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Archive for the ‘Giovanni Crisostomo’ Category
Come al finir dell’inverno torna la stagione estiva
e il navigante trascina in mare la nave,
il soldato ripulisce le armi e allena il cavallo per la lotta,
l’agricoltore affila la falce,
il viandante rinvigorito si accinge al lungo viaggio
e l’atleta depone le vesti e si prepara alle gare;
così anche noi, all’inizio di questo digiuno,
quasi al ritorno di una primavera spirituale
forbiamo le armi come i soldati,
affiliamo la falce come gli agricoltori
e, come nocchieri riassettiamo la nave del nostro spirito
per affrontare i flutti delle assurde passioni,
come viandanti riprendiamo il viaggio verso il cielo
e come atleti prepariamoci alla lotta
con lo spogliamento di tutto.
II fedele è agricoltore, nocchiere, soldato, atleta
e perciò viandante.
San Paolo dice:
«La nostra battaglia non è contro la carne e il sangue,
ma contro i Principati e le Potenze…
Prendete dunque l’armatura di Dio» (Ef 6,12-13).
Ecco l’atleta, ecco il soldato.
Se sei atleta, è necessario che ti presenti nudo alla lotta;
se sei soldato, devi entrare nei ranghi perfettamente armato.
Come è possibile?
Spoglio e non spoglio?
Vestito e non vestito?
Come?
Ecco: lascia gli affari terreni e sarai atleta,
rivesti gli abiti spirituali e sarai soldato.
Spogliati dalle preoccupazioni materiali;
ecco il momento della lotta.
Rivestiti delle armi spirituali.
Abbiamo ingaggiato una terribile guerra
contro i demoni, bisogna quindi essere spogli
per non dare alcun appiglio al nemico che ci combatte;
bisogna armarsi, d’altra parte, interamente,
e non esporsi a ferite mortali.
Coltiva la tua anima, strappa le spine,
semina la parola di Dio, pianta i germi della sana filosofia,
lavora con ogni diligenza ed eccoti agricoltore.
Ascolta ancora san Paolo:
«Il contadino, che lavora duramente,
dev’essere il primo a cogliere i frutti della terra» (2Tm 2,6).
Anch’egli trattava quest’arte,
tanto che scrivendo ai Corinti dice:
«lo ho piantato, Apollo ha irrigato,
ma era Dio che faceva crescere» (1Cor 3,6).
Affila la falce;
l’hai ammaccata con la voracità,
devi affilarla con il digiuno.
Giovanni Crisostomo
Omelie al popolo antiocheno 3
Quando prendiamo tra le mani il libro spirituale, eccitiamo il nostro spirito, raccogliamo i nostri pensieri, cacciamo ogni preoccupazione terrena e dedichiamoci alla lettura con molta devozione, con molta attenzione, perché ci venga concesso di venire condotti dallo Spirito Santo alla comprensione dello scritto, raccogliendone grande utilità. Quell’eunuco barbaro, ministro della regina degli etiopi, che pur godeva tanta celebrità, anche viaggiando in cocchio, neppure allora trascurava la lettura della Scrittura, ma tenendo tra le mani il profeta [Isaia], poneva grande attenzione alla lettura, pur non comprendendo ciò che gli stava davanti; ma, poiché ce la metteva tutta da parte sua, diligenza, entusiasmo e attenzione, ottenne una guida (cf. At 8,26-40).
Considera dunque che grande cosa era non trascurare la lettura scritturistica neppure durante il viaggio, neppure sedendo sul cocchio. Ascoltino questo coloro che nemmeno a casa ammettono di fare ciò, e, o perché convivono con la moglie o militano nell’esercito, o perché hanno preoccupazioni per i figli, cura per i familiari o impegni in altri affari, ritengono che non convenga loro prendersi cura di leggere le divine Scritture. Ed ecco costui era eunuco e barbaro, due circostanze sufficienti a renderlo negligente; e in più la grande dignità e le ingenti ricchezze, e il fatto che era in viaggio su di un cocchio: non è facile badare alla lettura per chi viaggia così, anzi, è assai malagevole; tuttavia il suo desiderio e il suo zelo superavano ogni impedimento: era tutto preso dalla lettura e non diceva ciò che oggi molti ripetono: «Non intendo ciò che contiene, non riesco a comprendere la profondità delle Scritture; perché devo assoggettarmi inutilmente e senza frutto alla fatica di leggere senza avere chi mi possa far da guida?». Nulla di tutto ciò pensava lui, barbaro per la lingua, ma saggio nel pensiero. Credeva che Dio non lo avrebbe disprezzato, ma gli avrebbe mandato presto l’aiuto dall’alto, se pur egli avesse posto tutto ciò che poteva da parte sua, dedicandosi alla lettura. Per questo il Padrone benigno, vedendone l’intimo desiderio, non lo trascurò e non lo abbandonò a se stesso, ma gli mandò subito un maestro.
