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Archive for the ‘preghiera di Gesù’ Category

Cosa significa “Signore, pietà”?

D: Non mi sento ancora a mio agio con tutto questo chiedere pietà…

R: Le persone che si avvicinano per la prima volta alla preghiera di Gesù spesso pensano: perché dovrei chiedere continuamente pietà a Dio? Non possiamo essere certi che ci ha già perdonati? Dobbiamo forse strisciare per terra?

Il problema, credo, sia che noi immaginiamo un prigioniero in un tribunale che chiede pietà al giudice. Sta al giudice stabilire se uccidere o liberare quest’uomo. La sola speranza dell’imputato è di umiliarsi e perorare la sua causa, e scongiurare il giudice di essere clemente.

Immaginati, piuttosto, l’uomo nella parabola di Gesù (Lc 10,30-37) che era stato derubato e picchiato sulla via di Gerico, poi lasciato mezzo morto. La sua impotenza era così estrema che non era nemmeno capace di chiedere pietà ai passanti, e il sacerdote e lo scriba passarono oltre, attraversando la strada. Tuttavia, il Samaritano lo vide e ne ebbe compassione, e lo salvò dalla morte.

Questo è il genere di “misericordia” che chiede la preghiera di Gesù. Non stiamo tentando di cavarci dagli impicci per un crimine ma piuttosto stiamo riconoscendo quanto l’infezione del peccato ci abbia danneggiato. Rivelando tutta l’intensità della nostra infermità al medico celeste, cerchiamo la sua compassionevole guarigione.

La parola ebraica è hesed, che ha il senso di amore paziente. Il profeta Hosea sposò una donna che era una prostituta. Sebbene lo avesse tradito molte volte, egli continuò a cercarla e a riportarla a casa. Questo è l’amore hesed, l’amore che tutto sopporta, un amore che è valoroso e irrompe nelle mura della filautìa e dell’orgoglio.

In greco, la parola è eleos, e molti nelle chiese d’occidente ancora pregano in greco “Kyrie, eleison” cioè “Signore, pietà”.

Nella chiesa dei primi secoli eleos doveva fare eco con elaion, che significa olio. Forse la tua esperienza con l’olio d’oliva potrebbe limitarsi all’insalata, ma nell’antico mondo mediterraneo, l’olio d’oliva era usato in un un’ampia gamma di situazioni e assolveva a funzioni essenziali. Uno stoppino messo in una lampada a olio poteva bruciare e illuminare una stanza. Le erbe medicinali erano combinate con l’olio d’oliva per la guarigione. Il Buon Samaritano “gli [all'uomo picchiato] fasciò le ferite, versandovi olio e vino” (quest’ultimo per le qualità antisettiche dell’alcool). L’olio d’oliva era anche un solvente per erbe per farne profumi. E ovviamente, era ed è un ottimo cibo: in una regione dove le risorse di grasso erano scarse, l’olio d’oliva era un alimento essenziale. Una quantità sufficiente di grasso nella dieta conferisce un colorito sano, e il salmista ringrazia Dio perché Egli dono “il vino che rallegra il cuore dell’uomo, l’olio che fa brillare il volto” (Salmo 104,15). Tutta questa eco poetica tra eleos e elaion contribuisce a un senso più pieno di “pietà”, rispetto all’italiano.

Credo che la maggior parte dei cristiani con i quali parlo non senta il bisogno di misericordia. Pensano al pentimento come a un iniziale gradino verso la salvezza, ma una volta che diventano seguaci di Gesù Cristo, una volta che si battezzano e vanno regolarmente in chiesa, si sentono pronti. Nell’Occidente contemporaneo, il pentimento è considerato come un’attività propedeutica alla vita in Cristo (quando lo si considera così…). In Oriente, il pentimento dura un’intera esistenza. La salvezza significa guarire dall’infermità del peccato: avremmo sempre a che fare con il peccato che ci infetta e dobbiamo sempre cercare di essere guariti a un livello ogni volta più profondo.

