I detti dei dodici anacoreti

La Collazione dei dodici anacoreti Περί των δώδεκα αναχωρητών è una ben nota antica collezione minore di apoftegmi dei padri del deserto tramandataci in greco. Abbiamo usato il testo greco messo a punto da Guy[1].

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Alcuni anacoreti, saggi e spirituali, si riunirono insieme un giorno. Erano dodici. Si interrogarono l’un l’altro sulle azioni rette che essi avevano compiuto nella loro cella e sull’ascesi spirituale che essi praticavano.

Il primo tra loro, che era anche il più anziano, disse: “Io, fratelli, da quando ho iniziato a vivere nell’esichia[2], mi sono completamente crocifisso alle cose esteriori, pensando a ciò che è scritto: ‘Rompiamo le loro catene, gettiamo via il loro giogo’ (Sal 2,3). E, innalzando come un muro tra la mia anima e le cose del corpo, mi sono detto nel pensiero: ‘Così come chi all’interno di un muro non vede colui che si trova all’esterno, così tu non vorrai più vedere le cose esteriori, ma farai attenzione a te stesso, attendendo ogni giorno la speranza di Dio’. Considero, dunque, i cattivi pensieri e i cattivi desideri come una progenie di serpenti e di scorpioni. Se mi capita di sentirli nascere nel mio cuore, mi rivolgo a loro, minacciandoli e facendoli secchi. Senza concedermi riposo, sono adirato con il mio corpo e la mia anima affinché non facciano niente di cattivo”.

Il secondo disse: “Io, da quando ho rinunciato alla terra, mi sono detto: ‘Oggi sei nato, oggi hai incominciato a servire Dio, oggi hai iniziato a vivere da ospite in questo luogo. Vivi così ogni giorno come uno straniero che deve partire l’indomani’. Questo è il consiglio che do a me stesso ogni giorno”.

Il terzo disse: “Io mi rivolgo a mio Dio sin dall’aurora, l’adoro prostrandomi faccia a terra e confessando i miei errori. Poi scendo per venerare gli angeli di Dio, chiedendo loro di pregare Dio per me e per tutta la creazione. Fatto ciò, mi tuffo nell’inferno e imito i giudei che vanno a Gerusalemme e che si strappano le vesti, piangendo e lamentandosi per la malasorte dei loro pari: contemplo i luoghi, sottopongo in anticipo le membra ai supplizi e piango tra quelli che piangono”.

Il quarto disse: “Sono come se stessi sul Monte degli Ulivi con il Signore e i suoi discepoli. E mi sono detto: ‘Ormai non conoscere più nessuno secondo la carne, ma sii sempre con costoro, imitando il loro zelo e la loro condotta di vita [πολιτεία] come la buona Maria Maddalena che stava seduta ai piedi di Gesù e che lo sentì dire: ‘Diventate santi e perfetti come il Padre vostro che è nei cieli’ (Mt 5,48) e ‘Imparate da me che sono mite e umile di cuore’ (Mt 11,29).”

Il quinto disse: ‘Io vedo gli angeli che salgono e scendono per chiamare le anime e, aspettando ininterrottamente la mia fine, dico: ‘Il mio cuore è pronto, o Dio, il mio cuore è pronto’ (Sal 107,2)’.

Il sesto dice: “Io ogni giorno mi immagino di sentire queste parole dalla bocca del Signore: ‘Affaticatevi per me e io vi darò riposo. Lottate ancora un poco e vedrete la mia salvezza e la mia gloria. Se voi mi amate, se voi siete miei figli, provate pudore [3] verso un padre che vi chiama; se siete miei fratelli, abbiate riguardo per me, perché ho sofferto molto per voi; se siete le mie pecore, ascoltate la voce del pastore; se siete miei servitori, imitate la passione del vostro Signore’”.

Il settimo disse: “Io medito senza sosta su tre cose e penso a esse continuamente – la fede, la speranza e l’amore – per gioire con la speranza, di essere saldo grazie alla fede e di non rattristare nessuno grazie all’amore”.

L’ottavo disse: “Io guardo il diavolo che va in giro cercando chi divorare. Ovunque egli vada, lo vedo con i miei occhi interiori. E prego contro di lui il Sovrano, il Cristo, affinché diventi impotente e non possa niente contro nessuno, soprattutto contro quelli che temono Dio”.

Il nono disse: “Io vedo ogni giorno l’assemblea [ἐκκλησία] dei santi e in mezzo a loro il Signore della Gloria che risplende più di tutti. Ogni volta che l’acedia mi assale, mi elevo verso i cieli e vedo la meravigliosa bellezza degli angeli, gli inni e le melodie che essi inviano a Dio. Sentendo i loro canti, le loro voci e le loro melodie mi rifaccio coraggio, e penso alle parole della Scrittura: ‘I cieli raccontano la gloria di Dio’ (Sal 18,2) e ‘Tutto ciò che è sulla terra lo considero come cenere e rifiuti’ (cf. Fil 3,8).