Questo barbaro è in grado di fungere da maestro per noi tutti: a coloro che conducono una vita privata, a coloro che sono arruolati nell’esercito e a coloro che godono di autorità; in una parola, a tutti, e non solo agli uomini, ma anche alle donne, tanto più che vivono sempre in casa; e anche a quelli che hanno scelto la vita monastica. Imparino tutti che nessuna circostanza è di impedimento alla lettura delle parole divine; che è possibile farlo non solo in casa, ma anche in piazza, in viaggio, in compagnia di molti o implicati negli affari. Se faremo tutto quanto sta in noi, troveremo presto chi ci ammaestri. Il Signore, infatti, vedendo il nostro desiderio per le realtà spirituali, non ci disprezzerà, ma ci manderà una luce dal cielo e illuminerà la nostra anima. Non trascuriamo dunque, vi prego, la lettura delle Scritture.
San Giovanni Crisostomo
Omelie sul Genesi
Alla completezza della preghiera, che era così adeguata, Cristo ha aggiunto che dobbiamo pregare non solo che i nostri peccati siano perdonati, ma anche che possiamo evitarli: non ci indurre in tentazione, cioè: non lasciare che siamo indotti, certo da colui che tenta; del resto lungi da noi che il Signore sembri tentare, come se non fosse consapevole della fede di ciascuno o cercasse di sviarlo! Questa debolezza e questo dispetto appartengono al diavolo. Anche nel caso di Abramo, Dio ha ordinato il sacrificio di suo figlio non per tentare la sua fede, ma per provarla, per dare per suo tramite un esempio del suo comandamento che presto avrebbe stabilito, cioè che nessuno deve amare i suoi cari più di Dio. Cristo stesso fu tentato dal diavolo e mostrò il capo e l’artefice della tentazione. Conferma questo passo con quello che segue: Pregate di non entrare in tentazione (Lc 22,46); essi furono tentati di abbandonare il Signore perché si erano abbandonati al sonno invece di pregare. Corrisponde a questo la sentenza finale che spiega cosa significhi: non ci indurre in tentazione, cioè: liberaci dal male.
Tertulliano
La preghiera 8,1-6
Quando siamo intenti alla preghiera, egli ci comanda di dire: Non ci indurre in tentazione. Luca conclude la preghiera con queste parole, ma Matte aggiunge: Ma liberaci dal maligno (Mt 6,13). C’è una certa stretta connessione nelle frasi, perché quando le persone non sono indotte in tentazione sono anche liberate dal maligno. Se qualcuno forse volesse dire che non esservi indotto è la stessa cosa che essere liberato da esso, questi non errerebbe lontano dalla verità.
Cirillo di Alessandria
Commento a Luca, omelia 77
Poiché in precedenza Cristo ha stabilito molti splendidi comandamenti: che gli uomini chiamino Dio loro Padre, riconoscano la loro origine celeste, chiedano che venga il regno di Dio, non si preoccupino di dove trarre nutrimento, tutti segni di grande speranza e di giustizia, perciò ora viene aggiunto l’insegnamento dell’umiltà affinché mentre dicono: non ci indurre in tentazione, riconoscano di essere deboli e la riflessione sulla loro debolezza elimini il motivo che li spinge a gloriarsi. Domandiamo dunque due cose: che non ci induca in tentazione e che se ci avrà indotto in essa, ci liberi da questo pericolo. In realtà, se Dio esaminasse gli uomini conformemente alla verità della giustizia, nessuno potrebbe essere salvo. Perciò difficilmente ci tenta [ci mette alla prova], conscio della nostra debolezza. O se ci tenta non lo fa tanto al ungo così che noi siamo vinti dalla tentazione, ma tanto quanto mostriamo di volerla vincere; cioè, non mette alla prova la nostra virtù ma la nostra volontà. L’aPostolo ci infonde fiducia in tal senso dicendo: Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze (1Cor 10,13). Volendo glorificare l’uomo lo tenta, non per glorificarlo con un grande giudizio ma per non glorificarlo senza motivo.
