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L’incontro tra il diavolo e Ivan Karamazov (2a parte)

LA PRIMA PARTE QUI

«Faresti meglio a raccontarmi qualche storiella!», disse Ivan con aria sofferente.

«Ho una storiella e giusto sul nostro tema, cioè non è una storiella, ma una leggenda. Tu mi rimproveri la mia miscredenza e mi dici: “Vedi, non credi neanche tu”. Ma, amico mio, non sono soltanto io ad essere così, ci troviamo tutti in una gran confusione adesso e tutto a causa delle vostre scienze. Fino a quando ci sono stati gli atomi, i cinque sensi, i quattro elementi, tutto procedeva abbastanza bene. Gli atomi esistevano anche nell’antichità. Ma quando dalle nostre parti sono venuti a sapere che voi avevate scoperto la “molecola chimica”, il “protoplasma” e il diavolo sa cos’altro, anche da noi si sono messi la coda fra le gambe. È cominciato un vero e proprio caos, soprattutto superstizione, pettegolezzi – da noi il pettegolezzo impera come da voi, persino un filino di più – e, infine, le delazioni: da noi infatti esiste una sezione dove vengono raccolte certe “informazioni”. Allora questa strana leggenda risale al medioevo – non al vostro, al nostro – e nessuno ci crede nemmeno da noi, ad eccezione delle mercantesse di un quintale – sempre le nostre, non le vostre.

Tutto quello che c’è da voi, c’è anche da noi, ecco: ti sto rivelando questo segreto solo per l’amicizia che ci lega, anche se sarebbe vietato. Questa leggenda riguarda il paradiso. Si dice che da voi, sulla terra, ci fosse un certo pensatore filosofo che “aveva rifiutato tutto: leggi, coscienza, fede” e soprattutto la vita futura. Questi morì e si aspettava di andare direttamente nelle tenebre e nella morte, quando invece trovò dinanzi a sé la vita futura. Rimase allibito e indignato: “Questo contraddice tutte le mie convinzioni”, disse. Ed egli fu punito per questo… cioè, vedi, tu mi devi scusare, ma io ti sto riferendo quello che ho sentito, è soltanto una leggenda… fu condannato a camminare nelle tenebre per un quadrilione di chilometri (abbiamo adottato il sistema metrico anche noi, adesso) e quando finirà quel quadrilione, le porte del paradiso gli saranno aperte e gli perdoneranno tutto…».

«E che altre pene ci sono da voi oltre al quadrilione?», lo interruppe Ivan con una certa animazione.

«Che pene? Non me lo domandare neanche, ai vecchi tempi ne avevamo di tutti i tipi, ma adesso piano piano sono passati alle pene morali, ai “rimorsi di coscienza”, ed è tutta un’assurdità. Anche questo l’abbiamo copiato da voi, dalla “mitigazione dei vostri costumi”. E chi se la passa meglio? Quelli privi di coscienza, perché che rimorsi di coscienza può avere chi non ha affatto coscienza? In compenso hanno sofferto persone perbene, coloro i quali conservavano coscienza e onore… Le riforme, quando non è stato ancora preparato il terreno adatto ad esse, soprattutto se si tratta di istituzioni copiate dall’estero, non fanno altro che danni! Meglio il vecchio fuocherello. Be’, quell’uomo condannato a camminare per un quadrilione di chilometri rimase fermo, poi si guardò attorno e si sdraiò in mezzo alla strada: “Non voglio camminare, non camminerò per principio!” Prendi l’anima di un ateo russo illuminato e mescolala con l’anima del profeta Giona, che tenne il broncio nel ventre di una balena per tre giorni e tre notti, ed otterrai il carattere di quel pensatore sdraiato per la strada».

«Su che cosa si era sdraiato?»

«Be’, suppongo che ci fosse qualcosa sulla quale sdraiarsi. Non mi stai prendendo in giro?».

«Bravo!», gridò Ivan sempre con quella strana animazione. Adesso ascoltava con inatteso interesse. «E allora, se ne sta ancora sdraiato?».

«Questo è il punto, no. Rimase sdraiato per circa mille anni, poi si alzò e si incamminò».

