’umile pra­tica ascetica a una sistematizzazione mistica elaborata, provvista di discipline proprie, proprie condizioni, gradi e risultati. L’o­rante può prendere coscienza di tutto ciò ancor prima di cominciare a praticarla. Il che, naturalmente, non ha mancato di attri­buire al metodo una buona parte di complessità, accresciuta da una dannosa mancanza di naturalezza. Nondimeno, la preghiera continua ha sempre i suoi adepti e i suoi praticanti esperti e, su coloro che l’amano, non cessa di versare in abbondanza i suoi effetti benefici, le sue grazie e le sue benedizioni. L’autore stes­so confessa i benefici di questa preghiera per quanto lo riguarda personalmente.

Matta El Meskin
tratto da Matta El Meskin, L’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, pp. 257-262

«Cristo, offerta sacrificale data all’umanità»

Dopo averla santificata, lo Spirito santo ha reso Maria un “impasto di umanità” da cui ha ritagliato un’offerta sacrificale che il Figlio ha reso sua propria unendola alla sua divinità e che poi ha consegnata ai figli dei peccatori perché la innalzassero sulla Croce quale sacrificio per loro.

La sapiente Maria ha serbato per sé il mistero del sacrificio fino a che non è maturato il tempo dell’offerta. Poco prima dell’ora stabilità sembrava  dire a Cristo: “Mostrati!”.

E oggi, ci stringiamo attorno alla stalla e gioiamo dell’oblazione della nostra vita, la potenza del nostro sacerdozio attraverso la quale abbiamo ottenuto l’ardimento e l’audacia di avvicinarci al trono di Dio.

Matta El Meskin
(tratto da “Cristo, dono del Padre all’umanità”)

La paternità spirituale di padre Matta al-Miskin

matthew_poor.jpgAccanto alla parola di Dio e alla tradizione dei padri del deserto, in una fedeltà che si consolida e si rinnova giorno dopo giorno, c’è la figura del padre spirituale. Ancora oggi, benché provato dagli anni e dalla salute e costretto a vivere a una certa distanza dal monastero, Matta el Meskin non cessa di esercitare la sua paternità sull’intera comunità e sui singoli monaci. La sua giornata è scandita – come agli inizi del suo cammino monastico – tra preghiera e stesura di commentari biblici e testi spirituali, che vengono poi letti in comunità, ma sovente trascorre ore in ascolto di quanti cercano da lui quella parola di vita che non cessa di rinviarli a Cristo: lo si può vedere allora verso sera seduto sulla soglia della sua cella, mentre un altro monaco e seduto ai suoi piedi e un terzo, un quarto aspettano a una certa distanza.

L’unica regola per i monaci, infatti, e l’amore di Gesù crocifisso ed e questo spirito di amore che anima tutto. La funzione del padre spirituale è di discernere con chiarezza come ognuno dei suoi figli deve concretamente realizzarla. Egli è la regola vivente, che si adatta a ogni vocazione, che si rinnova costantemente e che percorre con ognuno dei suoi figli la strada verso Dio. Perciò il padre si ritira spesso: perché egli stesso deve vivere nello Spirito e rinnovarsi nello Spirito, affinché questi possa operare per mezzo di lui: non e infatti il padre spirituale che introduce i suoi figli nell’intimità di Dio, ma solo lo Spirito.

Il caro Wadid, il monaco che ci ha accolto con gioia già in occasione della nostra prima visita a San Macario e che da allora e rimasto legato a noi con la vicinanza e l’affetto di un fratello, ci disse: ”Abuna Matta si affida al Signore, perché tramandi ai suoi figli l’esperienza interiore del loro padre. Anche loro devono vivere nella libertà dello Spirito, perché dove è lo Spirito del Signore, là e la libertà (2Cor 3, I7). Questa libertà dei figli di Dio è la guida della nostra vita, e non un certo numero di regole fisse o di principi prestabiliti. E’ l’esperienza ci ha insegnato che questa vita interiore mossa dallo Spirito e sempre conforme alla dottrina dei padri del deserto e alla tradizione patristica e monastica”.

