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In che consiste la felicità per un cristiano? (John Behr)

Quella che segue è la prima parte della trascrizione dell’intervista fatta da Matt Croasmun a padre John Behr, docente di patristica ed ex preside del St. Vladimir’s Orthodox Theological Seminary di New York, che discute il tema della “gioia” facendo seguito alla consultazione del Yale Center for Faith and Culture Theology of Joy consultation, dal titolo “Religions of Joy?” allo Yale Divinity School a New Haven (USA), il 21 agosto 2014.

La “Teologia della gioia” è un progetto dello Yale Center for Faith and Culture finanziato dalla John Templeton Foundation.

Qui è possibile leggere tutti gli interventi delle sei consultazioni (in inglese).

Qui uno studio biblico sulla gioia messo a disposizione dallo Yale Center for Faith and Culture (in inglese).

Segue il video integrale dell’intervista (in inglese).

Matt Croasmun: Siamo qui con padre John Behr, preside del Seminario teologico ortodosso St. Vladimir di New York. Siamo qui in New Haven e tra poco inizieremo a discutere per la prima volta della Teologia della gioia. Padre Behr, sono molto contento di averla qui con noi stamattina.

Padre John Behr: È una gioia per me.

Matt Croasmun: Ottimo. Quando iniziamo a parlare di queste cose spesso ci troviamo a confrontarci con delle domande veramente basilari. Iniziamo da qui. Che cos’è la gioia?

Padre John Behr: Credo che bisogna dire che la gioia sia in fin dei conti la gioia di vivere, la gioia di essere vivi e la domanda che segue è come facciamo a trovare gioia in qualcosa che spesso può sembrare essere monotono, scontato, stressante, ansiogeno, costellato da momenti forse di felicità ma come fare a distinguere la felicità dalla gioia? Grande domanda. Riguardo alla gioia, credo che si tratti alla fine della gioia nella vita, essere vivo, e tutto ciò che questo dischiude.

Matt Croasmun: Si tratta di una disposizione o di un’emozione? Di che cosa parliamo esattamente quando diciamo “gioia”?

Padre John Behr: Alla fine si tratta di tutto ciò. Dovrebbe essere sia una disposizione che un’emozione. Non ha senso parlare della gioia se non essa non ha un contenuto emozionale [ride]. Potrebbe essere abbastanza brutto pensare che qualcuno possa gioire senza provare emozione. Ma, al contrario, non può essere semplicemente ridotta a un contenuto emozionale. Abbiamo la felicità di molte cose diverse. Alcuni possono provare felicità nel vedere gli altri soffrire, lo sai, accade. Si tratta davvero di felicità? Loro potrebbero descriverlo così ma personalmente non lo descriverei così ma per loro potrebbero davvero provare un’emozione che definiscono felicità. Quindi come distinguere le cose, come filtrarle? Ecco, non è possibile ridurre a un’emozione ciò che qualsiasi cosa una particolare persona descrive come loro felicità. Ma non possiamo, allo stesso tempo, escludere l’emozione di per sé. È un insieme di elementi intellettuali, fisici, psichici e spirituali. È tutto insieme.

Matt Croasmun: Quindi c’è qualcosa di oggettivo nella gioia che corrisponde a qualcosa di soggettivo, qualcosa che le esperienze soggettive direbbero: “Senza questo, non è vera gioia”.

Padre John Behr: Direi certamente questo ma, poi, ovviamente, non sarei esattamente d’accordo con te. Oggettivo e soggettivo non è mai qualcosa di inequivocabile.

Matt Croasmun: Ovviamente, ovviamente. Bene. Dunque, come coltivare la gioia? È qualcosa che tutti vogliamo nelle nostre vite. Come coltivare la gioia?

Padre John Behr: Leggevo un articolo del New York Times nel quale si affermava che l’Occidente contemporaneo ha mal compreso la nozione di felicità e di gioia considerandola in termini di acquisizione di cose. Immagino che molte persone oggi penseranno che comprare sempre più cose, sempre più cose, sempre più cose e fare sempre più cose, fare sempre più cose produrranno felicità e troveranno finalmente la felicità. Ma l’articolo, il punto nodale dell’articolo, prendendo come riferimento vari filosofi islamici e giudei, così come teologi cristiani, era che il semplice acquisire non basta. Non è l’acquisizione che produce la gioia che produce, a sua volta, la felicità sebbene possiamo essere tentati di pensare questo se teniamo conto solo dell’emozione, della gioia che si prova quando si riceve un regalo, la gioia di ricevere qualcosa. Ma non si tratta semplicemente di questo. Anzi alla fine ciò finisce per uccidere la persona. Spesso senti dire che il denaro non può comprare la felicità. Invece tendiamo a pensare che esso possa fare ciò, fino a che ne hai talmente tanto da renderti conto che il denaro non capace di fare questo. Quindi, la questione di coltivare la gioia non può iniziare senza una domanda che cerchi di definire più chiaramente che cos’è la gioia, altrimenti non sai che cosa stai coltivando. Si tratta semplicemente di acquisizione o invece di coltivare una disposizione, fisica, psichica, spirituale ecc.

