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Quaresima e le cattive abitudini (Matta el Meskin)

La Quaresima è un periodo nel quale appartarsi per incontrare Dio. La Chiesa lo ha stabilito imitando il Signore Gesù il quale, tornato dal Giordano, dopo essere stato battezzato, si inoltrò nel deserto da solo in un isolamento totale dal mondo che durò quaranta giorni. In quei giorni, pregò lottando contro il demonio e non mangiò nulla.

In verità la Chiesa ci offre in questa santa stagione il clima spirituale necessario e adatto mediante le letture, le melodie e le omelie per entrare in questo ritiro interiore e in questo isolamento del cuore rispetto al mondo per incontrare prima con noi stessi e poi Dio. 

Come incontrare noi stessi? È difficile per noi incontrare noi stessi ponendoci nei nostri riguardi in un confronto rivelativo se continuiamo a praticare la nostra vita quotidiana secondo la solita routine mangiando fino a sazietà, senza smettere di chiacchierare, occupandoci di cose secondarie e insignificanti, cercando svaghi, informazione, passeggiate, visite e dormendo. È necessario dunque, durante il digiuno, ridurre ai minimi termini ciò che è futile per poter avere l’occasione di compiere un ritiro interiore.

Ci confronteremo all’inizio con l’inevitabile difficoltà di diminuire il cibo, le parole, le uscite e le ore di sonno. Ma dobbiamo riconoscere fin da subito che questa difficoltà è dovuta a due cause: 1. l’abitudine, e vincerla è facile; 2. il grande desiderio dell’anima di sfuggire questo isolamento per paura di dover affrontare la propria verità peccaminosa, volendo continuare a vivere nella dissolutezza e a godere del peccato. Questo è un aspetto che necessità di grande severità e risolutezza. Bisogna stare bene attenti alle scuse inconsistenti e menzognere che ci diremo in continuazione per sfuggire al ritiro e al digiuno. Se riusciamo a vincere le nostre abitudini e a vivere con severità, risolutezza e attenzione di fronte alle scuse e ai giochetti dell’anima; se riusciamo a trovare occasioni per stare tranquilli, ritirati e in preghiera, riusciremo veramente a ottenere le benedizioni della santa quaresima e a predisporci a raccoglierne i frutti. I frutti del ritirarsi e dell’affrontare l’anima sono numerosi. I due più importanti sono:

  1. Scopriamo la perdita che abbiamo subito a causa della negligenza, della trascuratezza e della pigrizia nella nostra vita spirituale. Questa trascuratezza è il risultato di una mancanza di serietà del nostro modo di intendere la vita e dal nostro rifuggire le occasioni di solitudine e di preghiera.

Scopriremo da soli e senza bisogno di prediche quanto la negligenza, la trascuratezza, la pigrizia e il rifuggire la solitudine abbiano rovinato la nostra vita e ci abbiano fatto perdere molte occasioni di crescita spirituale facendoci anche cadere nella dissolutezza, nel peccato e abbassando la qualità della nostra vita.

Ma la cosa più pericolosa che producono la negligenza e la trascuratezza nella preghiera e la pigrizia spirituale e che colpiscono il cuore e induriscono la mente è l’illusione erronea che va a intaccare il nostro pensiero e la nostra volontà. Iniziamo allora a ritenere di essere incapaci di cambiare noi stessi o che i nostri tentativi sono inutili. La negligenza e pigrizia si infiltrano, vanificandolo, ogni tentativo di cambiamento e di rinnovamento.

Per questo la scoperta all’inizio del ritiro, quando iniziamo a metterci di fronte a noi stessi e a esaminarci, di questo stato di svogliatezza e di pigrizia è una dei risultati più grandi di questa solitudine volontaria e uno dei frutti più desiderati del santo digiuno. È come uno sradicare la radice velenosa che, poco per volta, nutre di negligenza la nostra vita spirituale inducendo in noi una perdita di fiducia in noi stessi e in Dio. È questa radice che, lentamente, paralizza la nostra lotta con il passare del tempo fino a farci giungere alla disperazione. La disperazione a cui ci fa giungere la negligenza e l’indolenza è terreno di satana che si diverte a scorrazzarci in lungo e in largo dissipando ogni nostra speranza, e dunque la nostra salvezza.

  1. Scopriamo l’errore e la deviazione rispetto alla meta spirituale per la quale viviamo. Ogni deviazione nel cammino verso la meta può ostacolarci e gettarci in problemi, in confusione o in illusioni capaci di rendere la nostra via, alla fine, un vicolo cieco malgrado l’apparenza di riuscita con cui ci mostriamo alla gente. Più ci è chiara la meta più ci è facile procedere sulla via. Più siamo fedeli alla nostra meta più è la nostra fiducia e la nostra speranza, il nostro coraggio e la nostra forza.

Noi non abbiamo e non possiamo avere altra meta se non Cristo stesso. Cristo è la nostra meta: per lui viviamo e moriamo, come dice il profeta Isaia: “Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. Di notte anela a te l’anima mia, al mattino dentro di me il mio spirito ti cerca” (Is 26,8-9). Se la meta della nostra vita non è Cristo, con massima chiarezza, fedeltà del cuore e della volontà, allora nostra meta diventerà il mondo, l’ego, la sua arroganza, il suo orgoglio, i conti bancari, la lode della gente. È allora che il nostro cammino sarà smascherato e la via si farà tortuosa. Scoprirò che la mia volontà è divenuta più importante per me della volontà di Dio. Il nostro desiderio non si rivolgerà più a Dio ma alla mia dignità, alla mia forza, ai miei soldi. Non troveremo più piacevole sottometterci ai servi di Dio o asservire il nostro ego per la salvezza degli altri. Al contrario, vedrò tutto in funzione di me stesso. È infatti me stesso a essere la mia meta e non più Cristo.

Se dunque riusciamo a scoprire il nostro sbandamento rispetto alla meta della nostra vita, avremo raccolto il secondo frutto della solitudine, frutto dolcissimo e inestimabile perché ci aiuterà a cambiare la vita non importa quanto ci costerà. Anzi, qualora si rendesse necessario, saremo disposti a rigettarla e allontanarla da noi senza essere dispiaciuti della sua riuscita apparente e menzognera. Come fece sant’Isacco, vescovo della grande Ninive, il quale, quando scoprì di aver smarrito la meta, si ritirò nei deserti come anacoreta portando salvezza a se stesso e centinaia di migliaia di persone nel corso dei secoli.

tratto da: Matta el Meskin, Ritrovare la strada, Qiqajon, Magnano 2017, pp. 133-136.

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