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Diario di un discepolo indisciplinato (9): “La piccola risurrezione di Joshua”

Joshua, dopo essere stato sedotto e derubato, si ritrova riverso in un mucchio di immondizia. È scioccato e non sa cosa fare. Fino a che, Qualcuno ascolta le sue preghiere…

Le puntate precedenti:
1a puntata
2a puntata
3a puntata
4a puntata
5a puntata
6a puntata
7a puntata

8a puntata

La chiesa di “Abu Sirga” (San Sergio) nel Cairo vecchio.

Mi alzai e mi rivestii in fretta. Per mia fortuna nessuno passava da quelle parti se non alcuni cani e gatti randagi che lottavano pertinacemente per un po’ di cibo. La puzza di immondizia attorno a me era nauseabonda. Mi guardai attorno. Dello zaino nemmeno l’ombra. Ripensai a tutte le cose che avevo comprato e al costo dello zaino stesso e tirai un respiro profondo. Ero arrabbiato, deluso, provato. Mi sentivo uno straccio, ero totalmente perso, non sapevo cosa pensare. L’unica cosa che mi dava ancora speranza era il fatto di respirare e di essere vivo. “Perlomeno però”, mi dissi “non mi hanno ucciso”. Mi incamminai senza sapere dove fossi e senza sapere dove andare. La prima cosa che mi venne in mente fu Rebecca. Pensavo che avrei voluto incontrarla e spiegarle il disastro che avevo combinato. Mi ricordai del suo avvertimento: “Sarà un viaggio in un tunnel di fuoco. Soffrirai molto perché scoprirai chi sei davvero e non sarà un bel vedere. Ma conoscerai anche la tua vocazione divina. Il Signore ti riveli tutto ciò che deve essere rivelato”. Oh che cosa avrei dato per essere irradiato dalla sua umile innocenza! Chissà dov’era in quell’istante. Questa donna era stata una profetessa per me. Era come se con uno sguardo mi avesse letto dentro. Soltanto ora capivo le parole dell’eremita, il leopardo, le macchie, l’etiope nero, la pelle ispessita per il peccato. Avevo deluso l’eremita che sicuramente non mi avrebbe più accolto, avevo deluso Rebecca, avevo deluso me stesso. Avevo deluso persone che erano diventate per me la mia famiglia, persone che amavo senza sapere esattamente perché. Forse perché mi ricordavano qualcun altro? Poteva davvero essere che in queste persone viveva un altro, viveva quel Gesù di cui loro mi parlavano? Avevo deluso tutti. E ora, che fare?

Mi incamminai nel caos cairota, a testa bassa, a pezzi e senza speranze. Il marciapiedi spesso si interrompeva e mi ritrovavo, senza rendermene conto, in mezzo alla strada. Per strada sembra di assistere a un concerto stonato di clacson. Il clacson da queste parti è lo strumento sociale che l’automobilista ha per dire: “Esisto anch’io”. O forse: “Esisto soltanto io”. Esausto per il caldo e per il caos, mi fermai un istante davanti a un negozio di succhi di frutta. Dovevo decidere se andare o no dalla polizia per denunciare il furto. Se anche avessi voluto rinunciare ai miei preziosi effetti personali (il solo pensare alla mia costosa macchina fotografica mi faceva girare la testa…), sarebbe stata comunque necessaria la denuncia per poter richiedere un nuovo passaporto al consolato australiano. Che fare? Mentre ero immerso nei miei pensieri, come fossi un cucchiaio pieno di miele, d’improvviso si radunò intorno a me un numero imprecisato di uomini e donne, curiosi di vedere in quel quartiere periferico un uomo bianco. “Hello” dicevano cercando di fare amicizia. In un altro momento sarei stato disponibile a fare due chiacchiere ma ero talmente provato che urlai loro in faccia qualcosa del tipo “non è proprio il momento”. L’assembramento si dissolse in un istante. Ne fui proprio felice. Ma l’Egitto riserva sempre sorprese e dopo qualche istante il proprietario del negozio di succhi di frutta uscì con in mano un bicchiere enorme pieno fino all’orlo di succo di mango freddo. Me lo porse come fosse la cosa più preziosa che aveva. Non potei rifiutarlo. Non disse una parola, non so come si chiamasse, ma posso dire che non dimenticherò mai quel gesto gratuito e vero. Inutile dire che quando gli porsi i soldi si rifiutò categoricamente di accettarli. Che differenza tra lui e i suoi connazionali della notte precedente!