Frederica Mathewes-Green
tradotto da: F.M.G., The Jesus Prayer, pp. 80-82

D’altra parte, la nostra traduzione del “Kyrie eleison” con “Signore abbi pietà”, anche se esatta quanto ai termini, non ne altera forse il senso pieno? Il termine pietà, in italiano, ha assunto una sfumatura leggermente peggiorativa; “quella persona mi fa pietà”, diciamo talvolta con commiserazione; e ci capita anche di respingere la pietà di qualcuno, segno d’orgoglio o di presunione o più ancora di impotenza ad amare: “Io non voglio la vostra pietà!”

Per i Padri la pietà di Dio è lo Spirito Santo, è il Dono del suo amore. “Signore abbia pietà” vuol dire: ”Tu che Sei, manda su di me, su tutti, il tuo Soffio, il tuo Spirito, e tutto sarà rinnovato; che la tua Misericordia, la tua Bontà sia su di me, su tutti; non guardare alla mia impotenza ad amarti, a respirare in te, fa’ rifiorire il mio desiderio, trasforma il mio cuore di pietra in cuore di carne…”

Jean-Yves Leloup
tratto da J-Y.L., Esicasmo: che cos’è,
come lo si vive, Gribaudi, pp.116-117

Pregare, è innanzitutto tendere la mano verso Dio per ricevere. L’uomo, diceva Sant’Ireneo, è per essenza ricettacolo della bontà di Dio. Occorre però che egli accetti questo ruolo umile e magnifico, e dichiari di accettarlo pregando prima di ricevere e ringraziando dopo aver ricevuto: due gesti che nascono dalla medesima disposizione interiore, quella della creatura indigente davanti al Creatore che è al contrario infinitamente ricco e senza alcuna indigenza [...] Ciò che per [i grandi asceti] è supremamente desiderabile è Dio stesso, la sua grazia, la sua benevolenza, la sua carità, la sua salvezza. Le loro frequenti invocazioni o supplici esclamazioni non fanno che dare una spontanea espressione a qualcosa che in loro è permanente: l’atteggiamento perenne del mendicante davanti al Signore del cielo e della terra, o quanto meno la costante convinzione della necessità di tale atteggiamento.

Il trattato di San Nilo lo esprime chiaramente: «Prega innanzitutto per ottenere le lacrime, per ammorbidire col lutto la durezza che è nella tua anima; e, dopo aver confessato le tue iniquità al Signore, chiedi a Lui il perdono». Qui siamo ben lontani dall’attaggiamento di chi invoca il Nome per risvegliare in sé le energie della vita divina. Si tratta di un uomo che si riconosce peccatore e che ha bisogno della misericordia del suo Signore per ritrovare la sua primitiva bellezza. In questo atteggiamento è sottesa tutta una teologia che vede in Dio il Creatore e nell’uomo la creatura; una teologia che designa Dio Redentore e Salvatore in Gesù Cristo, e l’uomo peccatore salvato in Cristo stesso.

Per avere l’essenziale della preghiera del cuore, occorre un nome del Salvatore che contenga un atto di fede nella sua qualità di Messia, di Figlio di Dio, di Dio, ossia un atto di adorazione e duna domanda di pietà, ossia un atto di penitenza. “Abbi pietà di me” significa anche “dammi il tuo Santo Spirito, che io possa vivere la vita stessa del Figlio rivolto al Padre fin dall’inizio, che io possa vivere quella vita Trinitaria che è insieme il Paradiso perduto ed il Regno che deve venire”.

Jean-Yves Leloup

tratto da J-Y.L., Esicasmo: che cos’è,
come lo si vive, Gribaudi, pp.164-166

Restò l’adultera e il Signore, restò colei che era ferita e il medico, restò la grande miseria e la grande misericordia.

