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La vita nel suo senso più profondo, si riassume in due atti costanti di un’estrema semplicità: il primo è l’amore la cui sorgente è Dio, il secondo è l’adorazione, che è il proprium della creazione: “Dio è amore” (1Gv 4,16); “Io non sono che preghiera” (Sal 109,4). Questi due atti sono ininterrottamente costanti; così, Dio non cessa di amare la creazione e la creazione non cessa d’adorare Dio: “Vi dico, che se questi taceranno, grideranno le pietre” (Lc 19,40).
Tutti gli atti e le molteplici occupazioni della vita passeranno e scompariranno dopo averci valso condanna o ricompensa e resteranno soltanto questi due straordinari atti: l’amore di Dio per noi e la nostra adorazione di Dio. Non passeranno mai e rimarranno eternamente, perché Dio è felice d’amarci: “Ho posto le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Pr 8,31) e noi troviamo tutta la nostra felicità nell’adorazione di Dio.
Quest’adorazione è un’intuizione divina depositata da Dio al cuore della natura dell’uomo, affinché egli abbia la gioia d’adorare la sorgente della vera felicità. L’abbiamo toccato con mano, sperimentato e verificato tante e tante volte; abbiamo acquisito la certezza che la preghiera e l’adorazione sono fonti di felicità permanente.
C’è dunque un mezzo per condurre una vita d’adorazione e di preghiera ininterrotta, per mettere Dio al centro del nostro pensiero, per fare in modo che tutti i nostri atti e i nostri comportamenti gravitino intorno a lui, per vivere alla sua presenza dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina?
In realtà, quest’opera non è una cosa da poco; esige da parte nostra grande determinazione, perseveranza e molta attenzione. Non dimentichiamo però che, così facendo, realizziamo il vertice della volontà e del piano divini e che, di conseguenza, vi troveremo immancabilmente l’aiuto, l’amore e la guida di Dio.
Riassumiamo come segue la sostanza di quest’esercizio.
1. Gli obbiettivi della preghiera continua:
- Vivere sempre alla presenza di Dio.
- Associare Dio a tutte le nostre attività, a tutti i nostri pensieri e conoscere la sua volontà.
- Accedere a una vita di gioia, avvicinandoci alla fonte stessa della felicità: Dio, e gioire del suo amore.
- Acquisire un’alta conoscenza di Dio nel suo stesso essere.
- Praticare un felice distacco dalle cose di questo mondo, senza rimpiangere nulla.
2. Qualche indicazione sulla preghiera continua:
- Ravvivare il sentimento di essere alla presenza di Dio che vede tutto ciò che facciamo e sente tutto ciò che diciamo.
- Tentare di parlargli di tanto in tanto, con brevi frasi che traducano il nostro stato del momento.
- Associare Dio ai nostri lavori domandandogli di essere presente alle nostre attività, rendendone a lui conto dopo averle concluse, ringraziandolo in caso di riuscita, dicendogli il nostro rammarico in caso di fallimento, cercandone le ragioni: ci siamo forse allontanati da lui o abbiamo omesso di chiedere il suo aiuto?
- Cercare di percepire la voce di Dio attraverso i nostri lavori. Molto spesso egli ci parla interiormente ma non essendo attenti a lui, perdiamo l’essenziale dei suoi orientamenti.
- Nei momenti critici, quando riceviamo notizie allarmanti o quando siamo assillati, chiediamogli subito consiglio; nella prova egli è l’amico più sicuro.
- Non appena il cuore comincia a irritarsi e i sentimenti ad agitarsi, volgiamoci a lui per calmare la nefasta agitazione prima che invada il nostro cuore; invidia, collera, giudizio, vendetta, tutto ciò ci farà perdere la grazia di vivere alla sua presenza, perché Dio non può coabitare con il male.
- Tentare per quanto possibile di non dimenticarlo, tornando subito a lui, non appena i nostri pensieri sono colti in flagrante reato di vagabondaggio.
- Non intraprendere un lavoro o dare una risposta prima di aver ricevuto una sollecitazione da Dio. Questa diventa sempre meglio discernibile a misura della fedeltà del nostro cammino alla sua presenza e della nostra determinazione a vivere con lui.
3. Principi base per una vita di preghiera continua:
- Credi in Dio? Allora che Dio sia la base di tutti i tuoi comportamenti; con lui accogli tutto ciò che incontri nella vita, felicità o tristezza. Che la tua fede non cambi ogni giorno a seconda delle circostanze. Non lasciare che sia il successo ad aumentare la tua fede, né il fallimento, la perdita e la malattia a indebolirla o ad annientarla.
- Hai accettato di vivere con Dio? Allora, una volta per tutte, metti in lui tutta la tua fiducia e non cercare di indietreggiare o di battere in ritirata. Sii fedele a lui fino alla morte.
- Affidagli tutti i tuoi affari materiali e spirituali; egli è veramente in grado di reggerli tutti. Sappi che la vita con Dio sopporta tutto: malattia, fame, umiliazione… e non essere sorpreso se ti accadono queste cose; sii paziente e le vedrai trasformarsi e schierarsi dalla tua parte per il tuo maggior bene.