Chiesi del distretto di polizia più vicino. Mi fece accompagnare da un ragazzino ancora in età preadolescenziale al quale diedi una mancia. Mi sorrise e mi disse in un inglese simpatico: “Sankiù” (Thank you). Entrai. Mi sembrava di aver messo piede all’improvviso in una bolgia infernale. Un agente, visto lo straniero appena entrato, si fece largo tra le lunghissime e disordinatissime file ferme agli sportelli e mi fece segno di accomodarmi.

“Quanto tempo ci vuole?”, chiesi.

L’agente chiamò quello che sembrava un ufficiale dicendogli di capire che cosa stessi dicendo. L’ufficiale mi disse molto gentilmente: “Soltanto dieci minuti”.

Passarono dieci minuti. Poi mezzora. Poi un’ora. Mi alzai chiedendo spiegazioni a un altro agente ma l’unica cosa che fu capace di fare fu indicarmi il bagno. Dissi di non voler passare tutta la giornata in commissariato ma fu come se avessi parlato in lingua laragiya[1].

Tornai a sedermi e per la stanchezza, senza accorgermene, mi addormentai. Fui svegliato dal primo agente, quello che mi aveva fatto sedere. Erano passate tre ore. Mi fece segno di seguirlo. Entrammo in ufficio dall’ufficiale.

Entrato, mi ritrovati in una nube talmente fitta da poterla tagliare a fette. Iniziai a tossire, tanto era insopportabile l’odore del fumo. Nella stanza impolveratissima c’erano un quadro del presidente della repubblica e un altro con dei versetti del Corano. L’ufficiale, facendo finta di scacciare un po’ di fumo, mi fece segno di sedermi. Mi chiese il motivo per cui ero lì. Gli dissi del furto, senza entrare troppo nei dettagli. Mi disse: “Povero. Ha fatto questo viaggio così faticoso per venire in Egitto dall’Australia e poi viene rapinato. Dobbiamo spezzare le braccia a queste persone! Maledetti!”.

“Basta recuperare la refurtiva, lasci stare i ladri”.

L’ufficiale si innervosì – o perlomeno così mi sembrò – e in un impeto di giustizia, sbattendo sonoramente i pugni sul tavolo che fecero traballare il posacenere con dentro la faccia di Tutankhamon, insistette che era necessario spezzare le braccia ai criminali che infestavano il paese come tanti scarafaggi puzzolenti. Non era il momento per discussioni etiche (tanto più che il suo inglese non le permetteva…) per cui mi accontentai di sollecitare la stesura della denuncia.

“Ok, sì, va bene, ora scriviamo”. Non finì neanche di battere su una lettera che il monitor iniziò a farsi di tutti i colori. Innervositosi di nuovo, l’ufficiale gridò:

“Refaaaaaaaat”. Un agente arrivò trafelato, tutto sudato. “Quante volte ti ho detto di aggiustare questo benedetto monitor! Non riesco a lavorare! Trovami una stanza dove il computer funzioni!”. Ci spostammo nella stanza a fianco. Finalmente si respirava meglio…

“Il passaporto”, mi disse. E si accese una sigaretta.

“È stato rubato”.

“Si ricorda il numero?”, riprese.

“No. Tra l’altro non posso neanche controllare né sul telefono né sull’agenda. Hanno rubato tutto”.

“E questo è un problema”.

“Lo so che è un problema”.

“Un problema, un problema. Non può chiamare in Australia un attimo?”.

“Se mi presta un cellulare potrei chiamare la mia ex moglie”.

“Ex moglie? È divorziato?”

“Sì, sono divorziato.”

“Come la capisco. Anch’io ho divorziato tre volte. Questa è la mia quarta moglie. E neanche con lei riesco ad andare d’accordo. Meno male che il lavoro mi aiuta a distrarmi, altrimenti…”

“Altrimenti…?”