Matt Croasmun: Quindi abbiamo capito che quando parliamo di gioia finiamo per parlare di “fare regali” e c’è qualcosa sul ricevere un regalo che è tipico della gioia. Tuttavia possiamo ricevere un dono e trattarlo come una questione di acquisizione. Oppure, invece, possiamo ricevere un dono e considerarlo in relazione a un rapporto con il donatore o qualcosa di più profondo di ciò.

Padre John Behr: E possiamo anche distinguere ancora e parlare della gioia del donatore. Invece di guardare dal punto di vista di chi riceve, bisognerebbe parlare della gioia del donatore nell’essere capace di dare con sacrificio. Non posso non ricordare una persona che una volta venne da me con le parole di Cristo nel Vangelo sulla necessità di diventare come bambini per poter entrare nel Regno dei cieli. Tutti conosciamo questa storia. Pensiamo che si tratti di riacquisire un’età dell’innocenza, dell’ingenuità. Ma quella persona mi disse che una delle cose che caratterizzano i bambini è che, quando gli dai un regalo, non dicono mai: “Non me lo merito”. Ci viene insegnato dire così quando diventiamo adulti: “Oh no, non posso accettarlo! È troppo!”. In altri termini, la prima cosa che tendiamo a fare non è dire: “Grazie!”.

Possiamo educare a dire “grazie” e ad essere gentili e rispettosi ma sappiamo che è tipico dei bambini il modo in cui ricevono un regalo, la gioia per il dono stesso. Glielo dai e loro si immergono immediatamente nel dono. Probabilmente si tratta dell’espressione più pura di gioia, vale a dire la gioia per il dono stesso. E questo si riallaccia un po’ con ciò di cui parlavamo prima, a proposito della gioia, quando abbiamo detto che è la gioia di vivere. Da una prospettiva cristiana Dio è in primo luogo compreso come Colui che dona la vita. È il Donatore di vita. Colui che crea la vita. Colui che soffia in Adamo il soffio di vita. Colui che, come dice Cristo: “Io sono la Vita. Sono venuto a voi affinché possiate avere la vita eterna e possiate averla in abbondanza”. In tutti i vangeli è così. In tutte le Scritture Dio dona vita. Quindi il nostro scopo non è impegnarci a essere grati per il dono della vita, ma di godere della vita stessa. Ovviamente in questo c’è anche gratitudine.

La gioia della vita, vivere quella gioia, significa una vita di gratitudine. Ma non è una gratitudine che si esprime con una specie di obbedienza obbligata quanto piuttosto come espressione della gioia di vivere. Ritornando a quello che dicevamo, ciò richiede anche coltivare la gioia. Sai, spesso pensiamo: “La vita è mia. Sono vivo. Non ho vita, forse? La vita è mia e ci faccio quello che voglio io. Forse posso essere grato a Dio per la vita che ho ma è comunque mia”. Ma che gratitudine è questa? La gratitudine sta nella gioia, nel modo di cui abbiamo parlato prima. Oppure possiamo dire: “Voglio restituire qualcosa a Dio”. Del tipo, sai, un’oretta la domenica o una cosa così, compio i miei dovere religiosi, faccio un po’ di carità, faccio questo, faccio quello, acconsento che una certa porzione della mia vita venga dato a queste cose e quando lo facciamo, spesso lo facciamo anche controvoglia, non importa quanto poco sia quello che facciamo, fosse anche il 5% o l’1%. Lo facciamo controvoglia, perché non è quello che vogliamo fare nella vita. Ma potremmo anche andare più in là e dire: “Se Dio è Donatore di vita e la nostra disposizione fondamentale è godere della vita, allora noi godiamo della vita quando imitiamo l’atto di Dio di dare vita”. In quel momento, la prospettiva si trasforma. Non si tratta più della “mia vita di cui dispongo come mi pare per la mia gioia personale”, nel senso che faccio cose per la mia felicità, che alla fine si trasforma in una cosa mortifera. Al contrario, la vita che Dio mi ha dato e nella quale trovo gioia la vivo per gli altri. Ecco che allora diventi tu stesso donatore e ottieni la gioia di fare il dono. Allora capiamo che cos’è la vita.

Matt Croasmun: Quello di cui lei ha parlato sembra essere la gioia pasquale, la gioia della Pasqua, la gioia che deriva dalla vita che Dio rende possibile in Gesù nella Resurrezione. Perché la gioia pasquale è così centrale nella sua comprensione della gioia?

Padre John Behr: Be’, non c’è dubbio che dalla Chiesa antica in poi, è la Pascha – la Crocifissione, la Resurrezione, l’intero evento – a essere un momento distintivo. Inequivocabilmente, il Vangelo, la comprensione dei discepoli di chi Cristo è, fino al mondo in cui la Chiesa primitiva sviluppò la sua vita e le sue pratiche, nella tradizione ortodossa e nella cristianità occidentale: la Pascha è la festa centrale dell’anno che definisce tutte le altre feste. Ed è evidente che si tratti di una festa della vita, una festa della gioia. Ma è anche – e spesso tendiamo a dimenticarcelo – che è una festa della vita che passa per la morte.