«Che asino!», esclamò Ivan, ridacchiando nervosamente, come se fosse intento a riflettere su qualcosa. «Fa forse qualche differenza se giace in eterno o cammina un quadrilione di verste? O è un bilione? Ci metterebbe un bilione di anni per coprire quella distanza, vero?»

«Anche molto di più, solo che non ho carta e matita, altrimenti farei il conto. Ma è arrivato già da un pezzo ed è qui che comincia la storia».

«Come, arrivato? Ma da dove ha preso il bilione di anni per farcela?».

«Il fatto è che tu continui a pensare nei termini della nostra terra com’è adesso! Ma la nostra terra di adesso può essersi ripetuta un bilione di volte essa stessa; si è estinta, si è ghiacciata, spaccata, frantumata, disintegrata nei suoi elementi primari, di nuovo acque sopra il firmamento, e poi ancora cometa, ancora sole e dal sole la terra – ecco: questa evoluzione potrebbe essersi ripetuta un numero infinito di volte ed esattamente nella stessa maniera fino all’ultimo particolare. Una scocciatura delle più indecorose…».

«Che cosa successe quando arrivò?».

«Semplicemente che gli furono aperte le porte del paradiso ed egli entrò, ma ci rimase solo due secondi – di orologio, di orologio (sebbene, a parer mio, il suo orologio doveva essersi dissolto nei suoi elementi primari là nella sua tasca, durante il tragitto) – ci rimase soltanto due secondi, e poi gridò che per quei due secondi valeva la pena di camminare non un quadrilione di chilometri ma un quadrilione di quadrilioni e pure elevati alla quadrilionesima potenza! Insomma, intonò il suo osanna esagerò a tal punto che alcuni lì, di idee più elevate, sulle prime non volevano neanche stringergli la mano: era saltato con troppo impeto dalla parte dei conservatori. La natura russa è fatta così. Lo ripeto, si tratta solo di una leggenda. La riferisco così come l’ho sentita. Questo è il tipo di idee che abbiamo su questi argomenti al momento».

«Ti ho colto in fallo!», gridò Ivan con una gioia quasi infantile, come se fosse finalmente riuscito a ricordarsi qualcosa. «Questo aneddoto sul quadrilione di anni l’ho inventato io stesso! Avevo diciassette anni allora, ero al ginnasio… inventai questa storia e la raccontai a un solo compagno, si chiamava Korovkin, eravamo a Mosca. È una storia così particolare che non potevo averla tratta da nessuna parte. L’avevo quasi dimenticata… ma adesso mi è ritornata in mente inconsciamente, è tornata in mente a me, non sei stato tu a raccontarla! Migliaia di cose tornano alla mente così, inconsciamente, alle volte, persino mentre ti stanno portando al patibolo… me ne sono ricordato in sogno. Ecco: tu sei quel sogno! Tu sei un sogno e non esisti!»

«Per la veemenza con la quale neghi la mia esistenza», scoppiò a ridere il gentiluomo, «traggo la convinzione che nonostante tutto tu credi in me».

«Niente affatto! Non credo neanche alla centesima parte di te!»

«Ma alla millesima ci credi. Le dosi omeopatiche forse sono le più efficaci. Ammettilo, che credi anche solo alla decimillesima parte…»

«Neanche per un attimo!», gridò rabbiosamente Ivan.

«Anzi: io vorrei credere in te!», soggiunse poi in maniera strana.

«Aha! Ecco un’ammissione! Ma io sono buono, ti aiuterò ancora una volta. Ascolta: sono io che ho colto in fallo te e non il contrario! Ti ho raccontato di proposito la storiella che avevi inventato tu, e che avevi dimenticato, per distruggere completamente la tua fede in me».

«Tu menti! Lo scopo della tua apparizione è convincermi della tua esistenza».

«Esattamente. Ma i tentennamenti, il turbamento, la lotta tra la fede e l’incredulità costituiscono un tale tormento per un uomo di coscienza comete che impiccarsi sarebbe meglio. Sapendo che tu credi un pochino in me,ti ho definitivamente punzecchiato con l’incredulità raccontandoti questo aneddoto. Ti conduco alternativamente ora alla fede ora all’incredulità e ho il mio scopo a far così. È il nuovo metodo, signore: quando comincerai a non credere più in me, allora immediatamente dirai che non sono un sogno, ma ho una mia esistenza, ti conosco già: e allora avrò raggiunto il mio scopo. E il mio è un nobile scopo. Ti getterò un minuscolo seme e da quello nascerà una quercia, e una quercia tale che tu, sedendoci sopra,desidererai unirti a “monaci eremiti e donne caste”; giacché è questa la tua intima, fortissima aspirazione. Ti ciberai di locuste ed errerai nel deserto per purificare la tua anima!»

