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 Sant'Antonio il Grande
Ma sappiate che Dio ama sempre le sue creature, che possiedono una natura immortale e non si dissolvono insieme al corpo. Dio ha visto la natura spirituale precipitare nell’abisso e trovarvi la morte perfetta e totale. La legge dell’alleanza ha perduto la sua forza, ma Dio, nella sua bontà, ha visitato la sua creatura per mezzo di Mosè.
Mosè pose le fondamenta della Dimora della verità e desiderò risanare la ferita profonda, voleva far ritornare gli uomini all’unità che c’era in principio, ma non riuscì e se ne partì.
Poi di nuovo, vi fu l’assemblea dei profeti; essi cominciarono a costruire sopra le fondamenta di Mosè, ma non riuscirono a risanare la profonda ferita dei membri del genere umano e riconobbero la loro impotenza.
Poi, di nuovo si radunò l’assemblea dei santi; essi innalzarono la loro preghiera al Creatore e dicevano: “Non c’è più balsamo in Galaad? non c’è più medico? perché non sale a curare la figlia del mio popolo?” (Ger 8,22). “Signore, abbiamo curato Babilonia, ma non è guarita! Ora lasciamola e andiamocene via da qui” (Ger 28, 9). Tutti i santi supplicavano la bontà del Padre riguardo al Figlio unigenito. Se non fosse venuto, nessuna creatura sarebbe in grado di guarire la profonda ferita dell’uomo e così il Padre, nella sua bontà, levò la sua voce e disse: “Figlio dell’uomo, prepara quello che ti serve per la prigionia e parti di tua volontà per l’esilio” (Ez 12,3). Il Padre non ha risparmiato il suo figlio unigenito per la salvezza di noi tutti; lo ha consegnato per i nostri peccati (Rm 8,32). “Le nostre iniquità lo hanno umiliato; per la sua piaga tutti noi siamo stati guariti” (Is 53,5).
Egli ci ha radunati dai confini del mondo, ha fatto risorgere il nostro spirito dalla terra e ci ha insegnato che siamo membra gli uni degli altri.
dalla 3a lettera di Sant’Antonio il Grande
In un monastero c’erano due notevoli fratelli che meritarono ben presto di vedere la Grazia di Dio discendere l’uno sull’altro. Ora, un giorno accadde che uno di loro uscì dal monastero di venerdì e, vedendo uno che mangiava di buon mattino, gli disse: “Perché mangi a quest’ora di venerdì”? In seguito, ci fu la sinassi [assemblea] come di consueto. Ora suo fratello vide che la Grazia si era ritirata dall’altro, e ne fu rattristato. Quando furono ritornati nella loro cella, il primo disse al secondo: “Fratello mio, cosa hai fatto? In verità, non vedo la Grazia di Dio su di te come di consueto”. E l’altro gli rispose: “Non sono a conoscenza di alcun male che io abbia compiuto, né in opere né in pensiero”. Suo fratello gli disse: “Hai pronunciato qualche parola?”. Poi, l’altro si ricordò e disse: “Ieri vidi uno che mangiava fuori dal monastero di buon mattino e gli dissi ‘Perché mangi a quest’ora di venerdì?’. Questo è il mio peccato. Sforzati con me per due settimane, pregando che Dio mi perdoni”. Fecero ciò e alla fine delle due settimane uno dei fratelli vide la Grazia di Dio riscendere sull’altro e, così consolati, resero grazie a Dio.
tratto da “The Wisdom of the Desert Fathers”
C’è una serie di meravigliosi aspetti in questa breve storiella. Uno di questi è la troppo comune occasione di giudicare l’altro. E’ una rivelazione sapere che persino persone di una tale santità come quelli della storia, che restano incessantemente in preghiera, possano trovarsi a confrontarsi con la semplice tentazione di correggere la pratica del digiuno di qualcun altro. Non si tratta della storia di un neoconvertito ultrazelante, ma di un padre del deserto. Tra i fedeli, tentazione e peccato non conoscono stranieri.
