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“La Luce che conosce il mio nome”: storia di una conversione dal buddhismo tibetano al cristianesimo

Sono stato un buddhista per dieci anni. Sono stato ordinato dopo sette anni di studio con il mio insegnante in una piccola linea familiare del lignaggio Nyingma del buddhismo Vajarayana (il buddhismo tibetano). In quel lignaggio ho avuto un maestro spirituale a cui volevo bene e a cui ne voglio ancora. Lui era, e continua a essere, un esempio di bontà nella mia vita. È stato attraverso il suo insegnamento che ho cominciato a vedere il mondo con occhi più ampi e un cuore più grande. Sono stato ordinato come Ngakpa nel lignaggio Nyingma. Una ordinazione Ngakpa è un’ordinazione sacerdotale tantrica. Anche se si fanno voti (damtsig), questi voti non si basano sul celibato né sull’astensione dalla carne e dall’alcol. Il nostro Sangha (comunità di praticanti) non era rinunciatario, ma seguiva le istruzioni di base nel tantra e nello dzogchen, [1] entrambi basati sulla trasformazione piuttosto che sulla rinuncia, e su improvvisi momenti di intuizione variabili in durata e intensità che portano al rigpa (uno stato della mente e della percezione basato sul rilassamento nello stato naturale dell’illuminazione). Quei momenti erano generati dall’intervento energico del nostro insegnante o dalla nostra capacità di “rilassarci” nel tessuto e nella struttura della nostra esperienza dell’essere e del non-essere – esperienza causata dalle pratiche che ci erano state insegnate. Nel corso degli anni quei momenti sembravano manifestarsi nel vedere il mondo sempre più nella bontà, nella gratitudine e nella compassione. Il mio maestro era solito dire che il buddhismo è novantanove per cento metodo e un per cento verità. Le pratiche del buddhismo sono utilizzate per sviluppare una chiarezza e un senso di consapevolezza che consentono di discernere una realtà non distorta da una mente nevrotica e da abitudini nevrotiche di risposta.

Eravamo un lignaggio non liturgico, con sessioni silenziose e canto yoga, mantra, e serie di esercizi fisici psico-spirituali come nucleo della nostra pratica. Ho fatto pellegrinaggi ai luoghi sacri in Nepal e ho frequentato ritiri con il mio maestro e con sorelle e fratelli vajra negli Stati Uniti e in Galles. Quei ritiri, sia collettivi sia individuali, sono stati molto significativi nella mia vita. E, posso sicuramente dire che ho avuto alcune “aperture” di vista, approfondimenti di prospettiva e di esperienza che io attribuisco al mio maestro e alle pratiche che mi sono state date.

Un pomeriggio alla fine di gennaio del 1999 sono andato al mio altare per la mia regolare pratica quotidiana. Di solito cominciavo con canto yoga e mantra e poi mi sedevo in silenzio. Ho acceso le candele sul mio altare e dopo aver terminato il mio canto e i mantra ho iniziato la mia pratica silenziosa. Non posso dire esattamente quanto tempo ero stato seduto, quando ho sentito la mia voce dire in parole mie ad alta voce: “Mi manca Gesù”. L’ho detto ad alta voce. Sembrava che fosse qualcosa che è venuto attraverso di me, piuttosto che fossi io a dirlo, ma non c’erano voci esterne. Lo stavo dicendo chiaramente io.

Quando ho detto “mi manca Gesù” mi sono sentito pieno di nostalgia. Non so come altro chiamarla. Soffrivo. Mi faceva male dentro. Ho sentito questa nostalgia assoluta e non ci potevo credere. Ho cercato di riorganizzare la mia attenzione e la mia consapevolezza per continuare la mia meditazione. Spesso in meditazione sperimenti percezioni al di fuori dell’ordinario, odori, illusioni visive, forse dei suoni, anomalie psico-spirituali che ti mandano fuori pista e ti distraggono dal viavai di pensieri che sei addestrato a far crescere e decrescere senza attaccamento.

I pensieri vanno e vengono, ma il metodo che stavo usando cercava di non farti attaccare ad alcun pensiero per evitare di seguire un pensiero in una narrazione o storia interna. Così ho provato a vedere questa esperienza come un nyam (esperienza meditativa) e a non prestarvi molta azione. Non riuscivo a riorganizzarmi, né a rilassarmi e mi sono alzato. Ho pensato: “Bene, questo è qualcosa della prima infanzia che sto proiettando sulla mia meditazione”. Sono cose di mamma e papà sull’amore non ho avuto e ho voluto, e deve avere a che fare col cristianesimo della mia infanzia. Anche se i miei genitori erano cristiani solo di nome ero stato cresciuto come presbiteriano soprattutto perché era quella la chiesa più vicina a casa nostra. I miei genitori non erano certo maniaci della Bibbia.

Ho finito la mia sessione di pratica, sono andato in cucina e ho cominciato a lavare i piatti. Ho sbrigato le mie faccende domestiche e non ci ho pensato molto, tranne per il continuo senso di nostalgia che non sembrava dissiparsi. Non riuscivo a scacciare l’esperienza, non importa quanto ci provassi. C’era questa terribile nostalgia in me che non potevo ignorare né spiegare. Non ne ho parlato a mia moglie, ma non riuscivo a smettere di pensarci, né trovare sollievo dal senso di dolore. Abbiamo passato una serata normale, guardando per un po’ la televisione e chiacchierando, e poi sono andato nel mio studio a dipingere. Io sono un artista e il mio studio è accanto al nostro cottage, e ci dormo quasi tutte le notti in cui dipingo fino a tardi. Dopo alcuni tentativi inquieti di lavorare a una tela che avevo iniziato, sono andato a dormire.

Quella notte, alle tre del mattino, sono stato svegliato da una “presenza” nella mia stanza. Era una nostalgia. Non so come altro chiamarla. Sentii una “presenza di nostalgia” in camera. Ero preoccupato che qualcuno fosse entrato in casa. Sono sceso dal letto e ho controllato tutte le stanze. Non c’era nessuno (tranne mia moglie) in casa, e lei era ancora profondamente addormentata. Ho deciso che, dal momento che mi ero svegliato, avrei fatto un po’ di pratica e sono andato al mio altare, nel mio studio. Ho meditato per circa due o tre quarti d’ora e sono tornato a dormire. La mattina dopo ho controllato che tutte le porte fossero chiuse e in preda al disagio ho guardato in giro per casa per vedere se riuscivo a trovare qualcosa che potesse spiegare la “presenza”. Non abbiamo animali domestici, e ho chiesto a Diane se si fosse alzata durante la notte per qualsiasi motivo. Aveva dormito profondamente, e mi ha chiesto se c’era qualcosa che non andava. Le ho detto che mi ero alzato e che per un po’ non ero riuscito ad addormentarmi. Ho esitato a parlarle del senso di quella “presenza”. Non volevo spaventarla e non volevo che pensasse che ero impazzito.