- Concentra il tuo amore su Dio e non permettere agli ostacoli di ridurlo; al contrario, accogli ogni sofferenza senza amarezza ma con dolcezza, a motivo di questo amore, perché il vero amore trasforma la sofferenza in felicità.
- Beati coloro che sono stati ritenuti degni di soffrire per il suo Nome. Ancora più beati coloro che desiderano sacrificarsi per amore del suo Nome.
Breve storia della preghiera continua
La preghiera continua è una disciplina spirituale particolare che impegna le facoltà interiori dell’anima e tocca centri precisi del cervello con lo scopo d’acquisire la calma interiore necessaria a pervenire a uno stato di veglia spirituale costante e di percezione permanente della presenza divina, accompagnata da un completo dominio dei pensieri e delle passioni. Costituisce l’opera spirituale più importante e più elevata che, condotta con successo, può farci raggiungere le vette della vita spirituale.
Questa forma di preghiera è già menzionata negli insegnamenti dei primi padri del deserto d’Egitto: Macario il Grande parla della recitazione costante del “dolce Nome di Gesù” e abba Isacco, discepolo di Antonio, fa un lungo elogio della ripetizione continua del versetto di un salmo. Entrambi hanno vissuto verso la fine del IV secolo e gli insegnamenti del secondo sono stati raccolti da Cassiano durante i suoi viaggi in Egitto.
Attraverso le parole di abba Isacco apprendiamo che questo metodo di preghiera, costitutivo di una delle tradizioni ascetiche più importanti tra quelle che i padri avevano ricevuto dai loro predecessori, “è un segreto che ci è stato rivelato da quei pochi padri appartenenti al buon tempo antico, ma che vivono tutt’ora; noi lo riveliamo a nostra volta a quel piccolo numero di anime che dimostrano una vera sete di conoscerlo”.
Quanto agli effetti di questa pratica sulle facoltà dell’anima e della mente, essi erano noti ai padri fin dall’inizio,come si deduce dalle parole di Isacco: “[Questa preghiera] esprime tutti i sentimenti di cui è capace la natura umana; conviene perfettamente a tutti gli stati e a ogni sorta di tentazione… Che l’anima (mens) ritenga incessantemente questa formula, cosicché, a forza di ripeterla, acquisti la capacità di rifiutare e allontanare da sé tutte le ricchezze rappresentate dai nostri molteplici pensieri”.
Fin da allora, cioè dal IV secolo, la preghiera continua si è diffusa in Egitto e in tutto l’oriente cristiano fino a occupare un posto preponderante nella dottrina ascetica di tutte le chiese orientali. La ritroviamo, tra gli altri, negli insegnamenti di Nilo il Sinaita (+ 430), poi in quelli di Giovanni Climaco all’inizio del VII secolo (570-640), e di Esichio di Batos (Sinai, VII o VIII secolo). L’importanza accordata all’hesychìa (tranquillità) si amplifica progressivamente fino a raggiungere uno dei suoi vertici negli insegnamenti di Isacco ll Siro, vescovo di Ninive, verso la fine del VII secolo.
Gli elementi frammentari di questi insegnamenti furono raccolti in una dottrina sistematica solo con l’arrivo di Simeone il Nuovo Teologo (1022) e poi di Gregorio il Sinaita, che li organizzarono in una dottrina mistica di tipo specificamente bizantino. Gregorio il Sinaita, seguito dal discepolo Callisto che diverrà patriarca di Costantinopoli, la introdusse al Monte Athos alla fine del XIII secolo e fece della preghiera continua una pratica mistica fondamentale nella tradizione bizantina, dopo aver raccolto la quasi totalità delle parole dei padri riferite a questo argomento, ordinandole, spiegandole e commentandole.
Con il soggiorno di Nil Sorskij al Monte Athos, nella seconda metà del XV secolo, si aprì una porta molto ampia per l’impiantazione in Russia della preghiera continua. Tutta l’eredità orientale antica, con le sue ricchezze, si trovò trasferita ai padri russi che rivaleggeranno in ardore per applicarla con amore, fedeltà e devozione. Ormai, questa pratica occuperà un posto molto importante nella vita delle generazioni successive, come ci si può rendere conto leggendo i Racconti di un pellegrino russo.
Ma, lasciando il deserto d’Egitto, suo luogo d’origine, la preghiera continua perse buona parte della sua semplicità originaria; chi la praticava nei primi secoli, viveva spontaneamente in profondità i suoi effetti spirituali senza esaminarne il come; ne raccoglieva i frutti senza che ciò suscitasse in lui ambizioni spirituali.
Questa forma di preghiera è dunque passata da un’umile pratica ascetica a una sistematizzazione mistica elaborata, provvista di discipline proprie, proprie condizioni, gradi e risultati. L’orante può prendere coscienza di tutto ciò ancor prima di cominciare a praticarla. Il che, naturalmente, non ha mancato di attribuire al metodo una buona parte di complessità, accresciuta da una dannosa mancanza di naturalezza. Nondimeno, la preghiera continua ha sempre i suoi adepti e i suoi praticanti esperti e, su coloro che l’amano, non cessa di versare in abbondanza i suoi effetti benefici, le sue grazie e le sue benedizioni. L’autore stesso confessa i benefici di questa preghiera per quanto lo riguarda personalmente.
