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Il vescovo e la nonnina

Il vescovo Vasilij (Rodzjanko) di Washington.

Nel 1978 morì la moglie [di padre Vladimir], Marija Vasil’evna […] [Quando] sua nuova guida spirituale divenne il metropolita di Londra Antonij di Surož [Anthony Bloom] questi riferì a padre Vladimir che la gerarchia della Chiesa ortodossa americana si stava adoperando con prudente insistenza per convincere il vedovo arciprete Vladimir Rodzjanko a prendere i voti monastici per poi farlo vescovo e inviarlo a servire negli Stati Uniti come vescovo della capitale Washington […]

Padre Vladimir accolse la proposta di divenire monaco e vescovo come volontà di Dio e come risposta alle sue preghiere. Accettò. Allora le gerarchie in America e Inghilterra si strinsero la mano e la sorte di padre Vladimir fu decisa.

Ma appena prima della tonsura il futuro monaco pose d’un tratto al proprio confessore, metropolita Antonij Surožskij, una domanda insolita e candida:

– Ecco, ora accolgo da te, Eccellenza, la tonsura. Rendo al Signore Dio e alla Sua Santa Chiesa i solenni voti monastici. Per quel che riguarda il voto di castità ho capito tutto. Anche il voto di povertà mi è chiaro. Il voto di preghiera, pure. Però il voto di obbedienza non riesco proprio a capirlo!

– In che senso? – si meraviglio il metropolita Antonij.

– Ecco… – spiego con saggezza padre Vladimir, – diventerò subito vescovo, non semplice monaco. Vuol dire che, per questa mia caricà, dovrò amministrare e guidare. E allora chi dovrò ascoltare? A chi mi ordini di obbedire?

Il metropolita ci pensò su. Poi disse:

– Farai servizio di obbedienza a ogni persona che incontrerai nel cammino della tua vita. Se solo la sua richiesta sarà nelle tue forze e non in contraddizione con il Vangelo.

Questo comandamento andò a genio a padre Vladimir [ora divenuto il vescovo Vasilij]. Anche se come conseguenza coloro che gli erano vicini non ebbero vita facile a causa della sua costante disponibilità alla risoluta e irrevocabile attuazione di tale voto monastico. In parte parlo di me stesso. La santa obbedienza del vescovo si trasformò spesso per me in autentici lavori forzati!

Per esempio, un giorno siamo in giro per Mosca. Una pessima giornata, piovosa. Siamo di fretta. E d’un tratto Sua Eccellenza viene fermato da una vecchietta con una borsa per la spesa.

– Batjuška! – Fa con la sua vocetta tremolante per la vecchiaia, senza certo sapere che davanti a lei non c’è un prete qualsiasi, ma un vescovo fatto e finito, e per di più dall’America. – Batjuška, aiutami almeno tu, benedici la mia stanzetta! Sono già tre anni che lo chiedo al nostro padre Ivan, ma lui non viene. Abbi pietà, ti prego vieni a benedire.

Non faccio in tempo ad aprir bocca che già Sua Eccellenza manifesta la più ardente volontà di adempiere alla richiesta, come se tutta la vita non avesse aspettato che l’occasione di benedire proprio quella stanza.

– Eccellenza! – faccio io con l’aria di un condannato a morte. – Non sapete neppure dove si trovi. Nonnina, come ci si arriva?

– Non è lontano, a Orechovo-Borisovo! Dalla metro quaranta minuti in autobus… Non è lontano! – riferisce con gioia l’anziana.

E il vescovo, abbandonate tutte le nostre importanti commissioni (contraddirlo in tali situazioni era del tutto inutile), si butta tanto per cominciare dalla parte opposta di Mosca, verso la chiesa di un sacerdote sconosciuto per prendere quanto necessario al rito della benedizione. (Naturalmente io mi trascino dietro di lui). E la vecchietta (e dove poi trova le forze!) incredula per la grande gioia trotterella dietro di noi e racconta senza sosta al vescovo dei figli e nipoti che già da molto tempo non la vanno a trovare.

Dopo la sosta in chiesa entriamo in metropolitana giusto all’ora di punta e con alcuni cambi di linea raggiungiamo la periferia. Da là (come promesso dalla nonnina) sobbalziamo per quaranta minuti schiacciati in un autobus strapieno. E infine Sua Eccellenza benedice una stanzuccia di otto metri quadri in un casermone prefabbricato di nove piani, e lo fa comunque immerso nella preghiera, grandioso e solenne come sempre quando celebrava. Poi siede a tavola accanto all’anziana raggiante (entrambi soddisfatti l’uno dell’altro) lodando il tè, le ciambelline secche e una vecchia e cristallizzata confettura di amarene con i noccioli che la nonnina ci offre. E infine accoglie con riconoscenza, non lo rifiuta, il rublettino per il “batjuška” che lei gli mette in mano furtivamente al momento dei saluti.

– Dio ti benedica! – dice la vecchietta al vescovo. – Ora mi sarà lieve anche il morire in questa stanzetta.

tratto da: Archimandrita Tichon Ševkunov, Santi di tutti i giorni, Rubbettino, pp. 390-393

 

 

 

 

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