La notte successiva sono stato di nuovo svegliato da un “richiamo”. Non posso dirvi esattamente come sembrava, se non che questa “presenza” era nella stanza. Niente luci, niente allucinazioni, nessun suono, niente fanfare, niente roba da schizzati (per quanto ne capivo), ma sicuramente una sensazione che ero stato svegliato da una presenza. Posso solo dire che era una “presenza di nostalgia”. Mi faceva male dentro e provavo nostalgia per qualcosa che non potevo esprimere. Mi sentivo un milione di miglia lontano da casa.

Dovete capire che la mia vita era piuttosto felice. Eravamo sposati da 25 anni, e mia moglie e io ci amavamo. Siamo entrambi artisti, e avevamo una buona attività in questo settore. Avevamo un piccolo cottage con giardino in una piccola cittadina costiera della California settentrionale, vicino a San Francisco, che ci piaceva. Avevo un meraviglioso maestro spirituale e avevo preso i voti, ed ero devoto al mio lignaggio e sentiero buddhista. Ed ero abbastanza sano, per essere un uomo grasso oltre la cinquantina. Tutto andava generalmente bene. Nessuna grande crisi. Nulla che avesse a che fare con le esperienze che stavo avendo né con l’incredibile senso di nostalgia che provavo. Mi sentivo come se fossi innamorato, ma non sapevo di chi o di che cosa. Ero come un adolescente innamorato. Non riuscivo a smettere di sentire questo dolore e nostalgia e confusione. Tutto era cominciato quando avevo detto “mi manca Gesù”, ma non potevo credere che quella fosse davvero la fonte di questo male. Doveva essere qualcosa d’altro. Ma non sapevo cosa. Avevo cercato di risolvere la cosa in modo razionale, facendo un inventario delle possibili fonti, motivazioni, eventi, che potevano portare questa nostalgia. Sono rimasto bloccato. Nulla di ciò che elencavo sembrava essere una ragione per l’esperienza di nostalgia, e certamente non per la sensazione di una presenza notturna nella mia stanza.

Ogni notte, per una settimana, sono stato svegliato alle tre. Stavo cominciando ad avere un po’ di paura. Non avevo spiegazioni per ciò che stava accadendo, né alcuna idea di come avrei dovuto comportarmi. Ho capito che era al di là di qualsiasi cosa avessi mai provato e speravo che il mio insegnante avrebbe potuto aiutarmi sia a capire sia a far fronte alle esperienze. Se c’era qualcuno che sapeva cosa stava succedendo era lui. Alla fine ho contattato il mio insegnante in Galles e gli ho spiegato l’intera sequenza di esperienze. Mi ha dato il nome di una “divinità” tibetana da invocare e un mantra associato a tale “Essere di consapevolezza” (il nostro sangha usava il termine “Essere di consapevolezza”, al posto del tradizionale termine “divinità”). Mi ha detto che le se le esperienze fossero continuate, avrei dovuto fare pratica e recitare il mantra che mi aveva dato.

Quella notte sono stato svegliato di nuovo dal senso di una “presenza”. Sono andato al mio altare e ho acceso le candele. Mi sono seduto nella meditazione in silenzio per un po’ prima di usare il mantra e di invocare la divinità buddista come mi era stato detto di fare. È stata una potente meditazione. C’era una quiete profonda e ho sentito una calma e un silenzio che sembravano penetrare nella stanza. Ho invocato il nome dell’Essere di consapevolezza come indicato da Rinpoche (un termine onorifico per un insegnante Vajrayana che letteralmente significa Gioiello prezioso). Con mia grande sorpresa ho sentito una voce dire: “Quello non sono io”. Non posso dirvi dove venisse la voce. Suonava come la mia voce anche se non ho alcun ricordo di avere davvero pronunciato le parole. Non posso dirvi esattamente se la voce fosse interna o esterna, ma era una voce che ha detto chiaramente e distintamente: “Quello non sono io”.

Ero completamente scosso. Mi sono seduto a bocca aperta e in silenzio. Mi sono alzato e sono uscito fuori. Erano probabilmente le tre e mezzo del mattino e c’era una pallida luna appena visibile sopra l’oceano. Mi sono seduto sugli scalini di ingresso e ho cominciato a piangere. La nostalgia e il dolore interno non erano diminuiti ma sembravano essere aumentati. Ero al limite del mio ingegno e capivo che stava accadendo qualcosa. Solo che non sapevo cosa. Ho pianto dal mio cuore. Ho singhiozzato. Infine ho alzato la testa e ho chiesto: “Chi sei?”.

Quando ho detto quelle parole è accaduto qualcosa di incredibile. Vi prego di capirmi, non ho alcun modo appropriato per esprimerlo. Non ho modo di spiegare neppure come e perché è successo. Io sono il più stupido di tutti. Non ho nemmeno il diritto di tentare di spiegare che cosa è successo, né di dire che io, in ogni caso, comprendo o merito quel che è successo. Ma quando ho detto quelle parole, sono stato colmato di una luce soffice. Non era visibile nel senso ordinario. Era una luminosità che mi riempiva. Non posso descrivere la luce né descrivere come la luce potesse essere portatrice di una “conoscenza”. Ma sapevo che una luce era venuta dentro di me e che mi conosceva personalmente. So che sembra impossibile ma è successo. La luce non solo conosceva me, Miles, un folle e irascibile brontolone, ma mi amava, mi amava davvero. Perdonate la mia presunzione, ma è quello che ho sentito. Non ho modo di dirvi come lo sapevo, ma lo sapevo. Non sapevo come chiamarla. Mi sentivo a disagio cercando di dire Dio o Cristo, eppure sentivo che aveva a che fare con Dio e con il Cristo/Logos. Però non riuscivo ad arrivare a dirlo. Sembrava troppo impossibile e così caricato di tutto quello che avevo respinto nel cristianesimo (il cristianesimo protestante della mia infanzia). Era impossibile dire le parole anche se sentivo come se un frammento di Dio avesse fatto irruzione dentro di me e che era amore. Percepivo amore. Percepivo un amore divino. Percepivo un amore che era venuto a me personalmente, come se avesse chiamato il mio nome mentre veniva dentro di me. Eppure sembrava di essere sempre stato dentro di me, ma io non lo sapevo. È entrato dentro e contemporaneamente è esploso fuori. So che è difficile anche solo da immaginare e non ho altre parole che posso usare per cercare di spiegarlo. Se potessi dirvi queste cose in modo più chiaro lo farei.