Matta El Meskin
tratto da Matta El Meskin, L’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, pp. 257-262
Dopo averla santificata, lo Spirito santo ha reso Maria un “impasto di umanità” da cui ha ritagliato un’offerta sacrificale che il Figlio ha reso sua propria unendola alla sua divinità e che poi ha consegnata ai figli dei peccatori perché la innalzassero sulla Croce quale sacrificio per loro.
La sapiente Maria ha serbato per sé il mistero del sacrificio fino a che non è maturato il tempo dell’offerta. Poco prima dell’ora stabilità sembrava dire a Cristo: “Mostrati!”.
E oggi, ci stringiamo attorno alla stalla e gioiamo dell’oblazione della nostra vita, la potenza del nostro sacerdozio attraverso la quale abbiamo ottenuto l’ardimento e l’audacia di avvicinarci al trono di Dio.
Matta El Meskin
(tratto da “Cristo, dono del Padre all’umanità”)
Accanto alla parola di Dio e alla tradizione dei padri del deserto, in una fedeltà che si consolida e si rinnova giorno dopo giorno, c’è la figura del padre spirituale. Ancora oggi, benché provato dagli anni e dalla salute e costretto a vivere a una certa distanza dal monastero, Matta el Meskin non cessa di esercitare la sua paternità sull’intera comunità e sui singoli monaci. La sua giornata è scandita – come agli inizi del suo cammino monastico – tra preghiera e stesura di commentari biblici e testi spirituali, che vengono poi letti in comunità, ma sovente trascorre ore in ascolto di quanti cercano da lui quella parola di vita che non cessa di rinviarli a Cristo: lo si può vedere allora verso sera seduto sulla soglia della sua cella, mentre un altro monaco e seduto ai suoi piedi e un terzo, un quarto aspettano a una certa distanza.
L’unica regola per i monaci, infatti, e l’amore di Gesù crocifisso ed e questo spirito di amore che anima tutto. La funzione del padre spirituale è di discernere con chiarezza come ognuno dei suoi figli deve concretamente realizzarla. Egli è la regola vivente, che si adatta a ogni vocazione, che si rinnova costantemente e che percorre con ognuno dei suoi figli la strada verso Dio. Perciò il padre si ritira spesso: perché egli stesso deve vivere nello Spirito e rinnovarsi nello Spirito, affinché questi possa operare per mezzo di lui: non e infatti il padre spirituale che introduce i suoi figli nell’intimità di Dio, ma solo lo Spirito.
Il caro Wadid, il monaco che ci ha accolto con gioia già in occasione della nostra prima visita a San Macario e che da allora e rimasto legato a noi con la vicinanza e l’affetto di un fratello, ci disse: ”Abuna Matta si affida al Signore, perché tramandi ai suoi figli l’esperienza interiore del loro padre. Anche loro devono vivere nella libertà dello Spirito, perché dove è lo Spirito del Signore, là e la libertà (2Cor 3, I7). Questa libertà dei figli di Dio è la guida della nostra vita, e non un certo numero di regole fisse o di principi prestabiliti. E’ l’esperienza ci ha insegnato che questa vita interiore mossa dallo Spirito e sempre conforme alla dottrina dei padri del deserto e alla tradizione patristica e monastica”.
In questo modo la funzione del padre spirituale e nello stesso tempo discreta e di importanza vitale, perche egli è guidato dallo Spirito. Ricco della sua esperienza di cinquant’anni nel deserto, Abuna Matta aiuta ognuno dei suoi figli a riconoscere qual è la volonta di Dio su ciascuno. Egli e molto attento a non imporre la propria personalità agli altri, e nello stesso tempo ha cura che ognuno possa svilupparsi secondo la propria vocazione, in modo da essere guidato unicamente dalla luce interna dello Spirito. Questa diversità favorisce un’unitù più profonda: la condizione per questa unità e l’apertura e la fiducia di ciascun membro della comunita nel padre spirituale. Ciò suppone che il figlio apra il suo cuore al padre, ma anche che il padre parli al figlio con franchezza. Soltanto così si può trasmettere un’esperienza spirituale.
Il padre mette solo una condizione per chi vuole entrare nel monastero: “che abbia sentito almeno una volta battere il proprio cuore per amore di Dio”, o, come dice egli stesso: “Non metto nessuna condizione a chi vuol entrare nel monastero, chiedo semplicemente: ‘Ami il Signore?’, e se mi risponde: Sì, gli porgo un’altra domanda, più importante: ‘E senti che Gesù ti ama?’. Se anche a questa mi risponde: ‘Sì’, allora va bene perché è l’amore del Signore che ci ha uniti e che conduce giorno per giorno la nostra vita: l’ unico scopo della nostra vita è di sottometterci sempre alla volontà di Dio per amore verso di lui. La volontà di Dio la conosciamo attraverso la sacra Scrittura; la nostra occupazione principale e quindi di nutrirci della parola di Dio, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento”. Questa è la strada che egli stesso ha percorso: la chiamata di Dio, alla quale ha risposto incondizionatamente “Sì”, e la fame del Pane vivente di Dio.