«Cosicché tu, canaglia, staresti tentando di salvare la mia anima?»

«Devo pur commettere qualche buona azione di tanto in tanto. Ma tu ti arrabbi, tu ti arrabbi, a quanto sembra!»

«Buffone! E qualche volta hai tentato proprio quelli che si cibano di locuste e che pregano per diciassette anni di fila nel nudo deserto, coperti di muschio?»

«Ma caro mio, non ho fatto altro. Ci si dimentica di tutto il mondo e di tutti i mondi, per mettersi alle costole di uno di quelli, perché sono diamanti davvero preziosi; un’anima di quel genere a volte vale un’intera costellazione – noi abbiamo un’aritmetica tutta nostra. È una conquista preziosa quella! E alcuni di loro, quanto è vero Iddio, non sono inferiori ate per cultura, anche se non ci crederai: sono in grado di contemplare tali abissi di fede e incredulità nello stesso momento che a volte sembra ci manchi un filino per precipitare “a gambe all’aria”, come dice l’attore Gorbunov».

«Allora, hai fallito, sei rimasto con un palmo di naso?»

«Amico mio», osservò sentenziosamente l’ospite, «meglio rimanere con un palmo di naso che senza, come un marchese sofferente ha detto di recente – doveva essere in cura da qualche specialista – in confessione al suo padre spirituale, un gesuita. Io ero presente: una vera delizia.”Restituitemi il mio naso!”, diceva. E si colpiva il petto. “Figlio mio”,cavillava il prete, “ogni cosa accade in conformità alle leggi imperscrutabili della Provvidenza e ciò che sembra una sfortuna a volte conduce a benefici straordinari, sebbene invisibili. Se un duro destino vi ha privato del naso, ne trarrete il vantaggio che nessuno oserà mai più dirvi invita vostra che siete rimasto con un palmo di naso”. “Padre santo, ma questa non è una gran consolazione per me!”, esclama il marchese disperato. “Anzi, sarei felice di rimanere ogni giorno con un palmo di naso purché esso si trovasse al suo solito posto!” “Figlio mio”, sospira il padre,”non si può pretendere che le benedizioni arrivino tutte insieme, questo equivale a mormorare contro la Provvidenza che persino in questa occasione non si è dimenticata di voi, giacché se voi strillate, come avete appena fatto, che sareste ben disposto a rimanere con un palmo di naso pertutta la vita, il vostro desiderio in qualche maniera è stato già esaudito:giacché perdendo il naso, siete giusto rimasto con un palmo di naso…”»

«Puah! Che stupidaggini!», gridò Ivan.«Amico mio, intendevo soltanto rallegrarti un po’, ma, ti giuro, che questa è l’autentica casistica dei gesuiti e ti giuro che quello che ti ho raccontato è avvenuto così, alla lettera. Si tratta di un caso recente che mi ha dato molti grattacapi. L’infelice giovanotto, tornato a casa, si sparò quella notte stessa; non l’ho abbandonato fino all’ultimo… Quanto ai confessionali gesuiti, sono davvero il mio divertimento più caro nei momenti tristi della vita. Ti racconterò un altro caso che risale a qualche giorno fa. Una biondina, normanna, sulla ventina, va a confessarsi da un vecchio prete. Una bellezza, rotondetta, un tipino di quelli che fanno venire l’acquolina in bocca. Si inginocchia e sussurra i suoi peccati al prete attraverso la grata: “Allora, figliola, siete già caduta un’altra volta?”, esclama il prete. “O Sancta Maria, che cosa sento: non con lo stesso uomo. Ma fino a quando continuerà questa storia? Ma non vi vergognate?” “Ah, mon père”, risponde la peccatrice grondante di lacrime di pentimento. “Çalui fait tant de plaisir et à moi si peu de peine!” Be’, figurati un po’ che risposta! A quel punto rinunciai: era un grido della natura, se vuoi, ancora meglio dell’innocenza stessa! Le lasciai passare questo peccato e stavo per girarmi e andarmene, quando fui costretto a tornare sui miei passi: sento che il prete, attraverso la grata, fissa un appuntamento con lei per la sera:sebbene fosse un vecchio, forte come una roccia, aveva ceduto in un attimo! Era la natura, la verità della natura che affermava i suoi diritti! Che fai? Storci ancora il naso? Ti arrabbi un’altra volta? A questo punto non saprei proprio come farti piacere…»

