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Detti di Abba Giovanni Colobos (Nano), l’uomo mite del deserto

Oggi 30 ottobre [20 baba secondo il calendario copto, 17 ottobre secondo il calendario giuliano], la Chiesa copta ortodossa festeggia abba Giovanni Colobos, anche noto nel mondo latino come “Giovanni Nano” a causa della sua bassa statura.

Fu monaco del deserto di grande umiltà e mitezza tanto che uno dei padri disse di lui: «Ma chi è questo padre Giovanni, che con la sua umiltà fa pendere dal suo dito mignolo tutta Scete?». Discepolo di abba Amoe (noto in ambito copto-arabo come abba Pimoa), visse pochissimo: nacque nel 339 a Bahnasa e morì nel 375 circa a Scete. Il suo corpo è conservato nella chiesa di sant’apa Ischiron nel Monastero di San Macario il Grande.

Offriamo qui i suoi detti raccolti nella collezione alfabetica. degli Apophtegmata Patrum.

    1. 1. Raccontavano del padre Giovanni Nano che, ritiratosi a Scete presso un anziano della Tebaide, visse nel deserto. Il suo padre, preso un legno secco, lo piantò e gli disse di innaffiarlo ogni giorno con un secchio d’acqua, finché non desse frutto. L’acqua era tanto lontana che doveva partire alla sera per essere di ritorno al mattino. Dopo tre anni il legno cominciò a vivere e a dare frutti. L’anziano li colse e li portò ai fratelli radunati insieme, dicendo: «Prendete, mangiate il frutto dell’obbedienza» (204c; PJ XIV, 3).

2. Raccontavano che il padre Giovanni Nano disse un giorno al suo fratello maggiore: «Vorrei essere libero da ogni preoccupazione come lo sono gli angeli, che non fanno nessun lavoro, ma adorano Dio incessantemente». Si tolse quindi il mantello e se ne andò nel deserto. Trascorsa una settimana, ritornò dal fratello e bussò alla porta. Questi, prima di aprirgli, gli chiese: «Chi sei?». Disse: «Sono io, Giovanni, tuo fratello!». Ma l’altro replicò: «Giovanni è divenuto un angelo, non è più tra gli uomini». Giovanni supplicava: «Sono io». Ma il fratello non gli aprì e lo lasciò tribolare fino al mattino. Infine lo fece entrare e gli disse: «Sei un uomo, devi ancora lavorare per vivere». Allora si prostrò e disse: «Perdonami» (204d-205a; PJ X, 27).

3. Il padre Giovanni Nano disse: «Quando un re vuole conquistare una città nemica, prima di tutto taglia l’acqua e i viveri; così i nemici, consumati dalla fame, gli si assoggettano. Avviene la stessa cosa per le passioni della carne: se l’uomo combatte col digiuno e con la fame, i nemici sono resi impotenti contro l’anima».

4. Disse anche: «Colui che si sazia e chiacchiera con un ragazzo, nella sua mente ha già fornicato con lui» (205b).

5. Disse anche: «Un giorno, mentre percorrevo la strada di Scete portando le corde, vidi il cammelliere che mi fece adirare. Io allora abbandonai ogni cosa e fuggii». Quest’episodio, analogo al seguente, mostra la grande umiltà di Giovanni; batte subito in ritirata piuttosto che essere trascinato dall’ira.

6. Un’altra volta durante la mietitura udì un fratello che parlava con ira al vicino e gli diceva: «Ah! Anche tu?». Egli allora cessò di mietere e fuggì.

7. Accadde che un giorno gli anziani mangiavano insieme, e vi era con loro anche il padre Giovanni. Si alzò a porgere l’acqua un presbitero molto ragguardevole, e nessuno volle accettarla da lui tranne Giovanni Nano. Si stupirono e gli dissero: «Come mai tu che sei il più giovane di tutti hai osato farti servire dal presbitero?». Disse: «Quando io mi alzo per porgere la brocca, mi rallegro se tutti accettano, per averne merito. Per questo ho accettato da lui, per procurargli il merito, perché non si rattristi se tutti rifiutano». Si stupirono a queste parole e furono edificati dal suo discernimento (205bc; PJ X, 28).

