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Archive for the ‘Efrem il Siro’ Category
Dal cielo è sceso come la luce,
da Maria è nato come un germe divino,
dalla croce è caduto come un frutto,
al cielo è salito come una primizia.
Benedetta sia la tua volontà!
Tu sei l’offerta del cielo e della terra,
ora immolato e ora adorato.
Sei disceso in terra per essere vittima,
sei salito come offerta unica,
sei salito portando il tuo sacrificio,
o Signore.
Efrem il Siro
Inni
Ma con questa eleganza la sapienza divina ha disposto l’ordine della preghiera in modo che dopo quello che riguarda il cielo, cioè dopo il nome di Dio, la volontà di Dio e il regno di Dio, ha lasciato spazio anche alla preghiera per le necessità terrene! Il nostro Signore ci ha insegnato: Cercate il regno di Dio e queste cose vi saranno date in aggiunta.
Comunque possiamo intendere piuttosto dacci il nostro pane quotidiano in un senso spirituale. Cristo infatti è il nostro pane, perché Cristo è vita e la vita è pane. Ha detto: Io sono il pane di vita (Gv 6,35) ; e poco prima di questo ha detto: Il pane è la parola del Dio vivente che è sceso dal cielo (Gv 6,33); poi, poiché si crede che il suo corpo sia nel pane, ha detto: Questo è il mio corpo (Lc 22,19). Quindi quando chiediamo il nostro pane quotidiano stiamo chiedendo la vita eterna in Cristo e l’essere una cosa sola con il suo corpo.
Tertulliano
La preghiera 6,1-2
Osservate, egli ha detto: Cercate il regno di Dio e queste cose vi saranno date ugualmente in più (Mt 6,33). Egli ha detto quotidiano per insegnarci la povertà in relazione alle cose del mondo. E’ sufficiente solo per il nostro bisogno o altrimenti quando siamo ansiosi per un certo tempo potremmo allontanarci dall’intimità con Dio. Questo pane del giorno indica la necessità. Egli non ci dà solo il pane, ma anche il vestire e altre cose, come ha detto: Il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno prima che lo chiediate (Mt 6,8; 6,33).
Efrem Siro
Commento al Diatessoron 6,16a
Segue quindi la domanda: Dacci oggi il nostro pane epioùsion (Mt 6,11), vale a dire supersostanziale, quello che un altro evangelista chiamò quotidiano (Lc 11,3). Il primo aggettivo (supersostanziale) sta a significare la prerogativa di quel cibo, ossia la sua nobiltà e la sua sostanza, per cui esso sta al di sopra di ogni altra sostanza, poiché la sublimità della sua suprema santificazione supera ogni altra sostanza e tutte le creature; l’altro aggettivo invece indica propriamente il suo uso e la sua utilità.
E in realtà, allorché dice quotidiano, indica che senza di esso noi non potremmo godere della vita dello spirito neppure per un giorno; allorché dice oggi, dimostra che esso dev’essere preso ogni giorno e che la sua assunzione, accolta il giorno precedente, non basta, visto che anche oggi esso ci è offerto allo stesso modo. Il bisogno quotidiano di questo cibo deve insegnarci la necessità di ripetere in ogni tempo questa orazione, poiché non v’è giorno, nel quale non vi sia la necessità per noi di riassicurare il cuore del nostro uomo interiore con l’assunzione di un tale cibo, pur essendo vero che con la voce oggi è possibile fare riferimento anche alla vita presente, vale a dire, finché noi dimoriamo ancora in questo secolo.
In realtà sappiamo che questo pane dovrà essere concesso anche a coloro, nella vita futura, che l’avranno meritato, tuttavia noi ti preghiamo di concedercelo anche oggi appunto perché, se uno non l’avrà meritato nella vita presente, non potrà esserne partecipe nemmeno nella vita futura.