Mi sono messo in ginocchio e mi sono prosternato a terra. Non posso dire per quanto tempo ci sono stato, ma alla fine mi sono seduto sulle scale e mi sono di nuovo messo a piangere. Non ho modo di spiegare quello che ho provato. Potrei sbagliarmi ma sentivo le parole cadere via mentre entravo nella luce e ho sentito una “conoscenza” in me che sembrava essere nata con l’amore. Sapevo che Dio mi amava, eppure non riuscivo a dire la parola Dio. Sapevo che Cristo mi chiamava anche se non potevo dire la parola Cristo. Ero giunto ad alcune realizzazioni nel mio buddhismo, alcuni piccoli guizzi di comprensione del quadro generale, attraverso il mio maestro e la mia pratica, ma niente come questo. Brillavo all’interno di amore e di una conoscenza della luce. Non era una vera e propria luce, visibile o tangibile ma mi sentivo come se stessi brillando dentro. Non riuscivo a capire se Dio avesse nostalgia di me o se io avessi nostalgia di Dio. Sembrava quasi come ci fossimo incontrati nella nostalgia. Per la prima volta la nostalgia sembrava essere l’esperienza della presenza di Dio e della mia relazione con lui. Nel buddhismo parlavamo spesso di trovare la presenza della nostra consapevolezza in una circostanza di vita. Nel tantra tutto ciò che è vissuto presenta la possibilità di sperimentare l’illuminazione in quel momento. Le nostre pratiche erano spesso basate sulla ricerca della presenza di consapevolezza nelle emozioni o nelle situazioni di vita che stavamo vivendo. Mi sembra di aver trovato la presenza della mia consapevolezza nella nostalgia di Dio e da Dio come luce e amore.

Per la prima volta nella mia vita c’era amore divino, un amore che conosceva il mio nome. Non so quanto tempo sono rimasto seduto sui gradini. Il cielo sembrava più luminoso, ma non posso dire quando sono rientrato. Sono sicuro che alla fine sono andato a dormire, ma non mi ricordo esattamente quando, anche se mi sono svegliato nel letto con i miei vestiti addosso.

La mattina dopo, quando ho raccontato a mia moglie quello che era successo, le ho detto che era entrata dentro di me “una Luce che non è luce e che conosce il mio nome”. Non sapevo come altro chiamarla. Ho descritto l’esperienza, ma ancora non riuscivo a dire la parola Dio, né potevo usare il nome di Cristo.

L’ho chiamata “una Luce che non è luce e che conosce il mio nome”.

Naturalmente mia moglie, da buona californiana, mi ha chiesto cosa avessi fumato. Entrambi abbiamo riso. Era passato molto tempo dall’ultima volta che avevo potuto farlo (fumare non era consentito nel nostro sangha), ma mi ha ascoltato e le ho raccontato i dettagli. Sapevo a quel punto che tutto era diverso. In qualche modo l’amore era entrato nel quadro e la vita come la conoscevo stava crollando. Il mio maestro era ateo e il buddhismo che avevo imparato certamente non presentava l’idea di un Dio creatore, né di una divinità che è fonte d’amore. Parlavamo di compassione e saggezza, di gentilezza e consapevolezza, ma raramente si pronunciava mai la parola amore, e certamente non nel contesto di un amore divino. Potevo vedere che mia moglie era spaventata. Non importa quanto ci scherzassimo su, si sentiva che tutto era in bilico. Non sapeva dove questo mi avrebbe portato. Non lo sapevo neanche io. Tutto era diventato piuttosto stabile nella nostra vita. Quella sera tutto è stato profondamente scosso, e mia moglie se n’era accorta.

Quando la “Luce che non è luce e che conosce il mio nome” mi ha pervaso di sé ho conosciuto cose che non potevo spiegare. Ho sperimentato un amore personale da una fonte che era al di là di tutto ciò che avevo sperimentato prima. Era meraviglioso e terribile allo stesso tempo.

Perché non potevo usare la parola Dio né Cristo? Che cosa mi tratteneva? Sembrava troppo agghiacciante pensare che fosse l’uno o l’altro, ma per la prima volta sembrava possibile. Era possibile che il suo amore fosse l’amore di Dio. Era possibile che questa fosse un’esperienza di Cristo. Credo che in qualche modo fosse troppo banale da dire. Certamente non volevo essere un cristiano. Avevo criticato i cristiani come ipocriti e idioti per anni. Da buddhista ero stato un po’ più gentile a questo proposito, ma non avevo ancora alcuna intenzione di essere un cristiano, né alcun desiderio di esplorare questa strada. Non ho mai potuto sbarazzarmi di un concetto di Dio, anche se Rinpoche diceva che dovevo risolvere la mia idea di Dio in rapporto alla colpa. Io incolpavo Dio per un sacco di cose nella mia vita, e mi ha detto che per crescere spiritualmente dovevo lasciar andare il concetto di colpa. Aveva ragione.

Un mondo si stava aprendo e un altro stava cadendo a pezzi. I voti che avevo fatto diventando un ngakpa erano stati presi come voti per tutta la vita. L’impegno che avevo preso era visto come impegno “di molte vite” sia verso il mio maestro sia verso il mio lignaggio. Ora ero di fronte al fatto che c’era un creatore dell’amore, una fonte dell’amore e uno spirito dell’amore che era inspiegabile nel mio buddhismo, e dalla mia esperienza, era una realtà che non può essere negata. Ho lottato chiedendomi cosa fare. Non avevo un contesto che contribuisse a risolvere l’esperienza. L’ateismo del mio maestro sembrava escludere la possibilità che lui comprendesse la realtà che aveva appena preso piede nella mia vita. Avevo avuto un’esperienza che sembrava sconvolgere completamente il mio buddhismo. La struttura della nostra pratica e l’istruzione del mio maestro sembravano limitate e, devo ammettere, incomplete. Sapevo che il mio insegnante si sbagliava su Dio. Che cosa avrei potuto fare?

Panteleimon David Walker è il mio agopuntore e un membro della Chiesa Ortodossa in America (OCA). Avevamo discusso il buddismo e il cristianesimo per mesi, mentre mi faceva i trattamenti. La settimana successiva avevo un appuntamento con lui. Dopo esserci salutati, ha detto: “Ho un libro per te, che credo ti piacerà”. Era Christ The Eternal Tao (Cristo l’eterno Tao) dello ieromonaco Damascene. Quella notte ho divorato il libro. Non ho idea di quando sono andato a dormire, ma l’ho letto per giorni, e mi ha dato una base per sistemare le esperienze che avevo avuto in relazione alla “Luce che non è luce e che conosce il mio nome”.