E. Bianchi, prefazione a Matta al-Miskin, Comunione nell’amore, Qiqajon, pp. 11-13

20.9.1919 – 8.6.2006
prega per noi
Dobbiamo anche sapere che le tristezze esagerate e deprimenti, alle quali l’uomo si abbandona dopo aver peccato o inciampato, non sono che manifestazioni di un orgoglio ferito, di un’alta considerazione di sé e di una stima presuntuosa della propria volontà, le quali fanno sì che consideriamo la caduta indegna dell’alta idea che abbiamo di noi stessi e della forza della nostra volontà. Cerchiamo allora di attirarci le consolazioni e gli incoraggiamenti ingannevoli della gente o del padre spirituale per medicare le piaghe del nostro orgoglio ferito.
La sana posizione dell’uomo di fronte alla caduta è la confessione dell’errore, il ricorso immediato alla conversione, insieme al perseguimento dello sforzo assiduo con l’intento di perfezionare l’abbandono della volontà personale e la sottomissione della propria anima al Signore.
Padre Matta El Meskin
L’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, p.228
Il giudizio dell’Antico Testamento era la lapidazione. I giudei credevano che il Messia avrebbe giudicato in questo modo (ed esempio ne è la donna colta in flagrante – Gv 8:1-11). Il giudizio di Cristo era di un’altra natura. Cristo è venuto a giudicare attraverso la Parola: «Io sono la Luce del mondo» (Gv 8:12), «Le parole che vi dico sono spirito e vita» (Gv 6:63). Le parole di Cristo entrano nell’animo dell’uomo, e l’uomo giudica se stesso.
Cristo non è venuto a giudicare l’uomo dall’esterno, con un mezzo esteriore, ma gli dice “Parole di vita” che gli entrano nel cuore così che egli giudica se stesso. Questo è il giudizio di Cristo: Cristo è dentro di te, e tu giudichi te stesso. Non ti minaccia con un bastone aspettando di dartelo in testa: «E se uno ode le mie parole e non crede, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo». (Gv 12:47). Io getto in te la Parola e tu giudichi te stesso: «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziata sarà quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno». (Gv 12:48) [...]
Nell’Antico Testamento l’adultera veniva lapidata. Nel Nuovo Testamento, invece, l’adultera è l’anima mia impura che io trascino davanti a Cristo ogni giorno, Lui che è capace di giustificarla, di perdonarla, di fortificarla perché non pecchi più.
Padre Matta El Meskin
(traduzione inedita di brani tratti dall’omelia
che Padre Matta El Meskin fece in occasione
del Nayruz [capodanno copto] del 1968)
Il nemico perseguita la mia vita
schiaccia la mia vita fino a terra
mi fa abitare in luoghi tenebrosi
come i morti, morti per sempre. (Sal 143:3)
Durante la prova dell’aridità spirituale, la preghiera non è interrotta. Né del resto ci sono ragioni perché lo sia. L’anima, essendo rivolta con tutta la volontà verso Dio, non perde la sua capacità né la sua volontà di perseverare nella preghiera e nella lotta. L’aridità spirituale attiene soltanto all’interruzione della consolazione, del piacere e degli incoraggiamenti affettivi che accompagnavano la preghiera e da essa derivavano.
La tiepidezza spirituale tocca invece la volontà stessa; là, l’azione verte sull’atto stesso della preghiera e la capacità di perseverarvi. L’uomo sì alza per pregare e non trova né le parole della preghiera, né la forza per continuarla. E quando si siede per leggere, il libro nelle sue mani, secondo Isacco il Siro, è come se fosse di piombo e può restare aperto davanti ai suoi occhi un giorno intero senza ch’egli possa comprenderne una sola riga.
La mente si disperde, è incapace di concentrarsi e di comprendere il senso delle parole. Il desiderio di pregare è sempre là, ma la forza e la volontà mancano e, alla fine, è il desiderio stesso che rischia di essere coinvolto a sua volta; l’uomo non può né vuole pregare; si ritrova infelice e triste di questo stato di cose, al limite delle proprie risorse e incapace di risollevare le proprie sorti.
Se cerca di rientrare nell’intimo di se stesso, si perde rapidamente e non tocca il fondo del proprio essere, come se errasse lontano dall’essenziale della propria vita avendo smarrito l’ancora del proprio spirito. E se tenta di verificare sinceramente la propria fede e di misurarla nel proprio cuore, la trova priva di vitalità e pressoché inesistente.
Se bussa alla porta della speranza e tenta di avvicinarsi alle promesse divine che tanto amava e che erano la sua ragione di vita, trova la speranza indurita, intorpidita dalla freddezza del tempo presente e priva della volontà dì superarla.
