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La tiepidezza spirituale (di Matta El Meskin)

pregare2.jpgIl nemico perseguita la mia vita
schiaccia la mia vita fino a terra
mi fa abitare in luoghi tenebrosi
come i morti, morti per sempre. (Sal 143:3)

Durante la prova dell’aridità spirituale, la preghiera non è interrotta. Né del resto ci sono ragioni perché lo sia. L’anima, essendo rivolta con tutta la volontà verso Dio, non perde la sua capacità né la sua volontà di perseverare nella preghiera e nella lotta. L’aridità spirituale attiene soltanto all’interruzione della consolazione, del piacere e degli incoraggiamenti affettivi che accompagnavano la preghiera e da essa derivavano.
La tiepidezza spirituale tocca invece la volontà stessa; là, l’a­zione verte sull’atto stesso della preghiera e la capacità di perse­verarvi. L’uomo sì alza per pregare e non trova né le parole della preghiera, né la forza per continuarla. E quando si siede per leg­gere, il libro nelle sue mani, secondo Isacco il Siro, è come se fosse di piombo e può restare aperto davanti ai suoi occhi un giorno intero senza ch’egli possa comprenderne una sola riga.
La mente si disperde, è incapace di concentrarsi e di com­prendere il senso delle parole. Il desiderio di pregare è sempre là, ma la forza e la volontà mancano e, alla fine, è il desiderio stesso che rischia di essere coinvolto a sua volta; l’uomo non può né vuole pregare; si ritrova infelice e triste di questo stato di co­se, al limite delle proprie risorse e incapace di risollevare le pro­prie sorti.
Se cerca di rientrare nell’intimo di se stesso, si perde rapida­mente e non tocca il fondo del proprio essere, come se errasse lontano dall’essenziale della propria vita avendo smarrito l’an­cora del proprio spirito. E se tenta di verificare sinceramente la propria fede e di misurarla nel proprio cuore, la trova priva di vitalità e pressoché inesistente.
Se bussa alla porta della speranza e tenta di avvicinarsi alle promesse divine che tanto amava e che erano la sua ragione di vita, trova la speranza indurita, intorpidita dalla freddezza del tempo presente e priva della volontà dì superarla.
L’avversario approfitta di queste circostanze propizie per col­pire duro, cercando di convincere l’uomo del proprio fallimento, suggerendogli che i suoi sforzi e la sua fatica sono svaniti nel nulla, che tutto il suo cammino spirituale precedente non era né vero né corretto, bensì nient’altro che illusioni e false impressio­ni; poi infierisce sul suo pensiero perché arrivi a negare la vita spirituale in tutta la sua dimensione.
Ma in mezzo a tutte queste lotte opprimenti, l’anima perce­pisce, attraverso la cortina di fumo, che tutto ciò non è vero e che dietro alle tenebre c’è qualcosa. Sente anche che, suo malgrado, resta attaccata a Dio, il quale sembra averla abbandonata, lo adora quasi a sua insaputa, senza nemmeno volerlo. Una preghiera palpita ancora nelle sue profondità, lontano, molto lon­tano dalla mente e senza che la coscienza ne riceva la minima consolazione né la minima assicurazione.
E quando l’avversario tenta di sferrare il colpo fatale per in­durre l’anima a negare la propria fede o la propria speranza, non trova alcuna risposta concreta; l’anima sembra spingersi nella di­rezione dell’avversario fin dove questi desidera, fino ai limiti dell’errore, ma gli è impossibile passare dal pensiero all’azione, perché in quel momento la volontà si desta come un leone che si sveglia bruscamente e fa fuggire i malefici sciacalli. Dietro alla tiepidezza spirituale persiste quindi un rapporto con Dio, che non agisce, ma è presente e forte, molto più forte di tutte le elucubrazioni del demonio; dorme, svegliandosi soltanto nell’imminenza del pericolo.
Questo rapporto potente resta tuttavia nascosto all’anima ed è inutile tentare di persuaderla della sua esistenza per rassicurar­la; a questa prova l’anima deve fare fronte da sola.
Ma, dopo la vitalità, l’ardore e lo zelo immenso vissuti fino ad allora, la tristezza profonda e prolungata dell’anima che si af­fligge per lo stato al quale essa è giunta è insieme il segno mani­festo e la prova tangibile che l’anima rimane nel campo di Dio, che continua, senza saperlo, il suo retto cammino, guidata da una mano che non vede e portata da una forza che non sente.
Chi percorre il cammino di Dio non s’immagina che il trasa­limento della fede che ha palpitato un giorno in fondo al suo cuore, illuminandolo del fuoco di Dio e infiammando la sua in­tera vita d’amore e di zelo, possa ritrarsi da tali profondità e la­sciarlo improvvisamente così vuoto da fargli pensare di esserlo realmente.
Ma l’uomo non deve necessariamente sempre percepire o sen­tire la luce di Dio e il suo calore. Esse sono perennemente all’o­pera nella luce e nell’oscurità della vita, nel freddo e nel caldo, nella felicità e nella tristezza.
Il cammino spirituale non si misura unicamente in base ai pe­riodi di luce, di calore, di felicità e di attività visibilmente utili; i tempi di arresto e di oscurità che avvolgono l’anima, la tristez­za che opprime il cuore, il freddo che paralizza ogni movimento dei sentimenti spirituali, anche tutto questo fa parte integrante del cammino spirituale irto e stretto.
Il nostro modo di agire di fronte a circostanze che sembrano contrastanti, dolorose e mortificanti, definisce la nostra attitu­dine a proseguire il cammino fino a riportare la vittoria.