Anonimo
Opera incompleta su Matteo, omelia 14
Qui Gesù ci fa comprendere chiaramente la nostra bassezza e reprime la nostra presunzione, insegnandoci che se non dobbiamo fuggire i combattimenti, non dobbiamo tuttavia gettarci da noi stessi in preda alle tentazioni. Sarà così per noi più splendida la vittoria e per il diavolo più vergognosa la sconfitta. Quando siamo trascinati alla lotta, dobbiamo resistere con tutta la nostra fermezza e con tutto il nostro vigore; ma quando non siamo chiamati alla battaglia, dobbiamo tenerci in riposo, attendere il momento dello scontro, mostrando insieme umiltà e coraggio. Dicendo liberaci dal male, intende: liberaci dal diavolo: ad un tempo, ci spinge a combattere contro lo spirito del male una guerra senza tregua, e dimostra che nessuno è malvagio per natura. La malizia non deriva dalla natura, ma dalla volontà. Chiama il diavolo il male, a causa della sua grande malizia: egli infatti, senza aver ricevuto da noi la minima ingiuria, ci fa una guerra senza quartiere; ebbene, il Signore ci invita a pregare, dicendo non liberaci dai malvagi, ma liberaci dal male, per farci intendere che non dobbiamo nutrire malanimo verso il prossimo anche quando costui ci fa del male, ma dobbiamo rivolgere il nostro odio verso il diavolo, quale causa di tutti i mali.
Giovanni Crisostomo
Commento al Vangelo di Matteo 19,6
Dopo tutto questo, al termine della preghiera, viene la conclusione che riassume in breve tutte le richieste e le nostre preghiere. Proprio alla fine diciamo: liberaci dal male, includendo tutto ciò che il nemico ordisce contro di noi in questo mondo, da cui ci può essere difesa certa e sicura se Dio ci libera, se accorda il suo aiuto a noi che lo preghiamo e lo imploriamo. Quando perciò diciamo: liberaci dal male, non rimane nient’altro da chiedere, dato che in una sola volta domandiamo la protezione divina contro il male. Ottenuta questa, siamo al sicuro e protetti contro tutto ciò che il diavolo e il mondo compia. Quale timore può infatti avere colui che è protetto da Dio in questo mondo?
Cipriano
Il Padre nostro 27
Se la vita è tentazione, non è possibile non essere tentati, ma non ci si deve far vincere dalla tentazione. Infatti colui che è consegnato, secondo quanto ha meritato, all’ignominia e alla vergogna, cade in tentazione, mentre colui che vince nella lotta non può essere tentato e, al di là delle proprie forze, non abbandonato, non cade in tentazione.
Origene
Frammento 123
Con quanta necessita, con quanta saggezza e utilità ci si ricorda che siamo peccatori, noi che siamo sollecitati a pregare per i nostri peccati affinché l’anima si ricordi della sua coscienza mentre chiede perdono a Dio! Affinché nessuno si compiaccia di se stesso quasi fosse privo di colpa ed esaltandosi eccessivamente vada in rovina, viene ammaestrato e gli viene insegnato che pecca ogni giorno dato che gli viene ordinato di pregare ogni giorno per i propri peccati. Così infatti Giovanni avverte nella sua prima lettera: Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati (1Gv 1:8-9). Nella sua lettera ha abbracciato entrambi i punti: che dobbiamo pregare per i peccati, e che otteniamo il perdono quando preghiamo. Pertanto ha definito fedele il Signore che mantiene la sua promessa in vista della remissione dei peccati, poiché colui che ci ha insegnato a pregare per i debiti e i peccati, ci ha promesso la misericordia del Padre e il perdono che ne conseguirà. Ha aggiunto con parole chiare anche una norma, costringendoci con un accordo e un patto determinato a chiedere che siano rimessi a noi i nostri debiti secondo che noi rimettiamo ai nostri debitori, consapevoli che non possiamo ottenere ciò che chiediamo per i nostri peccati, se non avremo agito allo stesso modo nei riguardi di chi pecca nei nostri confronti. Perciò in un altro passo dice: Con il metro con cui giudicherete anche voi a vostra volta sarete giudicati (Mt 7,2). Quel servo che, dopo aver ricevuto la remissione dei debiti dal suo padrone, non volle fare altrettanto con il suo compagno di servitù, viene messo in carcere; dato che non ha voluto perdonare al suo compagno, ha perduto ciò che a lui era stato rimesso dal padrone.