Un’altra meraviglia è che questi buoni padri “vedono la Grazia di Dio”. Non ci viene detto “come” essi vedano la Grazia, e nemmeno cosa significhi esattamente “vedere la Grazia di Dio sopra di loro”. Per me è interessante che la storia dice che essi meritarono di “vedere la Grazia di Dio discendere l’uno sull’altro”, che è enormemente distante dal “vedere la Grazia di Dio discendere su loro stessi”. Credo che la prima sia una benedizione mentre la seconda possa essere una tentazione pericolosa se non di disastrosa.
Ancora un’altra meraviglia è l’umiltà con la quale il fratello che ha giudicato accetta di sapere che la Grazia non è su di lui “come era di consuetidine”. Ciò ci porta all’ultima meraviglia – la semplice affermazione che essi pregarono insieme per due settimane perché uno dei due fosse perdonato. Il nostro mondo religioso è spesso infettato da un immaginario legalistico di peccato e perdono – immaginario che ci rende istanteamente colpevoli e istantaneamente perdonati. Tale immaginario non ci permette di contemplare il vero effetto del peccato nelle nostre vite, né ci permette di capire il vero scopo del perdono che è guarigione.
Ma questi benedetti padri del deserto capirono tante cose. Non mettono in dubbio l’amore di Dio o la sua misericordia ma non si adoperano per il perdono come mera questione legale. Il perdono rappresenta, anche, la guarigione dell’anima e la restaurazione della nostra vita con Dio. Forse dovrei aggiungere un’ultima meraviglia alla mia lista: Dio ascoltò la loro preghiera e la Sua Grazia ridiscese sopra di lui.
Possa Dio ascoltare la nostra preghiera e possa la sua Grazia discendere su di noi.
tratto dal blog “Glory to God for all things” di p. Stephen

Abba Lot andò a trovare abba Giuseppe e gli disse: “Secondo le mie possibilità, recito il mio ufficio, digiuno un po’, prego, medito, vivo nel raccoglimento e, per quanto posso, purifico i miei pensieri. Ora, cosa devo fare ancora?”. Allora il vecchio si alzò, distese le mani verso il cielo, le sue dita divennero come dieci fiaccole. “Se vuoi – gli rispose – diventa tutto di fuoco”.
dai detti dell’abba Giuseppe di Panefisi
Dio è buono, libero da passioni, immutabile.
Ora, qualcuno che crede ragionevole e vero affermare che Dio non muta, potrebbe domandare come, in quel caso, sia possibile dire che Dio gioisca per coloro che sono buoni e mostri misericordia per coloro che Lo onorano, respingendo, invece, i cattivi e adirandosi con i peccatori.
A costui va risposto che Dio non gioisce né si adira ché gioire e adirarsi sono passioni; né Egli è conquistato dai doni di coloro che Lo onorano ché ciò significherebbe che Egli è governato dal piacere. Non è corretto immaginare che Dio provi piacere o dispiacere in modo umano. Egli è buono, non concede altro che benedizioni e non causa mai del male, rimanendo sempre lo stesso.
Noi uomini, invece, se rimaniamo buoni rassomigliando a Dio, siamo uniti a Lui; ma se diventiamo cattivi, non rassomigliando a Dio, siamo separati da Lui. Vivendo nella santità, rimaniamo fedeli a Dio; divenendo cattivi ce Lo inimichiamo. Non nel senso che Egli si adiri verso di noi in modo arbitrario, ma sono i nostri peccati a impedire a Dio di brillare in noi e ci espongono ai demoni che ci puniscono. Se attraverso le preghiere e gli atti di compassione otteniamo la liberazione dai nostri peccati, non significa che abbiamo conquistato Dio e Lo abbiamo cambiato ma che attraverso le nostre azioni e il nostro tornare a Dio, abbiamo curato la nostra cattiveria tornando a godere nuovamente della bontà di Dio. Quindi dire che Dio allontana da sé il cattivo è come dire che il sole si nasconde agli occhi del cieco.
