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Venga il tuo Regno! (Olivier Clément)

Dopo il Padre (‘Padre nostro che sei nei cieli’) e il Verbo nel quale prende Nome (‘sia santificato il tuo Nome’), ecco lo Spirito santo. Un’antichissima variante dell’ evangelo di Luca riporta infatti “venga il tuo Spirito santo” anziché “venga il tuo Regno”. Venga il tuo Spirito santo e ci comunichi il tuo Regno: la tua gloria, la tua shekinah, le tue energie, la tua grazia, la tua luce, la tua vita, la tua forza, la tua gioia… tutto questo indica la stessa realtà.

Il Regno, i cieli e la terra nuovi sono il cielo e la terra rinnovati in Cristo, penetrati dalla grazia dello Spirito che è vita pura, vita liberata dalla morte. Il mondo in Cristo costituisce l’autentico “roveto ardente”, afferma Massimo il Confessore. Ma questo fuoco è coperto di scorie e di cenere, la ganga della nostra separazione, della nostra opacità, del nostro odio, di ogni nostra complicità con le potenze del caos e delle tenebre.

“Venga il tuo Regno”: significa preparare, anticipare il ritorno di Cristo, eliminando le scorie e la cenere. Infatti il Regno di cui invochiamo la venuta è già segretamente presente, ogni celebrazione eucaristica abbozza la parusia, così come ci sono nella vita di ciascuno attimi eucaristici, scintille di parusia.

Non bisogna aver paura di questi attimi, di questa pienezza, la “pleroforia” di cui parlano gli spirituali. Attimi di preghiera silenziosa, di preghiera al di là della preghiera, quando il cuore si infiamma, attimi di tensione creatrice o di fiducia rappacificante, quando la luce dell’Ottavo Giorno spunta in una intuizione di verità, di bellezza, o in un autentico incontro in cui si scopre “l’oceano interiore di uno sguardo” e l’altro come un miracolo – come amava ripetere il patriarca Athenagoras. Attimi in cui ci si unisce, come in primavera – sono ancora espressioni di Athenagoras -, alla dossologia del primo mandorlo in fiore. Oppure attimi come quelli in cui, dopo i tormenti dell’agonia, il volto di un morente si rappacifica e “l’individuo – come fa notare Rosenzweig – rinuncia alle ultime vestigia della sua individualità per ritornare alla propria origine e il Sé si desta all’ estrema singolarizzazione e all’ultima solitudine…”.

In tutti questi momenti – e ciascuno di voi ne conosce numerosi altri – il Regno affiora misteriosamente. Allora tutto diventa estremamente leggero: non c’è più morte, nel senso in cui questa parola si appesantisce del nulla, esistono solo pasque, passaggi; non c’è più esteriorità separante: l’amore è talmente grande che lo stesso desiderio scompare, restano soltanto dei volti, e il volto è fatto interamente sguardo – come dice un’ omelia di Macario – e la terra è sacra, sacramento, mentre le stelle, la notte sono i segnali di fuoco che i mondi angelici ci comunicano…

Capitemi bene: esiste un approccio narcisistico, grottescamente o tragicamente avido, al piacere, al godimento di esistere. Vi si combinano le due passioni “madri”: l’ingordigia carnale e l’orgoglio spirituale… L’uomo rischia allora di decomporsi, come diceva Kierkegaard, in “piccole eternità di godimento”. Degli esseri e delle cose non scorge altro che “ciò che cade sotto i sensi”, ciò che – e lo stesso linguaggio è qui estremamente significativo – si può “mettere sotto i denti”.

Ma il piacere, il godimento di esistere, provati con un certo distacco interiore, con gratitudine, nel rispetto degli esseri e delle cose e nella “santificazione del Nome”, questo piacere e questo godimento possono diventare una gioia non passionale, nel senso ascetico del termine “passione”, cioè non idolatrica. Sono allora ricordi del Paradiso, caparre del Regno. La danza, il ritmo del respiro – “respirare, o invisibile poesia!” dice Rilke -, il profumo della terra dopo il temporale, incenso cosmico, l’incessante, esicastico avvilupparsi e srotolarsi delle onde e delle nuvole, il “Cantico dei Cantici” di un grande e nobile amore in cui i corpi sono il sapore delle anime: tutto questo può diventare ricordo del Paradiso e caparra del Regno.

Olivier Clément
tratto da: Olivier Clément e Benoît Standaert, Pregare il Padre nostro, Qiqajon, pp. 93-95

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