8. Il padre Giovanni Nano era seduto un giorno davanti alla chiesa. Si radunarono attorno a lui i fratelli e lo interrogavano sui loro pensieri. Vedendo questo, un anziano, tentato d’invidia, disse: «Giovanni, il tuo calice è colmo di veleno!». «È proprio così, padre – gli dice Giovanni -, e dici questo benché tu veda soltanto l’esterno. Se tu vedessi l’interno, cosa avresti da dire?» (PJ XVI, 3).

9. I padri raccontavano che un giorno in cui i fratelli mangiavano l’agape fraterna, uno di loro scoppiò a ridere a tavola. Vedendolo, il padre Giovanni pianse e disse: «Che cos’ha questo fratello nel cuore? Poiché ride, mentre dovrebbe piangere quando prende parte all’agape fraterna». Con questo il padre Giovanni intendeva dire che il banchetto fraterno è un momento tanto sacro che dovrebbe incitare alla compunzione e non alla dissipazione. (205d-208a; PJ III, 6).

10. Una volta dei fratelli si recarono dal padre Giovanni Nano per metterlo alla prova, poiché non permetteva alla sua mente di vagare né parlava di alcuna cosa di questo mondo. Gli dicono: «Ringraziamo Dio, perché quest’anno è piovuto molto, le palme hanno bevuto e mettono rami e i fratelli trovano il loro lavoro». Il padre Giovanni dice loro: «Così lo Spirito Santo: quando scende nel cuore degli uomini, essi si rinnovano e mettono rami nel timore di Dio» (PJ XI, 13).

11. Raccontavano di lui che un giorno intrecciò una corda per due cesti e la cucì a un cesto solo; e non se ne accorse, finché non l’ebbe appeso al muro, poiché la sua mente era assorta nella contemplazione (PJ XI, 14).

12. Disse il padre Giovanni: «Assomiglio a un uomo seduto sotto un grande albero, il quale vede molte bestie selvagge e rettili venire contro di lui. Quando non può più resistere, si salva arrampicandosi sull’albero. Così anch’io: siedo nella mia cella e vedo sopra di me i pensieri cattivi. Quando non posso resistere contro di loro, mi rifugio in Dio con la preghiera e mi salvo dal nemico» (208b).

13. Il padre Poemen raccontava che il padre Giovanni Nano aveva pregato Dio e furono allontanate da lui le passioni e fu liberato da ogni sollecitudine. Si recò allora da un anziano e gli disse: «Mi trovo nella quiete, e non devo sostenere nessuna lotta». Gli disse il vecchio: «Va’ e prega Dio perché sopraggiunga su di te la lotta e tu ne tragga quella contrizione ed umiltà che avevi prima. È attraverso la lotta che l’anima progredisce». L’altro pregò Dio per questo e, quando giunse la lotta, non pregò più perché la allontanasse da lui. Chiedeva invece: «Dammi, Signore, pazienza nei combattimenti» (208bc; PJ VII, 8).

14. Il padre Giovanni raccontò ciò che un anziano in estasi aveva visto: tre monaci si trovavano sulla riva del mare e udirono una voce che dall’altra sponda li chiamava: «Prendete delle ali di fuoco e venite a me!». Due le presero e volarono dall’altra parte, mentre il terzo rimase, e piangeva a dirotto e gridava. Infine anche a lui furono date delle ali, ma non di fuoco; erano deboli e senza forza. Sprofondava nel mare e si risollevava con fatica, finché, dopo aver molto tribolato, giunse sull’altra riva. Così pure questa generazione: anche se prende le ali, esse non sono di fuoco, ma deboli e senza forza (208cd; PJ XVIII, 8).