L’avversario approfitta di queste circostanze propizie per colpire duro, cercando di convincere l’uomo del proprio fallimento, suggerendogli che i suoi sforzi e la sua fatica sono svaniti nel nulla, che tutto il suo cammino spirituale precedente non era né vero né corretto, bensì nient’altro che illusioni e false impressioni; poi infierisce sul suo pensiero perché arrivi a negare la vita spirituale in tutta la sua dimensione.
Ma in mezzo a tutte queste lotte opprimenti, l’anima percepisce, attraverso la cortina di fumo, che tutto ciò non è vero e che dietro alle tenebre c’è qualcosa. Sente anche che, suo malgrado, resta attaccata a Dio, il quale sembra averla abbandonata, lo adora quasi a sua insaputa, senza nemmeno volerlo. Una preghiera palpita ancora nelle sue profondità, lontano, molto lontano dalla mente e senza che la coscienza ne riceva la minima consolazione né la minima assicurazione.
E quando l’avversario tenta di sferrare il colpo fatale per indurre l’anima a negare la propria fede o la propria speranza, non trova alcuna risposta concreta; l’anima sembra spingersi nella direzione dell’avversario fin dove questi desidera, fino ai limiti dell’errore, ma gli è impossibile passare dal pensiero all’azione, perché in quel momento la volontà si desta come un leone che si sveglia bruscamente e fa fuggire i malefici sciacalli. Dietro alla tiepidezza spirituale persiste quindi un rapporto con Dio, che non agisce, ma è presente e forte, molto più forte di tutte le elucubrazioni del demonio; dorme, svegliandosi soltanto nell’imminenza del pericolo.
Questo rapporto potente resta tuttavia nascosto all’anima ed è inutile tentare di persuaderla della sua esistenza per rassicurarla; a questa prova l’anima deve fare fronte da sola.
Ma, dopo la vitalità, l’ardore e lo zelo immenso vissuti fino ad allora, la tristezza profonda e prolungata dell’anima che si affligge per lo stato al quale essa è giunta è insieme il segno manifesto e la prova tangibile che l’anima rimane nel campo di Dio, che continua, senza saperlo, il suo retto cammino, guidata da una mano che non vede e portata da una forza che non sente.
Chi percorre il cammino di Dio non s’immagina che il trasalimento della fede che ha palpitato un giorno in fondo al suo cuore, illuminandolo del fuoco di Dio e infiammando la sua intera vita d’amore e di zelo, possa ritrarsi da tali profondità e lasciarlo improvvisamente così vuoto da fargli pensare di esserlo realmente.
Ma l’uomo non deve necessariamente sempre percepire o sentire la luce di Dio e il suo calore. Esse sono perennemente all’opera nella luce e nell’oscurità della vita, nel freddo e nel caldo, nella felicità e nella tristezza.
Il cammino spirituale non si misura unicamente in base ai periodi di luce, di calore, di felicità e di attività visibilmente utili; i tempi di arresto e di oscurità che avvolgono l’anima, la tristezza che opprime il cuore, il freddo che paralizza ogni movimento dei sentimenti spirituali, anche tutto questo fa parte integrante del cammino spirituale irto e stretto.
Il nostro modo di agire di fronte a circostanze che sembrano contrastanti, dolorose e mortificanti, definisce la nostra attitudine a proseguire il cammino fino a riportare la vittoria.
I motivi della tiepidezza spirituale
Non è sconsideratamente che Dio permette questa prova dell’anima. Ci sono varie ragioni che l’obbligano a sottomettere l’anima a un simile genere di esperienze per correggerne la valutazione delle cose spirituali, raddrizzarne il cammino sul percorso in salita e rinvigorirne la fede nelle cose invisibili.
La tiepidezza spirituale educatrice dell’anima ambiziosa
L’anima ambiziosa che si preoccupa del proprio progresso si sforza di accelerare il ritmo oltre la propria capacità di resistenza e più di quanto converrebbe alla sua situazione. Rivendica una maggior conoscenza di quella che le è effettivamente necessaria e più di quanta non richieda la sua vera statura. Con il pretesto di una grande fede si comporta con una sorta di arroganza spirituale e forza gli ambiti delle conoscenze superiori, scrutando la luce senza che una sufficiente capacità di giudizio e il sostegno di un’esperienza autentica ve l’abilitino. Il risultato è l’inevitabile arresto del suo progresso.
Se questo arresto pare logicamente normale, a causa dell’emorragia di energia spirituale e della sproporzione tra il potenziale della “fede” e la rapidità della promozione in quei pericolosi ambiti superiori, rimane comunque vero che il motivo principale è l’intervento della misericordia divina, della sua sollecitudine e della sua compassione nei confronti dell’anima. Dio la priva dell’attitudine a elevarsi, così che non rischi d’issarsi al di sopra delle sue capacità d’equilibrio e di resistenza e, di conseguenza, di cadere e sfracellarsi. La tiepidezza in questo caso è una salvaguardia della vita dell’anima: la preserva dall’orgoglio spirituale che la condurrebbe a subire la sorte dei costruttori della torre di Babele.