Giovanni Cassiano
Conferenze ai monaci 9,21
Per prima cosa si deve considerare la parola ἐπιοὺσιον (soprasostanziale) non è stata menzionata da nessuno dei greci, neppure dei sapienti, e nemmeno è usata nel linguaggio comune del popolo. Ma sembra che sia stata “coniata” dagli evangelisti. Matteo e Luca, che l’hanno citata, sono d’accordo tra loro [...]. Espressione analoga ad ἒπιοὺσιον è quella scritta da Mosè, detta da Dio: Voi siete il mio popolo περιοὺσιον (eletto) (Dt 7,6), e mi sembra che entrambe le espressioni siano formate da οὐσὶα (sostanza). Una indica il pane che diventa sostanziale, l’altra il popolo che prende sostanza e partecipa di essa.
Origene
La preghiera 27,7
Nel Vangelo detto “secondo gli ebrei”, al posto di pane “necessario alla vita”, ho trovato mahar (hm), che significa “di domani”, in modo che il senso della preghiera potrebbe essere questo: “Dacci oggi il nostro pane di domani (cioè il pane futuro)”. Possiamo inoltre intendere altrimenti il significato di pane “necessario alla vita”, considerandolo come il pane che è al di sopra di ogni sostanza, che supera ogni cosa creata.
Girolamo
Commento al Vangelo di Matteo 1,6,11
Nota: La spiegazione di ἐπιοὺσιον che Girolamo propone ricorrendo
al testo aramaico del Padre Nostro viene accettata anche da alcuni
studiosi moderni.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Dopo aver detto: sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra, siccome parla a uomini rivestiti ancora di carne, soggetti alle necessità della natura e che non possono avere la stessa impassibilità degli angeli, egli, pur volendo che la volontà di Dio sia fatta da noi con la stessa perfezione con cui la compiono gli angeli, accondiscende alla debolezza della nostra natura. Esigo infatti – egli dice in sostanza – la stessa perfezione di vita degli angeli, ma non la loro impassibilità. La tirannide della natura infatti non ve lo permetterebbe: essa ha necessariamente bisogno del nutrimento che la sostenga. Ma notate quanta spiritualità esige da noi anche in ciò che riguarda il corpo. Non c’invita a chiedere ricchezze, cose delicate, abiti preziosi, o altre cose simili, ma soltanto il pane, e il pane quotidiano, senza preoccuparci per l’indomani.
Giovanni Crisostomo
Commento al Vangelo di Matteo 19,5
Ciò si può intendere in senso spirituale o in modo letterale poiché entrambi i sensi grazie al beneficio che ci viene da Dio giovano in vista della salvezza. Cristo è il pane della vita e questo pane non è di tutti ma solo nostro. E come diciamo Padre nostro, poiché è il padre di coloro che intendono e credono, così anche lo chiamiamo pane nostro perché Cristo è il pane di noi che ci cibiamo del suo corpo. Chiediamo che ci sia concesso questo pane ogni giorno, affinché noi, che siamo in Cristo e riceviamo quotidianamente la sua eucaristia come cibo di salvezza, non siamo separati dal corpo di Cristo nel caso in cui si frapponga un peccato grave e quindi, privati della comunione, ci fosse vietato il pane celeste, riguardo al quale così egli predica: Io sono il pane della vita che scende dal cielo. Se qualcuno mangerà del mio pane, vivrà in eterno. Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6,51).
Cipriano
Il Padre nostro 18
Poiché certuni pensano che noi siamo invitati a chiedere il pane per il corpo, è giusto che, rimossa subito la loro erronea opinione, stabiliamo la verità sul pane sostanziale. Bisogna rispondere a costoro perché mai colui che dice di chiedere cose celesti e grandi – non essendo celeste il pane che ci viene dato per la nostra carne né grande preghiera è quella di chiederlo – ordini di elevare al Padre la supplica per quello che è terreno e piccolo, come se Dio secondo loro si fosse dimenticato dei suoi insegnamenti.