15. Un fratello chiese al padre Giovanni: «Come mai la mia anima, pur essendo coperta di ferite, non si vergogna di parlare male del prossimo?». L’anziano gli raccontò questa parabola sulla maldicenza: «C’era un uomo povero; aveva moglie, ma ne vide un’altra che era attraente, e la prese. Entrambe erano ignude. In occasione di una festa in un luogo vicino, lo pregarono dicendo: – Portaci con te. Le prese tutte e due, le mise in una botte, e, imbarcatosi, giunse in quel luogo. Nell’ora del calore meridiano, mentre tutti si riposavano, una delle due guardò fuori e, non vedendo nessuno, saltò su un mucchio di rifiuti, raccolse dei vecchi stracci, se li cinse attorno alla vita, e si aggirava quindi con libertà. L’altra, rimasta seduta ignuda nella botte, diceva: – Ecco, questa donnaccia non si vergogna di andare in giro nuda! Molto afflitto di questo, suo marito le disse: – Lo strano è che lei ha coperto la sua vergogna, mentre tu, che sei tutta nuda, non ti vergogni di parlare così. Ecco cos’è la maldicenza» (208d-209a).

16. Parlando dell’anima che vuole convertirsi, l’anziano disse ancora al fratello: «Vi era in una città una bella meretrice, che aveva molti amanti. Un giorno si recò da lei un principe, e le disse: – Promettimi che sarai casta, e io ti prenderò per moglie! Glielo promise, ed egli la prese e la condusse in casa sua. Ma i suoi amanti la cercarono e dissero: – Quel principe l’ha presa con sé: perciò, se andiamo alla porta di casa sua e se ne accorge, ci castiga. Ma se andiamo dietro a casa e fischiamo, lei riconoscerà il fischio, scenderà da noi, e non sarà scoperta la nostra colpa. Ma essa, al suono del fischio, si chiuse le orecchie, andò nella parte più interna delle sue stanze, e chiuse le porte». Il padre Giovanni spiegò che la meretrice è l’anima, i suoi amanti sono le passioni e gli uomini; il principe è Cristo; i recessi della casa sono la dimora eterna; quelli che fischiano sono i demoni malvagi. Ma essa si rifugia sempre nel Signore (209bc).

17. Una volta in cui il Padre Giovanni assieme ad altri fratelli saliva da Scete, la loro guida smarrì la strada, poiché era notte. I fratelli dicono al padre Giovanni: «Padre, che cosa facciamo? Poiché il fratello ha perso la strada. Non moriremo errando?». Dice l’anziano: «Se glielo diciamo, ne proverà dolore e vergogna. Ma ecco, io dirò: – Non posso camminare, mi fermo qui fino all’alba». Allora anche gli altri dissero: «Non andiamo nemmeno noi, ma ci fermiamo qui con te». Aspettarono fino all’alba, e in tal modo il fratello non fu mortificato (209cd; PJ XVII, 7).

18. Vi era a Scete un anziano molto zelante nelle fatiche del corpo, ma non acuto nei pensieri. Venne dal padre Giovanni a interrogarlo sulla smemoratezza. Ascoltò le sue parole, ritornò nella sua cella, e si dimenticò ciò che l’Abate Giovanni gli aveva detto. Si recò allora da lui un’altra volta, udì le stesse parole e se ne andò. Ma quando fu arrivato alla sua cella, le aveva già dimenticate. E così per parecchie volte: andava, ma, mentre ritornava indietro, cadeva vittima della dimenticanza. In seguito incontrò l’anziano e gli disse: «Sai padre, che ho dimenticato ancora quello che mi hai detto? Ma, per non disturbarti, non sono venuto». Il padre Giovanni gli disse: «Va’ e accendi una lucerna». L’accese. Gli disse ancora: «Prendi delle altre lucerne e accendile alla sua luce». Quando lo ebbe fatto, gli chiese: «È forse diminuita la luce della prima lucerna perché da quella hai acceso le altre?». Dice: «No!». E l’anziano a lui: «E nemmeno Giovanni; anche se tutta Scete venisse da me, non mi sarebbe di ostacolo alla grazia di Cristo; perciò vieni quando vuoi, senza esitare». E così, per la pazienza di entrambi, il Signore liberò quell’anziano dalla smemoratezza. Questo è il compito dei monaci di Scete, dare coraggio a coloro che sono tentati e fare violenza a se stessi, per guadagnarsi reciprocamente al bene (209d-212b; PJ XI, 15).

