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Il pentimento (Matta El Meskin)

L'igumeno Matta El Meskin

L’umanità si è rallegrata per i primordi della fede ed è stata ravvivata dal martirio come sigillo della fede: adesso attende ancora un’epoca di pentimento che sarà una delle età spirituali più fiorenti e per nulla meno gioiosa e rigogliosa delle epoche precedenti, a condizione che il pentimento sia vissuto autenticamente.

Il pentimento non è altro che una seconda vittoria della fede e una nuova testimonianza. Il ritorno alla fede accolta un tempo è una gioia quasi più grande della prima adesione. Pensate alla gioia della vedova dopo che ha trovato la dracma perduta (Lc 15,8-10); pensate al pastore che si rallegrava più per aver ritrovato la sua pecora smarrita che non per la certezza di avere le altre novantanove nell’ovile (Lc 15,4-7). Il Signore ci insegna che il ritorno in seno a Cristo di un uomo che si pente ha una forza e un onore pari alla gioia di avere un intero ovile, cioè un’intera chiesa.

Dio ha voluto accordare al pentimento il doppio di onore, di felicità, di gaudio e di gioia, in modo che un peccatore non fosse scoraggiato o timoroso di tornare in braccio a Cristo, che la gloria della croce potesse prevalere sull’infamia del peccato e che la mitezza di Dio, sempre pronta a giustificare l’empio, fosse glorificata. Anche se un peccatore che si pente potrà difficilmente essere notato dal mondo, la Bibbia afferma che il cielo intero accoglie con gioia il pentimento di un peccatore e si rallegra quando un uomo viene giustificato. Il pentimento è la più grande delle opere di cui l’umanità può essere fiera, perché chi si pente risponde al potere che Dio ha di perdonare e di giustificare e ottiene, mediante la contrizione, il frutto della croce e la santificazione da parte di Dio. Pensate: un uomo che si pente può, con la sua contrizione, rallegrare i cieli e il cuore di Dio!

Quando i santi percepirono l’onore riservato al pentimento e alla contrizione – onore originariamente spettante ai peccatori, agli adulteri e agli indolenti -, lo carpirono per se stessi e si sottoposero con serietà e avvedutezza alla severa disciplina del pentimento, come se fossero loro gli indolenti. così la gente ha finito col pensare che il pentimento fosse l’opera dei santi e la contrizione quella dei giusti!

Quanto a noi miserabili, pensiamo che sia la nostra giustizia a introdurci presso Dio e che la nostra virtù, l’erudizione, il culto, lo zelo ci garantiscano la comunione con le cose celesti. Non ci capacitiamo che “tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui dobbiamo rendere conto” (Eb 4,13), che non abbiamo nulla di buono per avvicinarci a Dio: “Nessuno è giusto, nemmeno uno” (Rm 3,10), e che “come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia” (Is 64,5).

Se solo avessimo conosciuto che Cristo è venuto per “giustificare l’empio” Rm 4,5) e per chiamare “mia diletta quella che non era la diletta” (Rm 9,25); se solo fossimo sicuri di questo, rinunceremmo immediatamente a tutta la nostra giustizia, a tutta la nostra falsa pietà, a ogni ostentazione forzata, e le deporremmo all’istante come cose empie e non giudicheremmo i nostri peccati come troppo gravi per essere lavati dal sangue di Cristo e la nostra impurità come un carico troppo pesante per il suo amore.

Non è nostro compito giustificare gli empi, non possiamo farlo: questa è un’azione divina, una capacità soprannaturale che resta incomprensibile per noi. È la ricchezza del cielo che è stata versata con il sangue di Cristo nei nostri cuori; è la ricchezza del dono e della generosità totale; è la benevolenza di Dio unita a una compassione e a un amore sovrabbondanti, al punto che è stata sopraffatta dal suo stesso sentimento e non ha avuto pietà di se stessa, ma ha immolato se stessa sulla croce a favore della miseria dei peccatori.

