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Cristo, luce del mondo (Anba Epiphanius)

Di nuovo Gesù parlò loro e disse:
“Io sono la luce del mondo; chi segue me,

non camminerà nelle tenebre,
ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12).

Il dominio della tenebra

Prima della venuta di Cristo e della sua rivelazione come luce del mondo, la tenebra spirituale ricopriva la terra. A causa del velamento della luce divina, la sofferenza causata dal potere che la tenebra aveva sulla natura umana era diventata un gemito di dolore soffocato dai santi nel profondo del loro cuore, come ci dice la Sacra Scrittura parlando del giusto Lot: “Quel giusto infatti, per quello che vedeva e udiva mentre abitava in mezzo a loro, giorno dopo giorno si tormentava a motivo delle opere malvagie” (2Pt 2,8).

La tenebra del peccato era un torrione inespugnabile in una città mortifera, la terra della nostra miseria. Da questo torrione il Nemico del genere umano era riuscito a colpire con le sue frecce gli uomini ed era riuscito, per il lungo periodo del suo governo a partire da questo torrione tenebroso, a far strada nell’anima umana alla sua tenebra, tanto che era penetrata fin nei meandri più reconditi.

Mediante l’azione della tenebra in noi, il peccato era riuscito a vivificare l’uomo vecchio in noi, dopo che l’immagine divina dentro di noi si era offuscata. In quest’atmosfera oscura lo spazio è stato occupato dagli arconti della morte che hanno disperso e fatto perire il gregge dell’umanità dominando sulle inclinazioni umane. Queste inclinazioni sono diventate lo spazio preferito attraverso il quale il Nemico del bene ha insufflato, nel nostro cuore, il suo male pervertendo la nostra via: “Dio guardò la terra ed ecco, essa era corrotta, perché ogni uomo aveva pervertito la sua condotta sulla terra” (Gn 6,12). Il Nemico ha sottomesso al suo arbitrio persino i pensieri, l’immaginazione e gli istinti naturali creati buoni in noi imbrigliandoli nel suo giogo. Essi sono diventati il carburante con il quale egli accende la passione peccaminosa nel nostro essere: “Ogni intimo intento del loro cuore non è altro che male, sempre” (Gn 6,5).

L’umanità dal volto madido del sudore della fatica degli anni, viveva di miseria e privazione, sazia di tedio e di noia, sofferente per l’impotenza di un’anima svuotata. La tenebra aveva scavato profondi solchi nell’anima e il Nemico vi aveva seminato la sua zizzania tanto che essa aveva prodotto frutti marci.

Il dominio della tenebra, la supremazia del peccato sulle membra del corpo e l’egemonia della passione sugli istinti hanno avvolto nell’oscurità l’uomo scacciato dalla presenza di Dio. Egli è caduto dall’alto della viva comunione con Dio nel Paradiso al fondo delle cose terrene, secondo le parole che Dio rivolse ad Adamo: “Polvere tu sei e in polvere ritornerai” (Gn 3,19). Ad accrescere l’amarezza dell’animo umano, la sensazione insieme di povertà e di fallimento spirituale, di mancanza di ogni eredità spirituale. L’umanità intera era, infatti, divenuta “un popolo saccheggiato e spogliato; sono tutti presi con il laccio nelle caverne, sono rinchiusi in prigioni” (Is 42,22). La tenebra aleggiava sulla faccia della terra come una nebbia fitta che ricopriva tutti i suoi abitanti: “Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli” (Is 60,2).

La speranza si rinnova

Percependo il proprio fallimento spirituale e la morte serpeggiare nel suo intimo, l’umanità sollevò il volto verso l’alto supplicando la salvezza. Giacobbe, padre delle tribù, sospirò profondamente in attesa della salvezza con queste parole: “Io spero nella tua salvezza, Signore!” (Gn 49,18).

L’umanità continuò a insistere, per mezzo dei profeti, nel chiedere il sorgere della luce e della salvezza. Il profeta Davide gridò: “O Dio, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi” (Sal 80,1). E ancora: “Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto, salvami per la tua misericordia. Signore, che io non debba vergognarmi per averti invocato” (Sal 31,17-18).