19. Un fratello chiese al padre Giovanni: «Che devo fare? Perché spesso viene un fratello per darmi l’incarico di qualche lavoro, ma io sono misero e debole, il lavoro mi sfinisce. Che devo fare quando ricevo un ordine?». L’anziano gli rispose: «Caleb disse a Giosuè, figlio di Nun: – Avevo quarant’anni quando il servo del Signore, Mosè, mandò me e te dal deserto in questa terra. E adesso ho ottantacinque anni. Come allora, anche ora posso entrare e uscire in guerra. E così anche per te: se puoi entrare e uscire dalla tua cella, va’; ma se non puoi, rimani nella tua cella a piangere i tuoi peccati. E se ti troveranno in stato di lutto, non ti costringeranno a uscire» (212bc; PJ XI, 16).

20. Il padre Giovanni chiese: «Chi ha venduto Giuseppe?» (cfr. Gn., 27, 38). «I suoi fratelli», rispose uno. «No! – gli dice l’anziano – la sua umiltà l’ha venduto. Avrebbe potuto dire: -Sono loro fratello, e resistere. Invece, tacendo, egli stesso si è venduto con la sua umiltà. E la sua umiltà lo ha costituito capo dell’Egitto».

21. Il padre Giovanni disse: «Se lasciamo il carico leggero, cioè l’accusa di noi stessi, ci carichiamo di quello pesante, cioè la giustificazione di noi stessi» (212d).

22. Lo stesso padre disse: «L’umiltà e il timore di Dio superano ogni altra virtù» (PJ XV, 22b).

23. Egli era seduto un giorno in chiesa e gemeva, ignorando che vi era qualcuno dietro di lui. Quando se ne avvide, si prostrò dicendo: «Perdonami, padre, non sono ancora stato ammaestrato». [Gli anziani avevano grande pudore dei loro sentimenti, si preoccupavano molto di non farsi notare durante la preghiera (cf. Arsenio 42; Titoes 1 e 6). Giovanni denuncia il non esservi riuscito come una colpa da inesperto, da monaco «non ancora ammaestrato»] (212d-213a).

24. Disse ancora al suo discepolo: «Onoriamo l’Uno e tutti onoreranno noi; ma, se disprezziamo l’Uno, cioè Dio, tutti ci disprezzeranno e andremo in perdizione».

25. Raccontavano che a Scete il padre Giovanni venne un giorno al raduno dei fratelli e udì alcuni di loro litigare. Ritornò allora verso la sua cella, e vi entrò dopo aver fatto tre giri attorno ad essa. Alcuni fratelli rimasero sconcertati al vederlo, e andarono a chiedergli il perché. Ed egli disse loro: «Le mie orecchie erano piene di litigi. Girai attorno [alla mia cella] per purificarle e potere quindi entrare in cella nel raccoglimento del mio spirito».

26. Venne una volta, di sera, nella cella del padre Giovanni un fratello che aveva fretta di andarsene. E mentre parlavano delle virtù, giunse il mattino senza che se ne fossero accorti. Quando l’anziano uscì con lui per congedarlo, rimasero ancora a parlare fino all’ora sesta. Quindi lo fece entrare di nuovo, e ripartì dopo il pranzo (213b).

27. Il padre Giovanni disse: «Prigione è lo stare in cella e ricordarsi di Dio sempre; questo significa: – Ero in prigione e siete venuti a me».
Disse ancora: «Chi è più forte del leone? Eppure, spinto dal ventre cade in trappola e tutta la sua forza viene umiliata».

28. Disse ancora: «Chi è più forte del leone? Eppure, spinto dal ventre cade in trappola e tutta la sua forza viene umiliata».