Giustificare l’empio è un mistero divino, uno dei più profondi misteri della salvezza. Ci sarebbe sufficiente credere soltanto che Dio è capace di giustificare l’empio: questa nostra fede sarebbe considerata giustizia di per sé, senza tener conto se ci siamo avvicinati a Dio come persone empie convinte di dover essere giustificate in virtù della potenza di Dio di giustificare e santificare; se questo avvenisse, ci sprofonderebbe immediatamente nell’incomprensibile mistero di salvezza.

Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori! Sì, il peccatore! Il peccatore non è altro che un ammasso di immondezza unita a lussuria, malvagità, vanità e alla penosa esperienza della dissolutezza. Proprio il peccatore, ripugnante a se stesso e a gli altri, è la causa della venuta di Cristo nel mondo.

Il peccatore che avverte dentro di sé l’assoluta mancanza, a causa del peccato, di ciò che è santo, puro e grande, il peccatore che appare ai propri occhi nel buio più totale, separato dalla speranza della salvezza, dalla luce della vita e dalla comunione dei santi, proprio lui è l’amico che Gesù ha invitato a tavola e che è andato a cercare lungo le siepi, è lui l’amico al quale è stato chiesto di essere l’invitato alle nozze di Cristo e l’erede di Dio. Dio ha promesso di non ricordare nessuno dei suoi peccati ma di lasciarli cadere nell’oblio, come una nube d’estate è assorbita dallo splendere del sole. Non è forse per lui che Cristo ha crocifisso se stesso e ha sopportato la miseria e l’abbandono?

Il meraviglioso potere di Cristo, quale Dio che redime e ama fino alla morte, non può essere assolutamente percepito o sperimentato se non nella persona del peccatore gettato a terra e ripudiato da tutti. Senza il peccatore non siamo in grado di capire l’amore di Cristo, né di misurarne la profondità, né questo amore divino può manifestarsi in un’azione ne riveli la qualità straordinaria. L’amore divino raggiunge la massima considerazione ai nostri occhi quando perveniamo a conoscerlo nella sua condiscendenza verso di noi proprio mentre noi siamo caduti in una condizione miserevole.

Per amore del peccatore sono stati svelati i misteri dell’amore di Dio ed è stata aperta a noi la ricchezza di Cristo, quella ricchezza che è offerta gratuitamente e che né oro né argento possono acquistare. Quanto è grande la povertà del peccatore! Solo l’estrema miseria del peccatore, infatti, fa sgorgare la ricchezza di Cristo, con una fiducia simile a quella di un bambino affannato che succhia il latte al seno della madre.

Cristo non arricchisce mai chi è ricco, né sfama chi è sazio, né giustifica chi è giusto, né redime chi confida in se stesso, né insegna a un erudito! La sua ricchezza è solo per il povero e il bisognoso, per chi è scartato, per chi è disprezzabile e sciagurato anche ai propri occhi; il cibo abbondante di Cristo è per l’affamato, la sua giustizia per i peccatori, il suo braccio forte per chi è caduto, la sua sapienza per i bambini e per quanti si considerano piccoli. Chiunque è povero, affamato, peccatore, caduto o ignorante è l’ospite di Cristo.

Cristo è disceso dalla gloria del suo regno alla ricerca di coloro che sono nell’abisso profondo, di coloro che hanno raggiunto il massimo grado di miseria, di perdizione e di oscurità abominevole, di coloro che non hanno più speranza in se stessi. In loro si manifesta il suo potere d’azione e la potenza del suo essere Dio, quando il suo amore immolato si precipita a tirar fuori il peccatore dal pantano e dal letamaio e si affretta ad aspergere e lavare con il santo sangue ogni membro contaminato.

In persone di questo tipo è glorificata la giustizia di Dio; in esse egli trova un terreno per la compassione, la misericordia e la tenerezza, e nelle anime di coloro che sono disprezzati e scartati la sua umiltà trovo conforto, poiché nell’essere condiscendente verso di loro egli trova un’opera degna della sua mitezza.