I motivi della tiepidezza spirituale

Non è sconsideratamente che Dio permette questa prova dell’anima. Ci sono varie ragioni che l’obbligano a sottomettere l’a­nima a un simile genere di esperienze per correggerne la valuta­zione delle cose spirituali, raddrizzarne il cammino sul percorso in salita e rinvigorirne la fede nelle cose invisibili.

La tiepidezza spirituale educatrice dell’anima ambiziosa

L’anima ambiziosa che si preoccupa del proprio progresso si sforza di accelerare il ritmo oltre la propria capacità di resistenza e più di quanto converrebbe alla sua situazione. Rivendica una maggior conoscenza di quella che le è effettivamente necessaria e più di quanta non richieda la sua vera statura. Con il pretesto di una grande fede si comporta con una sorta di arroganza spiri­tuale e forza gli ambiti delle conoscenze superiori, scrutando la luce senza che una sufficiente capacità di giudizio e il sostegno di un’esperienza autentica ve l’abilitino. Il risultato è l’inevita­bile arresto del suo progresso.
Se questo arresto pare logicamente normale, a causa dell’e­morragia di energia spirituale e della sproporzione tra il poten­ziale della “fede” e la rapidità della promozione in quei perico­losi ambiti superiori, rimane comunque vero che il motivo prin­cipale è l’intervento della misericordia divina, della sua solleci­tudine e della sua compassione nei confronti dell’anima. Dio la priva dell’attitudine a elevarsi, così che non rischi d’issarsi al di sopra delle sue capacità d’equilibrio e di resistenza e, di conse­guenza, di cadere e sfracellarsi. La tiepidezza in questo caso è una salvaguardia della vita dell’anima: la preserva dall’orgoglio spirituale che la condurrebbe a subire la sorte dei costruttori della torre di Babele.
Qui la tiepidezza è utile all’anima perché la libera definitiva­mente dalla propria ambizione. Arresta il suo interesse per i falsi progressi di una volontà ingannata dal desiderio di magnificare l’io. L’anima è rinviata ai livelli inferiori dei principianti e, oc­cupata dal proprio cordoglio e dal dispiacere, dalla precarietà del proprio stato e dalla perdita delle sue gloriose speranze, si astie­ne dal fare pericolose ascensioni. Ritorna brancolante al punto di partenza, nell’abbassamento e nell’umiltà che, molto più dei prodigi e delle alte contemplazioni, sono i migliori garanti della sua salvezza.
I sintomi di questo genere di tiepidezza spirituale, la cui causa è l’ambizione dell’anima, sono un’eccessiva tristezza e il dispia­cere che invadono l’anima. Tristezza e dispiacere che rappresen­tano il segno del successo della delicata operazione che Dio ha effettuato all’interno dell’anima per custodirla nell’umiltà.

La tiepidezza spirituale mira a correggere la concezione che abbiamo dei nostri rapporti con Dio