29. Disse ancora: «Quando i padri di Scete mangiavano pane e sale, dicevano: – Non rendiamoci indispensabili il sale e il pane! E così erano forti nell’opera di Dio» (213c).

30. Un fratello venne dal padre Giovanni a prendere delle ceste. Egli uscì e gli chiese: «Che cosa vuoi, fratello?». Disse: «Delle ceste, padre». Ma questi, entrato per prenderle, si dimenticò, e si sedette a cucire. L’altro bussò ancora e, quando l’anziano uscì, gli disse: «Portami una cesta, padre». Egli rientrò e si rimise seduto a cucire. L’altro bussò di nuovo. Uscì e gli chiese: «Che cosa vuoi, fratello?». Lo prese allora per mano, lo portò dentro dicendogli: «Se vuoi delle ceste, prendile e va’ a spasso, io non ho tempo».

31. Un giorno si recò da lui un cammelliere per prendere la merce e poi andarsene altrove. Egli, entrato in cella per portargli una corda, si dimenticò, poiché aveva la mente protesa a Dio. Il cammelliere lo disturbò ancora, bussando alla porta. E il padre Giovanni di nuovo entrò e non si ricordò. Quando bussò per la terza volta, l’anziano rientrò ripetendo: «Corda cammello corda cammello». Diceva così per non dimenticarsi (213d).

32. Era fervente nello Spirito. Venne un tale a visitarlo e lodò il suo lavoro: stava lavorando alla corda, e rimase in silenzio. Tentò una seconda volta di farlo parlare, ma egli continuava a tacere. La terza volta disse al visitatore: «Da quando sei venuto qui, hai allontanato da me Dio» (213d-216a).

33. Venne un anziano nella cella del padre Giovanni e lo trovò addormentato, e vide presso di lui un angelo che gli faceva vento. A quella vista, si allontanò. Il padre Giovanni, svegliandosi, chiese al discepolo: «E venuto qualcuno mentre dormivo?». «Sì – disse -, il tale anziano». Il padre Giovanni sapeva che questo anziano era della sua misura, e che aveva visto l’angelo.

34. Il padre Giovanni disse: «Io penso che l’uomo dovrebbe avere un po’ di ogni virtù. Perciò ogni giorno, quando ti alzi al mattino, ricomincia da capo in ogni virtù e in ogni comandamento di Dio, con grandissima pazienza, timore e larghezza d’animo, nell’amore di Dio, con tutta la disponibilità dell’anima e del corpo, con molta umiltà; sii costante nella tribolazione del cuore e nella vigilanza, con molta preghiera e molte suppliche, con gemiti, con la purezza della lingua e la custodia degli occhi. Ingiuriato, non adirarti, sii pacifico e non rendere male per male; non guardare agli errori degli altri, non misurare te stesso poiché sei al di sotto di ogni creatura. Vivi nella rinuncia a tutto ciò che è carnale e materiale, nella croce, nella lotta, nella povertà di spirito, con una volontà ben determinata e con l’ascesi spirituale, nel digiuno, nella penitenza e nel pianto, nella dura lotta, nel discernimento, nella purezza dell’anima, nella disponibilità ad accogliere il bene, compiendo con tranquillità il lavoro delle tue mani; nelle veglie notturne, nella fame e nella sete, nel freddo, nella nudità, nelle fatiche. Chiuditi nella tomba, come se fossi già morto, così da pensare in ogni momento che la morte è prossima» (216abc; PJ I, 8).

35. Raccontavano che il padre Giovanni, quando rientrava dopo il lavoro della mietitura o dopo l’incontro con altri padri, si dedicava alla preghiera, alla meditazione e alla salmodia, finché il suo pensiero non fosse ristabilito nello stato precedente.

36. Uno dei padri disse di lui: «Ma chi è questo padre Giovanni, che con la sua umiltà fa pendere dal suo dito mignolo tutta Scete?».

37. Uno degli anziani chiese al padre Giovanni Nano: «Che cos’è un monaco?». Egli disse: «Fatica. Poiché in ogni azione il monaco deve sforzarsi. Questo è il monaco!» (216cd).

