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Diario di un discepolo indisciplinato (1)

Natidallospirito.com è venuto in possesso di un manoscritto di un pellegrino australiano che ha vissuto nei monasteri di Wadi el Natrun per più di tre anni. Il suo è un romanzo di formazione che si basa sulla propria esperienza spirituale a stretto contatto con un eremita del deserto e ha come titolo “The diary of an undisciplined disciple”, “Il diario di un discepolo indisciplinato”. L’autore, che ha deciso di rimanere anonimo, ha scelto di non pubblicare il suo romanzo per ragioni personali a noi ignote ma di lasciarlo in consegna a uno dei monasteri di Wadi el Natrun e ha autorizzato Natidallospirito.com a tradurlo. Lo pubblicheremo a puntate.

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La cella dell’eremita era nascosta su una collina declive, erosa dal lavorio dei secoli, in una specie di anfratto dove si apriva una grotta segreta in cui la sabbia non era benvenuta. Quest’uomo, che ogni tanto appariva e spariva all’esterno della cella, era la cosa più immobile che esisteva in quel panorama desolato, lui insieme alla grazia che abitava quel posto. Una specie di stella fissa nel firmamento dell’esistenza. Ma forse è meglio dire la cosa solo apparentemente più immobile: come le stelle, così anche lui si muoveva impercettibilmente su un’orbita extraterrestre a una velocità non misurabile da strumenti umani. Per me, in ogni caso, essere inquieto, profondamente inquieto, instabile, retrattile, insaziabile, perennemente insoddisfatto, irredimibile analfabeta di ogni segnale di arresto – fossero anche le due convenzionali stanghette verticali che mettono in pausa le cose – quest’essere umano mi sembrava un alieno. Nella sua stranezza sembrava essere quasi felice. Forse era lì da quaranta, cinquant’anni. Probabilmente da prima che i miei occhi venissero colpiti dalla luce accecante di questo strano mondo. In ogni caso si è rifiutato di dirmelo. Di fatto so poco di lui, troppo poco. Continuava a ripetermi che non è importante lui ma è importante l’Altro. Da quando l’ho incontrato non sono più lo stesso. Forse semplicemente ho trovato un centro dentro di me che nessuno mi aveva mai indicato. Un centro tanto semplice eppure così inafferrabile, incomprensibile, misterioso. È di questo che vorrei raccontarvi.

Mi chiamo Joshua, sono australiano. Per anni ho lavorato in un’azienda pubblicitaria. Il mio mestiere era quello di mostrare alla gente le cose per quello che non sono. Venivo pagato profumatamente per il semplice scopo di evitare di dire la verità. E a furia di dire cose che sembrano vere ma che non lo sono, ho smarrito la bussola. E mi sono ammalato. Sono entrato in depressione. Ho girato medici e santoni in tutta l’Australia. C’è chi mi ha imbottito di medicinali, con la conseguenza naturale di ritrovarmi con un corpo più gonfio del solito e una dipendenza devastante. C’è chi mi ha detto che il mio problema risaliva alla mia trisavola e che bisognava purificare il mio albero genealogico con una serie di sedute ad hoc a non proprio modiche cifre. C’è chi si faceva pagare fior fiori di dollari per restare muto per tutto il tempo della seduta, seduto a scrivere su un blocco di appunti. Alla fine ne sono uscito esausto, oltre che al verde. E allora ho deciso di curarmi da solo. È stato in uno dei miei rari momenti di lucidità, in uno di quei rari momenti nei quali non avevo quel terribile e irresistibile desiderio di passare tutta la giornata a dormire.  Quante giornate sprecate così. Eppure, smarrito nell’abisso del non-senso, per me il gettarmi nel misterioso mondo del piacere onirico era l’unico modo di non disperare. Dormire, spegnere tutto. Un suicidio dolce, senza spargimento di sangue, senza titoloni nella prima pagina del quotidiano locale a corto di vendite. Morire senza che nessuno lo sappia. Altre volte compravo una confezione da 24 birre e in poche ore le finivo tutte. E, stordito dai fumi dell’alcol, dormivo.

