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Matta el Meskin citato da papa Francesco… ancora!

Oggi 21/12/2019, papa Francesco ha citato per la seconda volta un testo di padre Matta el Meskin, sempre nell’ambito del suo discorso annuale di auguri natalizi alla Curia Romana. La prima volta fu nel 2016 quando concluse la sua prolusione con le parole di abba Matta. Si rimanda al breve articolo scritto in quell’occasione.

Stavolta, con una citazione di padre Matta inaugura il suo discorso. La citazione è tratta dall’antologia italiana di testi natalizi “L’umanità di Dio”, pubblicata da Qiqajon. Il testo originale in arabo si intitola Mīlād al-masīḥ wa-milād al-’insān (“Nascita di Cristo e nascita dell’uomo”).

Dice papa Francesco:

Anche quest’anno il Signore ci offre l’occasione di incontrarci per questo gesto di comunione, che rafforza la nostra fraternità ed è radicato nella contemplazione dell’amore di Dio rivelatosi nel Natale. Infatti, «la nascita di Cristo – ha scritto un mistico del nostro tempo – è la testimonianza più forte ed eloquente di quanto Dio abbia amato l’uomo. Lo ha amato di un amore personale. È per questo che ha preso un corpo umano al quale si è unito e lo ha fatto proprio per sempre. La nascita di Cristo è essa stessa una “alleanza d’amore” stipulata per sempre tra Dio e l’uomo»[1].

Nel video, che si può vedere qui, si vede papa Francesco cercare la nota a piè pagina e poi dire: “Così Matta el Meskin” (il testo è letto dal minuto 6’48’’ a 7’21’’).

Qui il testo integrale del suo discorso.

Segue la meditazione integrale di padre Matta el Meskin da cui papa Francesco ha tratto la sua citazione. In grassetto il brano citato.

Natale, alleanza d’amore

tra Dio e gli uomini

Malgrado la grotta fosse così buia e così umile, sappiamo come gli angeli, accompagnati da una moltitudine dell’esercito celeste, immersi nella luce che da essa emanava, intonavano in cielo il cantico di gloria a quel Dio che, nella sua straordinaria umiltà, ha elevato l’uomo alla sua altezza. Così vediamo come Cristo, mentre era ancora un piccolo neonato nella culla, sia riuscito ad allargare la sfera della sua nascita e la portata della sua incarnazione. Guardate come sia riuscito a raccogliere intorno a sé, nelle sue prime ore di vita, i saggi venuti dalla lontanissima Persia e i poveri pastori, che nel freddo inverno palestinese trovarono riposo e consolazione.

Da allora, attraverso le immagini della sua umiltà che sono rimaste impresse nei cuori di coloro che lo amano, Cristo non ha smesso di attirare milioni di persone, generazione dopo generazione, per comporre il suo grande corpo che presenterà, a suo tempo, a Dio suo Padre. Cristo non è nato senza difficoltà, pianti e sofferenze. Nacque in inverno, nella stagione in cui la natura è più dura. Chissà se le parole rivolte un giorno ai suoi discepoli: “Pregate che ciò non accada d’inverno” (Mc 13,17), non echeggiassero un ricordo rimasto da qualche parte nel suo inconscio. Fu come se, nascendo, Cristo fosse già stato crocifisso dalla natura trovando come luogo dove far riposare il suo corpo fragile e tenero solo un mucchietto di paglia ruvida in una mangiatoia fatta di fango.

Eppure, nello stesso modo, assistiamo alla nascita dell’umanità nell’inverno di relazioni umane gelate, della crudeltà dell’uomo verso i suoi simili, della mancanza di sincerità, dell’assenza di misericordia, di gravi conflitti razziali, di sentimenti di estraniamento persino dalle proprie terre. Tutto avviene in una lunghissima notte in cui i popoli oppressi e oppressori attraversano insieme le doglie del parto, mentre l’umanità si dibatte sotto il fardello dei suoi istinti scatenati che rendono la rinascita più penosa e dolorosa. Ecco il mondo intero entrare di nuovo in un lungo inverno di doglie. Ma ora deve prendere coscienza della casa delle sue sofferenze. La sofferenza del mondo, infatti, non viene per caso. È certamente una sofferenza che porterà a un rinnovamento. Il mondo deve prenderne coscienza, accettarla e comprendere da dove proviene per capire dove porterà. Deve svestire il suo vecchio modo di pensare, razzista, classista e sciovinista, preparandosi a indossare il pensiero di Cristo, trattando tutti da fratelli. Solo così la pace regnerà davvero sulla terra e ogni uomo proclamerà la gloria di Dio.

La nascita di Cristo è un enorme avvenimento divino che ha abbracciato la terra e tutte le generazioni degli uomini. Esso è capace non solo di svegliare chi dorme rispetto alla ricerca della salvezza ma anche di risuscitare i morti putrefatti nei loro peccati! La nascita di Cristo è la testimonianza più forte ed eloquente di quanto Dio abbia amato l’uomo. Lo ha amato di un amore personale. È per questo che ha preso un corpo umano al quale si è unito e l’ha fatto suo proprio per sempre. La nascita di Cristo è essa stessa un’“alleanza d’amore” stipulata per sempre tra Dio e l’uomo. Dio si è impegnato a Betlemme nel corpo da lui assunto, che non abbandonerà mai, in un’unione con noi che supera ogni comprensione e ogni logica. È un’alleanza che sancisce la grande riconciliazione e l’unione indissolubile tra divino e umano. Con questa nascita divina e verginale è stata inaugurata un’era di intimità e di affetto straordinaria tra Dio e ogni singolo uomo. Si tratta di un tale livello di intimità che è eguagliato soltanto dalla relazione tra due amanti. Dio ne ha parlato un giorno, rivolgendosi a Cristo come se, in lui, si rivolgesse all’umanità intera, a ogni uomo: “Tu sei il mio Figlio, l’ amato, nel quale mi sono compiaciuto” (Mc 1,11).

La nascita di Cristo è, dunque, un’alleanza d’amore stipulata da Dio con ogni uomo, un attestato di un incredibile abbassamento sottoscritto da Dio a Betlemme, nella persona di Gesù Cristo. In lui, Dio è disposto ad abbassarsi tutte le volte chiamando l’uomo all’amore e all’unione con lui. Nascendo, Cristo non ha offerto un modello temporaneo di amore che unì Dio a noi a Betlemme e che sarebbe finito con il compiersi del Natale. Si tratta, invece, di uno spazio divino aperto, illimitatamente, a tutti gli uomini e che non smetterà di restare aperto fino a che “tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato … perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro” (Gv 17,21.26).

 

[1] Matta El Meskin, L’umanità di Dio, Qiqajon-Bose, Magnano 2015, 170-171.

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