Quindi non si tratta semplicemente di una festa della vita che dice: “Sì, hai ricevuto la vita e io farò di tutto per assicurartela, così che tu possa averla dopo in più e più al sicuro”. In realtà ci mostra un modello di vita. Un modello di vita di amore auto-sacrificale e questo mette davvero sottosopra tutto, quando ci pensi. Vendiamo nel mondo senza averlo scelto. Kirillov [ne “I demoni” di] Dostoevskij lo dice chiaramente: “Nessuno mi ha chiesto se volevo nascere. Non ho potuto scegliere. Dunque, non ho alcuna libertà”. Non ho alcuna libertà. Sì è vero sono in grado di scegliere tra questo ketchup e quel ketchup e tutte queste cose che in Occidente ci danno l’impressione di essere liberi ma bisogna dirlo, non ho scelto rispetto alla questione principale: “Eccomi, esisto”. Ma nessuno mi ha chiesto se volevo nascere. E mi ritrovo a essere gettato in una vita nella quale, qualsiasi cosa io faccia, morirò. La gente non ci pensa, bisogna dirlo. Ma qualsiasi cosa io faccia, alla fine morirò. Non importa quanto bene mi comporti, quanto religioso cerchi di rendermi ogni tanto: alla fine morirò, non c’è dubbio. Non ho scelta rispetto a questa questione. Potremmo dire che l’unica cosa certa nella vita è che moriremo. Più certo delle tasse e di qualsiasi altra cosa [ride]. È un fatto che moriremo. Nello stesso momento in cui nasciamo nel mondo, corriamo verso la morte. Siamo sotto l’ombra della morte e possiamo dire che siamo inequivocabilmente già morti. In termini scritturistici, potremmo dirlo nel mondo in cui la Genesi parla di Adamo quando gli viene dato il soffio di vita. Il soffio può essere tolto. È transitorio. Finisce. È transeunte. Finirà.

Ora possiamo fare tutto il possibile per cercare di risolvere questa situazione. Fare palestra un paio di ore al giorno, mangiare solo cibo organico, o qualsiasi altra cosa. Costruire un rifugio antiatomico, stipulare assicurazioni sulla vita o fondi pensione o qualsiasi altra cosa. Ma il soffio morirà. Cristo ci mostra un modo di vivere completamente diverso. Un modo di vivere che è proprio di Dio. Un modo di vivere che consiste in un amore autosacrificale. Un modo di vivere che capovolge la morte dall’interno. Non è perché è Dio che è stato capace di tirarsi fuori dal sepolcro. Sarebbe fantastico per lui, ma questo non aiuterebbe nessuno. Al contrario, nel mondo in cui egli muore in quanto essere umano, ci mostra che cosa significa essere Dio. Se non ci avesse mostrato che cosa significa essere Dio in nessun altro modo, in che modo potremmo prendere parte a tutto questo? L’unica cosa che abbiamo in comune, tutti, dall’inizio di questo mondo in poi è che moriremo. Cristo ci mostra il modo di usare la nostra morte per distruggere la morte. Così se noi, invece che essere vittime passive della nostra morte – veniamo al mondo passivamente, moriamo se lo vogliamo o no, qualunque cosa facciamo; se invece di essere vittime passive della nostra morte, la prendiamo su di noi e la usiamo attivamente, allora saremo più forti della morte. È questo ciò che i cristiani fanno. Prendiamo su di noi la Croce e viviamo mediante la Croce, mediante il battesimo, che è una morte volontaria. Ciò significa che l’opportunità, l’invito che abbiamo in Cristo, è usare la nostra mortalità per entrare in lui. Ci spostiamo da Adamo in Cristo, se vuoi. Ci spostiamo dal venire all’esistenza in questo mondo al nascere in Cristo, al venire alla vita in Cristo, mediante la nostra morte, mediante il nostro battesimo, mediante il nostro prendere la croce, non vivendo più per me stesso, per i miei desideri egoistici, ma vivendo per Dio, per Cristo, per il Vangelo, per il mio prossimo ecc. Se lo facciamo, entriamo in un’esistenza che è radicata nell’amore libero e volontario. Io ho scelto di fare questo. È una mia azione. Sono io ad aver scelto questo. È un atto che è amore autosacrificale che è fatto in libertà, che è l’essere stesso della vita di Dio. Quindi tutti veniamo in questo mondo totalmente sotto obbligo, necessità, in un’esistenza che porta alla morte, ma ora ci viene data l’opportunità di usare tutto questo e strasformarlo dall’interno per radicare la nostra esistenza nella libertà e nell’amare ciò che è proprio di Dio.

tradotto dall’inglese da Natidallospirito.com

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