Cipriano
Il Padre nostro 22-23
Se questa preghiera è dunque fatta per i fedeli e se i fedeli pregano Dio e lo supplicano di perdonare i loro peccati, è chiaro che Dio non ci rifiuta, dopo il battesimo, il rimedio della penitenza. Sen on avesse voluto convincerci di questa verità, non ci avrebbe prescritto di pregare per questo. Colui che parla dei peccati e ordina di chiederne il perdono, insegnando il modo di ottenerlo per questa facile via che consiste nel perdonare affinché ci sia perdonato, evidentemente sa e vuol mostrarci che i peccati possono essere cancellati anche se sono stati commessi dopo il battesimo. Appunto per persuaderci di questa verità, egli ordina di pregare in questo modo. E al tempo stesso, facendoci ricordare i nostri peccati, ci ispira sentimenti di umiltà. Comandandoci poi di perdonare agli altri, cancella dal nostro animo ogni ricordo delle ingiurie patite. Promettendo, in cambio, di perdonare anche le nostre colpe, ci dà buone speranze e ci conduce a meditare sull’innefabile amore che Dio ha per gli uomini.
Giovanni Crisostomo
Commento al Vangelo di Matteo 19,5
Con quale speranza prega colui che conserva di sé l’odio verso un altro da cui forse ha subito un’offesa? Come mente a se stesso quando prega. Dice infatti: Rimettiamo e non rimette, così chiede a Dio il perdono che a lui non gli verrà accordato. Se dunque colui che è stato offeso prega senza speranza Dio se non avrà perdonato colui che è stato autore dell’offesa, in che modo pensi che preghi chi non solo non ha ricevuto offesa da un altro ma agendo ingiustamente offende ed opprime gli altri? Perciò molti, non volendo perdonare coloro che commettono peccati nei loro confronti, rifuggono dal pregare in questo modo. Sono stolti: in primo luogo perché chi non prega come ha insegnato Cristo non è discepolo di Cristo; in secondo luogo, perché il Padre non esaudisce volentieri una preghiera che non ha prescritto il Figlio. Il Padre conosce i sentimenti e le parole del Figlio e accoglie non ciò che è frutto di una appropriazione indebita dell’umano ma ciò che è esposto dalla sapienza di Cristo. Pertanto puoi pregare, ma non puoi raggirare ed ingannare Dio, né riceverai il perdono se prima non lo avrai tu stesso accordato.
Anonimo
Opera incompleta su Matteo, omelia 14
Si può trattare anche il seguente assunto. Poiché diciamo: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo, ci dobbiamo rendere conto di aver agito contro questa norma se non rimettiamo a coloro che chiedono perdono, poiché vogliamo che dal Padre molto amorevolmente sia rimesso a noi quando gli chiediamo perdono. Ma d’altra parte dal comandamento, con cui siamo obbligati a pregare per i nostri nemici, non siamo obbligati a pregare per coloro che chiedono perdono. Infatti costoro non sono nemici. In nessun modo poi un individuo direbbe con sincerità che prega per colui che non ha perdonato. Perciò si deve riconoscere che si devono rimettere tutti i peccati che vengono commessi contro di noi, se vogliamo che dal Padre ci siano rimesse le colpe che noi commettiamo. Infatti sulla vendetta si è già parlato a sufficienza, come penso.
Agostino
Discorso del Signore sul monte 2,8,29
Egli richiede ai suoi discepoli di essere miti e lenti all’ira, così che possano essere in grado di dire senza biasimo nelle loro preghiere: Perdona i nostri peccati, poiché anche noi perdoniamo chi ha un debito verso di noi [...] Egli prima comanda di chiedere perdono per i peccati che hanno commesso e poi confessare che perdonano completamente gli altri. Se così si può dire, chiedono a Dio di imitare la pazienza che essi praticano. La stessa mitezza che dimostrano verso i loro compagni di servitù pregano di riceverla in egual misura da Dio, che dà con giustizia e sa come mostrare misericordia a ciascuno.
Cirillo di Alessandria
Commento a Luca, omelia 76
E quando Luca dice: Rimetti a noi i nostri peccati, poiché i peccati sono i debiti che noi abbiamo ma che non paghiamo, dice la stessa cosa di Matteo, che sembra escludere chi vuole perdonare soltanto ai debitori che si pentono, e dice che è stato il Salvatore a comandare di aggiungere, pregando: poiché anche noi li rimettemmo ad ogni nostro debitore. Certamente tutti abbiamo potere di rimettere i peccati commessi contro di noi, come appare dalle parole: Come anche noi li rimettemmo ai nostri debitori (Mt 6,12). Chi ha ricevuto da Gesù il soffio dello Spirito Santo come gli Apostoli (e si può riconoscere dai frutti perché ha ricevuto lo Spirito Santo ed è diventato spirituale, essendo come il Figlio di Dio portato a fare ogni azione secondo ragione) perdona ciò che perdonerebbe Dio e non assolve i peccati che sono incurabili. Poiché è ministro di Dio – il solo che ha potere di rimettere i peccati – come lo erano i profeti perché dicevano non quello che volevano loro, ma Dio.