Oh, se soltanto i peccatori sapessero di essere l’opera di Dio e la gioia del suo cuore! “Siamo opera delle sue mani” (Ef 2,10). Se il peccatore fosse sicuro che la sua condizione agli occhi di Dio è sempre stata tra le preoccupazioni dell’Onnipotente ed è stata presa in considerazione fin dall’eternità, e che la mente di Dio di è data pensiero nel corso dei secoli del uso ritorno, e che i cieli e quanto contengono restano in attesa della sua conversione, allora non si vergognerebbe mai di se stesso, non disprezzerebbe la propria possibilità di conversione, non rimanderebbe il suo ritorno.

Se solo il peccatore sapesse che tutte le sue trasgressioni, le sue colpe e le sue infermità non sono altro che il motivo della compassione, della remissione e del perdono di Dio, e che per quanto grandi e atroci possano essere, non potranno mai disgustare il cuore di Dio, né estinguerne la misericordia, né ostacolare – neanche per un solo istante – il suo amore! Se solo il peccatore sapesse questo, allora non si aggrapperebbe mai al suo peccato né cercherebbe nell’isolamento da Dio un velo per impedire alla sua vergogna di vedere il volto di Cristo, quel volto che sta cercando di dimostrargli l’amore che nutre per lui e che lo sta chiamando!

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Sul peccato e la penitenza (Matta El Meskin)

La straordinaria potenza di Cristo, quale Dio che redime e ama fino alla morte, può essere percepita e sperimentata solamente dal peccatore prostrato a terra, rinnegato da tutti.

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Il peccato non ha più diritto di esistenza e di cittadinanza all’interno della nostra nuova natura. Esso è divenuto come una macchia su un vestito: viene tolta in un batter d’occhio nel momento stesso in cui il peccatore si pente e cerca il volto di Dio. Cristo, infatti, per detergere la sozzura del corpo, non ha portato soltanto acqua, ma acqua e sangue: prima lava con acqua le ferite sanguinanti del peccato che ha squarciato il cuore e la coscienza dell’uomo, poi somministra all’uomo dosi pure del suo sangue vivificante perché si ridesti dallo svenimento mortale, risorga e torni a vivere.

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La fiducia nella capacità di Cristo di salvare dai peccati dai quali siamo più di altri dominati e dalle situazioni più tremendamente disperate, deve essere una fiducia perfetta, totale e forte nella sua persona, senza troppo pensare, senza dialogare con il demonio, senza guardare alla debolezza della propria volontà e della carne, senza calcolare costi e perdite. La fiducia in Cristo deve essere perfetta come Cristo, forte come Cristo, sicura come Cristo.

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Se il micidiale odio per il peccato fa tutt’uno con il rimorso e il pentimento, la letizia per la santità di Cristo e per l’effetto espiatorio del suo sangue rispetto alle colpe e ai peccati rappresenta la luce gioiosa sulla via del pentimento che preserva il peccatore dal guardarsi indietro e lo protegge contro l’illusorio terrore della morte (cioè di non essere più accetto davanti a Dio).

Matta El Meskin
igumeno (1919-2006)
dal libro “Pentirsi”

L’uomo vecchio che lotta contro l’uomo nuovo (Matta El Meskin, commento a Rm 7,22-8,2)

Infatti acconsento nel mio intimo [l'uomo nuovo spirituale] alla legge di Dio, ma nelle mie membra [l'uomo vecchio] vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente [la legge dell'uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità] e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra (Rm 7,22-23)

Ecco la situazione più lacerante che il cristiano affronta! Dopo che ha ottenuto la creazione spirituale dell’uomo nuovo, ecco che la legge della vecchia carne, cioè le passioni, i desideri e le antiche abitudini dell’uomo vecchio, continuano ad agire e a perseguitare l’uomo nuovo al fine di “incatenare” l’essere umano e imporgli il peccato. A questo punto l’Apostolo Paolo si ferma perplesso e sconcertato, ed emette un grido: “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rm 7,24).