«Lasciami in pace, mi martelli nel cervello come un incubo fastidioso», gemette Ivan sofferente e impotente davanti alla propria apparizione.

«Con te mi annoio, sei insopportabile, sei un tormento! Darei non so cosa per cacciarti via!»

«Te lo ripeto, modera le tue pretese, non pretendere da me “cose sublimi e meravigliose” e vedrai come andremo d’amore e d’accordo»,disse il gentiluomo in tono insinuante.

«In realtà tu ce l’hai con me perché non ti sono apparso in un scintillio rossastro “fra lampi e tuoni”, con le ali infuocate, e invece mi sono presentato sotto spoglie così modeste. Sei ferito, prima di tutto, nel tuo senso estetico, e, in secondo luogo, nell’orgoglio, come a dire: “Come mai ad un grand’uomo come me è apparso un diavolo così volgare?” Sì, in te esiste quella corda di sentimentalismo che persino Belinskij ha deriso. Che fare? Sei un giovanotto. Poco fa, mentre venivo da te, pensavo proprio di farti lo scherzo di assumere l’apparenza di un consigliere di stato effettivo a riposo, uno di quelli che hanno servito sul Caucaso, con tanto di ordini del Leone e del Sole sul frac, ma ho avuto davvero paura perché tu saresti stato capace di picchiarmi solo per il fatto di aver osato appuntarmi sul frac il Leone e il Sole, invece della Stella Polare o Sirio, per lo meno. E non fai altro che ripetermi che sono uno stupido. Ma Dio mio, io non pretendo nemmeno di ergermi a tuo pari per intelligenza. Mefistofele,apparso a Faust, diceva di sé di volere il male, ma di fare solo il bene. Che faccia pure quello che gli pare, io invece sono tutto l’opposto. Io, forse, sono l’unica persona in tutta la natura ad amare la verità e a desiderare sinceramente il bene. Ero presente quando il Verbo morì sulla croce e ascese al cielo portandosi in braccio l’anima del ladrone pentito, crocifisso alla sua destra, ho udito gli strepiti di gioia dei cherubini che cantavano e inneggiavano: “Osanna”, e le urla tonanti di entusiasmo dei serafini che squassavano il cielo e il Creato tutto. E ti giuro su tutto ciò che c’è di più sacro, che avrei voluto unirmi al coro e gridare insieme a tutti: “Osanna!” Quel grido mi stava quasi per scappare, stava per prorompermi dal petto…io, tu lo sai, sono molto sensibile ed esteticamente impressionabile. Ma il buon senso – oh, una caratteristica infelice della mia natura – mi ha trattenuto nei debiti limiti e mi sono lasciato sfuggire quell’attimo! Infatti,che cosa mai sarebbe accaduto, pensavo io, dopo quel mio osanna? Ogni cosa si sarebbe estinta al mondo e non si sarebbe più verificato alcun evento. E così, unicamente per un senso del dovere e per via della mia posizione sociale, mi sono visto costretto a soffocare in me quel momento di bontà e attenermi alle mie turpitudini. Qualcuno si prende tutti gli onori del bene per sé e a me lasciano in sorte soltanto le turpitudini. Ma non invidio l’onore di vivere a scapito degli altri, non sono ambizioso io. Perché, fra tutte le creature del mondo, soltanto io sono condannato a subire le maledizioni di tutte le persone perbene e persino i calci dei loro stivali – dal momento che una volta assunte sembianze umane a volte devo accettare pure queste conseguenze? Lo so che c’è sotto un segreto, ma non me lo vogliono svelare a nessun costo, perché forse, se lo scoprissi, mi metterei a urlare il mio “osanna” e quell’indispensabile meno svanirebbe all’istante e il buon senso regnerebbe supremo in tutto il mondo e questo comporterebbe ovviamente la fine di ogni cosa, persino delle riviste e dei giornali, perché chi si abbonerebbe più? Lo so bene che alla fine dei conti mi riconcilierò anch’io, che anch’io, dopo aver camminato per il mio quadrilione di chilometri, scoprirò il segreto. Ma finché questo non accadrà, io terrò il broncio e a malincuore eseguirò il mio incarico:rovinare migliaia di uomini per salvarne uno. Per esempio, quante anime si son dovute rovinare e quante reputazioni infamare per guadagnare un solo giusto come Giobbe, quello a causa del quale mi hanno tanto preso in giro a suo tempo! No, finché il segreto non sarà svelato, per me esistono due verità: quella di lì, la loro, che per ora mi è completamente sconosciuta, e l’altra, la mia. E ancora non si sa quale sarà la migliore… Ti sei addormentato?»