Sapevo che c’era una fonte d’amore e una energia d’amore ma esitavo a chiamarla lo Spirito Santo. Avevo lasciato molto indietro il cristianesimo della mia infanzia. Le parole mi si bloccavano ancora in gola.

David mi suggerì di provare a frequentare una chiesa ortodossa e menzionò una chiesa della OCA a San Francisco. Eppure questo sembrava troppo strano, un impegno troppo intenso in una religione che avevo abbandonato. Volevo qualcosa che non fosse basato su un contesto istituzionale. L’ultima cosa che volevo fare era essere coinvolto in una chiesa! Dopo tutto ero un buddhista. Perché venivo attratto verso un’altra religione, soprattutto il cristianesimo? Avevo preso un impegno verso il mio maestro e il mio lignaggio. Non avrei dovuto esplorare altre forme di culto a così tarda età. Ma il mio buddhismo non affrontava né riconosceva le esperienze che avevo appena avuto in relazione al divino. Sapevo come sapevo qualsiasi altra cosa che le esperienze che avevo avuto di una “Luce che non è luce e che conosce il mio nome” erano reali e vere. Il mio insegnante diceva che non c’è nessun Dio e io sapevo di avere sperimentato personalmente l’amore divino.

Resistevo all’idea di una chiesa, eppure l’Ortodossia ha un’antica tradizione contemplativa e una prassi per approfondire e ampliare un personale senso di trasformazione di sé in relazione al divino. Il libro di padre Damascene mi aveva aperto almeno alla possibilità di esplorare (senza impegno) una tradizione nel cristianesimo che era di gran lunga al di là di ogni tradizione cristiana di cui avevo mai sentito parlare. Ho chiamato la cattedrale della santa Trinità (una chiesa della OCA a San Francisco). Ha risposto al telefono un uomo, a cui ho chiesto se le funzioni erano in inglese. Mi ha risposto con un forte accento russo: “Stentato”. Mi sono messo a ridere. Mi piaceva già il suo umorismo all’inglese. Ho chiesto gli orari della Liturgia e l’ho ringraziato.

Domenica 7 febbraio mi sono svegliato e vestito e ho detto a mia moglie che andavo a cercare una chiesa. Era sconvolta. “Che cosa?!”, ha esclamato.

“Lo so, non farmi domande. Torno presto”.

la cattedrale della santa Trinità della Chiesa Ortodossa in America, all’angolo tra Green Street e Van Ness Street a San Francisco, California

C’era una forte pioggia e le strade erano quasi vuote. Ho guidato per San Francisco, con una vaga idea di una chiesa russa con delle cupole blu. L’indirizzo della cattedrale della santa Trinità era Green Street e ho pensato di andare in quella direzione. Ho finalmente visto la cupola e la croce. Non c’è mai un posto per parcheggiare in quella zona, così mentre mi avvicinavo mi sono detto: “Se c’è un parcheggio mi fermo, se no vado al Burger King”. Nell’istante in cui l’ho detto, una persona ha lasciato un posto di fronte alla chiesa. “Ok, ok, ci vado”. Sono entrato nella chiesa il 7 febbraio 1999. Non lo sapevo in quel momento, ma era la domenica del Figliol Prodigo.

Nel tantra tutti i mezzi di percezione sono usati nella propria pratica. I sensi non sono negati, ma utilizzati sia per aprirsi sia per rilassarsi nello stato naturale della propria illuminazione. Quando sono entrato in chiesa ho sentito una vasta gamma di luci e profumi. Sono stato accolto alla porta e mi è stato dato il benvenuto. Quando mi è stato chiesto se ero ortodosso ho risposto rapidamente (e probabilmente bruscamente) che non ero cristiano ma buddista. Sono rimasto nel retro della chiesa e ho guardato. Appena la Liturgia è iniziata, la musica e il canto e le letture sembravano riempire la stanza tanto quanto la luce e profumi. L’intera funzione sembrava un elaborato rituale dei sensi. È stato meraviglioso e allo stesso tempo mi ha spaventato a morte. C’era qualcosa che sembrava quadrasse. Se solo non fosse stato così cristiano! Dopo la funzione sono stato invitato a pranzo. Ho accettato. C’è stata una buona conversazione e anche un interesse per il mio buddhismo. Sono andato via con la sensazione di aver trovato un nuovo tipo di cristianesimo. Sicuramente non era il cristianesimo della mia infanzia. Sono tornato la domenica successiva.

Ho cominciato ad ascoltare le parole della Liturgia. Presto ho cominciato a venire ad alcune delle funzioni serali e sono rimasto stupito di quello che veniva recitato. Non avevo mai sentito parlare di una teologia cantata insieme con le letture. Ancor più ho cominciato a capire che nell’Ortodossia c’era un cristianesimo che era più vasto e più profondo di quello che conoscevo. E ho cominciato a sentire riferimenti alla luce, una luce che sembrava avere molto in comune con la mia esperienza di “una Luce che non è luce e che conosce il mio nome”. C’era anche una teologia che riconosceva la Luce e usava quella Luce come una descrizione di come Dio, il Logos, e lo Spirito Santo chiamano e amano. Ho cominciato a sentirmi più a mio agio con le parole Dio e Cristo. Naturalmente mia moglie e i miei amici si sentivano molto a disagio sentendomi cominciare a usare quelle temute parole. La maggior parte della gente taceva quando sentiva che frequentavo una chiesa cristiana, tanto più una chiesa cristiana ortodossa. Frequentavo ancora il mio gruppo buddista e sapevo che quando il mio insegnante sarebbe arrivato a marzo, avremmo dovuto parlare. Mi sentivo come se stessi scappando furtivamente per andare in una chiesa cristiana e non volevo farlo. Ma dovevo cercare di trarre un senso dalle mie esperienze e sentivo che la chiesa offriva qualche possibilità di risposta a ciò che né il mio maestro, né il mio lignaggio buddhista sembravano di essere in grado di spiegare.

l’iconostasi della cattedrale della santa Trinità

Il libro di padre Damascene era stato il catalizzatore per quell’esplorazione, e lo sviluppo della chiesa nella mia vita sembra una progressione quasi naturale da quella lettura iniziale del suo libro. Quanto più partecipavo alle funzioni, tanto più sentivo che questo era un posto dove avrei potuto essere a mio agio come cristiano. Anche se dovete rendervi conto che non usavo mai questa parola. Resistevo ancora. Indugiavo ancora. Mi nascondevo ai bordi del cristianesimo, nelle ombre delle candele tanto quanto nella luce. Resistevo e resistevo a prosternarmi e a farmi il segno della croce. La cosa stava semplicemente andando troppo lontano. Ero ancora un buddhista. Ero appena un visitatore del cristianesimo. In questo modo potevo ancora partecipare ed esplorare, ma non prendermi un impegno. Una sera matushka Barbara si è avvicinata a me e mi ha chiesto se volessi imparare a farmi il segno della croce. Quando ho detto di sì, sono rimasto sorpreso di me stesso.