In questo modo la funzione del padre spirituale e nello stesso tempo discreta e di importanza vitale, perche egli è guidato dallo Spirito. Ricco della sua esperienza di cinquant’anni nel deserto, Abuna Matta aiuta ognuno dei suoi figli a riconoscere qual è la volonta di Dio su ciascuno. Egli e molto attento a non imporre la propria personalità agli altri, e nello stesso tempo ha cura che ognuno possa svilupparsi secondo la propria vocazione, in modo da essere guidato unicamente dalla luce interna dello Spirito. Questa diversità favorisce un’unitù più profonda: la condizione per questa unità e l’apertura e la fiducia di ciascun membro della comunita nel padre spirituale. Ciò suppone che il figlio apra il suo cuore al padre, ma anche che il padre parli al figlio con franchezza. Soltanto così si può trasmettere un’esperienza spirituale.

Il padre mette solo una condizione per chi vuole entrare nel monastero: “che abbia sentito almeno una volta battere il proprio cuore per amore di Dio”, o, come dice egli stesso: “Non metto nessuna condizione a chi vuol entrare nel monastero, chiedo semplicemente: ‘Ami il Signore?’, e se mi risponde: Sì, gli porgo un’altra domanda, più importante: ‘E senti che Gesù ti ama?’. Se anche a questa mi risponde: ‘Sì’, allora va bene perché è l’amore del Signore che ci ha uniti e che conduce giorno per giorno la nostra vita: l’ unico scopo della nostra vita è di sottometterci sempre alla volontà di Dio per amore verso di lui. La volontà di Dio la conosciamo attraverso la sacra Scrittura; la nostra occupazione principale e quindi di nutrirci della parola di Dio, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento”. Questa è la strada che egli stesso ha percorso: la chiamata di Dio, alla quale ha risposto incondizionatamente “Sì”, e la fame del Pane vivente di Dio.

E. Bianchi, prefazione a Matta al-Miskin, Comunione nell’amore, Qiqajon, pp. 11-13

3° anniversario della scoparsa di P. Matta al-Meskin

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20.9.1919 – 8.6.2006

prega per noi

Orgoglio ferito

Dobbiamo anche sapere che le tristezze esagerate e deprimenti, alle quali l’uomo si abbandona dopo aver peccato o inciampato, non sono che manifestazioni di un orgoglio ferito, di un’alta considerazione di sé e di una stima presuntuosa della propria volontà, le quali fanno sì che consideriamo la caduta indegna dell’alta idea che abbiamo di noi stessi e della forza della nostra volontà.  Cerchiamo allora di attirarci le consolazioni e gli incoraggiamenti ingannevoli della gente o del padre spirituale per medicare le piaghe del nostro orgoglio ferito.

La sana posizione dell’uomo di fronte alla caduta è la confessione dell’errore, il ricorso immediato alla conversione, insieme al perseguimento dello sforzo assiduo con l’intento di perfezionare l’abbandono della volontà personale e la sottomissione della propria anima al Signore.

 Padre Matta El Meskin
L’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, p.228

«Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica…la Parola»

laparolagiudica.jpgIl giudizio dell’Antico Testamento era la lapidazione. I giudei credevano che il Messia avrebbe giudicato in questo modo (ed esempio ne è la donna colta in flagrante – Gv 8:1-11). Il giudizio di Cristo era di un’altra natura. Cristo è venuto a giudicare attraverso la Parola: «Io sono la Luce del mondo» (Gv 8:12), «Le parole che vi dico sono spirito e vita» (Gv 6:63). Le parole di Cristo entrano nell’animo dell’uomo, e l’uomo giudica se stesso.

Cristo non è venuto a giudicare l’uomo dall’esterno, con un mezzo esteriore, ma gli dice “Parole di vita” che gli entrano nel cuore così che egli giudica se stesso. Questo è il giudizio di Cristo: Cristo è dentro di te, e tu giudichi te stesso. Non ti minaccia con un bastone aspettando di dartelo in testa: «E se uno ode le mie parole e non crede, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo». (Gv 12:47).  Io getto in te la Parola e tu giudichi te stesso: «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziata sarà quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno». (Gv 12:48) [...]

Nell’Antico Testamento l’adultera veniva lapidata. Nel Nuovo Testamento, invece, l’adultera è l’anima mia impura che io trascino davanti a Cristo ogni giorno, Lui che è capace di giustificarla, di perdonarla, di fortificarla perché non pecchi più.

Padre Matta El Meskin
(traduzione inedita di brani tratti dall’omelia
che Padre Matta El Meskin fece in occasione
del Nayruz [capodanno copto] del 1968)