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Il pane che io darò è la mia carne (Gv 6,52) (commento di Cirillo di Alessandria)

Il qurban (o prosfora) copto usato per la liturgia eucaristica.

San Cirillo affronta alcuni temi importanti del Vangelo di Giovanni legati all’Eucarestia: la morte di Cristo è il Sacrificio per eccellenza per la vita del mondo; l’Eucarestia è potenza vivificante poiché il Corpo di Cristo è unito per sempre al Logos vivificante; la Resurrezione di cui parla Cristo in Gv 6 (“E lo risusciterò nell’ultimo giorno…”) è Resurrezione di vita nella Gerusalemme celeste e non semplice Resurrezione, dal momento che tutti i morti risusciteranno in virtù dell’unione ipostatica del Logos con la natura umana.

Io  muoio, dice, per dare la mia vita a tutti, e redimere, con la mia carne, la carne di tutti. La morte, infatti, morirà nella mia morte, e la natura umana, che è corruttibile, risorgerà insieme a me. Per questo mi so­no fatto simile a voi, cioè uomo del seme di Abramo, affinché in tutto sia assimilato ai fratelli[1].

Comprendendo bene questo concetto, che prima ci ha detto Cristo, anche lo stesso beato Paolo dice: «Poi­ché, dunque, i figlioli hanno comune il sangue e la car­ne, anch’egli, alla stessa guisa, ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza, mediante la morte, colui che della morte aveva il potere, cioè il diavolo» [2].

Infatti, colui che aveva il potere della morte non po­teva essere annientato in altro modo, e così pure la morte stessa, se Cristo non avesse dato se stesso per noi, uno solo come redenzione per tutti: egli era al di sopra di tutti. Per questo motivo, nei Salmi, dice in qualche luogo, di essersi offerto a Dio Padre per noi come vittima immacolata: «Sacrificio e offerte non hai gradito, e mi hai preparato un corpo. Olocausto ed espiazione per il peccato non hai gradito. Allora dissi: Eccomi qui! Nel rotolo del libro è scritto di me che io faccia la tua volontà. Mio Dio, lo volli» [3].

Poiché, infatti, il sangue dei tori e dei capri, e la ce­nere delle giovenche non era sufficiente per espiare il peccato, né l’uccisione degli animali poteva distruggere il potere della morte, lo stesso Cristo offre se stesso per soffrire, in qualche modo, le pene per tutti. «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» [4], come dice il Profeta, e «portò nel suo corpo i nostri peccati sulla croce» (1Pt 2,24). Fu crocifisso per tutti e a causa di tutti, affinché, mo­rendo uno per tutti, tutti vivessimo in lui. Né era possi­bile che fosse soggetto alla morte o soccombesse alla corruzione colui che è la vita per natura.

Che poi Cristo abbia offerto la sua carne per la vita del mondo, lo conosceremo proprio dalle sue parole: «Padre santo – dice -, conservali» [5]; e ancora: «Per essi io  santifico me stesso» [6]. Dice di santificare se stesso, non con la consacrazione e la purificazione dell’anima o dello spirito, come noi diciamo di santificarci; e nep­pure con la partecipazione dello Spirito Santo (lo Spi­rito è in lui per natura, ed era ed è santo, e lo sarà sem­pre); ma dice santifico in luogo di dire: consacro e offro come ostia immacolata in odore di soavità. Era, infatti, santificato oppure era chiamato santo, secondo la Legge, ciò che era offerto sull’altare.

Cristo, dunque, diede il suo corpo per la vita di tutti e, mediante se stesso, introduce in noi la vita: in che mo­do questo avvenga, lo dirò per quanto mi è possibile.

Infatti, dopo che il Verbo vivificante di Dio abitò nella carne, la rinnovò nel suo bene, cioè nella vita e, unitosi ad essa in un modo ineffabile di unione, la rese vivificante come lui che lo è per natura.

Il corpo di Cristo vivifica quelli che ne sono parteci­pi: caccia via la morte e quando è in quelli che sono soggetti alla morte, e allontana la corruzione, partoren­do in se stesso la ragione che distrugge completamente la corruzione.

Ma, forse, qualcuno, considerando attentamente con l’occhio della mente la risurrezione dei morti, dirà: In effetti, quelli che non hanno creduto in Cristo, e non hanno partecipato di lui, quando ci sarà la risurrezio­ne, non vivranno.

Che dunque? Non è forse vero che ogni creatura che è morta, sarà richiamata alla vita? Certamente ri­sorgerà ogni carne: infatti il Profeta predice che i morti risusciteranno.

Noi crediamo che il mistero della risurrezione di Cristo si riferisce a tutti gli uomini, e crediamo che in lui per primo è stata liberata dalla corruzione la nostra natura. Tutti risorgeranno a somiglianza di colui che è risuscitato per noi e che, come uomo, abbraccia in se stesso tutti. E come nel primo Adamo siamo inclusi tutti in ordine alla morte, così, di nuovo, in colui che è primogenito, per noi, tutti risorgeranno da morte: «Ma – come è scritto – quelli che bene operarono, per una risurrezione di vita; quelli che male operarono, per una risurrezione di condanna» (Gv 3,36). Ma penso che risorgere per essere condannati, e de­starsi per andare soltanto al supplizio, sia cosa più tri­ste della stessa morte.

Perciò, deve ritenersi propriamente vita la vita in Cristo, che consiste nella santità, nella felicità e nella perenne gioia dell’anima. Infatti, quel sapiente Giovanni riconosce come vera vita solo questa, dicendo: «Chi non crede nel Figlio non vedrà la vita, ma la collera di Dio incombe su di lui» [7]. Ecco, infatti, ecco perché afferma che chi non crederà, non vedrà la vita, sebbene ogni creatura ritor­ni alla vita e attenda di risorgere.

È chiaro, dunque, che il Salvatore chiama giusta­mente vita quella preparata per i santi nella gloria e nella santità che nessuno, se è sano di mente, negherà che sarà raggiunta da quelli che vanno incontro alla partecipazione della carne vivificante.


[1] Rom. 8, 29.

[5]     Gv. 17, 11.

[6]     Gv. 17, 19.

[7]     Gv. 3, 36.

tratto da Cirillo di Alessandria, Commento a Giovanni, I, Città Nuova, Roma, pp. 492-494

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