«Sfido!», gemette stizzosamente Ivan.

«Tutte le mie stupide idee, già cresciute, rimacinate nel mio cervello e gettate via come carcasse, tu me le presenti adesso come una sorta di novità!»

«Non ti è piaciuto nemmeno questo! E io che pensavo di conquistarti con lo stile letterario della mia esposizione: quell'”osanna” nei cieli, non mi è venuto affatto male, vero? E poi quel tono ironico à la Heine, non è vero?»

«No, io non sono mai stato un simile lacchè! Come mai la mia anima ha potuto dar vita a un lacchè come te?»

«Amico mio, io conosco un deliziosissimo e simpaticissimo signorotto russo: un giovane pensatore, un grande appassionato di letteratura e di arte, autore di un poema promettente intitolato: “Il Grande inquisitore”… Mi riferivo soltanto a lui!»

«Ti proibisco di parlare de “Il Grande inquisitore”», esclamò Ivan avvampando dalla vergogna.

«Be’ e il “Cataclisma geologico”? Te lo ricordi? Era anche quello un poemetto, altro che!»

«Taci o ti ammazzo!»

«Tu ammazzare me? No, scusa, ma devo parlare. Io sono venuto anche per togliermi questa soddisfazione. Oh, io amo i sogni dei miei giovani amici ardenti e palpitanti di voglia di vivere! “Ci sono uomini nuovi”, avevi concluso la primavera scorsa mentre ti accingevi a venire qui, “che ritengono di dover distruggere tutto e ricominciare dall’antropofagia. Che stupidi a non aver chiesto il mio consiglio! Secondo me, non occorre distruggere proprio nulla, basterebbe soltanto distruggere nell’umanità l’idea di Dio, ecco il punto da cui bisogna intraprendere il lavoro! Da questo, da questo occorre partire, o miei poveri ciechi che non capiscono niente! Una volta che gli uomini avranno rinnegato Dio, uno per uno (e io credo che questo periodo sopraggiungerà di pari passo con i periodi geologici), tutta la precedente visione del mondo verrà a cadere,senza ricorso all’antropofagia, e soprattutto cadrà la vecchia morale, e partirà tutto da zero. Gli uomini si uniranno per prendere dalla vita tutto quello che essa potrà dar loro, ma soltanto per la gioia e la felicità della vita terrena. L’uomo sarà sollevato da uno spirito di divina, titanica fierezza e apparirà l’uomo-dio. Conquistando di ora in ora la natura, senza limiti, grazie alla propria volontà e alla scienza, l’uomo sentirà, di ora in ora, un piacere così sublime che lo compenserà per tutte le passate speranze di voluttà celesti. Ciascuno saprà di essere mortale, senza possibilità di resurrezione, e accetterà la morte con fierezza e tranquillità,come un dio. Il suo orgoglio gli insegnerà che è inutile stare a lamentarsi del fatto che la vita sia solo un attimo, ed egli amerà suo fratello senza alcuna promessa di ricompensa. Quest’amore sarà soddisfacente soltanto per un attimo della vita, ma basterà la consapevolezza della sua fugacità per intensificarne l’ardore, che in passato invece veniva dissipato in speranze di amore eterno e ultraterreno…” e così via sullo stesso tono. Affascinante!»Ivan stava seduto con le mani premute sulle orecchie e lo sguardo per terra, ma cominciò a tremare per tutto il corpo. La voce proseguiva:«La mia domanda è questa: il mio giovane pensatore riteneva che questa era potesse arrivare un giorno o l’altro, oppure no? Se arriverà,allora è tutto determinato e l’umanità è sistemata per sempre. Ma dal momento che, considerata l’inveterata stupidità umana, quest’era non arriverà che fra mille anni, colui che riconosce la verità sin da adesso può organizzare legittimamente la propria vita secondo i nuovi principi. In questo senso, “gli è tutto permesso”. E non basta: se questo periodo non dovesse mai arrivare, dal momento che Dio e l’immortalità non esistono,all’uomo nuovo è permesso di diventare un uomo-dio, anche se dovesse essere l’unico in tutto il mondo, e, promosso alla sua nuova posizione, a cuor leggero scavalcherà tutte le barriere della vecchia morale di uomo schiavo,se sarà necessario. Per un dio non c’è legge che tenga! Là dove c’è un dio, ivi è già posto divino. Dove ci sarò io, sarà il posto migliore…”tutto è ammesso”, punto e basta! Tutto questo è molto piacevole; ma se volevi solo combinare mascalzonate, a che serve una sanzione di verità per farlo?Ma è fatto così l’uomo russo contemporaneo: senza una sanzione morale non si decide a combinare mascalzonate, a tal punto è innamorato della verità…»