Ma noi che seguiamo il Maestro stesso che dà lezioni sul pane, ci dilungheremo alquanto sull’argomento. Dice nel Vangelo di Giovanni a coloro che erano venuti a Cafarnao a cercare di lui: In verità, in verità vi dico – Voi mi cercate non perché avete visto segni, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati (Gv 6,26). Chi infatti mangiò dei pani benedetti da Gesù e ne fu saziato, a maggior ragione cerca di comprendere più profondamente il Figlio di Dio e tende a lui. Perciò giustamente dice quando insegna: Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna, che il Figlio dell’uomo vi darà, perché su di lui il Padre, cioè Dio, ha posto il suo sigillo (Gv 6,27). Ora, a quelli che l’avevano ascoltato avendolo in merito interrogato, dicendo: Che dobbiamo fare per compiere le opere di Dio? (Gv 6,28), Gesù rispose e disse loro: Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato (Gv 6,29); Dio infatti mandò il suo Verbo e li guarì (Sal 106,20), riferendosi a quelli che erano malati, come sta scritto nei Salmi; con la fede nel Verbo, attuano le opere di Dio che sono cibo duraturo per la vita eterna. Inoltre: Il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo. Perché il pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà vita al mondo (Gv 6,32-33). E il pane vero è quello che ciba l’uomo vero, fatto a immagine di Dio, e chi se ne nutre diventa persino simile al Creatore.
Origene
La preghiera 27,1-2
Allo stesso modo alcuni dicono che ἐπιοὺσιον (sostanziale) deriva da ἐπιεναι (venire), in modo che significhi non il pane adatto al tempo presente ma al tempo futuro, e dopo questo mondo sarà dato da te a coloro che sono degni di riceverlo: cioè dacci il pane oggi e ogni giorno. Poiché questa, la sostanza, è ben salda (e non come la sostanza corporea, che è transitoria e soggetta al divenire) e con questa ci nutre il Logos che è Dio, pane di vita, da essa si astengono quando viene tolto lo sposo che nutre invisibilmente l’anima invisibile (per questo il Salvatore dice: Chi mangia questo pane vivrà in eterno); poiché non si deve digiunare da questo pane, diciamo: dacci il pane sostanziale, eccetera.
Origene
Frammento 122
6.
Benedetto, lui che la nostra libertà
ha potuto crocifiggere poiché egli gliel’ha concesso.
Benedetto, lui che anche il legno
ha potuto portare perché egli gliel’ha permesso.
Benedetto, lui che anche il sepolcro
ha potuto rinchiudere perché egli si è circoscritto.
Benedetto, lui la cui volontà
ha condotto all’utero e alla nascita,
al seno e alla crescita.
Benedetto, lui le cui trasformazioni[2]
hanno dato vita a noi uomini.
7.
Benedetto, lui che ha segnato la nostra anima,
l’ha adornata e l’ha sposata a sé.
Benedetto, lui che ha fatto del nostro corpo
una tenda della sua invisibilità.
Benedetto, lui che nella nostra lingua
ha tradotto i suoi segreti.
Siano rese grazie a quella voce,
di cui è cantata
la gloria sulla nostra cetra,
e la potenza sulla nostra arpa.
I popoli si sono radunati e sono venuti
ad ascoltare i suoi canti.
8.
Gloria al figlio del Buono,
disprezzato dai figli del maligno.
Gloria al figlio del Giusto,
crocifisso dai figli dell’empio.
Gloria a colui che ci ha slegati
ed è stato legato al nostro posto.
Gloria a colui che si è fatto garante [per noi]
e poi ha pagato il debito.
Gloria al Bello
che ci ha modellati a sua somiglianza (Gen 1,26).
Gloria al Limpido
che non ha guardato alle nostre macchie.
9.
Gloria a colui che ha seminato
la sua luce nella tenebra
- fu condannata per le sue azioni odiose,
essa che aveva nascosto i propri segreti[3] -
e che ci ha spogliato dal vestito di sozzura[4].
Gloria al Celeste,
che ha mescolato
il suo sale nel nostro intelletto,
il suo caglio nelle nostre anime.
Il suo corpo è divenuto pane
per dar vita alla nostra mortalità.
10.
Siano rese grazie al ricco
che ha pagato il debito per tutti noi,
ciò che non aveva preso a prestito;
lui sottoscrisse e divenne anche nostro debitore.