“Altrimenti lascerei tutto e verrei a vivere in Australia!” e scoppiò a ridere. “Deve essere bellissima l’Australia! Per carità l’Egitto è il paese più bello del mondo, ma l’Australia…”

“Va bene”, riprese. “Scriviamo che le è stato rubato il passaporto australiano senza specificare altro. Ha altre dichiarazioni da rilasciare?”

“Sì. Lasci stare i ladri. Prima o poi si pentiranno. E sarà la loro peggior punizione.”

Mi guardò come se avessi voluto fargli una lezione su come svolgere il suo lavoro. Fu piuttosto stizzito dal mio commento ma, da buon egiziano, volle continuare a essere gentile.

“Ahmaaaaad”, gridò.

Un fattorino si affacciò ossequioso alla porta dell’ufficio: “Comandi, pashà!”

“Ahmad, fai un tè al signore. Gradisce?”

“La ringrazio, va bene così”.

“No, mister Joshua, non può rifiutare. Menta?”

“Se lo ritiene necessario…”.

“Non solo necessario, ma improrogabile. Abbiamo aspettato fin troppo per il tè. Caro mister Joshua, ci lasci almeno chiederle scusa a nome di questo paese con un tè. Ahmad, due tè con la menta. Per me, abbonda con lo zucchero, lo sai”. Poi rivolgendosi a me: “Poi ci metto una compressa di aspartame, così mia moglie è contenta… e anche la coscienza sta zitta”.

Arrivò il tè. Stampata la denuncia, la firmò e me la diede in fretta facendomi capire che aveva da fare. 

Uscii con il foglio in mano. Non sapevo dove andare. Tornare dall’eremita? Non mi avrebbe di certo accolto. Tornare in Australia? Con un tale fallimento alle spalle, che cosa avrei raccontato? Con quale faccia avrei affrontato la schiera dei beffeggiatori che mi attendevano?

Presi la metro senza una meta. All’improvviso un bambino mi porse un’immagine di un santo. Scoprii poi che si chiamava Abu Sirga, “San Sergio”, martire del IV secolo. Mi fece segno di scendere dal treno. Scesi pensando di essere giunto in un’area turistica. Mi ritrovai, infatti, nel vecchio Cairo dove si trova un quartiere cristiano ricco di chiese e monasteri antichi.

Da lontano intravidi una croce. Misi la mano in tasca e guardai la piccola croce che mi aveva regalato l’eremita. Erano molto simili. Mi ricordai delle sue parole: “Ti sarà utile nei momenti difficili. Tienila stretta in mano e chiedi aiuto. Vedrai, non resterai deluso”. La croce indicava la presenza di una chiesa. Mi feci coraggio ed entrai. Era come se fossi stato catapultato in un altro mondo. Via via che penetravo più verso l’interno, i clacson si facevano sempre meno fastidiosi fino a scomparire del tutto dal sottofondo sonoro.

Pregai. Dissi, chiudendo gli occhi, qualcosa come: “Signore, ma che cosa ho fatto? Mi vergogno. Non vedi cosa ho fatto? Come posso tornare dall’eremita, quell’uomo così puro e buono?! L’ho tradito. Non mi riaccoglierà mai. Signore, se esisti davvero, aiutami a riscattarmi da quest’errore. Non so come ho fatto a fare quello che ho fatto ma l’ho fatto. Quanto mi sento sporco, Signore. Puoi perdonarmi? L’eremita dice che tu perdoni sempre. Signore abbi compassione di me peccatore. Fammi rialzare da questo giaciglio di disperazione. Donami una nuova speranza, o Dio. ‘Speranza di chi non ha speranza’. Non ti chiamano così i copti? Donami un segno, Gesù buono, ascolta le preghiere dell’eremita. Ascolta lui, se non vuoi ascoltare uno come me, che è caduto così in basso”.

A un certo punto, mentre con gli occhi chiusi ero intento a pregare come mai mi era capitato dall’inizio del mio viaggio in Egitto, udii un gruppo di stranieri che era entrato per visitare la chiesa. Non ci feci caso. Poi, all’improvviso, una mano sulla spalla. “Joshua…!”. Era Rebecca. Era impossibile. Strabuzzai gli occhi come per svegliarmi da un sogno.

Mi disse: “Non ti avevo detto che in questo viaggio sarebbero successe cose straordinarie?”


[1] Antica lingua aborigena australiana che era parlata in Australia, vicino alla città di Darwin.

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