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Trasfigurazione di Cristo e trasfigurazione nostra (Anba Epiphanius)

Natidallospirito.com si unisce con la preghiera alla sofferenza dei monaci del Monastero di San Macario il Grande e a quella dei fratelli copti per l’improvvisa scomparsa del monaco, abate, vescovo e studioso anba Epiphanius, ucciso barbaramente. Cercheremo di pubblicare quanto più possibile piccoli articoli scritti dal nostro padre Epiphanius per rendere degna memoria a un uomo di straordinaria umanità, mitezza, umiltà, sapienza, amore. Per il suo sangue innocente e le sue intercessioni, il Signore abbia compassione del monastero, dei monaci, della Chiesa copta e del suo Patriarca Tawadros, e non permetta che le tenebre trionfino sulla luce, l’odio sull’amore, l’arroganza sulla mitezza.

Abbiamo già pubblicato negli scorsi anni alcuni articoli del nostro padre Epiphanius che mettiamo a disposizione di nuovo a tutti coloro che desiderino conoscerlo meglio:

La vera gioia scaturisce dal sepolcro vuoto (anba Epiphanius)

Il perdono nella vita di padre Matta El Meskin (anba Epiphanius)

Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario)

Crocifisso per me (anba Epiphanius)

In occasione della Trasfigurazione, secondo il calendario copto e giuliano (19 agosto), pubblichiamo un suo scritto sull’argomento.

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Mentre il Signore Gesù era in compagnia dei suoi discepoli nei pressi della città di Cesarea di Filippo che oggi corrisponde alla moderna Baniyas (Paneas) ai piedi del monte Hermon, chiese loro: “La gente, chi dice che io sia?” (Mc 8,27). Dopo avergli dato risposte che mostravano l’incertezza che regnava nel popolo e le contrastanti opinioni a suo riguardo, chiese loro direttamente: “Ma voi, chi dice che io sia?” (Mc 8,29). Qui i discepoli, per bocca dell’Apostolo Pietro, confessarono: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

In seguito, egli rivelò loro che il Figlio dell’uomo sarebbe venuto nella gloria del suo Padre con i suoi angeli e che alcuni di loro non avrebbero gustato la morte prima di aver visto il Figlio dell’uomo venire nel suo Regno. Sei giorni dopo questo discorso prese con sé i tre discepoli più vicini a lui, Pietro, Giacomo e Giovanni, e salì con loro su un monte alto, da soli. Lì si trasfigurò davanti a loro, il suo volto si illuminò come il sole e le sue vesti divennero bianche come luce. Poi apparvero loro Mosè ed Elia e si misero a parlare con il Signore. I discepoli non riuscirono a sopportare questa visione e caddero sui loro volti in predi alla paura (cf. Mt 17,1-8).

Gli evangelisti hanno espresso il concetto di “trasfigurazione” con il verbo greco μεταμορφόομαι. Questo termine è composto da due parti: μετα- che implica il senso della trasformazione, del cambiamento o della mutazione; la seconda parte deriva dalla parola μορφή che significa “immagine, aspetto, forma esteriore che esprime o è conseguenza della natura interiore”. Di conseguenza, il senso di questo verbo è: “cambiare nella propria immagine esteriore così da esprimere la propria natura interiore rappresentandola perfettamente”[1]. Per questo in arabo questo verbo è stato tradotto con “mutò il suo aspetto”.

Durante la sua vita terrena il Signore Gesù era in forma di schiavo che non aveva né apparenza né bellezza per poterci piacere, disprezzato e reietto dagli uomini (cf. Is 53,2). È, infatti, venuto non per essere servito ma per servire e per offrire se stesso in riscatto per molti (Mc 1,45). Ma qui sul monte della trasfigurazione è avvenuto un mutamento nel suo aspetto o nella sua forma esteriore, apparendo nell’immagine della gloria della sua divinità. Questo è quanto implica il verbo greco: l’immagine esteriore del Signore, l’immagine di schiavo che si è preso per sé, è mutata ed è venuta ad esprimere perfettamente la sua verità interiore cioè la gloria della divinità che è apparsa nella carne.

Ma per capire meglio il mutamento avvenuto, mettiamo in paragone questo verbo greco indicante il cambiamento con un altro verbo anch’esso tradotto con “cambiare/mutare aspetto”.

Nella seconda lettera ai Corinti (11,13-15) san Paolo afferma: “Questi tali sono falsi apostoli, lavoratori fraudolenti, che cambiano aspetto (μετασχηματίζω) per essere simili agli apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche Satana si maschera da angelo di luce” (2Cor 11,13-14).

Il verbo greco che appare in questo versetto è anch’esso formato da due parti: μετα-, lo stesso prefisso del primo verbo e che indica il cambiamento e la trasformazione; la seconda parte deriva dal termine σχῆμα, anch’esso avendo come senso quello di “forma” o “aspetto”. Ma questo verbo ha un senso completamente opposto a quello precedente e può essere tradotto così: “cambiare la propria forma o la propria immagine esteriore assumendo per se stessi un aspetto o un’immagine esteriore che non scaturisce né esprime la propria natura interiore”[2].