Sant’Agostino
(En. in ps. 50, 8 )

Il metodo di orazione esicastica secondo l’insegnamento di padre Serafino

Allorché il Sig. X…, giovane filosofo francese, arrivò al Monte Athos, aveva già letto un certo numero di libri sulla spiritualità ortodossa, in particolare la Piccola Filocalia della preghiera del cuore e i Racconti di un pellegrino russo. Ne era stato sedotto senza esserne veramente convinto.
Una liturgia, in rue Daru a Parigi, gli aveva ispirato il desiderio di trascorrere qualche giorno al Monte Athos, in occasione di una vacanza in Grecia, per saperne un po’ di più sulla preghiera e il metodo di orazione degli esicasti, questi uomini silenziosi in cerca di “esichia”, ossia di pace interiore.

Sarebbe troppo lungo raccontare dettagliatamente come giunse ad incontrare il padre Serafino, che viveva in un eremitaggio vicino a San Panteleimon (il Roussikon, come lo chiamano i Greci). Diciamo solo che il giovane filosofo era un po’ infastidito. Non trovava i monaci “all’ altezza” dei suoi libri.

Diciamo pure che, se aveva letto parecchio sulla meditazione e la preghiera, non aveva ancora pregato veramente, ne aveva praticato una qualche particolare forma di meditazione e, in fondo, ciò che egli chiedeva non era un discorso ulteriore sulla preghiera o sulla meditazione, ma una “iniziazione” che gli permettesse di viverle e conoscerle dal di dentro, per esperienza e non per sentito dire. Padre Serafino aveva una reputazione ambigua presso i monaci vicini. Alcuni l’accusavano di levitare, altri di latrare, altri ancora lo consideravano un contadino ignorante, altri come un autentico staretz ispirato dallo Spirito Santo, capace di dare consigli profondi e di leggere nei cuori.

Quando si arrivava alla porta del suo eremo, padre Serafino aveva l’ abitudine di osservare il nuovo venuto nel modo più sfacciato: dalla testa ai piedi, durante cinque minuti, senza rivolgere la minima parola. Coloro che non fuggivano di fronte all’esame potevano allora udire la sferzante diagnosi del monaco. ”Non e sceso al di sotto del mento”. “Non parliamone. Non è nemmeno entrato”. “Non è possibile, che meraviglia! É sceso già fino alle ginocchia”.

Egli parlava, ovviamente, dello Spirito Santo e della sua discesa più o meno profonda nell’uomo. Qualche volta nella testa, ma non sempre nel cuore o nelle viscere Giudicava così la santità di qualcuno, dal grado di incarnazione dello Spirito. Per lui, l’uomo perfetto, l’ uomo trasfigurato, era quello interamente abitato dalla Presenza dello Spirito Santo, dalla testa ai piedi. “Questo l’ho visto una sola volta, presso lo staretz Silvano. Lui, diceva, era veramente un uomo di Dio, pieno di umiltà e di maestà”.

Il giovane filosofo era ben lontano da tali traguardi: in lui lo Spirito Santo si era fermato, o piuttosto non aveva trovato passaggio che “fino al mento”. Quando chiese a Padre Serafino di parlargli della preghiera del cuore e dell’orazione pura secondo Evagrio, Padre Serafino cominciò a latrare. Ciò non scoraggiò il giovane. Insistette… Allora il monaco gli disse: “Prima di parlare di preghiera del cuore, impara a meditare come una montagna…” e gli indicò un’enorme roccia. “Chiedile come fa a pregare. Poi torna da me”.

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Preghiera di Gesù, mente spirituale e guarigione dei pensieri

I nostri pensieri sul mondo sono ciò che ci controlla e il più delle volte ci colgono di sorpresa. Possiamo essere governati, inconsci, da equivoci creatisi quando eravamo bambini. I pensieri sulle altre persone sono quelle che più degli altri si prestano a essere sbagliati e dannosi. Questi falsi pensieri ci rendono timorosi, avidi e vendicativi; minano alla base la nostra fiducia in Dio e ci espongono a ogni tipo di disfunzione umana. Quando il nous [mente spirituale] è “oscurato” viene facilmente ingannato e auto-ingannato. Il processo di guarigione spirituale deterge il nous, come si ripulisce il vetro di una lanterna dal sudiciume che vi si è depositato.