Eppure ogni disperazione ha brevi momenti nei quali entra per qualche secondo, forse qualche minuto, un raggio di luce da un spiraglio minuscolo apertosi per caso nelle pieghe dell’esistenza, pronto a richiudersi subito. Un giorno, dopo aver passato settimane a dormire, decisi di uscire dal mio nascondiglio. Se non altro avevo bisogno di fare compere, per cui ero obbligato a farlo. Decisi, per l’occasione, di andare lontano e di prendere l’auto, che era ovviamente a secco. Per strada, mentre chilometri e chilometri di vegetazione rigogliosa mi passavano accanto, mi chiedevo se questa esistenza avesse un senso, questo rincorrere continuo un giorno dopo l’altro, uno uguale all’altro, in una sorta di ciclica tortura a cui non si può mettere fine. Mi fermai a Darwin, una ridente cittadina marittima di fronte all’isola Melville, nel nord del Paese. Forse erano i ricordi della mia adolescenza ad avermi convinto a farlo. Entrai in una libreria. Ricordo che ci venivo con Jill, e che compravo sempre qualche fumetto. I supereroi mi avevano sempre affascinato. Forse perché speravo, nel profondo di me stesso, senza averlo mai detto a nessuno, di poter anch’io acquisire un qualche superpotere tale da potermi affrancare dalla tortura del tempo. Dal ciclico non-senso di quest’esistenza. La libreria si era rimpicciolita, sembrava dovesse chiudere a giorni. Di tempo ne era passato da allora. Credo di non aver più messo piede in una libreria. Ero abituato ormai a leggere pochissimo e quasi sempre cose che mi servivano a dire quello che non era. In pratica, a fare il mio lavoro. Quel giorno in libreria stetti tre ore di fila. Leggiucchiai un gran numero di libri, di tutti i generi. Il tavolino di fronte al lungomare era particolarmente ispirante. Mi ci sedetti un po’. Ce n’era di immondizia in giro! E dire che a uno di quei libri di cucina,  “Innamorati di gusto”, avevo perfino preparato la campagna pubblicitaria. Non mi ero mai reso conto di quanto fosse inutile. Io stesso non avrei mai pagato 30 dollari per comprarlo! Eppure lo avevo sponsorizzato, avevo tirato fuori il meglio di me perché se ne vendesse un gran numero di copie. Ricordo anche di aver litigato con Sean, direttore dell’agenzia, per scegliere quella copertina “succinta”. Eppure, proprio nel cuore della scoperta delle ordinarie illusioni che avevo servito e riverito per anni, spuntò una sorpresa. Mi alzi per tornare a girare per gli scaffali. Ed ecco, lei. Aveva in mano un libro con una copertina insolita: c’era un vecchio, con una lunga barba bianca e un bastone. Dietro, il deserto. Di certo una copertina talmente esotica da non poter non notarla. Lei lo leggeva come fosse il primo libro della sua vita. O forse l’ultimo. La guardai a lungo. Lei se ne accorse.

– Ha mai letto libri di spiritualità?

Spiritualità? Che termine osceno. Avevo mai sentito parlare di spiritualità? Forse sì, una volta. Provai a fare quella lezione gratuita di yoga al centro YouYogi quando vivevo a Perth. In ogni caso, un fortuito quanto dimenticato passaggio involontario nella mia vita. Dopo la prima lezione non ci andai più. Fu un disastro totale che mi premurai subito di mettere sotto il tappeto.

– Spiritualità, dice? Credo di no, credo di no. Yoga?

– Non proprio. Antonio, conosce?

Mi fermai a pensare chi poteva essere quest’Antonio. Che cosa poteva centrare Anthony Quinn con lo yoga? Un attore noto per la sua insaziabile fame di donne poteva avere qualcosa con la spiritualità? Era l’unico Antonio famoso che mi veniva in mente.

– Anthony Quinn? Sì, certo, ho visto tutti i suoi film.

– Antonio il Grande. Un monaco del deserto egiziano. Dovrebbe leggere la sua biografia. Guardi, è in offerta.

Presi in mano il libricino. Aveva delle dimensioni davvero particolari. Era rilegato elegantemente con una copertina rigida, e aveva quella immagine in copertina esotica che mi attirava così tanto. Un uomo nel deserto: perché? Ma in Egitto non c’erano solo le piramidi? A dire il vero il mio rapido viaggio in Egitto non era stato nemmeno tanto piacevole. Mi ricordo soltanto orde di uomini che cercavano di molestare mia moglie mentre provavano ad affittarci dei cammelli alle piramidi di Giza. Dopo quell’esperienza, in effetti, ci eravamo rivolti al consolato australiano e avevamo chiesto alla nostra agenzia di viaggi di farci tornare prima. A quanto pare in Egitto non ci sono solo piramidi, cammelli e molestatori seriali. “Vita di Antonio”, diceva il titolo. Lo presi. Dissi tra me e me: “Mal che vada, sarà un cattivo romanzo. In ogni caso sempre buono da sfruttare per il lavoro”.

Ringraziai quella donna che mi ricambiò con un sorriso così gratuito che mi sembrava provenire da un altro mondo. Un mondo diverso, molto diverso dal mio che viveva di illusioni lussuose. Un mondo, il suo, che mi incantava con una forza misteriosa simile a quella del fuoco.

tradotto dall’inglese da Natidallospirito.com

Continua la lettura…

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2 commenti

  1. Ciao e grazie per i brani da voi commentati.

  2. Bellissimo, grazie mille! Anche la seconda parte è bella ed interessante

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