So che sembra strano, ma farmi il segno della croce ha fatto una differenza nel modo in cui mi vedevo e come cominciavo a pregare. Era il primo segno da me fatto pubblicamente che riconosceva che mi fidavo del cristianesimo e che avevo cominciato a vedere me stesso all’interno della cornice cristiana. È difficile da spiegare. È un gesto così semplice, ma per molti versi è diventato il mio primo atto di riconoscimento cristiano. È diventato il primo segno che stavo “rivestendomi di Cristo”. Ero stato cresciuto nell’odio verso i papisti. Mio padre era cresciuto tra i luterani tedeschi e odiava la Chiesa cattolica. Ne avevo ancora tracce in me. Ma mi sono segnato in quella sera e in altre sere mentre cominciavo a frequentare sempre più funzioni e a cercare nell’Ortodossia delle risposte e una nuova forma di devozione.

Nel buddhismo vajrayana si considera il proprio maestro come un essere illuminato che rappresenta appieno il proprio percorso verso questo obiettivo. Ci si prosterna al proprio insegnante come segno di pieno rispetto e come segno di dipendenza da lui per il proprio avanzamento e realizzazione spirituale. Io mi prosternavo al mio maestro senza alcuna riserva (tranne che per il fatto che ero obeso e per le mie ginocchia). Nella Chiesa ortodossa ci si prosterna davanti a Dio, davanti a Cristo, davanti allo Spirito Santo. Ci si prosterna davanti alle immagini dei santi come atto di devozione e rispetto. Io non facevo ancora prosternazioni. C’era qualcosa nella mia testardaggine che non aveva senso nemmeno per me. Sapevo che era strano essere in grado di prosternarsi davanti a un insegnante, eppure non farlo davanti a Dio. In qualche modo sembrava più facile fidarsi di un uomo piuttosto che del divino. Mi segnavo, ma non mi prosternavo. Ero stato letteralmente tirato giù dal letto, chiamato in un modo che anch’io avevo potuto sentire, e avevo avuto questa incredibile esperienza di luce e amore in modo personale, ma il mio orgoglio e la mia testardaggine resistevano ancora a un’espressione più ricca e più piena di devozione. Non mi volevo piegare. Non mi volevo prosternare davanti a Dio. Qualcosa stava ancora resistendo fortemente alla chiamata di Cristo e della Chiesa ortodossa. Eppure sapevo che non potevo tornare indietro.

La Grande Quaresima è un tempo di intensa disamina spirituale. Tutta la chiesa inizia collettivamente un viaggio con Cristo verso Gerusalemme. Tutti i 40 giorni diventano un dramma cosmico sospeso in un tempo che avevo raramente sperimentato nel buddhismo. Il tempo sembra dileguarsi quasi in relazione a quanto si allungano le funzioni. In qualche modo il tempo era utilizzato per distruggere il tempo.

Avevo partecipato a lunghi rituali nel buddhismo. Ho avuto a volte la sensazione che scorressero più veloci di quanto mi aspettassi. Ma non avevo mai sperimentato il tempo in un modo “eterno”. So ancora quanto sia difficile da capire, ma la maggiore lunghezza dei servizi e delle liturgie sembrava effettivamente collassare in una atemporalità che non avevo mai sentito così intensamente. Ogni parola del canto o della funzione sembrava essere diretta a me. Ogni versetto che parlava di essere perso e confuso e in balìa delle circostanze della vita era letto per me. Ero stato trovato dall’amore, ma ero ancora perduto. Andavo via ogni sera con la sensazione che era stato cantato tutto quello che avrei detto io, se avessi potuto dire qualcosa di così bello e vero. Lasciavo che il coro cantasse le mie lodi e che il lettore proclamasse il mio amore. Quanto più la Quaresima si approfondiva, tanto più diveniva vasta e ampia e, devo dire, dolorosa. Ho cominciato a vivere il tempo nella chiesa come nessun altro tempo.

Anche quando avevo passato ore in meditazione e settimane in ritiro solitario, il tempo non era mai diventato così quieto. Le funzioni della Grande Quaresima hanno cominciato a cambiarmi. Una notte, durante la Grande Compieta (credo), le mie ginocchia si sono piegate. Mi sentivo in ginocchio davanti a Dio e mi sono sentito così male per aver resistito tanto. Mi sentivo come uno sciocco e un idiota orgoglioso. Tutto in me mi aveva parlato del grande e buon cuore di Cristo e io avevo rifiutato il suo abbraccio. Quando la mia testa ha toccato il pavimento, Dio mi ha spezzato il cuore. Mi sono messo a singhiozzare. Quando padre Victor è venuto a incensare l’icona vicino a me so che mi ha sentito piangere. Non riuscivo a smettere. Ero così imbarazzato. Mi sentivo così esposto. C’erano persone con cui mi ero incontrato su base regolare per settimane e che stavano vicino a me in chiesa. Mi avevano visto arrogante nel mio buddhismo, mi avevano visto stare in piedi sul retro della chiesa. Mi avevano visto segnarmi eppure ancora trattenermi. E ora vedevano le mie ginocchia piegarsi e la mia testa toccare il pavimento di legno e piangere mentre Dio mi spezzava il cuore.

Ha spezzato il mio cuore proprio lì. Posso indicare il punto esatto. Mi aveva chiamato nella notte. Era entrato in me come luce. Ora mi spezzava il cuore. Non riesco a spiegarlo in modo più chiaro. Dio ha spezzato il mio cuore, la mia arroganza e la mia solitudine e ha reso la solitudine impossibile. Mi ha tenuto sospeso nel tempo e nell’amore, e non ero degno di un briciolo di esso.

Ora mi aveva spezzato con l’amore. Ero un mendicante. Sono un mendicante.

Le funzioni serali sono diventate più frequenti e intense. Mia moglie era arrabbiata perché stavo lontano così tanto e spesso non eravamo d’accordo. Non avevo molto sostegno personale per continuare questo spostamento verso il cammino cristiano. I miei amici pensavano che fossi pazzo. I miei membri del sangha buddhista non sapevano nemmeno della mia frequentazione parallela della chiesa. Quanto più ero attratto verso la chiesa maggiori erano le forze che mi sembravano tirarmi indietro. Le contraddizioni e le ipocrisie della mia partecipazione come buddhista in una chiesa cristiana erano evidenti anche a me.