Possiamo tradurre questo verbo come una sola parola come “mascherarsi” ovvero indossare un volto o una maschera che nasconde il proprio aspetto. La natura di satana è tenebra e quando appare come angelo di luce, è soltanto il suo aspetto esteriore che cambia, restando la sua natura tenebrosa così com’è, senza alcun mutamento. Allo stesso modo, anche i suoi servi mutano il loro aspetto esteriore per apparire come gli Apostoli di Cristo rimanendo, nella loro natura interiore, così come sono, lavoratori fraudolenti, per ingannare il cuore dei semplici. Il primo verbo indica un cambiamento interiore, mentre il secondo un cambiamento soltanto esteriore[3].

La trasfigurazione del Signore Gesù sul monte della trasfigurazione e la sua apparizione nella sua gloria può essere compreso dall’inno di lode che San Paolo inserisce nella sua lettera ai filippesi nella quale illustra come il Signore Gesù che era in forma di Dio prese per sé la forma dello schiavo affinché redimesse quello stesso schiavo. E come conseguenza della sua obbedienza assoluta a Dio, Dio lo ha innalzato e lo ha ripristinato nella sua forma gloriosa:

Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!,
a gloria di Dio Padre» (Fil 2,5-11)

La trasfigurazione dei santi

San Pietro Apostolo parla della trasfigurazione del Signore Gesù sul monte e la sua apparizione nella sua vera gloria e descrive questa gloria con la grandezza: “Infatti, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte” (2Pt 1,16-18).

L’Apostolo Paolo, invece, comanda a tutti i credenti di trasformarsi, cioè di entrare in una condizione di trasfigurazione come è avvenuto per il Signore Gesù. Nella sua lettera ai Romani (12,2) supplica i credenti dicendo: “Non conformatevi (συσχηματίζεσθε) a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”.

In questo versetto san Paolo utilizza entrambi i sensi di cui abbiamo parlato precedentemente. Il primo verbo “non conformatevi” è lo stesso verbo che appare in 2Cor 11,15 parlando di satana che si trasforma in angelo di luce, sebbene in una forma leggermente diversa, con la preposizione συν- che indica un “mascherarsi come”. Qui san Paolo incoraggia i credenti a non conformarsi a questo mondo, cioè a non assumere la sua stessa forma, nel senso di non trasformarsi rispetto alla loro forma esteriore in una maniera tale che essa non scaturisca né esprima la loro natura interiore. San Paolo comanda loro di non mascherarsi nell’aspetto esteriore per assomigliare ai figli di questo mondo, assumendo un aspetto che non esprime “l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità” (Ef 4,24)[4].

Nella restante parte del versetto san Paolo comanda loro di trasformarsi utilizzando lo stesso verso apparso nell’evento della trasfigurazione. Vale a dire che egli comanda ai credenti di assumere una condizione di trasfigurazione continua, di apparire con un aspetto esteriore che esprima la vera natura nuova che essi vivono. È quest’aspetto a mostrare l’immagine di Cristo impressa nei loro cuori: “Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi!” (Gal 4,19).

Il comandamento che l’Apostolo Paolo dà ai santi è di trasformarsi, vale a dire di trasfigurarsi, e questo comandamento è avallato da una verità importante: nella resurrezione prossima, quando i corpi dei santi saranno trasformati per diventare a immagine del corpo della gloria di Cristo, avverrà la loro trasfigurazione e il loro aspetto esteriore sarà espressione della natura nuova che assumeranno.

In 2Cor 3,18 dice l’Apostolo Paolo: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati (μεταμορφούμεθα) in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore Spirito”. Qui san Paolo usa lo stesso verbo usato per la trasfigurazione di Cristo. Ma qui la trasfigurazione si realizzerà nella sua pienezza quando l’immagine di Dio sarà impressa nei nostri volti e avrà luogo una mutazione, una trasfigurazione della nostra natura, in un movimento dinamico continuo e ininterrotto – “di gloria in gloria” – mediante la potenza dell’azione del Signore Spirito in noi.

anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande
tradotto dall’arabo

[1] K. S. Wuest, Studies in the Vocabulary of the Greek New Testament for the English Reader, William B. Eerdmans Publishing Company, Michigan 1945, pp. 49-53.

[2] San Paolo usa questo verbo in senso positivo una sola volta nella lettera ai Filippesi 3,21: “Il quale trasfigurerà (μετασχηματίσει) il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose”.

[3] W. E. Vine, Vine’s Complete Expository Dictionary of Old and New Testament Words, Thomas Nelson Publishers, 1985, p. 639.

[4] K. S. Wuest, Golden Nuggets From the Greek New Testament, William B. Eerdmans Publishing Company, Michigan 1945, pp. 26-28.

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