Quando l’anima si dedica alla lotta spirituale, all’assiduità nelle preghiere e alla minuziosa osservanza delle altre pratiche spirituali, può giungere ad avere la sensazione che simili attivi­tà e assiduità condizionino il suo rapporto con Dio. Ha allora l’impressione che, a motivo della perseveranza e della fedeltà al­le preghiere, essa meriti di essere amata da Dio e di diventare sua figlia. Ma Dio non vuole che l’anima devii su questo falso cammino che, in realtà, l’allontanerebbe definitivamente dall’a­more gratuito dì Dio e dalla vita con lui. E la priva così anche di quell’energia e quell’assiduità che rischierebbero di provocare la sua perdita.
Non appena Dio ritira dall’anima quelle capacità che le aveva gratuitamente offerto quali prove del suo amore, cioè l’energia e l’assiduità alle opere spirituali, essa si ritrova priva di forze, incapace di condurre una qualsiasi attività spirituale ed è messa a confronto con la stupefacente verità che continua a rifiutare e a ritenere altamente improbabile: Dio, nella sua paternità e nel suo amore, non ha bisogno delle nostre preghiere e delle no­stre opere.
All’inizio, l’uomo sì scontra con l’idea che la paternità dì Dio si è certamente allontanata da lui in seguito all’arresto della pre­ghiera, e con quella che Dio ha abbandonato l’anima e l’ha tra­scurata perché le sue opere e la sua perseveranza non erano all’altezza del suo amore. L’anima tenta invano di distogliersi dal proprio annichilimento e dal lutto per riprendere la propria atti­vità, ma le sue decisioni finiscono tutte in fumo.
In seguito, a poco a poco, l’anima comincia a comprendere che la grandezza di Dio non deve essere misurata in base ai cri­teri della futilità dell’uomo; che la sua paternità spirituale emi­nentemente superiore ha accettato di adottare i figli della polve­re a motivo della sua infinita tenerezza e dell’immensità della sua grazia, e non in cambio delle opere dell’uomo e dei suoi sforzi; che la nostra adozione da parte di Dio è una verità che ha la propria sorgente in Dio e non in noi stessi, una verità sempre presente, che persiste – nonostante la nostra impotenza e il no­stro peccato – nella testimonianza della bontà di Dio e della sua generosità.
In questo modo, la tiepidezza spirituale porta queste anime a rivedere fondamentalmente la loro concezione dì Dio e la loro valutazione dei rapporti spirituali che legano l’anima a Dio. La loro concezione dello sforzo e dell’assiduità nelle opere spiritua­li ne viene profondamente mutata. Non vengono più ritenute prezzo dell’amore di Dio e della sua paternità, ma risposte al suo amore e alla sua paternità.
I sintomi di questo genere di tiepidezza spirituale sono quelle sconcertanti domande che l’uomo sì pone ogni giorno nel corso di una simile esperienza: Dio mi ha abbandonato? Lo ha fatto a causa del mio peccato? Ho irritato la sua paternità con la mia negligenza e la mia pigrizia? Dio mi ha dimenticato perché la mia preghiera non gli è gradita?
Ma, mentre coloro che sono colpiti dalla tiepidezza spirituale a causa della loro ambizione sono dolorosamente toccati unica­mente per l’interruzione della preghiera, coloro che lo sono a causa di una errata comprensione dell’amore di Dio e della sua paternità sono angosciati, non per l’arresto della preghiera, ma per la presunta perdita della loro identità di figli di Dio, della sua fiducia e del suo amore. L’aridità e lo sconforto aumentano man mano che aumentano la paura e l’angoscia finché, alla fine, non sì manifesta la verità e i legami d’amore e di filiazione ri­prendono e sì consolidano al dì là di ogni riferimento alle opere dell’uomo.
In realtà, la paura che si prova durante l’esperienza della tie­pidezza spirituale è la prova più manifesta della fedeltà filiale dell’anima a Dio, fedeltà della quale l’anima non è certa, perché rimane nell’angoscia finché, alla fine, riceve l’assicurazione che la paternità dì Dio sì dispiega su di lei nonostante tutto e al dì sopra di tutto.