È stata quella sera che ho capito che non potevo più tornare indietro. Ero innamorato e dovevo avvicinarmi il più possibile a quella fonte d’amore. Penso di essere impazzito per un po’. La nostalgia non si fermava. Sembrava approfondirsi man mano che la Grande Quaresima progrediva. Piangevo a ogni piè sospinto. Passeggiavo per strada e vedendo una coppia di anziani che si tenevano per mano scoppiavo in lacrime. Alle funzioni e alla Liturgia ero perduto. Sentivo il suono delle campane all’inizio della recita del Credo e dovevo trattenere le lacrime. Il mio naso colava alla grande. Ho cercato di dire a Diane che potevo portare un migliaio di edizioni di grandi libri per comprovare di ogni frase del Credo e sarebbero stati nulla di fronte a poche lacrime. Ho cominciato a stare in un angolo perché ero molto imbarazzato. Mi mancava stare davanti vicino al coro, ma nel mio angolo mi sentivo come un mendicante che si riscalda davanti a un fuoco acceso per strada.

Ho scritto sia a padre Damascene, che era in Alaska, sia al rettore della cattedrale della Trinità, padre Victor Sokolov, per dire loro ciò che mi stava accadendo e la mia crescente necessità di affrontare la possibilità di esplorare l’Ortodossia più seriamente. Padre Damascene ha risposto con una splendida lettera di incoraggiamento. Sono stato molto commosso dalla sua gentilezza. Ho chiesto di incontrare padre Victor.

Sapevo che il mio maestro stava per arrivare e l’ho chiamato chiedendogli di riservare un po’ di tempo insieme. Avevo rotto i miei voti fatti a lui, non perché stavo cominciando ad abbracciare il cristianesimo, ma perché non mi fidavo di lui abbastanza perché capisse l’esperienza della “Luce che non è luce e che conosce il mio nome”. Ho sentito che, siccome la sua era una posizione atea, non avrebbe capito a priori l’essenza dell’esperienza della Luce. Quello è stato in realtà il punto in cui ho rotto i miei voti. È allora che violato la fiducia tra studente e insegnante, non in seguito, quando gli ho chiesto di lasciare i miei voti. È stato in quella breccia che sono stato effettivamente in grado di aprirmi all’espressione più piena dello Spirito Santo, di aprire una parte di me stesso che mi ero impegnato a non aprire a causa dei miei voti.

Quei voti buddisti erano un tempo il centro della mia identità e della mia vita. Ho cercato di prenderli seriamente. Ho voluto bene a Rinpoche. Gliene voglio ancora. Ho sentito questa incredibile responsabilità di continuare misticamente un treno di pensiero e di metodo che aiutava la gente a vedere gli schemi che li trattengono dal rilassarsi nella bontà naturale dell’essere e del non-essere. Avevo preso un impegno per questo e spero ancora che ci sia in me una parte di questo impegno verso la bontà e la liberazione.

Ho incontrato Rinpoche e abbiamo cominciato a parlare. Ho chiesto se potevamo spostarci dal soggiorno nella sua stanza privata per un po’ di privacy. So che ha avvertito un disagio. Gli ho detto quello che era successo, ho cercato di spiegargli completamente l’esperienza della Luce che non è luce. Credo che abbia visto in me che l’esperienza era reale. Forse si è riflesso nelle mie lacrime. Ancora una volta mi ero perso in queste lacrime di gioia e di terrore. Avevo paura di tagliare un cordone che mi aveva nutrito spiritualmente. Ho chiesto di essere tolto dalla linea di energia che si muove attraverso il cosmo come un fiume. Sono stato tolto fuori dal flusso. Ora ero un ex buddhista. Tutti i miei dèi erano stati portati via; le mie immagini di consapevolezza del modo in cui il mondo era riflesso. Gli yidam e i protettori [2] con i quali condividevo un mondo non erano più lì per me. È stata una perdita strana, ma potente.

Piuttosto improvvisamente gli ho chiesto di essere liberato dai miei voti. La cosa è come esplosa dalla mia bocca. Mi sentivo malissimo. Ho sentito le mie parole che chiedevano di essere liberato dai miei voti e sentivo di aver tradito un uomo che ho amato e che mi ha amato teneramente. Era stato il mio padre spirituale per quasi otto anni. Sapevo che gli stavo facendo male. Gli stavo facendo male perché mi amava e io lo sapevo e avevo preso un impegno di unirmi a questo flusso di lignaggio fino a quando tutti gli esseri fossero stati liberati. Era più di un voto personale fatto a lui solo. Lo sapevo. Tali metodi di visualizzazione e identificazione nel vasto ambito di esseri, mondi ed energie erano i punti di riferimento centrali della mia vita. Ci sono nel buddhismo correnti di liberazione che hanno cosmologie e modi specifici di vedere il mondo. Tutte le correnti si riferiscono alla base di compassione e consapevolezza della loro religione. Stavo chiedendo di non far più parte di più di un semplice sangha.

Tutto era caratterizzato dalla tristezza. Rinpoche ha detto che mi avrebbe liberato dai miei voti. Mi ha detto di esplorare il cammino cristiano per un anno, e che entro l’anno, se avessi voluto, avrei potuto tornare ai miei voti. Ha visto che ero passato attraverso alcune trasformazioni, ma non ho idea di quello che abbia visto. Come sempre ha optato per la gentilezza e ha creato la possibilità di un margine di spazio in un momento terribile. Poteva sempre trasformare un momento di flusso nell’essere da capo a piedi. È per questo che è stato un così buon insegnante per me. Ha capovolto i miei modelli di reazione al mondo esterno. Ma è stato attraverso l’esperienza della Luce di Dio, in cui tutto sembrava essere già superato, che gli ho detto che non avevo intenzione di tirarmi indietro e che sarei andato più a fondo possibile.

Ha detto che la mia unica responsabilità verso di lui sarebbe stata quella di essere un buon cristiano.

Penso che abbiamo pianto insieme. Questo è il modo in cui me lo ricordo. Ma avrei potuto essere solo io. L’ho lasciato sentendomi come sotto shock. Mi sentivo come fosse morto qualcuno. Ho sentito quella terribile sensazione che si ha come dopo un incidente tutto cambia in un secondo. Quel terribile momento in cui un quindicenne mette le mani su una pistola e tocca il grilletto. C’è quel lacerante momento di certezza e terrore dove nasce qualcosa e qualcosa sfuma all’ultimo momento. Rinpoche aveva sempre cercato di mostrarci come trasformare questi momenti in punti di consapevolezza.