Ma lo sguardo di fede dell’Apostolo Paolo si chiarisce; comprende che Dio non l’ha abbandonato alla tirannia della vecchia carne con le sue abitudini e i suoi vizi che vogliono trascinarlo a forza verso il peccato. Egli ci ha dato per mezzo di Gesù Cristo un aiuto, creato in noi dal suo Spirito, a partire dal suo stesso corpo di Risorto, con il quale ha vinto il peccato e abolito la morte e la legge. Tale è l’uomo nuovo creato in noi “secondo Dio, nella giustizia e nella santità della verità”. Egli si comporta secondo la legge dello Spirito e di Cristo. E la giustizia che pratica in vista della santità e della verità non appartiene all’ordine delle virtù, ma della natura nuova, nutrita dalla grazia di Dio. Qui Paolo ha compreso il mirabile equilibrio acquisito dall’uomo, attraverso la sua fede in cristo: di fronte all’uomo vecchio con le abitudini che lo dominano e i vizi che soggiogano le facoltà umane e le trascinano verso il peccato, si erge ormai l’uomo nuovo, creato a partire dalla natura stessa del Risorto, dallo Spirito di Dio, a immagine del suo Creatore nella giustizia e nella santità della verità. Quest’uomo nuovo trionfa nell’opera di Dio in vista della giustizia, della santità e della verità. ِAbolisce così il dominio della vecchia carne con le sue vane suggestioni.

Ecco come l’Apostolo Paolo descrive questa situazione:

Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io dunque, con la mente [l'uomo nuovo che governa l'intelligenza spirituale], servo la legge di Dio, con la carne invece la legge del peccato (Rm 7,25).

E qual è il risultato?

Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù [tramite la fede e il battesimo] (Rm 8,1).

Perché? L’Apostolo stesso fornisce la risposta:

Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù [quella stessa legge secondo la quale è stato creato in noi l'uomo nuovo spirituale] mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte (Rm 8,2).

Notiamo qui che “mi ha liberato” è la contropartita di “mi rende schiavo della legge del peccato” (Rm 7,23). Questa liberazione dalla legge del peccato non si è prodotta grazie alle opere umane, ma per un dono gratuito di Dio che ci ha rivestiti dell’uomo nuovo guidato dalla legge dello Spirito della vita. Nella misura in cui il vecchio corpo con i suoi difetti, le sue abitudini e la sua antica connivenza con il peccato aveva il potere d’”incatenarmi alla legge del peccato”, ecco che la legge dello Spirito di vita nel Cristo Gesù (la grazia), stabilità in me insieme all’uomo nuovo, ha acquistato un potere superiore a quello del vecchio corpo, per liberarmi radicalmente dalla legge del peccato e della morte.

Questo significa che Dio ha deposto in noi, con la fede e il battesimo, questo nuovo corpo dotato di capacità spirituali nuove e superiori, per neutralizzare l’influenza e l’arroganza dell’uomo vecchio in noi, non  tanto dal punto di vista di ciò che percepiamo o sentiamo, quanto dal punto di vista di Dio, della sua immensa giustizia e della sua grande misericordia.

Matta El Meskin
tratto da Il cristiano: nuova creatura, Qiqajon, pp.60-62.

«Perdonate affinché il Padre vostro vi perdoni» (Mc 11,25)

«Perdonate affinché il Padre vostro che è nei cieli vi perdoni» (cfr. Mc 11,25). Qui il baratto è impari. Infatti noi perdoniamo cose di poco conto mentre Dio perdona peccati talmente orrendi da far tremare le montagne. Nel momento in cui il Signore ci ha comandato di perdonare i peccati degli altri, in realtà ci ha messo davanti alla nostra realtà: per poter perdonare agli altri, infatti, dobbiamo sentire il nostro bisogno del perdono. Questo bisogno di perdono fungerà da propulsore, da impegno perché noi correggiamo la nostra vita e la nostra relazione con Dio. Questa è la metania, il pentimento: è difficilissimo perdonare gli altri quando sono carico di peccati.