Qui la tiepidezza è utile all’anima perché la libera definitivamente dalla propria ambizione. Arresta il suo interesse per i falsi progressi di una volontà ingannata dal desiderio di magnificare l’io. L’anima è rinviata ai livelli inferiori dei principianti e, occupata dal proprio cordoglio e dal dispiacere, dalla precarietà del proprio stato e dalla perdita delle sue gloriose speranze, si astiene dal fare pericolose ascensioni. Ritorna brancolante al punto di partenza, nell’abbassamento e nell’umiltà che, molto più dei prodigi e delle alte contemplazioni, sono i migliori garanti della sua salvezza.
I sintomi di questo genere di tiepidezza spirituale, la cui causa è l’ambizione dell’anima, sono un’eccessiva tristezza e il dispiacere che invadono l’anima. Tristezza e dispiacere che rappresentano il segno del successo della delicata operazione che Dio ha effettuato all’interno dell’anima per custodirla nell’umiltà.
La tiepidezza spirituale mira a correggere la concezione che abbiamo dei nostri rapporti con Dio
Quando l’anima si dedica alla lotta spirituale, all’assiduità nelle preghiere e alla minuziosa osservanza delle altre pratiche spirituali, può giungere ad avere la sensazione che simili attività e assiduità condizionino il suo rapporto con Dio. Ha allora l’impressione che, a motivo della perseveranza e della fedeltà alle preghiere, essa meriti di essere amata da Dio e di diventare sua figlia. Ma Dio non vuole che l’anima devii su questo falso cammino che, in realtà, l’allontanerebbe definitivamente dall’amore gratuito dì Dio e dalla vita con lui. E la priva così anche di quell’energia e quell’assiduità che rischierebbero di provocare la sua perdita.
Non appena Dio ritira dall’anima quelle capacità che le aveva gratuitamente offerto quali prove del suo amore, cioè l’energia e l’assiduità alle opere spirituali, essa si ritrova priva di forze, incapace di condurre una qualsiasi attività spirituale ed è messa a confronto con la stupefacente verità che continua a rifiutare e a ritenere altamente improbabile: Dio, nella sua paternità e nel suo amore, non ha bisogno delle nostre preghiere e delle nostre opere.
All’inizio, l’uomo sì scontra con l’idea che la paternità dì Dio si è certamente allontanata da lui in seguito all’arresto della preghiera, e con quella che Dio ha abbandonato l’anima e l’ha trascurata perché le sue opere e la sua perseveranza non erano all’altezza del suo amore. L’anima tenta invano di distogliersi dal proprio annichilimento e dal lutto per riprendere la propria attività, ma le sue decisioni finiscono tutte in fumo.
In seguito, a poco a poco, l’anima comincia a comprendere che la grandezza di Dio non deve essere misurata in base ai criteri della futilità dell’uomo; che la sua paternità spirituale eminentemente superiore ha accettato di adottare i figli della polvere a motivo della sua infinita tenerezza e dell’immensità della sua grazia, e non in cambio delle opere dell’uomo e dei suoi sforzi; che la nostra adozione da parte di Dio è una verità che ha la propria sorgente in Dio e non in noi stessi, una verità sempre presente, che persiste – nonostante la nostra impotenza e il nostro peccato – nella testimonianza della bontà di Dio e della sua generosità.
In questo modo, la tiepidezza spirituale porta queste anime a rivedere fondamentalmente la loro concezione dì Dio e la loro valutazione dei rapporti spirituali che legano l’anima a Dio. La loro concezione dello sforzo e dell’assiduità nelle opere spirituali ne viene profondamente mutata. Non vengono più ritenute prezzo dell’amore di Dio e della sua paternità, ma risposte al suo amore e alla sua paternità.
I sintomi di questo genere di tiepidezza spirituale sono quelle sconcertanti domande che l’uomo sì pone ogni giorno nel corso di una simile esperienza: Dio mi ha abbandonato? Lo ha fatto a causa del mio peccato? Ho irritato la sua paternità con la mia negligenza e la mia pigrizia? Dio mi ha dimenticato perché la mia preghiera non gli è gradita?
Ma, mentre coloro che sono colpiti dalla tiepidezza spirituale a causa della loro ambizione sono dolorosamente toccati unicamente per l’interruzione della preghiera, coloro che lo sono a causa di una errata comprensione dell’amore di Dio e della sua paternità sono angosciati, non per l’arresto della preghiera, ma per la presunta perdita della loro identità di figli di Dio, della sua fiducia e del suo amore. L’aridità e lo sconforto aumentano man mano che aumentano la paura e l’angoscia finché, alla fine, non sì manifesta la verità e i legami d’amore e di filiazione riprendono e sì consolidano al dì là di ogni riferimento alle opere dell’uomo.
In realtà, la paura che si prova durante l’esperienza della tiepidezza spirituale è la prova più manifesta della fedeltà filiale dell’anima a Dio, fedeltà della quale l’anima non è certa, perché rimane nell’angoscia finché, alla fine, riceve l’assicurazione che la paternità dì Dio sì dispiega su di lei nonostante tutto e al dì sopra di tutto.