Origene
La Preghiera 28,8
Ma con questa eleganza la sapienza divina ha disposto l’ordine della preghiera in modo che dopo quello che riguarda il cielo, cioè dopo il nome di Dio, la volontà di Dio e il regno di Dio, ha lasciato spazio anche alla preghiera per le necessità terrene! Il nostro Signore ci ha insegnato: Cercate il regno di Dio e queste cose vi saranno date in aggiunta.
Comunque possiamo intendere piuttosto dacci il nostro pane quotidiano in un senso spirituale. Cristo infatti è il nostro pane, perché Cristo è vita e la vita è pane. Ha detto: Io sono il pane di vita (Gv 6,35) ; e poco prima di questo ha detto: Il pane è la parola del Dio vivente che è sceso dal cielo (Gv 6,33); poi, poiché si crede che il suo corpo sia nel pane, ha detto: Questo è il mio corpo (Lc 22,19). Quindi quando chiediamo il nostro pane quotidiano stiamo chiedendo la vita eterna in Cristo e l’essere una cosa sola con il suo corpo.
Tertulliano
La preghiera 6,1-2
Osservate, egli ha detto: Cercate il regno di Dio e queste cose vi saranno date ugualmente in più (Mt 6,33). Egli ha detto quotidiano per insegnarci la povertà in relazione alle cose del mondo. E’ sufficiente solo per il nostro bisogno o altrimenti quando siamo ansiosi per un certo tempo potremmo allontanarci dall’intimità con Dio. Questo pane del giorno indica la necessità. Egli non ci dà solo il pane, ma anche il vestire e altre cose, come ha detto: Il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno prima che lo chiediate (Mt 6,8; 6,33).
Efrem Siro
Commento al Diatessoron 6,16a
Segue quindi la domanda: Dacci oggi il nostro pane epioùsion (Mt 6,11), vale a dire supersostanziale, quello che un altro evangelista chiamò quotidiano (Lc 11,3). Il primo aggettivo (supersostanziale) sta a significare la prerogativa di quel cibo, ossia la sua nobiltà e la sua sostanza, per cui esso sta al di sopra di ogni altra sostanza, poiché la sublimità della sua suprema santificazione supera ogni altra sostanza e tutte le creature; l’altro aggettivo invece indica propriamente il suo uso e la sua utilità.
E in realtà, allorché dice quotidiano, indica che senza di esso noi non potremmo godere della vita dello spirito neppure per un giorno; allorché dice oggi, dimostra che esso dev’essere preso ogni giorno e che la sua assunzione, accolta il giorno precedente, non basta, visto che anche oggi esso ci è offerto allo stesso modo. Il bisogno quotidiano di questo cibo deve insegnarci la necessità di ripetere in ogni tempo questa orazione, poiché non v’è giorno, nel quale non vi sia la necessità per noi di riassicurare il cuore del nostro uomo interiore con l’assunzione di un tale cibo, pur essendo vero che con la voce oggi è possibile fare riferimento anche alla vita presente, vale a dire, finché noi dimoriamo ancora in questo secolo.
In realtà sappiamo che questo pane dovrà essere concesso anche a coloro, nella vita futura, che l’avranno meritato, tuttavia noi ti preghiamo di concedercelo anche oggi appunto perché, se uno non l’avrà meritato nella vita presente, non potrà esserne partecipe nemmeno nella vita futura.
Giovanni Cassiano
Conferenze ai monaci 9,21
Per prima cosa si deve considerare la parola ἐπιοὺσιον (soprasostanziale) non è stata menzionata da nessuno dei greci, neppure dei sapienti, e nemmeno è usata nel linguaggio comune del popolo. Ma sembra che sia stata “coniata” dagli evangelisti. Matteo e Luca, che l’hanno citata, sono d’accordo tra loro [...]. Espressione analoga ad ἒπιοὺσιον è quella scritta da Mosè, detta da Dio: Voi siete il mio popolo περιοὺσιον (eletto) (Dt 7,6), e mi sembra che entrambe le espressioni siano formate da οὐσὶα (sostanza). Una indica il pane che diventa sostanziale, l’altra il popolo che prende sostanza e partecipa di essa.
Origene
La preghiera 27,7
Nel Vangelo detto “secondo gli ebrei”, al posto di pane “necessario alla vita”, ho trovato mahar (hm), che significa “di domani”, in modo che il senso della preghiera potrebbe essere questo: “Dacci oggi il nostro pane di domani (cioè il pane futuro)”. Possiamo inoltre intendere altrimenti il significato di pane “necessario alla vita”, considerandolo come il pane che è al di sopra di ogni sostanza, che supera ogni cosa creata.