Passavo sopra il Bay Bridge e improvvisamente mi ha colpito che al di là del dolore c’era un senso di certezza che la decisione era stata giusta. Era uno strano ricordo dolceamaro della “Luce che non è luce e che conosce il mio nome”. Anche in tutta l’angoscia era ancora presente. Comincio a ricordare tutto, dalla chiamata nella notte alla ricerca dei ladri. Ho dimenticato Dio per tutto il tempo. Questo è il mio problema. Ho dimenticato Dio per vent’anni.

Ero stato letteralmente risvegliato e portato alla soglia e fatto entrare. Ho cercato di ricordare la prima volta che mi sono segnato e il luogo in cui Dio mi ha spezzato il cuore.

A volte Dio deve colpire noi idioti in testa con un asse, prima che capiamo. Il mio stomaco era in subbuglio, eppure da qualche parte c’era un senso che tutto andava bene. C’era questo piccolo punto di calma. C’era un occhio in mezzo al ciclone. Il dubbio e dolore erano un’atmosfera che circondava questa piccola goccia di certezza dell’amore di Dio. Bisognava ricordare e in qualche modo ricordare per tutta la giornata, che quest’amore era lì.

Alla fine, c’era una destinazione in questa strana confluenza di tempo, circostanze e mysterion. Sembra che ci sia, in questo grande dramma dell’economia delle cose, una fonte centrale di Amore che svuota se stesso, che spazza tutto ciò che esiste e richiama tutto e tutti all’amore divino. Questo è il modo più vicino che ho di descriverlo.

Ho mandato una e-mail a padre Victor per dirgli che ero stato liberato dai miei voti buddhisti. Ho chiesto di incontrarlo per capire come procedere da questo punto. Ho continuato a frequentare le funzioni durante la Grande Quaresima. All’arrivo della Pasqua ero stanco. In realtà ero usurato. Ero prosciugato e svuotato eccetto che per questa piccola Luce che si trovava da qualche parte alle mie spalle. Tutto era stato capovolto in pochi mesi.

Mi sono incontrato con padre Victor e abbiamo parlato. Ha suggerito alcuni libri e mi ha incoraggiato a continuare a partecipare alle funzioni. Mi ha ricordato che c’era un gruppo di studio che si incontrava ogni tot settimane dopo i Vespri. Il mio incontro con padre Victor è stato molto congeniale. Non lo sapeva quando lo ha detto, ma mi ha dato probabilmente uno dei consigli più importanti che chiunque potrebbe dare a un buddhista che stava guardando verso Cristo. Lo ha detto in fretta e in modo casuale. Si è fermato, si è voltato e ha detto: “Anche se non hai nulla da offrire, offri quel nulla”. In quel momento Dio ha fatto in modo che il mondo sembrasse abbondante e padre Victor mi ha aiutato. Mi sono reso conto che non avrei potuto offrire nulla a Dio. Gli potevo offrire la mia tristezza e depressione, la mia rabbia e sfiducia. In una buona giornata avrei potuto offrirgli un po’ di gioia e di felicità. Era una cosa molto importante per me da sentire. Che stesse citando qualcun altro o no non mi interessa. In quel momento quelle parole erano di padre Victor, e sono state con me fin da allora. Non c’è mai stato un momento da allora in cui non ho avuto qualcosa da offrire a Dio.

Più mi muovevo verso la chiesa più le cose diventavano tese a casa. Io mancavo a Diane, che non faceva mistero nel farmelo sapere. Naturalmente dopo 23 anni insieme (a quel tempo) sapeva che la sottigliezza non funziona con me. Sono troppo stupido. Le più difficili rotture personali sono state con amici cari del mio gruppo buddista. Ho chiesto il permesso del mio maestro per raccontare alla mia sorella e al mio fratello vajra (le mie relazioni più strette nel gruppo) l’intera storia in modo che sapessero esattamente cos’era successo. Temo che non condividevamo una base di esperienza, né di linguaggio. Non importa quello che dicevo che era successo, loro vedevano solo che avevo rotto i miei voti. Ascoltare era molto doloroso e difficile. Come ho detto, c’era in gioco molto più di un piccolo gruppo di persone. Stavamo parlando della continuazione di un lignaggio e quei voti erano parte di questo impegno. La loro rabbia era in realtà un segno della loro devozione a Rinpoche. Si sono sentiti traditi, feriti e arrabbiati. Stavo rompendo un legame spirituale tra di noi. Avevano ragione. Ma anch’io ho avuto un momento molto difficile nel cercare di capire ciò che mi sembrava una mancanza di amore. C’è stato un lungo silenzio.

Il 23 maggio 1999, sono stato battezzato nella Chiesa Ortodossa in America. Ciò che segue è la copia di una lettera che ho inviato al mio sacerdote che può trasmettere qualcosa di ciò che il sacramento ha significato per me.

Caro Padre Victor,

Oggi si sono conclusi quattro mesi di tentativi di accettare il mistero dell’essere di Dio e della sua profonda nostalgia per ognuno di noi. So che questo è solo l’inizio. So che sono così nuovo e giovane che c’è il pericolo che il potere di questa gioia mi farà credere di sapere cose che non so. Ma oggi è stato un giorno meraviglioso – pieno di meraviglia.

L’incredibile gratitudine che ho sentito ieri era incompleta, debole. Io non sono ora, né mai sarò in grado di riempirmi della gratitudine di Dio in un modo che possa essere di qualche utilità a lui. Io sono un povero esempio di devozione, ma per me questo giorno è una misura di gratitudine traboccante, che si sparge sul pavimento, che riempie la cantina. Come potrei ricambiare Dio? Che cosa potrei anche solo concepire, che possa essere un’offerta? Non riesco a immaginare di essere in grado di esprimere questa primavera in me. Ma se potessi, lo farei oggi. Vorrei andare da Dio e offrirgli questo giorno come ciò che gli posso dare. Vorrei svuotare le tasche di questa giornata e dire: “Ti prego, Signore, è il meglio che ho. Prendi questo da me – questo giorno”.

Le lacrime mi rigano le guance. Mia moglie mi sta guardando a un battito di cuore più in là. Sento il coro. Vedo gli occhi di mia moglie. Guardo te che vieni verso di me. È al rallentatore, un film girato fuori dal tempo. La chiesa respira di questa luce. Guardo la tua croce davanti a me, l’oro nel sole diffuso, il tessuto bianco dei tuoi parlamenti. Le parole che stai dicendo risuonano come campane. Sto solo, lì in piedi. Io sono solo questa persona in piedi in questo bellissimo posto. C’è una pienezza che non ho mai conosciuto, un senso di essere conosciuto da Dio dentro di me. In questo mi sento sicuro. Le crepe profonde del mio cuore, quei luoghi scuri, nascosti, tristi, quei posti che ho chiuso all’amore per tutta la vita sembrano toccati da una grande gentilezza. La neve si sta sciogliendo. Lo sento dentro di me. I ghiacciai si stanno trasformando in laghi. Le porte sono aperte e il vento spazza le tende. C’è una chiazza di sole caldo sul pavimento e i granelli di polvere brillano nell’aria, vorticosi come le pieghe della gonna di una ballerina che accarezzano il pavimento.