La tiepidezza spirituale mira a rafforzare la fede in Dio al di là del sensibile
È possibile che l’uomo sia al massimo della felicità e della pace perché la sollecitudine di Dio ne soddisfa tutti i bisogni materiali con la sua provvidenza, manifestata a tutti i livelli, e con la sua protezione tangibile in tutte le circostanze. L’uomo sì sente rassicurato, sa di essere nelle mani dì Dio, custodito e protetto dalla sua premura. La sua fiducia e la sua fede in Dio aumentano e si rafforzano sulla base di prove materiali evidenti e tangibili.
Poi Dio sospende improvvisamente tutti gli aiuti visibili, cessa la sua tangibile protezione e ritira la sollecitudine visibile all’uomo; una dopo l’altra le tribolazioni cominciano a colpire l’anima che si ritrova scoperta davanti ai suoi avversari, esposta a ogni assalto, a ogni maldicenza, a ogni scherno, non soltanto da parte di avversari visibili, ma anche da parte dell’avversario invisibile, autore dì tutti i mali e dì tutte le disgrazie. Le preoccupazioni esteriori cominciano a mischiarsi alle pene interiori, tanto che l’uomo si stupisce della quantità e della varietà dei colpi. All’inizio pensa che tutto ciò sia soltanto un fenomeno passeggero, che la nube sì allontanerà presto e la vita ritroverà la calma e la stabilità dì sempre. Ma ecco che la violenza delle tribolazioni aumenta e si complicano le situazioni che le rendono inammissibili e inconcepibili. Allora, distrutto, incapace di comprendere, l’uomo si lascia cadere nella polvere! Che cosa è accaduto? Perché è successo tutto questo? Dove si va, verso quale fine?
L’uomo rientra in se stesso, pensando di trovarvi un raggio dì speranza per riprendere la sua vita precedente; non trova che rovine su rovine e un’anima straziata da mille prove. Non si tratta più soltanto di tiepidezza, dì aridità o di perdita delle consolazioni, è la perdita totale del sentimento spirituale, anch’esso costruito su false valutazioni; la miseria, la rivolta, la perplessità, la bestemmia e il terrore invadono l’anima in seguito agli errori che la colpiscono; essa tenta di controbattere alle bestemmie che sgorgano dalle profondità del suo essere e non trova la forza di replicarvi; tenta dì condannare il male e le atrocità che il demonio le mette in testa, ma non può che contemplarle e lasciarsi trascinare da esse, come prigioniera dì ogni sbaglio, di ogni peccato. L’anima si ferma infine sull’orlo della disperazione totale.
Ma ciò che veramente costerna l’anima non sono le sue perdite e i suoi fallimenti, l’arresto della preghiera e dello sforzo, la paura dell’abbandono di Dio, ma il sentimento che Dio stesso sia diventato per lei un avversario che si compiace del suo dolore, della sua tristezza e delle sue lacerazioni!
Questa prova, portata all’estremo, la si ritrova nelle tribolazioni dì Giobbe. Ciò che lo indusse alla perplessità, non furono le perdite enormi di tutti i suoi beni e dei suoi figli, le piaghe che ricoprivano il suo corpo, gli scherni di tutti coloro che gli si avvicinavano e perfino di sua moglie, ma il fatto di immaginare che, nella sua immensa sciagura, Dio lo trascurasse, gli fosse divenuto ostile e si rallegrasse del suo male!
Ma io non terrò chiusa la bocca,
parlerò nell’angoscia del mio spirito,
mi lamenterò nell’amarezza del mio cuore!
Sono io forse il mare oppure un mostro marino,
perché tu mi metta accanto una guardia?
Quando io dico: “Il mio giaciglio mi darà sollievo,
il mio letto allevierà la mia sofferenza”,
tu allora mi spaventi con sogni
e con fantasmi mi atterrisci…
Io mi disfaccio … Lasciami …
non mi lascerai inghiottire la saliva? …
Perché m’hai preso a bersaglio
e ti son diventato di peso?
Le saette dell’Onnipotente mi stanno infitte,
sì che il mio spirito ne beve il veleno
e terrori immani mi si schierano contro!
Perché non cancelli il mio peccato
e non dimentichi la mia iniquità?
Egli con una tempesta mi schiaccia,
moltiplica le mie piaghe senza ragione,
non mi lascia riprendere il fiato,
anzi mi sazia di amarezze.
Sono stanco della mia vita!
Parlerò nell’amarezza del mio cuore
fammi sapere perché mi sei avversario.
È forse bene per te opprimermi? …
Sazio d’ignominia come sono
ed ebbro di miseria…
tu come un leopardo mi dai la caccia
e torni a compiere prodigi contro di me,
su di me rinnovi i tuoi attacchi
contro di me aumenti la tua ira.
Allontana da me la tua mano
e il tuo terrore più non mi spaventi
perché mi nascondi la tua faccia
e mi consideri come un nemico?
Io grido a te, ma tu non rispondi,
insisto ma tu non mi dai retta,
Tu sei un duro avversario verso di me
e con la forza delle tue mani mi perseguiti.