Girolamo
Commento al Vangelo di Matteo 1,6,11
Nota: La spiegazione di ἐπιοὺσιον che Girolamo propone ricorrendo
al testo aramaico del Padre Nostro viene accettata anche da alcuni
studiosi moderni.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Dopo aver detto: sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra, siccome parla a uomini rivestiti ancora di carne, soggetti alle necessità della natura e che non possono avere la stessa impassibilità degli angeli, egli, pur volendo che la volontà di Dio sia fatta da noi con la stessa perfezione con cui la compiono gli angeli, accondiscende alla debolezza della nostra natura. Esigo infatti – egli dice in sostanza – la stessa perfezione di vita degli angeli, ma non la loro impassibilità. La tirannide della natura infatti non ve lo permetterebbe: essa ha necessariamente bisogno del nutrimento che la sostenga. Ma notate quanta spiritualità esige da noi anche in ciò che riguarda il corpo. Non c’invita a chiedere ricchezze, cose delicate, abiti preziosi, o altre cose simili, ma soltanto il pane, e il pane quotidiano, senza preoccuparci per l’indomani.
Giovanni Crisostomo
Commento al Vangelo di Matteo 19,5
Ciò si può intendere in senso spirituale o in modo letterale poiché entrambi i sensi grazie al beneficio che ci viene da Dio giovano in vista della salvezza. Cristo è il pane della vita e questo pane non è di tutti ma solo nostro. E come diciamo Padre nostro, poiché è il padre di coloro che intendono e credono, così anche lo chiamiamo pane nostro perché Cristo è il pane di noi che ci cibiamo del suo corpo. Chiediamo che ci sia concesso questo pane ogni giorno, affinché noi, che siamo in Cristo e riceviamo quotidianamente la sua eucaristia come cibo di salvezza, non siamo separati dal corpo di Cristo nel caso in cui si frapponga un peccato grave e quindi, privati della comunione, ci fosse vietato il pane celeste, riguardo al quale così egli predica: Io sono il pane della vita che scende dal cielo. Se qualcuno mangerà del mio pane, vivrà in eterno. Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,51).
Cipriano
Il Padre nostro 18
Poiché certuni pensano che noi siamo invitati a chiedere il pane per il corpo, è giusto che, rimossa subito la loro erronea opinione, stabiliamo la verità sul pane sostanziale. Bisogna rispondere a costoro perché mai colui che dice di chiedere cose celesti e grandi – non essendo celeste il pane che ci viene dato per la nostra carne né grande preghiera è quella di chiederlo – ordini di elevare al Padre la supplica per quello che è terreno e piccolo, come se Dio secondo loro si fosse dimenticato dei suoi insegnamenti.
Ma noi che seguiamo il Maestro stesso che dà lezioni sul pane, ci dilungheremo alquanto sull’argomento. Dice nel Vangelo di Giovanni a coloro che erano venuti a Cafarnao a cercare di lui: In verità, in verità vi dico – Voi mi cercate non perché avete visto segni, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati (Gv 6,26). Chi infatti mangiò dei pani benedetti da Gesù e ne fu saziato, a maggior ragione cerca di comprendere più profondamente il Figlio di Dio e tende a lui. Perciò giustamente dice quando insegna: Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna, che il Figlio dell’uomo vi darà, perché su di lui il Padre, cioè Dio, ha posto il suo sigillo (Gv 6,27). Ora, a quelli che l’avevano ascoltato avendolo in merito interrogato, dicendo: Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? (Gv 6,28), Gesù rispose e disse loro: Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato (Gv 6,29); Dio infatti mandò il suo Verbo e li guarì (Sal 106,20), riferendosi a quelli che erano malati, come sta scritto nei Salmi; con la fede nel Verbo, attuano le opere di Dio che sono cibo duraturo per la vita eterna. Inoltre: Il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Perché il pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà vita al mondo (Gv 6,32-33). E il pane vero è quello che ciba l’uomo vero, fatto a immagine di Dio, e chi se ne nutre diventa persino simile al Creatore.
Origene
La preghiera 27,1-2
Allo stesso modo alcuni dicono che ἐπιοὺσιον (sostanziale) deriva da ἐπιεναι (venire), in modo che significhi non il pane adatto al tempo presente ma al tempo futuro, e dopo questo mondo sarà dato da te a coloro che sono degni di riceverlo: cioè dacci il pane oggi e ogni giorno. Poiché questa, la sostanza, è ben salda (e non come la sostanza corporea, che è transitoria e soggetta al divenire) e con questa ci nutre il Logos che è Dio, pane di vita, da essa si astengono quando viene tolto lo sposo che nutre invisibilmente l’anima invisibile (per questo il Salvatore dice: Chi mangia questo pane vivrà in eterno); poiché non si deve digiunare da questo pane, diciamo: dacci il pane sostanziale, eccetera.