38. Il padre Giovanni Nano raccontò di un santo anziano, che si era recluso in cella e che godeva di grande fama e onore in città. Gli fu rivelato: «Uno dei santi sta per morire; suvvia, va’ a salutarlo prima che spiri». Rifletté tra sé: «Se esco di giorno, la gente mi rincorrerà, mi faranno grande festa e in questo non potrò trovare riposo. Me ne andrò quindi di sera tardi, al buio, e sfuggirò a tutti». Ma quando uscì di sera dalla sua cella, con l’intenzione di rimanere nascosto a tutti, ecco che due angeli furono inviati da Dio con lampade a illuminargli il cammino. Così tutta la città accorse, vedendo il fulgore. E quanto più aveva cercato di sottrarsi alla gloria, tanto più fu glorificato. In ciò si realizza la parola: Chi si umilia sarà esaltato (216d-217a).

39. Il padre Giovanni Nano disse: «Non è possibile costruire una casa dall’alto verso il basso, ma dalle fondamenta verso l’alto». Gli chiesero: «Che significa questa parola?». Disse loro: «Il fondamento è il prossimo, che tu devi guadagnare. Questo è il primo dovere dal quale dipendono tutti i comandi di Cristo» (Cf. Mt 22, 40).

40. Sul padre Giovanni si raccontava anche questo episodio: Una giovinetta di nome Paisia rimase orfana di entrambi i genitori. Pensò allora di fare della sua casa un albergo per gli ospiti dei padri di Scete. Per un periodo non breve rimase lì, dando ospitalità e servendo i padri. Ma col tempo, quando il patrimonio fu consumato, cominciò a trovarsi in strettezze. Allora si attaccarono a lei degli uomini traviati e la distolsero dal buon proposito, tanto che cominciò a comportarsi male, fino a giungere alla prostituzione. I padri lo seppero e ne furono molto rattristati. Chiamano il padre Giovanni Nano e gli dicono: «Abbiamo saputo che quella sorella si comporta male, lei che, quando poteva, ci ha dimostrato il suo amore. Anche noi vorremmo ora dimostrarle il nostro amore aiutandola. Datti tu pena di andare da lei e, secondo la sapienza che Dio ti ha dato, prenditi cura di lei». Il padre Giovanni si recò quindi da lei e disse alla vecchia portinaia: «Annunciami alla tua padrona». Ma quella tentò di rimandarlo con queste parole: «Prima voi avete divorato le sue sostanze, ed ecco, ora è in miseria». Dice a lei il padre Giovanni: «Dille appunto che posso esserle molto utile». I servitori ridacchiando gli dicono: «Che cosa hai tu da darle, che la vuoi incontrare?». Ed egli rispose: «Come fate a sapere che cosa le darò?». La vecchia salì da lei e le riferì la cosa. La giovane dice: «Questi monaci passano sempre sulla riva del Mar Rosso e vi trovano delle perle!». Si adorna e dice: «Sì, fallo venire su da me». Quando fu salito, essa, prevenendolo, si pose sul divano. Il padre Giovanni andò a sedersi vicino a lei e, fissandola in viso, le disse: «Che hai da lamentarti di Gesù, che sei giunta a tal punto?». A queste parole, rimase tutta agghiacciata. Il padre Giovanni, abbassando la testa, cominciò a piangere a dirotto. Gli chiese: «Perché piangi, padre?». Dopo un breve cenno egli si ripiegò di nuovo, piangendo, e le disse: «Vedo il Satana giocare sul tuo viso e dovrei non piangere?». Chiede allora la donna: «Padre, c’è penitenza?». Le dice: «Sì». Ed ella: «Conducimi dove vuoi». Le dice: «Andiamo». E lei si alzò per seguirlo. Il padre Giovanni notò con stupore che non diede nessun ordine né disse nulla riguardo alla sua casa. Quando giunsero nel deserto, era tardi; egli formò un piccolo cuscino di sabbia, vi fece sopra un segno di croce, e le disse: «Dormi qui». Si allontanò un poco, recitò le sue preghiere e si coricò. Svegliandosi verso mezzanotte, vide come una strada di luce che scendeva dal cielo fino a lei, e vide gli angeli di Dio che trasportavano in alto la sua anima. Alzatosi, le si avvicinò e la toccò col piede; e vide che era morta. Si gettò allora col viso a terra pregando Iddio. E udì che il Signore aveva gradito un’ora del suo pentimento più di molti anni di pentimento di tanti non animati da un simile fervore (217b-220a).