Il decimo disse: “Io vedo continuamente l’angelo che mi affianca e che si trova vicino a me e veglio su di me pensando a ciò che è scritto: ‘Io pongo senza posa il Signore davanti ai miei occhi, poiché egli è alla mia destra affinché io non sia sbranato’ (Sal 15,8). Io lo temo, dunque, come colui che fa la guardia alla mia via e ogni giorno mi elevo verso Dio e gli espongo le mie opere e le mie parole”.

L’undicesimo disse: “Io mi personifico le virtù – il dominio di sé, la sobrietà, la pazienza, l’amore – e me le metto attorno. E ovunque io vada, mi dico: ‘Dove sono i tuoi maestri? Non essere pigro, non cedere all’accidia. Qualsiasi cosa tu voglia, parla attorniato dalle virtù [περί][4] affinché, dopo la tua morte, esse testimonino in tuo favore presso Dio che esse hanno trovato riposo in te’”.

Il dodicesimo disse: “Voi, padri, avendo condotte di vita celesti, avete anche un modo di pensare celeste. Non c’è nulla di cui meravigliarsi per questo. Vi vedo, infatti, elevati mediante le vostre opere e aggrappati alle cose dell’alto. Che cosa dire? I vostri pensieri sono dotati di ali. Infatti, una virtù vi eleva al di sopra della terra, rendendovi totalmente stranieri a essa. Se dunque dico che voi siete degli angeli terreni e degli uomini celesti, non commetterei alcun errore. Ma io, ritenendomi indegno di un tale coro, osservo i miei peccati: ovunque io vada, li vedo che mi precedono e mi condanno da solo all’inferno, dicendo: ‘Sii tra quelli di cui tu sei degno: tra poco tempo, infatti, sarai condannato a essere tra di loro’. Lì, padri, vedo gemiti e lacrime che nessuno è capace di descrivere, vedo uomini stridere i denti, fremere in tutto il corpo, tremare dalla testa ai piedi. Mi butto a terra, mi copro di cenere e supplico Dio per non provare l’esperienza di simili mali. Vedo anche un mare di fuoco, che, sconfinato, ribolliva, si gonfiava violentemente e muggiva, tanto che si penserebbe che i muggiti del fuoco si elevino fino al cielo. In questo mare terribile, vedo uomini innumerevoli gettati da angeli selvaggi. Tutti insieme, emettono grida e urla tali che mai sono stati uditi sulla terra e tutti fumano come legna secca. Le misericordie di Dio hanno girato lo sguardo dall’altra parte a causa dei loro peccati. Allora piango sul genere umano: come ha avuto il coraggio di fare discorsi e di occuparsi di qualcosa quando al mondo sono riservati tali mali? E tengo il mio pensiero in queste cose, esercitandomi alla compunzione di cui il Signore ha parlato, ritenendomi indegno del cielo e della terra, riflettendo su ciò che è scritto: ‘Le mie lacrime sono divenute il mio pane di giorno e di notte’ (Sal 41,4).”

Questi furono gli apoftegmi dei padri saggi e spirituali. Possiamo anche noi mostrare una condotta di vita degna di questo racconto memorabile affinché, diventati inappuntabili, perfetti e irreprensibili, possiamo essere graditi a Dio, poiché a lui spetta la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

[1] Jean-Claude Guy, “La Collation des douzes anachorètes”, in Annalecta Bollandiana (1958), pp. 422-427.

[2] L’esichia nelle fonti monastiche antiche indica allo stesso tempo la vita del monaco ritirato nella solitudine e nel silenzio e la quiete e il silenzio interiori dell’anima che vuole contemplare Dio.

[3] Il verbo greco αἰσχύνθητε (voce passiva) è tradotto nella versione francese di Guy (Jean-Claude Guy, Jean-Claude Guy, Les apophtegmes des pères du desert, Etiolles (Essonne) les Dominos, 1968, pp. 423-427) con ‘vénérez-moi’ e in quella inglese di Wortley (John Wortley, The Anonymous Sayings of the Desert Fathers: A Select Edition and Complete English Translation, Cambridge University Press, 2013, pp. 314-321) con ‘revere [me]’. Tuttavia il termine Greco è molto forte e significa, senza mezzi termini, ‘vergognatevi’ (cf. Is 42:17, Jer 12:13, Ez 36:32 LXX). Un’antica traduzione araba risolve in maniera brillante quello che, per un lettore contemporaneo, è l’accostamento contradditorio di ‘vergognarsi’ di fronte a un ‘padre’. Si legge nel Bustān al-Ruhbān: “Se siete miei figli, provate pudore nei confronti di me che sono un padre amorevole”.

[4] Il greco può anche significare: “Parla delle virtù”.

traduzione di Natidallospirito.com

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