Origene
Frammento 122
Quando è nostra ferma convinzione e fede che colui che è per natura Dio al di sopra di tutto è il Santo dei Santi, confessiamo la sua gloria e suprema maestà. Allora riceviamo il suo timore nella nostra mente e conduciamo una vita giusta e senza biasimo. Così diventiamo santi noi stessi e possiamo essere in grado di essere vicini al Dio santo. [...] La preghiera è dunque: “Possa il tuo nome essere mantenuto santo in noi, nelle nostre menti e nelle nostre volontà”. Questo è il significato della parola sia santificato. Se una persona dice Padre nostro, sia santificato il tuo nome, non sta chiedendo che sia aggiunto qualcosa alla santità di Dio; egli chiede piuttosto di poter possedere una mente e una fede tali da sentire che il suo nome è onorevole e santo.
Cirillo di Alessandria
Commento a Luca, omelia 72
Subito dopo diciamo: Sia santificato il tuo nome, non poiché auguriamo a Dio di essere santificato dalle nostre preghiere ma perché domandiamo a lui che il suo nome sia santificato in noi. Del resto, da chi può essere santificato Dio, che è colui che rende santi? Ma dato che ha detto: Siate santi perché anche io lo sono, chiediamo questo e lo preghiamo affinché noi, che siamo stati santificati nel battesimo, perseveriamo in ciò che abbiamo cominciato a essere. E questa è la nostra preghiera quotidiana. Ci è infatti necessaria la quotidiana santificazione al fine che, peccando noi ogni giorno, emendiamo con una continua santificazione i nostri errori.
Cipriano
Il Padre nostro 13
Aveva già espresso questo concetto con le parole: Risplenda la vostra luce agli occhi degli uomini, affinché vedendo le vostre buone opere diano gloria al Padre vostro che è nei cieli (Mt 5,16). I serafini, lodando Dio, dicono: Santo, santo, santo (Is 6,3); appunto le parole: sia santificato il tuo nome, significano che il suo nome sia glorificato. E’ come se dicessimo a Dio: concedici di vivere in modo così puro e perfetto che tutti, vedendo noi, ti glorifichino. La perfezione del cristiano sta proprio in questo, nell’essere così irreprensibile in tutte le sue azioni, che chiunque lo vede, per esse, rende lode a Dio.
Giovanni Crisostomo
Commento al Vangelo di Matteo 19,4
[Dio] che è santo abita tra i santi. Dice infatti: Siate santi, poiché io sono santo. Nessuno certo [credo] impuro, immondo e impudico può santificare il nome del Signore. Colui dal quale il nome di Dio è santificato, santifica egli stesso.
Origene
Frammento 119
15 «Ora, se il tuo fratello ha peccato contro di te, va’ e riprendilo fra te e lui solo; se ti ascolta, tu hai guadagnato il tuo fratello; 16 ma se non ti ascolta, prendi con te ancora uno o due persone, affinché ogni parola sia confermata per la bocca di due o tre testimoni. 17 Se poi rifiuta di ascoltarli, dillo alla chiesa; e se rifiuta anche di ascoltare la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano.
Matteo 18,15-17
Mt 18,15 sull’esporgli [ἔλεγξον] privatamente la colpa
Non dice [il Signore] “accusalo” o “puniscilo” o “portalo in tribunale”. Dice “correggilo”. Poiché egli è posseduto da una certa incoscienza, ed è ubriaco per la sua rabbia e disgrazia. Colui che è in salute deve andare da colui che è malato. Devi condurre il tuo giudizio di lui privatamente. Rendi la tua cura facilmente accettabile. Poiché le parole “correggilo” non significano altro che aiutalo a vedere la sua imprudenza. Digli cosa hai subito da parte sua. Cosa dunque se non vorrà ascoltare, se si ostina a infiammarsi? Chiama affianco a te qualcun altro o anche altri due, così che due testimoni possano corroborare tutto ciò che è stato detto. Poiché più lui è sfacciato e sfrontato, più devi essere zelante verso la sua cura. Ma attento: non verso la soddisfazione della tua rabbia o dei tuoi sentimenti feriti. Poiché quando un medico vede la malattia farsi cronica, non si mette in disparte così come non la tratta duramente ma si fa più zelante. Ecco ciò che Cristo ci ordina di fare. Se sei troppo debole da solo, allora diventa più forte con l’aiuto di altri. Due sono sufficienti per rimproverare il peccatore. Vedi come egli [il Signore] cerca l’interesse non solo della parte danneggiata ma anche di colui che ha causato il dolore? Poiché infatti la persona ferita può essere colei che è più di ogni altra prigioniera della passione. Diventa malato, debole, infermo. Questo sforzo può verificarsi molte volte, nel tentativo di guidarlo, prima da solo e poi con altri. Se persiste, compi lo sforzo con tutta la congregazione. “Dillo”, dice [il Signore] “alla chiesa”. Se avesse [il Signore] cercato il solo interesse del danneggiato, non avrebbe detto di avvicinarsi al malato settantasette volte. Non avrebbe tentato tante volte o portato così tanti medicinali per la malattia. Avrebbe potuto lasciarlo stare se avesse persistito a non volersi far correggere dal primo incontro. Ma invece egli ci mostra come cercare la sua guarigione una, due e molte volte: prima soli, poi con due, poi con molti.