Qui entra in scena la preghiera [di Gesù]. Con un uso regolare, essa ci apre un piccolo spazio tra noi e i nostri pensieri automatici, così che possiamo filtrarli prima di farli entrare. Essa crea una specie di anticamera in cui i pensieri in entrata devono attendere di essere esaminati prima di poter ottenere il permesso di entrare. Questa guarigione dura tutta la vita perché i nostri pensieri autoreferenziali sono particolarmente esperti nel camuffarsi. Possono, infatti, sfuggire alla scoperta per molti anni. Ma con il tempo, scopriremo che alcuni vecchi pensieri automatici sono semplicemente sbagliati e che non dobbiamo più pensarli. A mano a mano che il nous viene gradatamente guarito, la sua percezione si affina, e diviene meno turbata. Iniziamo ad acquisire “il nous di Cristo” (1Cor 2:16). “Trasformatevi rinnovando la vostra mente [nous]“, dice San Paolo.

tradotto da F. Mathewes-Green, The Jesus Prayer:
the ancient desert prayer that tunes the heart to God,
Paraclete Press, 2009, p. 40-41

Visione luminosa e preghiera di Gesù

PreghieradiGesu-CopertinaPer quel che riguarda la visione luminosa alla quale giungerebbe la preghiera di Gesù, possiamo distinguere quattro casi.

Anzitutto quello della percezione, attraverso organi naturali, di una luce prodotta in modo soprannaturale; questo è accaduto a santi e a peccatori.

Poi, molto al di sopra, come caso-limite, la percezione soprannaturale, ma non sensibile o fisica e quindi trascendente la normale psicologia, di una luce soprannaturale; è la luce della Trasfigurazione vista non attraverso gli organi normali, ma da occhi già trasfigurati.

Al grado più basso della scala, l’uso della parola “luce” è esclusivamente simbolico, perché il nome di Gesù diviene, in senso figurato, il sole dell’anima.

Tra questo caso e il primo considerato vi è ancora posto per un caso intermedio: la pratica costante o frequente della preghiera di Gesù può mettere l’orante in uno stato interiore abituale di “luminosità”. Anche se chiude gli occhi, ha l’impressione di essere penetrato da una chiarezza e di muoversi nella luce. E’ più che un simbolo; è però meno di una percezione sensibile e non è certamente un’estasi; ma è qualche cosa di reale, benché indescrivibile.

tratto da:
Un monaco della Chiesa d’Oriente, La preghiera di Gesù, Nova Millennium Romae, s.d., p. 121-122

Sulla dispersione del pensiero durante la preghiera di Gesù (o preghiera del cuore)

monaco recita la preghiera di Gesù

Secondo Evagrio Pontico (+ 399) “la preghiera è un mettere da parte i pensieri”.

Mettere da parte: non un conflitto selvaggio, non una furiosa repressione, ma una qualche, sia pure costante, azione di distacco. Attraverso la ripetizione del Nome, siamo aiutati a “mettere da parte”, a lasciare andare le nostre futili e dannose immaginazioni e sostituire ad esse il pensiero di Gesù [...]

Quando per la prima volta iniziate la Preghiera di Gesù, non preoccupatevi troppo di eliminare pensieri e immagini mentali. Come abbiamo già detto, lasciate che vostra strategia sia positiva, non negativa. Richiamate alla mente non ciò che deve essere escluso ma ciò che deve essere presente. Non fermatevi sui vostri pensieri e su come eliminarli: pensate a Gesù.

Concentrate il vostro intero io, tutto il vostro ardore e devozione sulla persona del Salvatore; sentite la sua presenza; parlategli con amore. Se l’attenzione divaga, come indubbiamente accadrà, non scoraggiatevi: con gentilezza, senza esasperazione o rabbia interiore, riportatela indietro. Se essa vaga di nuovo, di nuovo riportatela indietro. Ritornate al centro, il centro vitale e personale che è Gesù Cristo.

