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Se il chicco di grano muore (Gv 12,24) (commento di Cirillo di Alessandria)

«Se il chicco di frumento non cade in terra e vi muore, resta solo; se invece muore, porta molto frut­to»

Gv 12,24

Non soffre nel predire la sua passione, e che è ve­nuta l’ora, ma dice anche il motivo per cui gli è dolcis­simo soffrire; del resto, non avrebbe scelto di patire se non avesse sofferto volentieri.

Infatti, per l’amore che porta verso di noi, è giunto a tal punto di generosità da non rifiutarsi di soffrire qualsiasi genere di crudeltà.

Come il chicco di frumento, seminato, produce molte spighe, non sminuendo, per questo, se stesso, ma rimanendo con tutta la sua potenza in tutti i chic­chi di grano (giacché tutti sono usciti da esso), così an­che il Signore è morto e, aperte le viscere della terra, ha portato con sé le anime degli uomini, essendo in tutti, secondo quanto crediamo per fede, e rimanendo, nello stesso tempo, nella propria sostanza.

E non concesse soltanto ai morti di usufruire di questo vantaggio, per mezzo della sua potenza, ma lo diede anche ai vivi, sebbene la figura della parabola non lo mette in evidenza direttamente: infatti, il frutto della passione di Cristo è la vita di tutti, sia i morti che i vivi. La morte di Cristo divenne seme di vita.

Dunque, la natura divina subì la morte? E come non è empio affermare questa cosa? Il Verbo, infatti, di Dio Padre è Vita per natura. Distrugge la morte e non è soggetto alla corruzione. Anzi, egli vivifica chi è privo di vita, ed egli stesso non cerca la vita da un altro.

Come la luce non potrebbe essere tenebra, così non è possibile che la vita sia non-vita.

Come, dunque, si può dire che egli cada in terra, come il grano di frumento, e risorga poi, come Dio, trasformato? In verità, aver provato la morte è stato possibile per lui, in quanto si è fatto uomo, mentre risorgere, in maniera divina, è proprio della sua natura.

Cirillo di Alessandria
Commento a Giovanni, VII e VIII (Città Nuova, II, pp. 354-355)

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