Mediante il suo giogo (Mt 11,29) ha spezzato [gettando] via da noi
le catene del nostro predatore.
Gloria al Giudice
che fu giudicato,
ma che ha fatto sedere i suoi dodici
per il giudizio delle tribù (Mt 19,28; Lc 22,30)
e che per mezzo di idioti ha condannato
gli scribi di quel popolo.
[2] Dio “esce” dalla sua eterna unità ed entra nella molteplicità della storia; per amore Dio, immutabile per natura, si appropria della dimensione creaturale del mutamento.
[3] I “segreti”, che corrispondono alle “azioni odiose”, sono da riferirsi alla tenebra, qui personificata.
[4] L’abito di cui Adamo si era rivestito con il peccato.
Efrem il Siro
dall’inno III del Natale
tratto da: E.S., Inni sulla natività e sull’epifania, Paoline, pp. 149-160
(trad. di Ignazio De Francesco)
 icona scritta da Rena Christodoulou
1.
Benedetto il bimbo, che oggi
ha fatto esultare Betlemme.
Benedetto l’infante, che oggi
ha ringiovanito l’umanità.
Benedetto il frutto, che ha chinato
se stesso verso la nostra fame.
Benedetto il buono che in un istante
ha arricchito
tutta la nostra povertà
e ha colmato la nostra indigenza.
Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia
a prendersi cura della nostra infermità.
Responsorio:
Sia benedetta la tua nascita, mio Signore, che ha innalzato la nostra insipienza.
2.
Siano rese grazie alla fonte
inviata per la nostra propiziazione.
Siano rese grazie a colui che congedò
il sabato compiendolo (Mt 12,8).
Siano rese grazie a colui che sgridò (Lc 4,39)
la lebbra, ed essa non [poté] rimanere (Mt 8,3 e par.)
Anche la febbre lo vide
e fuggì. (Mt 8,5 e par.)
Siano rese grazie al clemente
che ha portato la nostra pena.
Gloria alla tua venuta
che ha portato alla vita gli uomini.
3.
Gloria a Colui che è venuto
presso di noi mediante il suo primogenito.
Gloria a quel Silente (Az 16,17)
che ha parlato mediante la sua voce
Gloria a quel Sublime
divenuto visibile mediante il suo Levante (Lc 1,78)
Gloria a quello Spirituale
compiaciutosi
che divenisse corpo il proprio figlio [1]
affinché, mediante esso, la sua potenza divenisse
tangibile (1Gv 1,1)
e potessero vivere, grazie a quel corpo,
i corpi della sua stessa stirpe.
4.
Gloria a quell’Invisibile
il cui figlio divenne visibile.
Gloria a quel Vivente
il cui figlio morì.
Gloria a quel Grande
il cui figlio scese e si rimpicciolì.
Gloria a quella Potenza divina
che si è modellata
una figura della propria maestà
e un’immagine della propria invisibilità.
Con l’occhio e l’intelletto,
con entrambi lo vediamo.
5.
Gloria a quell’Invisibile
che persino con l’intelletto
non può essere minimamente toccato
da quelli che lo vogliono scrutare,
e fu toccato, per sua grazia,
in virtù della sua umanità.
La natura che mai fu palpata,
fu legata e avvinta per le mani,
trafitta e crocifissa per i piedi.
Di sua propria volontà
prese un corpo per coloro che lo afferrarono.
[1] Con corpo bisogna intendere, conformemente a tutta la cristologia efremiana, l’uomo completo, senza esclusione dell’anima.
Efrem il Siro
dall’inno III del Natale
tratto da: E.S., Inni sulla natività e sull’epifania, Paoline, pp. 149-160
(trad. di Ignazio De Francesco)

Segue breve commento di Sebastian Brock, tra i massimi siriacisti ancora viventi.
1/ Nessun uomo sa, Signore nostro,
come chiamare tua madre: dovremmo chiamarla vergine?
- ma ecco che è divenuta madre; o donna sposata?
