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Che cos’è la felicità? (Iustin Pârvu)

Quella che segue è un estratto di una serie di interviste rilasciate allo scrittore rumeno Adrian Alui Gheorghe dall’archimandrita Iustin Pârvu di beata memoria, negli anni 2005-2007.

L’archimandrita Iustin Pârvu (1919-2013) fu monaco e abate del monastero di Petru Vodă, in Romania. Fu un noto duhovnic o padre spirituale. Insieme a Cleopa Ilie, Arsenie Boca, Ioanichie Balan, Dumitru Staniloae e Arsenie Papacioc, è considerato come uno dei più importanti rappresentanti dell’ortodossia rumena contemporanea. Visse per sedici anni nel tristemente noto penitenziario di Aiud, condannato dal regime comunista rumeno ai lavori forzati. 

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Padre Justin, in base alla sua esperienza di vita, di abate di un monastero, cosa ne pensa: l’uomo deve essere capito o amato?

L’uomo deve essere amato. Ma per amarlo devi capirlo. Se lo vedi a terra, devi pensare che devi dargli una mano. L’amore per il prossimo ci insegna ad amare Dio. Se non ami chi ti è accanto, se non lo aiuti, non sarai capace di amare Dio. L’amore per il tuo prossimo è il primo passo verso la salvezza. Questo è il passo che devi ripetere per poter giungere a un grande amore per Dio.

Nell’era comunista, siamo stati intossicati dal falso concetto dell’ “uomo nuovo”. Crede che abbiamo realizzato davvero l’ “uomo nuovo”?

Come lo intende il materialismo? Per i materialisti l’ “uomo nuovo” era un uomo fuori dall’influenza della Chiesa, dello Spirito Santo! Ma l’uomo nuovo, nel senso di valore morale rinnovato, è ben altra cosa. A me interessa parlare dell’uomo rinato in Cristo, l’uomo che manca, sfortunatamente, alla nostra Romania. Il rinnovamento dell’uomo e del mondo avviene attraverso la risurrezione, attraverso la comprensione di questa profonda risurrezione in Cristo. Questo è l’uomo nuovo, quello di cui ogni madre che si prepara a mettere al mondo un bambino ha bisogno di sognare.

Einstein diceva che “se paragoniamo il progresso tecnologico compiuto dall’uomo allo sviluppo del suo carattere dobbiamo essere spaventati” .

Sì, sì… Mi raccontava un monaco che era stato in pellegrinaggio a Gerusalemme che cosa lo impressionò di più: i giovani, i bambini lì, quando vedevano l’abito da monaco gli tiravano le pietre. C’era un tale risentimento che si erano dovuti allontanare da dove erano. Vedi, tu che porti la parola del Salvatore, di colui che abbandonò Gerusalemme, ritorni proprio lì, alla fonte, in qualche modo a casa, e sei preso a sassate. Se guardiamo alle parabole di Gesù e pensiamo a ciò che è stato preservato e a come il mondo si è evoluto, penso che un tale comportamento appaia come piuttosto bizzarro.

Mi disse anche lo stesso monaco che in un’altra visita finì per entrare nella Chiesa di San Giovanni. Ebbene, è rimasto lì, ha pregato, e dopo essere stato in quel luogo non sapeva più se esistesse veramente o se il fatto di essere sulla terra fosse solo un’immaginazione. Provò una tale gioia e un tale amore perfetto che non riusciva a guardare a questo mondo se non con un amore pieno con cui l’abbracciava tanto che persino coloro che lo avevano preso a sassate il giorno precedente, li avrebbe abbracciati. Tutti furono avvolti dalla sua gioia. Aveva conquistato tutti con la gioia. Solo con un’anima pacificata possiamo sentirci davvero a nostro agio. In un’anima spezzata, inacidida e tormentata niente riesce a trovare pace.

Come definirebbe l’uomo? Come lo immagina?

L’uomo è (o dovrebbe essere!) per metà amore e per metà lotta, sacrificio per mantenere intatto l’amore, intatto dal male.

Un grande pensatore del secolo scorso, Carl Gustav Jung, diceva: “Per un giovane è quasi un peccato – e certamente pericoloso . essere troppo occupato con se stesso. Ma per l’uomo anziano è un dovere e una necessità dedicarsi una seria attenzione”. Che gliene pare?

Alla fine di questa ricerca, l’uomo deve trovare Dio. Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza. Ecco perché Dio abita in ogni uomo. Il giovane o l’anziano deve purificarsi dentro, l’uomo non sa mai quando arriva la fine.

Qualcuno ha detto che “la mente vuota è rifugio per il diavolo”.