Per perdonare gli altri devo rientrare in me stesso davanti a Dio, scoprirmi davanti a Lui e chiedere il perdono per me. Infatti, non sarò in grado di perdonare gli altri se non quando ho una stima corretta dei miei peccati. Allora riuscirò a perdonare gli altri o a considerare i loro errori cosa da niente. Ma chi non ha ponderato bene il proprio peccato alla luce di Dio e della Grazia considererà gli errori degli altri come giganteschi e imperdonabili. “Ma come si permette?” dirà, “Pensa che io sia il suo schiavo? Sono forse più piccolo di lui? Io sono diventato monaco prima di lui, sono sacerdote prima di lui! Come si permette di parlarmi così? Ancora non deve nascere quello che può dirmi cose simili” ecc. Un peccato gigantesco e imperdonabile malgrado il fatto che se si guardasse bene ci si troverebbe davanti a una cosa futile.

Eppure questa stessa persona, quando gli occhi gli si apriranno sui suoi peccati, si metterà a chiedere perdono per loro davanti a Dio, capirà la gravità dei suoi peccati e dirà: “Che insensato che sono stato! Ma cosa mi era successo? Non mi ha detto niente, mi è solo sembrato!”. Rientrando in noi stessi per misurare i nostri peccati saremo in grado di perdonare gli altri.

Matta El Meskin
omelia inedita, Quaresima 1990

I malesseri spirituali che indeboliscono la preghiera (Matta al-Miskin)

1. Immergere i sensi in maniera incontrollata nella mondanità, nel divertimento, nello scherzo, nel riso e nelle chiacchiere inutili su argomenti morti, privi come sono di qualsivoglia legame con la nostra salvezza. Trascurare ciò che è di Dio.

«Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Giac 4,4);

2. Abituarsi a pettegolare – sia attivamente che passivamente, con il semplice ascolto – e a condannare gli altri. La rabbia, il mormorio, la critica eccessiva, il rancore per gli altri per le loro opere, le loro parole o i loro atteggiamenti senza aver timore verso Dio.

«Non condannate per non essere condannati» (Mt 7,1);

3. Immergersi nel iperattivismo, soprattutto se non ci è richiesto. Ogni lavoro va bene, se viene dopo aver cercato il regno di Dio. Inoltre far di tutto per perdere tempo può indicare che stiamo scappando dal confrontarci, nella preghiera, davanti a Dio, con il vero volto della nostra anima. Questo comportamento può essere considerato alla stregua di una disubbidienza mascherata verso Dio e rivela una debolezza nella fede.

«Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni» (Ger 3,22);

4. Immergersi nelle passioni del ventre e dell’impudicizia in tutte le sue forme mentali e sensibili per soddisfare il proprio piacere. Scaricando l’energia emotiva per soddisfare i piaceri del corpo, al nostro spirito non resta alcuna forza per mettersi davanti a Dio. Inoltre, la stessa audacia dello spirito viene a mancare venendosi ad addensare sul conscio e sull’inconscio un grande sentimento di vergogna che mette a tacere la nostra preghiera. D’un tratto, è come se fossimo stati derubati della forza della fede che svanisce a causa, da un lato, della bravura del Nemico e, dall’altra, del nostro consenso. E sentiamo di aver rattristato il Santissimo Spirito di Dio;