- ma nessun uomo l’ha conosciuta.
Se il caso di Tua madre supera la ragione,
chi può sperare di comprendere il Tuo?
Responsorio / Lode a Te, per il quale tutte le cose sono facili,
perché Tu sei onnipotente.
2/ Essa sola è Tua madre,
ma è Tua sorella, con ogni altro.
Essa era Tua madre, Tua sorella,
è anche Tua sposa insieme a tutte le anime caste.
La bellezza di Tua madre,
Tu stesso l’hai adornata di tutti gli ornamenti!
3/ Essa era, per sua natura,
già Tua sposa prima che Tu venissi;
essa ha concepito in una maniera del tutto oltre la natura
dopo che Tu sei venuto, o Santo,
ed era una vergine quando essa Ti ha partorito
nella maniera più santa.
4/ Per Te Maria ha sostenuto tutto ciò
che sostengono le donne sposate: il concepimento
- ma senza seme; il tuo seno si è riempito di latte
- ma contro la natura: hai reso lei, terra assetata[1],
d’un tratto una fontana di latte!
5/ Se essa poteva portarti, era perché Tu,
la grande montagna[2],
avevi alleggerito il tuo peso;
se essa ti nutre, è perché hai affrontato la fame[3];
se essa ti dà il suo seno, è perché Tu,
di Tua propria volontà, hai provato la sete[4];
se ti accarezza, Tu, che sei il carbone ardente[5],
hai preservato il suo seno incolume.
6/ Tua madre è causa di meraviglia:
il Signore è entrato in lei ed è divenuto un servo;
Egli, che è la Parola, è entrato ed è divenuto silenzioso dentro di lei;
il tuono è entrato in lei e non ha emesso suono;
là è entrato il Pastore di tutto,
e in lei è diventato l’Agnello che bela non appena esce fuori.
7/ Il ventre di Tua madre ha rovesciato i ruoli:
il Creatore di tutto è entrato nella Sua proprietà,
ma ne è uscito povero; l’Altissimo è entrato in lei,
ma ne è uscito umile; lo Splendore è entrato in lei,
ma ne è uscito indossando una tenda miserevole.
8/ Il Potente è entrato, e ha indossato l’insicurezza del suo ventre;
Colui che provvede a tutto è entrato e ha provato la fame;
Egli, che tutti fa bere, è entrato e ha provato la sete:
nudo e spogliato ecco viene fuori da lei
Colui che veste tutto!
[1] allude al passo del Canto del Servo: “È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida” (Is 53, 2).
[2] il riferimento è alla grande montagna, simbolo dell’Altissimo, di cui parla il profeta Daniele (cfr. Dan 2, 35).
[3] nel brano delle tentazioni di Cristo, è detto: “E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, [Gesù] ebbe fame” (Mt 4, 2).
[4] il riferimento è al brano giovanneo dove Gesù, assetato, chiede da bere alla samaritana (Gv 4, 7).
[5] allusione al carbone ardente (simbolo del Dio purificatore) che il Serafino prende dall’altare per cancellare il peccato delprofeta (cfr. Is 6, 7).
Commento di Sebastian Brock
Maria gioca un ruolo importante nei primi poeti siriaci, dal momento che essi hanno trovato un gran numero di suoi “tipi” nell’Antico Testamento: accanto al suo ruolo più scontato di seconda Eva, essi hanno visto suoi simboli anche in oggetti assai vari, come il Roveto Ardente, l’Arca dell’Alleanza, il Carro di Ezechiele, ecc. Ciò che tutte queste cose hanno in comune è il fatto che hanno contenuto o portato qualcosa di più santo di loro. E come nelle icone ortodosse Maria è sempre dipinta con Cristo tra le braccia, così nella primitiva letteratura siriaca essa è sempre vista in relazione a Cristo, il Dio incarnato, e ma in vacuo. Maria è unica, per il fatto che ha portato cristo, ma allo stesso tempo è il modello del perfetto cristiano, completamente obbediente la volere di Dio e all’azione del suo Spirito (Lc 1,38, per contrasto con l’esitazione di Zaccaria, Lc 1,18ss).