Guardate all’invocazione, non tanto come preghiera vuota di pensieri, ma come preghiera piena dell’Amato. Lasciate che sia, nel senso più ricco della parola, una preghiera di affetto – sebbene non di eccitamento emotivo autoindotto. Poiché, mentre la Preghiera di Gesù è certamente molto più che una preghiera affettiva, nel senso tecnico occidentale, è con sentimento di amore che noi dobbiamo correttamente iniziare. Il nostro atteggiamento interiore, quando incominciamo l’invocazione, è quello di S. Riccardo di Chichester:

O mio misericordioso Redentore,
amico e fratello,
possa vederTi più chiaramente,
amarTi più teneramente,
e seguirTi più da vicino

Kallistos Ware, La potenza del nome, Il leone verde, pp. 40-44
P.S. La potenza del nome è un libro meraviglioso che
non ci stancheremo mai di consigliare.

Una notte nel deserto della Sacra Montagna (VIII)

UNA NOTTE NEL DESERTO DELLA SACRA MONTAGNA
Metropolita Hierotheos di Nafpaktos

VIII puntata

continua il viaggio nella meravigliosa preghiera di Gesù

I frutti della Preghiera di Gesù

- Ti menzionerò alcuni dei frutti della preghiera di Gesù, dal momento che ti vedo così desideroso di apprendere. All’inizio la preghiera di Gesù è il pane che sostenta l’atleta, poi diviene olio che addolcisce il cuore e, infine, vino che inebria l’uomo, cioè, crea estasi e unione con Dio. Per essere più specifico: il dono che Cristo dona all’uomo di preghiera è la consapevolezza dei suoi peccati. Egli smette di credere che è “buono” e si considera “l’abominazione della desolazione … posta nel luogo santo” (Mt 24:15). Come la lama dentata di un chirurgo che taglia l’osso, così la parola affilata dello Spirito penetra negli abissi dell’anima. C’è così tanta impurità in noi. La nostra anima puzza. A volte le persone vengono nella mia cella ed emanano un cattivo odore a causa della loro lordura interiore. Dunque, tutto ciò che era sconosciuto prima all’atleta, ora gli è rivelato attraverso la preghiera di Gesù. Come risultato egli si considera al di sotto di tutte le persone e pensa che l’Inferno è la sua unica eterna abitazione e inizia a piangere. Piange per il suo sé morto. E’ forse possibile piangere per il morto dei vicini e non per il morto che è nella propria casa? Così anche l’atleta della preghiera di Gesù non vede i peccati degli altri ma solo la sua propria morte. Gli occhi gli divengono fontane di lacrime che scorrono dall’afflizione del suo cuore. Piange come un condannato e al contempo grida “abbi misericordia di me”, “abbi misericordia di me”, “abbi misericordia di me”. Con queste lacrime, come detto prima, inizia la purificazione dell’anima e del nous. Come l’acqua pulisce le cose sporche, come la pioggia pulisce cadendo il cielo dalle nuvole e la terra dalla lordura, così le lacrime puliscono e imbiancano l’anima. Le lacrime sono l’acqua del secondo battesimo. La preghiera di Gesù, dunque, porta i frutti più dolci della purificazione.

– L’uomo è completamente purificato quando la grazia divina gli fa visita?

– Non è completamente purificato, ma è sempre alla ricerca di purezza del cuore perché la purificazione è uno sforzo incessante. San Giovanni Climaco segnala questo detto che lui udì da un monaco che aveva raggiunto la dispassione: “La perfetta perfezione del perfetto è ancora incompiuta”. Più uno piange più uno è purificato; più uno vede in profondità gli strati di peccato più sente il bisogno di piangere ancora. San Simone il Nuovo Teologo chiarisce bene questo punto:

Frequenti preghiere, parole ineffabili
fiumi di lacrime; così purificano le loro anime.
Allorché vedono le loro anime purificate, sono posti sul fuoco con amore, fuoco di desiderio,
per vederlo perfettamente puro.
Ma non potendo trovare la perfezione della luce il processo è incompleto. Più sono purificato più io, peccatore, sono illuminato, più Egli appare, Spirito che dona purezza. Ogni giorno, sembra che ricominci a rendermi puro, per vedere chiaro.In un abisso infinito, in un paradiso smisurato,chi può trovare un mezzo o una fine?