41. Disse ancora l’anziano: «C’erano tre filosofi amici tra loro, e l’uno, morendo, lasciò suo figlio a uno dei suoi amici. Ma il figlio, quando fu diventato un giovanotto, si accostò alla moglie di colui che l’aveva allevato, e questi, saputolo, lo cacciò via. E sebbene chiedesse perdono in tutti i modi, non volle accoglierlo, ma gli disse: – Va’ a lavorare al fiume per tre anni, quindi ti perdonerò. Venne dopo tre anni, e gli disse: – Non hai ancora fatto penitenza. Va’, lavora altri tre anni, dando via il tuo salario e sopportando le ingiurie. Fece così. Dopo questo, gli disse: – Ora vieni ad Atene e impara la filosofia. Vi era un anziano seduto alla porta dei filosofi che insultava quelli che entravano attraverso di essa. Il giovane, insultato, si mise a ridere. E l’anziano gli dice: – Come mai io ti insulto e tu ridi? E l’altro: – Non vuoi che rida? Da tre anni davo via il mio salario per essere insultato e oggi sono insultato gratis? Per questo ho riso». Disse allora il padre Giovanni: «Questa è la porta di Dio, e i nostri padri con molti insulti sono entrati gioiosi nella città di Dio» (S 1).

42. Il medesimo padre Giovanni disse al suo fratello: «Se anche siamo del tutto spregevoli dinanzi agli uomini, rallegriamoci di essere onorati dinanzi a Dio» (S 2).

43. Diceva il padre Poemen che il padre Giovanni aveva detto che i santi assomigliano a un giardino di alberi che danno frutti differenti ma sono abbeverati da un’unica acqua. Altra infatti è l’opera di un santo, altra quella di un altro, ma è un solo Spirito che agisce in tutti loro (S 3).

44. Il medesimo disse: «Se l’uomo ha nella sua anima lo strumento di Dio, può vivere in cella, anche se non ha alcuno strumento di questo mondo. E ancora, se l’uomo possiede gli strumenti di questo mondo ma non possiede gli strumenti di Dio, a causa degli strumenti del mondo può anch’egli vivere in cella. Ma chi non ha affatto strumenti, né di Dio né di questo mondo, non può affatto vivere in cella» (S 4).

45. L’anziano disse ancora: «Vedi che il primo colpo che il diavolo inflisse a Giobbe fu ai suoi beni, e vide che non se ne rattristò né si allontanò da Dio. Al secondo colpo lo toccò nel corpo, e nemmeno così quel nobile atleta peccò con la parola della sua bocca. Egli aveva infatti dentro di sé i beni di Dio e rimaneva in essi incessantemente» (S 5).

46. Egli sedeva un giorno a Scete e i fratelli attorno a lui lo interrogavano sui loro pensieri. E uno degli anziani gli dice: «Giovanni, assomigli a una meretrice che si fa bella per accrescere il numero dei suoi amanti». Il padre Giovanni lo abbracciò dicendo: «Dici la verità, padre». Dopo questo, uno dei suoi discepoli disse: «Padre, non sei turbato dentro di te?». Ed egli: «No; ma come sono di fuori, così sono anche di dentro» (S 6).

47. Raccontavano ancora di lui che il frutto di tutta la fatica che faceva alla mietitura lo portava a Scete dicendo: «Le mie vedove e i miei orfani sono a Scete» (S 7).

Tratto da Vita e detti dei Padri del deserto, Città Nuova, Roma 2005, pp. 231-245.

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