5. Cercare di abbandonare tutti questi e altri peccati senza tagliare le loro radici: l’amore per il mondo, l’amore per il corpo, l’amore per il piacere fisico, l’autoindulgenza, il dare la colpa agli altri (e questa è la peggiore di tutte le radici). Tutte queste cose creano in noi, a poco a poco, una sorta di disperazione. Se l’uomo si blocca alla fermata della disperazione – quel buco nero che ha inghiottito milioni di persone – e si accontenta, si convince che non serve a nulla tentare ancora e che non vi è alcuna speranza di compiere una metania attiva e forte grazie alla quale possa scrollarsi di dosso tutte le illusioni e le menzogne che il demonio ha seminato nel suo cuore spacciandole per verità, allora l’uomo entrerà, di sua spontanea volontà, nell’ombra della morte dalla quale scompare il sole della vita, i suoi raggi e la sua gioia e finisce per accontentarsi di vivere nella debolezza – debolezza della fede e della preghiera – malgrado tutta la potenza divina sia a sua disposizione.

In Cristo, l’uomo può sconfiggere tutte le cose impossibili, persino la morte stessa.

Matta al-Miskin
(La fede per principianti)

«Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò»

Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo (Gv 6,14-15)

Ancora oggi il mondo, i governi, le chiese continuano a volere fare di Gesù il loro re personale. Insistono perché Cristo sia solo il loro re, che li vendichi dell’ingiustizia degli altri e li renda vittoriosi sui forti e i prepotenti. Le crociate in nome di Cristo furono compiute sotto il segno della croce, incisa sugli stendardi e sulle spade. I crociati presero davvero Gesù per farLo re, un re condottiero che combatte con la spada e la lancia, che uccide e distrugge i nemici. Stessa cosa accade con l’Inquisizione, tribunali di morte in cui si aizzava il fuoco contro i credenti che non sottostavano al potere dei papi di allora. Tutto questo fu fatto in nome di Cristo che i successori degli imperatori romani fecero loro proprio re, a Roma, perché sottomettesse il mondo ai loro piedi. Ancora oggi, ogni chiesa pretende che Cristo la renda vittoriosa su tutti gli altri, in qualità di re appartenente solo a essa, difendendola e vendicandola [...]

Perciò il cuore di Cristo era angosciato e triste per quei galilei che avevano smarrito la via di Dio e della vera salvezza. Non riuscivano più a vedere in Cristo la sua essenza di Salvatore e Redentore. Dopo il miracolo [della moltiplicazione dei pani e dei pesci], Cristo non poté far altro che sparire dalla loro vista e “ritirarsi tutto solo”.

Ancora oggi, Cristo si rifiuta di essere un sovrano razzista e dogmatico, di un solo popolo, di un solo credo. Si rifiuta di essere uno strumento per rendere facile la vita naturale o per assicurare le gioie terrene. Cristo è, infatti, «Signore per la gloria di Dio Padre» (Fil 2,11). Tutti i miracoli di Cristo sono per la gloria del Padre la quale non si rivela se non quando le persone si amano e si perdonano reciprocamente. Le parole di Cristo «Ti ho glorificato sulla Terra» (Gv 17,4), significano che Egli ha dato se stesso in sacrificio d’amore per tutti. Cristo appartiene al mondo intero, per conto e gloria del Padre celeste.

Matta El Meskin
Esegesi del Vangelo secondo San Giovanni, pp.406-407

Nell'anniversario della scomparsa di padre Matta al-Miskin

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20.9.1919 – 8.6.2006

Per l’occasione vi proponiamo tutto ciò che Natidallospirito.com ha pubblicato di Matta al-Miskin sinora.

+ La preghiera continua e la preghiera di Gesù
+ La speranza in Cristo

+ L’obbedienza del Figlio e l’amore del Padre
+ Egli è…noi siamo
+ Il pane della vita
+ Intervista ad abuna Matta al-Miskin (1978) (video)
+ «Chi dite che Io sia?»
+ La tiepidezza spirituale
+ «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica…la Parola»
+ Orgoglio ferito
+ La paternità spirituale di padre Matta al-Miskin
+ «Cristo, offerta sacrificale data all’umanità»