In questo poema, breve, ma bello, Efrem riflette sul mistero di Maria: il paradosso della vergine madre, del mortale che porta la Divinità, del contenente che contiene l’Incontenibile. Nella strofa di apertura, Efrem prende l’occasione di sottolineare (contro gli ariani) che, se il parto di Maria non può essere descritto in termini razioni, sarà altrettanto difficile che la mente umana possa comprendere la natura divina di Crista.
Una frase merita un commento speciale. Nella strofa 2, Maria è chiamata “sorella” di Cristo: con il battesimo i cristiani divengono “fratelli” e “sorelle” di Cristo (cfr. Rm 8,29) e nel pensiero poetico di Efrem il battesimo di Maria avrebbe avuto luogo con la presenza di Cristo nel suo grembo, anticipazione della sua presenza nel “grembo” del Giordano (dove si considerava avesse consacrato in potenza tutte le acque battesimali). La salvezza realizzata dalla presenza di Cristo nel ventre di Maria, nel “ventre” del Giordano e nel “ventre” della tomba è considerata come già pienamente compiuta nel tempo del primo avvenimento: nel tempo liturgico, passato, presente e futuro sono tutti congiunti in un eterno presente.
brano e commenti sono tratti da
Efrem il Siro, L’arpa dello Spirito, Lipa, pp. 47-50
 Efrem il Siro, L'arpa dello spirito
[...]
Grande è il dono che è messo davanti ai nostri occhi ciechi:
perché anche se tutti noi abbiamo ciascuno un paio di occhi,
sono pochi coloro che hanno notato questo dono,
che sanno che cosa è e da dove viene.
Abbi pietà, Signore, dei ciechi che vedono soltanto l’oro.
O Gesù, che hai aperto gli occhi di Bartimeo [Mc 10:46],
tu hai aperto i suoi occhi divenuti ciechi contro il suo volere,
apri, Signore, gli occhi che di nostra volontà
noi abbiamo reso ciechi; così abbondi la tua grazia.
Il fango che tu hai fatto allora [Gv 9:6], Signore, ci dice che sei il Figlio
del nostro Vasaio.
Chi è dunque come te, che ha dato tanto onore ai nostri volti?
Perché era a terra che hai sputato, e non sulla faccia,
onorando così la nostra immagine.
Ma con noi, ti prego, Signore, sputa sulla nostra faccia
e apri gli occhi che il nostro proprio volere ha chiuso.
Benedetto Colui che ci ha dato l’occhio interiore che avevamo accecato.
Chi non si meraviglierà di Adamo e di come i suoi occhi furono aperti: [Gen 3:7]
nel caso di Adamo la loro apertura si dimostrò dannosa,
ma a noi, Signore, l’apertura degli occhi è benefica,
vedendo che era stato il Maligno a chiuderli.
Benedetto Colui che ha chiuso e aperto gli occhi per poterci sanare.
Chi non maledirà quel Nemico che ci tradì,
che con l’astuzia aprì gli occhi di Adamo così che egli vide la sua vergogna;
essa ci ha anche ingannato e sporcato gli occhi
così che non potessimo vedere l’enormità della nostra nudità.
Maledicila, Signore, davanti a tutti, così che Tu possa essere
benedetto da tutti.
Efrem il Siro
(tratto da Efrem il Siro, L’arpa dello Spirito, Lipa, 1999, pp. 95-96)

Chi abbiamo, Signore, come te?
Il Grande che è divenuto piccolo, il Desto che ha dormito,
Il Puro che è stato battezzato, il Vivente che è morto,
Il Re che si è umiliato per assicurare onore a tutti.
Benedetto è il tuo onore!
È giusto che l’uomo riconosca la tua divinità,
È giusto che gli esseri celesti venerino la tua umanità.
Gli esseri celesti sono sbalorditi di quanto piccolo ti facesti,
E i terresti di vedere quanto fosti esaltato.
~Sant’Efrem il Siro IV secolo
via Christ is our Midst!
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