Ma se vado in avanti egli non c’è,
se vado indietro non lo sento.
A sinistra lo cerco e non lo scorgo,
mi volgo a destra e non lo vedo.
Giobbe era sincero nel descrivere i propri sentimenti, ma si sbagliava quando diceva che il Signore l’aveva abbandonato; il Signore, in realtà, non era lontano da Giobbe, e tutte le perdite che lui aveva subito, le tribolazioni e le prove che l’avevano colpito non potevano essere ritenute prove dell’abbandono di Dio! Allo stesso modo, non dobbiamo mai ritenere che i benefici, gli aiuti, la sollecitudine e la protezione dì Dio per l’uomo siano prove dell’approvazione di Dio e basi valide per fondarvi la nostra fede e la nostra speranza.
I colpi che Giobbe ha subito non riescono all’inizio a farlo desistere dalla sua perfezione, ma quando sente, a torto, che anche Dio l’abbandona, che è contro di lui, l’equilibrio della sua fede vacilla; in questo, in realtà, consiste la finalità profonda della prova di Giobbe e il suo terribile segreto. Attraverso la prova di Giobbe, Dio ha voluto proclamare a ogni uomo che la fede deve sopportare periodi d’abbandono, siano pure penosi, angoscianti e deprimenti. La fede deve sollevarsi al di sopra di ogni abbandono e far sì che l’uomo mantenga la propria fiducia in Dio, nella sua misericordia e nella sua sollecitudine, nonostante le tribolazioni che attraversa.
Questo genere di prova è in verità il più duro; è il vertice delle esperienze purificatrici dell’anima, paragonabile alla morte stessa che l’uomo non può attraversare se non accompagnato dall’ineffabile sollecitudine dell’Onnipotente, perché l’anima, in preda alla tristezza e alla depressione, arriva come Giobbe ad augurarsi la morte:
Oh, mi accadesse quello che invoco,
e Dio mi concedesse quello che spero!
Volesse Dio schiacciarmi,
tendere la mano e sopprimermi!
Qual è la mia forza perché io possa durare,
o quale la mia fine, perché prolunghi la mia vita?
La mia forza è forza di macigni?
La mia carne è forse di bronzo?
Ogni soccorso mi è precluso?
Se mi corico, dico: “Quando mi alzerà?”.
Sono innocente? Non lo so neppure io,
detesto la mia vita!
Sono stanco della mia vita!
Tacerò, pronto a morire.
Tuttavia, in mezzo a tutto ciò, per l’uomo messo alla prova non tutti gli sguardi di speranza verso la misericordia di Dio sono ormai perduti. Nemmeno sull’orlo della disperazione cessa di ricercare Dio nell’attesa della grande e meravigliosa liberazione. Più pesante è la prova, più grande è la trasparenza dell’anima che gli permette di penetrare con lo sguardo la trascendenza dell’Eterno, l’immensità del suo amore e della sua fedeltà all’anima umana. I dolori passati non sono più che delle scaglie cadute dagli occhi dell’anima: questa comincia a ricostruire la propria fede, non più sulla base dei benefici temporali, né sulla protezione e la sollecitudine manifeste, né sui segni tangibili e le prove ragionevoli, ma su “la fede, fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11,11).
Poiché egli conosce la mia condotta,
se mi prova al crogiolo come oro puro io ne esco.
Alle sue orme si è attaccato il mio piede,
al suo cammino mi sono attenuto e non ho deviato;
dai comandi delle sue labbra non mi sono allontanato.
Voglio solo difendere davanti a lui la mia condotta!
Questo mi sarà pegno di vittoria.
Io lo so che il mio Vendicatore è vivo
e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
Dopo che questa mia pelle sarà distrutta,
senza la mia carne vedrò Dio.
Io lo vedrò, io stesso,
i miei occhi lo contempleranno non da straniero.
Per la vita di Dio, che mi ha privato del mio diritto,
per l’Onnipotente che mi ha amareggiato l’animo,
finché ci sarà in me un soffio di vita,
e l’alito di Dio nelle mie narici,
mai le mie labbra diranno falsità
e la mia lingua mai pronuncerà menzogna…
fino alla morte non rinuncerò alla mia integrità. (Gb 23,10-12; 13,15-16; 19,25-27; 27,2-5).
Così, immancabilmente, ogni anima che avrà amato Cristo sarà giustificata. E per quanta sia stata l’amarezza delle prove spirituali che avrà attraversato, continuerà a percepire il destino che le è riservato, e seguirà il proprio cammino malgrado le sue ferite, tenendo lo sguardo fisso su Cristo e interrogandolo, come una sposa abbandonata, con una fiducia inamovibile nell’amato che l’ha riscattata con il proprio sangue.
Sì, la fiducia può subire delle eclissi, ma non è perduta; la fede può arrestarsi, ma non sparisce; l’amore può essere sommerso e non farsi più vedere, ma rimane nella profondità dell’essere pronto a sgorgare nuovamente, alla fine della prova, con forza invincibile.
Estratto da Matta El Meskin, L’ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA, Qiqajon.
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