Come capisci l’uomo si perfeziona e si purifica continuamente. E’ l’aspetto passivo dell’anima a essere purificato per primo e poi la potenza intelligente dell’anima. I fedeli sono dapprima liberati dalle passioni della carne; poi – attraverso una preghiera e una lotta più intensa, dalle passioni dell’odio, dell’ira e del rancore. Quando l’uomo riesce a essere liberato da ira e rancore, è ovvio che l’aspetto passivo della sua anima è stato piuttosto purificato. Poi l’intera battaglia riguarda l’aspetto intelligente e si combatte contro l’orgoglio, la vanagloria e contro tutti i pensieri vani. Questa battaglia lo accompagnerà fino alla fine della sua vita. Ma tutto questo corso di purificazione ha luogo con l’aiuto e l’energia della grazia, cosicché il fedele diventa vaso recettivo di una ricca grazia divina.

Ancora San Simeone scrive:

Ché l’uomo non può vincere le sue passionia meno che la Luce non venga in nostro soccorso.Anche allora, ciò non avviene tutto in una sola volta.L’uomo per natura non può ricevere tutto all’improvviso, lo spirito di Dio.Ma molto deve essere realizzato, tutto nel suo potere.Distacco dell’anima, spoliazione dei beni, separazione dall’ego,abbandono della volontà, rinuncia al mondo,pazienza nelle tentazioni, preghiera, dolore,povertà, umiltà, dispassione.

– Come si fa a capire che la propria anima sta iniziando a purificarsi?

– E’ facile, a ciò ha risposto il saggio eremita. Diviene percettibile molto presto. Esichio usa una bella immagine. Così come il cibo avvelenato che entra nello stomaco causando disturbo e dolore, esce quando prendiamo le medicine, e lo stomaco è liberato e e l’uomo prova sollievo, così accade con la vita spirituale. Quando l’uomo accetta cattivi pensieri e, conseguentemente, fa esperienza della loro amarezza e della loro pesantezza, egli “vomita facilmente ed espelle i cattivi pensieri completamente” attraverso la preghiera di Gesù, percependo, quindi, che la purificazione è in atto. Inoltre, l’uomo di preghiera diventa conscio della purificazione, perché le ferite interne che causano le passioni smettono di sanguinare. Nel Vangelo dell’Evangelista Luca leggiamo di una donna emorroissa la quale “si avvicinò di dietro e toccò il lembo del suo vestito, e in quell’istante il suo flusso di sangue si arrestò”. (Lc 8:44) Quando ci si avvicina a Gesù Cristo, si è immediatamente guariti – “il flusso di sangue si arrestò”: il sangue delle passioni cessò di fluire. Voglio dire che immagini, circostanze, persone che ci scandalizzavano adesso smettono di farlo. In altre parole, quando varie persone o cose ci disturbano, è ovvio che rimaniamo feriti dagli attacchi del demonio. E’ dentro di noi che cova lo scandalo. Purificati attraverso l’aiuto della preghiera di Gesù, vediamo tutte le persone e tutte le cose come creature di Dio. Consideriamo, specialmente gli umani, come immagini di Dio Che è pieno di amore. Chiunque, quindi, è vestito della grazia di Cristo vede anche gli altri vestiti con tale grazia, anche se sono nudi. Mentre coloro che sono privi di grazia divina, vedono anche coloro che ne sono rivestiti come fossero nudi! A questo punto vorrei rileggerti da San Simone il Nuovo Teologo.

– E’ davvero un teologo. Ho letto alcune sue opere e ne sono stato molto colpito.