Sant’Antonio il Grande
(Sul carattere degli uomini)
Il padre Giovanni (il Nano) disse: «Io penso che l’uomo dovrebbe avere un po’ di ogni virtù. Perciò ogni giorno, quando ti alzi al mattino, ricomincia da capo in ogni virtù e in ogni comandamento di Dio, con grandissima pazienza, timore e larghezza d’animo, nell’amore di Dio, con tutta la disponibilità dell’anima e del corpo, con molta umiltà; sii costante nella tribolazione del cuore e nella vigilanza, con molta preghiera e molte suppliche, con gemiti, con la purezza della lingua e la custodio degli occhi. Ingiuriato, non adirarti, sii pacifico e non rendere male per male [Cfr. Rm 12:17]; non guardare agli errori degli altri, non misurare te stesso poiché sei al di sotto di ogni creatura. Vivi nella rinuncia a tutto ciò che è carnale e materiale, nella croce, nella lotta, nella povertà di spirito, con digiuno, nella penitenza e nel pianto [Cfr. Gl 2:12], nella dura lotta, nel discernimento, nella purezza dell’anima, nella disponibilità ad accogliere il bene, compiendo con tranquillità il lavoro delle tue mani [Cfr 2Ts 3:12]; nelle veglie notture, nella fame e nella sete, nel freddo, nella nudità [Cfr. 2Cor 11:27], nelle fatiche. Chiuditi nella tomba, come se fossi già morto, così da pensare in ogni momento che la morte è prossima».
Giovanni il Nano
(in arabo Yahnis al-Qasir)
tratto da Vita e detti dei padri del deserto, Roma, Città Nuova, 2005, p. 240-241.
Un giorno il padre Macario ritornava dalla palude nella sua cella, portando rami di palma. Ed ecco farglisi incontro lungo la strada il diavolo con una falce.
Cercò di colpirlo, ma non ci riuscì. Gli disse allora: «Macario, da te emana una tale forza, che io non posso nulla contro di te; eppure faccio tutto ciò che tu fai, tu digiuni, e io non mangio per nulla; tu vegli, e io non dormo affatto, vi è una cosa sola in cui mi vinci.» «Quale?», gli chiese il padre Macario. «La tua umiltà; per questo non ho alcun potere su di te».
tratto da Vita e detti dei padri del deserto, Roma, Città Nuova, 2005, p. 309.
Fratelli carissimi, ascoltate attentamente. Vi parlerò della inesauribile sorgente divina. Però, per quanto sembri paradossale, vi dirò: Non estinguete mai la vostra sete. Così potrete continuare a bere alla sorgente della vita, senza smettere mai di desiderarla. È la stessa sorgente, la fontana dell’acqua viva che vi chiama a sé e vi dice: «Chi ha sete venga a me e beva» (Gv 7,37). Bisogna capire bene quello che si deve bere. Ve lo dice lo stesso profeta Geremia, ve lo dice la sorgente stessa: «Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, dice il Signore» (Ger 2,13). È dunque il Signore, il nostro Dio Gesù Cristo, questa sorgente di vita che ci invita a sé, perché di lui beviamo. Beve di lui chi lo ama. Beve di lui chi si disseta della Parola di Dio… Beviamo dunque alla sorgente che altri hanno abbandonata».
Affinché mangiamo di questo pane, e beviamo a questa sorgente… egli dice essere il «pane vivo che dà la vita al mondo (Gv 6,51.33) e che dobbiamo mangiare… Osservate bene da dove scaturisce questa fonte; poiché quello stesso che è il pane è anche la fonte, cioè il Figlio unico, il nostro Dio Cristo Signore, di cui dobbiamo aver sempre fame.
È vero che amandolo lo mangiamo e desiderandolo lo introduciamo in noi; tuttavia dobbiamo sempre desiderarlo come degli affamati. Con tutta la forza del nostro amore beviamo di lui che è la nostra sorgente; attingiamo da lui con tutta l’intensità del nostro cuore e gustiamo la dolcezza del suo amore. Il Signore infatti è dolce e soave: sebbene lo mangiamo e lo beviamo, dobbiamo tuttavia averne sempre fame e sete, perché è nostro cibo e nostra bevanda. Nessuno potrà mai mangiarlo e berlo interamente, perché mangiandolo e bevendolo non si esaurisce, né si consuma. Questo nostro pane è eterno, questa nostra sorgente è perenne.
San Colombano (563-615)
monaco
Istruzione spirituale, 13, 2, 3
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