Qui sta la sapienza dell’uomo che si fa trovare sempre con il cesto pieno, che si prende cura del grano che deve essere macinato. E il grano da macinare è la preghiera costante: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, liberaci!”. Se il nemico ti trova a vagare con la tua mente in cose futili, in cose poco sagge, allora il diavolo dimora nella tua mente e ti manipola.

C’è qualche domanda a cui l’uomo è condannato a non trovare mai risposta?

Dipende da ciò che si vuole sapere. L’uomo ha tutte le risposte in se stesso. Sulla nascita, sulla vita, sul significato della sua salvezza. Se vuole trovare risposte a domande senza senso, sarà infelice. Se vuole trovare risposte alle domande sulla sua fede troverà la felicità.

Avere dubbi è peccato per il cristiano?

Sì. Ma c’è anche un dubbio ammissibile, che non è un peccato. Il dubbio, dopo una fervente preghiera, di esistere. Allora ti trasformi tu stesso in preghiera. Questo dubbio è permesso a chiunque.

Dice, ad un certo punto, Petre Ţuţea [1902-1991, scrittore rumeno]: “La porta di Dio è la fede, e la forma attraverso cui Dio entra è la preghiera. La preghiera è l’unica manifestazione umana attraverso la quale può entrare in contatto con Dio. Nel pensiero cristiano, la preghiera ci mostra che l’umiltà si eleva e non scende sull’uomo “. Cos’è l’umiltà?

L’umiltà è una corretta autovalutazione della dimensione dell’uomo in questo universo. L’umiltà accompagnata dalla pazienza può abbattere le montagne, tanto forte essa diventa per ogni cristiano.

Che cos’è il Golgota oggi?

L’incredulità rende ogni giorno un Golgota.

L’uomo di oggi è più scettico di cinquanta anni fa? Come può incoraggiarlo ad andare oltre, a resistere alle vicissitudini della vita?

L’uomo di oggi dà importanza a troppe cose inutili e a dettagli insignificanti. È assediato da un sacco di cose false e non sa come scegliere. Se sai come scegliere bene, le cose diventano luce, la vita è bella. Se scegli male, soffri. Se hai qualche dubbio sul fatto di aver scelto bene, ti sentirai di nuovo torturato. L’uomo è diventato troppo materialista, obbedisce troppo alla tirannia del denaro. Ovunque senti che il denaro è tutto, il denaro è il padrone del mondo. Chi ritiene i soldi come padrone del mondo, si mette al servizio del diavolo.

Il denaro è importante se lo si usa come strumento. Il denaro in sé non ha valore.

Sì, sì. Il dramma del mondo è suscitato non da una lotta di idee, ma da una lotta per il denaro, per tutto ciò che è materiale. L’uomo comprato con il denaro non ha valore, perde il suo valore e la sua fede diventa una moneta.

Come vede la felicità oggi? È felice? Che consiglio vuole dare ai cristiani che vengono da lei e che dicono di essere infelici?

La felicità è quando Cristo risponde con l’amore alla tua preghiera. Le persone percepiscono la felicità in modo diverso. Alcuni ricevono molto eppure si sentono infelici. Altri che ricevono meno si sentono felici.

Qualcuno ha detto: la felicità non è altro che l’uomo, non inferiore a lui. Essa è a misura d’uomo.

Sì, la felicità sta in un uomo che ha la fede. Non vedi quante persone hanno tutto nella società ma si sentono infelici perché sono private della fede?

Penso che valga la pena citare qui un esempio del Paterikon egiziano, degno di nota. Si racconta che c’era un grande anziano chiaroveggente. Accadde che si sedette con molti fratelli a tavola e, mentre mangiavano, il vecchio, mediante lo spirito, facendo attenzione, vide che alcuni stavano mangiando miele, altri pane e altri letame. Si meravigliò e pregò Dio, dicendo: “Signore, rivelami questo mistero: sulla tavola vengono messi gli stessi piatti ma quando mangiano appaiono cambiati”. E giunse una voce dall’alto che disse: “Coloro che mangiano miele sono coloro che, con timore, tremore e gioia spirituale, siedono a tavola e pregano incessantemente e la loro preghiera sale come incenso davanti a Dio. Coloro che mangiano il pane sono coloro che ringraziano per aver condiviso i doni di Dio. Coloro che mangiano letame sono coloro che sono occupati a dire: “Questo è buono, quest’altro è marcio” (21-281)

Il rendimento di grazie per ciò che si ha è davvero la misura della fede di ognuno.

tratto da: Alui Gheorghe Adrian, Părintele Iustin Pârvu.
O misiune creștină și românească, cap. V, Doxologia, 2013.
tradotto dal rumeno da Natidallospirito.com

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