– Ti esorto a leggere tutte le sue opere perché così sarai in grado di acquisire un gusto per la teologia mistica, del modo apofatico [l'apofatismo (dal greco ἀπό φημι che significa non dire) è un metodo teologico secondo il quale Dio è del tutto inconoscibile attraverso la razionalità, perché trascende la realtà fisica e le capacità cognitive umane] dell’esperienza ascetica. Ebbene, il padre che ha fatto esperienza della theoria dice:

Il santo, pio Simeone lo Studitanon si vergognava di vedere le parti del corpo di qualsiasi personao di vedere persone nude, né si vergognava di essere visto nudo;poiché Cristo era pienamente in lui; tutto se stesso era Cristoe tutte le sue membra e di tutti gli altrisepartamente o tutte insieme, le avrebbe sempre viste come Cristo le avrebbe viste;sarebbe rimasto immobile, intatto e dispassionato,perché era in tutto Cristo e aveva visto tutti quelliche si battezzavano, indossare Cristo.E se sei nudo e, essendo carne, toccando la carneti ecciti come un asino o un cavallo,come osi calunniare il santo e bestemmiare contro Cristo che si è unitocon noi e ha donato la dispassione ai suoi santi servi?

– Come puoi vedere, egli continua, l’uomo dispassionato, colui che è purificato attraverso la preghiera di Gesù, non cade in tentazione, qualunque cosa possa vedere. Al contempo, il demonio è sconfitto. Questo è il frutto della preghiera di Gesù. L’atleta della preghiera di Gesù riconosce il nemico e le sue trappole e facilmente li caccia fuori dalla sua anima. Avverte anche delle preparazioni belliche del demonio e agisce giusto in tempo. Vede le frecce del demonio scagliate verso l’anima e, prima ancora che esse la colpiscano, le distrugge. San Diodoco dice che quando le frecce raggiungono la superficie del cuore, sono distrutte lì, perché dentro vi è la grazia di Cristo. Inoltre, come dicevamo prima si realizza l’integrazione della persona completa. Mente, desiderio e volontà sono uniti e combinati in Dio.

Le origini egiziane e la pratica egiziana della preghiera di Gesù sino a oggi

stanthony.jpgProponiamo un intervento del Prof. Philippe Luisier, docente di lingua e letteratura copta al Pontificio Istituto Orientale di Roma, letto ad Alessandria d’Egitto lo scorso anno. Vi emergono le origini egiziane della preghiera di Gesù.

Scrive Luisier: «Ancora più interessante il consiglio di abba Ammonas [IV sec.] ad un monaco tentato da tre idee, quella di andare errando nel deserto, quella di fuggire all’estero dove nessuno lo conoscerà oppure di vivere in recluso senza vedere nessuno ; Ammonas replica : “Nessuna di queste tre cose ti giova. Rimani piuttosto nella tua cella, mangia un po’ ogni giorno, medita incessantemente nel tuo cuore la parola del pubblicano, e potrai salvarti” . Ora, la parola del pubblicano è quella di Lc 18,13 : “O Dio, abbi pietà di me peccatore” : siamo quasi arrivati alla formula della preghiera di Gesù, tanto cara alla tradizione esicasta ! »

Prosegue Luisier:  «Quindi la preghiera monologistos risale almeno agli inizi del secolo VI . Ne abbiamo un po’ meno di due secoli dopo una altra testimonianza, alquanto straordinaria, poiché si tratta di un’ iscrizione parietale dentro una cella del sito monastico di Kellia. Fu scoperta nel 1965, copiata e pubblicata ; oggigiorno, non resta quasi nulla del sito, totalmente trasformato dalle coltivazioni. La versione copta dell’iscrizione non è sempre chiara , ma esiste una versione araba del testo . Si tratta d’un apoftegma nel quale un anziano dice di non dar retta ai demoni che criticano la preghiera indirizzata soltanto a Gesù, come se trascurasse il Padre e lo Spirito Santo. Sulla base di tali testimonianze ed altre, gli studiosi possono determinare che la preghiera di Gesù era molto praticata nei monasteri della regione a sud di Alessandria durante lunga parte del medioevo, in particolare in quello di San Macario.»

Luisier termina la sua rassegna sulla preghiera del cuore con “uno dei migliori figli della chiesa copta di oggi”, Padre Matta al-Miskin.

Ma vale la pena di leggere tutto l’intervento ricchissimo di straordinari detti dei Padri del deserto.

L’intervento è disponibile in PDF.