La risposta di Dio al grido dell’uomo

Dio ha guardato la tenebra e la miseria dell’uomo, compiangendo lo stato di umiliazione al quale era giunto, e ha risposto al grido dei poveri. Questa risposta è sopraggiunta per bocca dei profeti che parlavano mediante lo Spirito di Dio: la luce giungerà presto e compenserà gli anni di fatica, trasformando la sofferenza, la miseria e l’amarezza della schiavitù dell’uomo nella dolcezza che nasce dall’affrancamento dalle catene delle tenebre.

Questa luce avrebbe liberato l’uomo dalle grinfie della morte e l’avrebbe riportato, lui che era sprofondato nelle tenebre della tristezza, a Dio, sorgente della sua consolazione.

Giobbe il giusto gioisce della luce sorta nella sua vita e per essersi salvato dalla fossa della perdizione dicendo: “Egli mi ha redento[1] dal passare per la fossa e la mia vita contempla la luce” (Gb 33,28).

Il profeta Isaia consola l’anima umana dicendole: “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). E annuncia a coloro che sono nella tenebra una buona notizia dicendo: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1).

Il profeta Naum predica il calore che avrebbe riscaldato i cuori congelati dalla lontananza da Dio: “In un giorno freddo spunterà il sole” (Na 3,17)[2].

Il profeta Zaccaria annuncia una buona notizia all’umanità stanca, avvolta dalla tenebra come in una notte oscura: “Verso sera risplenderà la luce” (Zc 14,7).

Malachia esulta di gioia perché l’umanità sarebbe finalmente stata guarita dalle patologie della tenebra del peccato e dal deficit di ogni giustizia mediante i raggi del sole di giustizia che sarebbe sorto su di lei: “Sorgerà per voi il sole di giustizia. Nelle sue ali la guarigione[3]” (Ml 3,20).

La rivelazione della luce

Infine, nella pienezza del tempo, Cristo è venuto e si è rivelato come luce vera che sgorga dal Padre: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” (Gv 16,28). Egli è spronato e mosso dalla potenza d’amore celata in lui e dal suo desiderio di salvare l’uomo dal dominio della tenebra e di distruggere tutti gli ostacoli sorti a causa della disobbedienza dell’uomo.

Cristo è venuto come splendore della gloria del Padre per dissipare la fitta nebbia che avvolgeva i cuori degli uomini e per liberarli dalle catene oscure che li avevano resi prigionieri: “Perché si convertano dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio” (At 26,18).

È venuto per sciogliere l’assedio dell’oscurità che accerchiava le anime, per illuminare ogni anima incatenata dietro le sbarre dell’asservimento alle passioni: “Perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre” (Is 42,7).

È venuto per dare conforto a coloro che erano affaticati e angosciati, a coloro che erano talmente disperati da ritenere che la vita fosse una notte senza mattino, per portare i pesi di tutti i cuori schiacciati da preoccupazioni e sofferenze insopportabili, dicendo loro: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28).

La vera luce è venuta come energia di vita nuova per arrestare lo scorrere del peccato nell’intimo dell’uomo, per salvare tutti coloro che erano annegati negli oceani del male, per rivivificare tutti coloro che erano stati trascinati dalle correnti della morte: “Abbi pietà di me, Signore, vedi la mia miseria, opera dei miei nemici, tu che mi fai risalire dalle porte della morte” (Sal 9,1), “Io sono venuto perché abbiano la vita” (Gv 10,10).


[1] L’arabo (fadā) è fedele all’ebraico (pādāh). Entrambi i verbi significano “riscattare, redimere”, N.d.T.

[2] Seguiamo l’arabo, N.d.T.

[3] Questa la traduzione letterale del versetto secondo l’ebraico, che l’arabo ricalca: wezārḥâ lakem… šemeš ṣedāqâ ûmareppēʾ biknāfêhā, N.d.T.

Anba Epiphanius
tratto da Una salvezza così grande, San Macario Edizioni 2019, pp. 89-94

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