La tiepidezza spirituale mira a rafforzare la fede in Dio al di là del sensibile

È possibile che l’uomo sia al massimo della felicità e della pace perché la sollecitudine di Dio ne soddisfa tutti i bisogni materiali con la sua provvidenza, manifestata a tutti i livelli, e con la sua protezione tangibile in tutte le circostanze. L’uomo sì sente rassicurato, sa di essere nelle mani dì Dio, custodito e protetto dalla sua premura. La sua fiducia e la sua fede in Dio aumentano e si rafforzano sulla base di prove materiali evidenti e tangibili.
Poi Dio sospende improvvisamente tutti gli aiuti visibili, ces­sa la sua tangibile protezione e ritira la sollecitudine visibile all’uomo; una dopo l’altra le tribolazioni cominciano a colpire l’anima che si ritrova scoperta davanti ai suoi avversari, esposta a ogni assalto, a ogni maldicenza, a ogni scherno, non soltanto da parte di avversari visibili, ma anche da parte dell’avversario invisibile, autore dì tutti i mali e dì tutte le disgrazie. Le preoc­cupazioni esteriori cominciano a mischiarsi alle pene interio­ri, tanto che l’uomo si stupisce della quantità e della varietà dei colpi. All’inizio pensa che tutto ciò sia soltanto un fenomeno passeggero, che la nube sì allontanerà presto e la vita ritrove­rà la calma e la stabilità dì sempre. Ma ecco che la violenza delle tribolazioni aumenta e si complicano le situazioni che le ren­dono inammissibili e inconcepibili. Allora, distrutto, incapace di comprendere, l’uomo si lascia cadere nella polvere! Che cosa è accaduto? Perché è successo tutto questo? Dove si va, verso quale fine?
L’uomo rientra in se stesso, pensando di trovarvi un raggio dì speranza per riprendere la sua vita precedente; non trova che rovine su rovine e un’anima straziata da mille prove. Non si trat­ta più soltanto di tiepidezza, dì aridità o di perdita delle conso­lazioni, è la perdita totale del sentimento spirituale, anch’esso costruito su false valutazioni; la miseria, la rivolta, la perples­sità, la bestemmia e il terrore invadono l’anima in seguito agli errori che la colpiscono; essa tenta di controbattere alle bestem­mie che sgorgano dalle profondità del suo essere e non trova la forza di replicarvi; tenta dì condannare il male e le atrocità che il demonio le mette in testa, ma non può che contemplarle e lasciarsi trascinare da esse, come prigioniera dì ogni sbaglio, di ogni peccato. L’anima si ferma infine sull’orlo della dispera­zione totale.
Ma ciò che veramente costerna l’anima non sono le sue perdi­te e i suoi fallimenti, l’arresto della preghiera e dello sforzo, la paura dell’abbandono di Dio, ma il sentimento che Dio stesso sia diventato per lei un avversario che si compiace del suo dolo­re, della sua tristezza e delle sue lacerazioni!
Questa prova, portata all’estremo, la si ritrova nelle tribola­zioni dì Giobbe. Ciò che lo indusse alla perplessità, non furono le perdite enormi di tutti i suoi beni e dei suoi figli, le piaghe che ricoprivano il suo corpo, gli scherni di tutti coloro che gli si avvicinavano e perfino di sua moglie, ma il fatto di immaginare che, nella sua immensa sciagura, Dio lo trascurasse, gli fosse di­venuto ostile e si rallegrasse del suo male!

Ma io non terrò chiusa la bocca,
parlerò nell’angoscia del mio spirito,
mi lamenterò nell’amarezza del mio cuore!
Sono io forse il mare oppure un mostro marino,
perché tu mi metta accanto una guardia?
Quando io dico: “Il mio giaciglio mi darà sollievo,
il mio letto allevierà la mia sofferenza”,
tu allora mi spaventi con sogni
e con fantasmi mi atterrisci…

Io mi disfaccio … Lasciami …
non mi lascerai inghiottire la saliva? …
Perché m’hai preso a bersaglio
e ti son diventato di peso?

Le saette dell’Onnipotente mi stanno infitte,
sì che il mio spirito ne beve il veleno
e terrori immani mi si schierano contro!

Perché non cancelli il mio peccato
e non dimentichi la mia iniquità?

Egli con una tempesta mi schiaccia,
moltiplica le mie piaghe senza ragione,
non mi lascia riprendere il fiato,
anzi mi sazia di amarezze.

Sono stanco della mia vita!
Parlerò nell’amarezza del mio cuore
fammi sapere perché mi sei avversario.
È forse bene per te opprimermi? …

Sazio d’ignominia come sono
ed ebbro di miseria…
tu come un leopardo mi dai la caccia
e torni a compiere prodigi contro di me,
su di me rinnovi i tuoi attacchi
contro di me aumenti la tua ira.

Allontana da me la tua mano
e il tuo terrore più non mi spaventi
perché mi nascondi la tua faccia
e mi consideri come un nemico?

Io grido a te, ma tu non rispondi,
insisto ma tu non mi dai retta,
Tu sei un duro avversario verso di me
e con la forza delle tue mani mi perseguiti.

Ma se vado in avanti egli non c’è,
se vado indietro non lo sento.
A sinistra lo cerco e non lo scorgo,
mi volgo a destra e non lo vedo.