L’ospite parlava evidentemente trasportato dalla propria eloquenza,alzando sempre più il tono della voce e guardando con aria beffarda il padrone di casa; ma non riuscì a finire il suo discorso. Ivan afferrò all’improvviso un bicchiere dal tavolo e lo scaraventò contro l’oratore.

«Ah, mais c’est bête enfin!», esclamò questi balzando in piedi e scrollandosi di dosso con le dita gli spruzzi di tè.

«Si è ricordato del calamaio di Lutero! È il primo a considerarmi un sogno e poi si mette a prendere un sogno a bicchierate! Si comporta come una donnicciola! Io lo sospettavo, che facevi soltanto finta di turarti le orecchie e invece stavi ascoltando…»

Si udì all’improvviso un deciso e persistente battito alla finestra. Ivan Fëdorovič balzò dal divano.

«Senti? Faresti meglio ad aprire», gridò l’ospite, «è tuo fratello Alëšache ti porta una notizia interessante e inattesa, te lo dico io!»

«Sta’ zitto, ingannatore, lo sapevo anche senza che me lo dicessi tu che era Alëša, avevo il presentimento che sarebbe venuto e certamente non è venuto per niente, quindi avrà una “notizia” da darmi!..», esclamò Ivan freneticamente.

«Aprigli, aprigli. Fuori c’è la tormenta e lui è tuo fratello. Monsieur, sait-il le temps qu’il fait? C’est à ne pas mettre un chien dehors…»

Continuavano a battere. Ivan fece per lanciarsi verso la finestra, ma qualcosa gli bloccò mani e piedi. Compì ogni sforzo per rompere quelle catene, ma invano. I colpi alla finestra si facevano sempre più forti. Alla fine le catene si ruppero e Ivan Fëdorovič saltò in piedi dal divano. Egli si guardò intorno selvaggiamente. Entrambe le candele si erano quasi consumate, il bicchiere che aveva scagliato contro l’ospite stava davanti a lui sul tavolo e sul divano non c’era nessuno. I colpi alla finestra continuavano insistenti, ma non così rumorosi come gli era sembrato in sogno: al contrario, piuttosto contenuti.

«Questo non è un sogno! No, giuro, non è stato un sogno, è tutto accaduto davvero!», gridava Ivan Fëdorovič è, poi si slanciò verso la finestra e aprì lo sportellino in alto.

«Alëša, ti avevo proibito di venire!», gridò ferocemente al fratello.

«Dimmi cosa vuoi in due parole! In due parole, capito?»

«Un’ora fa Smerdjakov si è impiccato», rispose Alëša dall’esterno.

«Passa sul terrazzino d’ingresso che adesso ti apro», disse Ivan e andò ad aprire ad Alëša.

F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov, Garzanti, pp. 881-895

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