Caro Padre Victor, non si tratta di una seconda occasione: è una prima occasione. Sono nuovo alla vita, nuovo a questo mondo. Non mi sono mai sentito come in questa novità. Mi sento pulito. Davvero, mi sento pulito dentro. Mi sento come se non avessi mai visto prima la luce del sole. Sono stupito dagli occhi della gente. Le piccole rughe attorno alla bocca quando sorridono. Il modo in cui il mattino brilla attraverso di loro e non solo su di loro. Sembrano così meravigliosi.

L’acqua mi ha lavato. Non avrei mai pensato che avrei potuto capirlo e nemmeno dirlo. L’olio mi ha benedetto. Mi ha sigillato nel corpo di una Chiesa senza tempo.

Questo non è qualche archetipo o simbolo, o semplicemente un rituale intrappolato in una piccola chiesa di San Francisco. È reale ed è meraviglioso ed è da Dio per tutti noi. Tutto in me dice che questo è vero. Ricordo la mano di Johann sul mio braccio, che mi aiutava mentre mettevo piede nel fiume Giordano. Ricordo il raggio di sole e Cristo attraverso le porte sante. Ricordo Diane che piangeva seduta sulla panca. Ricordo la tua voce e ricordo come Dio mi ha tenuto sotto l’acqua e mi ha preso e mi ha lavato e mi ha sollevato per mostrare al mondo che un nuovo bambino era nato.

Tu mi guidi dal fiume, i miei vestiti che mi si appiccicano addosso mentre afferro la mano avvolta nei paramenti, gioia nel mio cuore, a guardare ogni passo e il sorriso e gli occhi della Chiesa viva nel mattino. I fedeli aspettavano seduti sulle panche. Mia moglie guardava, e anche quelle meravigliose persone che mi hanno incoraggiato fin dalla Domenica del Figliol Prodigo a tornare, a tornare sempre.

Tornare sempre. Questa formula di pentimento – la libertà di tornare – è stata il la mia “tangenziale” per ritornare e pentirmi da quando Dio mi ha spezzato il cuore. Posso mostrarti il luogo dove Dio ha spezzato il mio cuore nella tua chiesa, nella nostra chiesa. Posso mostrarti dove ho strofinato il pavimento con la manica dopo essermi finalmente prosternato a lui e aver gridato a lui e aver risposto a lui. Come potrei andare altrove? Quale posto potrebbe essere casa più di qui? Voglio essere nel luogo in cui Dio mi ha spezzato il cuore.

Quando mi sono avvicinato al calice sono tornato a casa.

Sono cresciuto prendendo la comunione, ma non ho mai veramente preso parte all’Eucaristia. Oggi mi è stata data attraverso la grazia la possibilità di mangiare del Corpo e bere del Sangue di Cristo. Non lo avevo mai sperimentato prima anche se avevo preso spesso la comunione. Non ci sono parole reali per questo, si tratta di un mistero di cui non posso nemmeno cominciare a parlare. Sono muto di fronte a questo. Sono solo grato oltre misura e spinto a un benedetto silenzio.

E finalmente sono a casa. Dio, per qualche ragione sconosciuta, mi ama. Me! So che questo è vero. Egli mi ama come sono, con un nome, il mio nome! Dio conosce il mio nome! Dio conosce il mio cuore, il mio cervello, il mio grasso, i miei muscoli e mi ama. Dio conosce ogni mio pensiero e ogni paura e dolore e ancora mi accetta. Questa è la realtà più incredibile possibile. Padre, oggi è stato il grande dono di Dio a me e il mio a lui. Io sono povero e vuoto di fronte a questo.

Eppure, in quel mio vuoto sono pieno di lui. Oggi sono stato svuotato e oggi sono stato riempito. Tu hai retto la coppa per Dio. Come ministro del Corpo di Cristo, hai soffiato su di me, mi hai lavato e mi hai unto con il suo olio. Questo è ciò che egli ti ha dato di fare. Mi hai dato da bere e mi hai dato da mangiare. Questo è ciò che egli ti ha dato di fare. Ma è stato lui che mi ha svuotato oggi e lui che mi ha riempito oggi con la sua grazia

Questo è il mistero che abbiamo condiviso oggi. Tu ed io e le grandi persone di buon cuore che compongono il corpo della Chiesa. È stato il mio viaggio e il nostro come Chiesa.

Sono stato risvegliato dall’acqua, dalla grazia e dall’amore di Dio. Sono stato unto con l’olio in questo momento e per sempre. Sono stato rinnovato, ritrovato e chiamato, perdonato, perdonato, perdonato. Sono stato infuso con una comprensione di un mistero che va oltre la mia comprensione. Io sono un folle e un peccatore, ma sono stato abbracciato nello Spirito Santo e mi è stato dato un nome di fronte a una Chiesa che esisterà per sempre.

Offro questo giorno a Dio. Questa notte non restano parole, padre. Solo gratitudine e preghiera e silenzio.

Buonanotte.

Con amore in Cristo,

Nilus

il giorno del battesimo di Nilus Stryker

Nota del redattore: Al suo battesimo, Miles Stryker ha ricevuto il nome di un santo della “Tebaide del Nord” della Russia: san Nilo di Sora.

Per informazioni sulla chiesa menzionata in questo articolo – la cattedrale della santa Trinità a San Francisco – guardate il sito www.holy-trinity.org

Note

[1] Il tantra è una serie di insegnamenti che sottolineano la relazione dei praticanti alle loro esperienze di vita quotidiana. Lo dzogchen è la caduta delle forme di insegnamento basata su un risveglio improvviso e spontaneo.

[2] Gli yidam sono una parte della cosmologia tibetana degli “esseri energetici” che i buddhisti invocano. I protettori sono i guardiani degli insegnamenti buddhisti.

Note

[1] Il tantra è una serie di insegnamenti che sottolineano la relazione dei praticanti alle loro esperienze di vita quotidiana. Lo dzogchen è la caduta delle forme di insegnamento basata su un risveglio improvviso e spontaneo.

[2] Gli yidam sono una parte della cosmologia tibetana degli “esseri energetici” che i buddhisti invocano. I protettori sono i guardiani degli insegnamenti buddhisti.

Nilus Stryker
tratto dalla rivista The Orthodox Word, n. 217/2001, pp. 59-83
tradotto in italiano da Ortodossiatorino.net (la traduzione è stata rivista sull’originale inglese)
le foto sono tratte dal sito

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