Giobbe era sincero nel descrivere i propri sentimenti, ma si sbagliava quando diceva che il Signore l’aveva abbandonato; il Signore, in realtà, non era lontano da Giobbe, e tutte le perdi­te che lui aveva subito, le tribolazioni e le prove che l’avevano colpito non potevano essere ritenute prove dell’abbandono di Dio! Allo stesso modo, non dobbiamo mai ritenere che i benefi­ci, gli aiuti, la sollecitudine e la protezione dì Dio per l’uomo siano prove dell’approvazione di Dio e basi valide per fondarvi la nostra fede e la nostra speranza.
I colpi che Giobbe ha subito non riescono all’inizio a farlo desistere dalla sua perfezione, ma quando sente, a torto, che an­che Dio l’abbandona, che è contro di lui, l’equilibrio della sua fede vacilla; in questo, in realtà, consiste la finalità profonda della prova di Giobbe e il suo terribile segreto. Attraverso la pro­va di Giobbe, Dio ha voluto proclamare a ogni uomo che la fede deve sopportare periodi d’abbandono, siano pure penosi, ango­scianti e deprimenti. La fede deve sollevarsi al di sopra di ogni abbandono e far sì che l’uomo mantenga la propria fiducia in Dio, nella sua misericordia e nella sua sollecitudine, nonostante le tribolazioni che attraversa.
Questo genere di prova è in verità il più duro; è il vertice delle esperienze purificatrici dell’anima, paragonabile alla mor­te stessa che l’uomo non può attraversare se non accompagnato dall’ineffabile sollecitudine dell’Onnipotente, perché l’anima, in preda alla tristezza e alla depressione, arriva come Giobbe ad augurarsi la morte:

Oh, mi accadesse quello che invoco,
e Dio mi concedesse quello che spero!
Volesse Dio schiacciarmi,
tendere la mano e sopprimermi!

Qual è la mia forza perché io possa durare,
o quale la mia fine, perché prolunghi la mia vita?
La mia forza è forza di macigni?
La mia carne è forse di bronzo?
Ogni soccorso mi è precluso?

Se mi corico, dico: “Quando mi alzerà?”.
Sono innocente? Non lo so neppure io,
detesto la mia vita!
Sono stanco della mia vita!
Tacerò, pronto a morire.

Tuttavia, in mezzo a tutto ciò, per l’uomo messo alla prova non tutti gli sguardi di speranza verso la misericordia di Dio so­no ormai perduti. Nemmeno sull’orlo della disperazione cessa di ricercare Dio nell’attesa della grande e meravigliosa liberazio­ne. Più pesante è la prova, più grande è la trasparenza dell’ani­ma che gli permette di penetrare con lo sguardo la trascenden­za dell’Eterno, l’immensità del suo amore e della sua fedeltà all’anima umana. I dolori passati non sono più che delle scaglie cadute dagli occhi dell’anima: questa comincia a ricostruire la propria fede, non più sulla base dei benefici temporali, né sulla protezione e la sollecitudine manifeste, né sui segni tangibili e le prove ragionevoli, ma su “la fede, fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11,11).

Poiché egli conosce la mia condotta,
se mi prova al crogiolo come oro puro io ne esco.
Alle sue orme si è attaccato il mio piede,
al suo cammino mi sono attenuto e non ho deviato;
dai comandi delle sue labbra non mi sono allontanato.

Voglio solo difendere davanti a lui la mia condotta!
Questo mi sarà pegno di vittoria.

Io lo so che il mio Vendicatore è vivo
e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!
Dopo che questa mia pelle sarà distrutta,
senza la mia carne vedrò Dio.
Io lo vedrò, io stesso,
i miei occhi lo contempleranno non da straniero.

Per la vita di Dio, che mi ha privato del mio diritto,
per l’Onnipotente che mi ha amareggiato l’animo,
finché ci sarà in me un soffio di vita,
e l’alito di Dio nelle mie narici,
mai le mie labbra diranno falsità
e la mia lingua mai pronuncerà menzogna…
fino alla morte non rinuncerò alla mia integrità. (Gb 23,10-12; 13,15-16; 19,25-27; 27,2-5).

Così, immancabilmente, ogni anima che avrà amato Cristo sarà giustificata. E per quanta sia stata l’amarezza delle prove spirituali che avrà attraversato, continuerà a percepire il destino che le è riservato, e seguirà il proprio cammino malgrado le sue ferite, tenendo lo sguardo fisso su Cristo e interrogandolo, co­me una sposa abbandonata, con una fiducia inamovibile nell’a­mato che l’ha riscattata con il proprio sangue.
Sì, la fiducia può subire delle eclissi, ma non è perduta; la fe­de può arrestarsi, ma non sparisce; l’amore può essere sommerso e non farsi più vedere, ma rimane nella profondità dell’essere pronto a sgorgare nuovamente, alla fine della prova, con forza invincibile.

Estratto da Matta El Meskin, L’ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA, Qiqajon.

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