San Giovanni Crisostomo (IV-V sec.)
Omelie sul Vangelo di Matteo, 60.1
Mt 18,16 Conferma da parte di due o tre testimoni
Se qualcuno ha commesso un’offesa contro di te che ti ha fatto soffrire, cosa bisogna fare? Hai già ascoltato la risposta nella Scrittura di oggi: “Se il tuo fratello pecca contro di te, va’ e digli il suo errore, tra te e lui”. Se non riesci a far questo, sei peggiore di quanto lui sia. Ha ferito qualcuno e nel ferire ha inferto a se stesso una grave ferita. Ignorerai, dunque, completamente la ferita di tuo fratello? Resterai a guardarlo inciampare e poi cadere? Ignorerai la sua condizione? Se è così, sarai peggiore nel tuo silenzio di lui nel suo abuso. Quindi, se qualcuno pecca contro di noi, abbiamo grande cura, ma non solo per noi. Poiché è cosa gloriosa dimenticare le ferite. Metti da parte la tua propria ferita, ma non essere negligente verso quella che si è autoinferto tuo fratello. “Va’” dunque “e digli la sua colpa, tra te e lui” deve mirare alla sua correzione ma avendo cura di fare attenzione al suo senso della vergogna. Poiché potrebbe accadere che, mettendosi sulla difensiva, egli inizi a giustificare il suo peccato. E così, tu l’avrai inavvertitamente spinto ancora più vicino a quel comportamento che tu desideri emendare. Dunque “digli il suo peccato, tra te e lui. Se ti ascolta, hai guadagnato tuo fratello” poiché avrebbe potuto smarrirsi, se tu non gli avessi parlato.
Sant’Agostino (IV-V sec.)
Sermone 82.7
18,17 Del dirlo alla chiesa
Se nostro fratello ha peccato contro di noi e ci ha causato danno in qualcosa, abbiamo il potere di lasciar cadere, ovvero l’obbligo di fare ciò dal momento che ci è ordinato di perdonare ai nostri debitori i loro debiti. Ma se qualcuno pecca contro Dio, non è in nostro controllo. Le divine Scritture dicono “Se un uomo ha peccato contro un uomo, il sacerdote pregherà per lui; ma se ha peccato contro Dio, chi intercederà per lui?” (cfr. 1Sam 2,25). Ma noi, al contrario, siamo indulgenti per un peccato contro Dio mentre agiamo con odio quando noi stessi siamo insultati. Tuttavia dovremmo immediatamente riprendere il nostro fratello, se una qualche volta ha perso la sua vergogna e innocenza, di modo che non resti nel peccato. E se ascolta, traiamo vantaggio dalla sua anima, e attraverso la salvezza di un altro anche noi acquistiamo salvezza. Ma se si rifiuta di ascoltare, dovremmo chiamare un fratello; e se non ascolta neanche lui, allora un terzo dovrebbe essere convocato nella speranza di correggerlo. Se anche allora si rifiuta di ascoltare costoro, bisogna dirlo alla congregazione, così che essi possano anatematizzarlo. Allora, colui che non si è potuto salvare per mezzo della vergogna possa essere salvato dalla loro sanzione. Ma dal momento che è detto “Sia per te come il pagano e il pubblicano”, ciò vuol dire che la persona che con il nome della fede compie le opere di un infedele in verità è più maledetto di coloro che sono apertamente pubblicani. I pubblicani, metaforicamente parlando, sono coloro che perseguono guadagni dal mondo secolare ed esigono tasse attraverso affari, frode, latricinio, crimini e falsi giuramenti.
San Girolamo (IV-V sec.)
Commento a Matteo 3.18.15-17
tradotto da Ancient Christian Commentary on the Scripture – Matthew 14-28 – pp. 76-78
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