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Archive for the ‘Anthony Bloom’ Category
Tempo fa un uomo si fermò angosciato, disperato, dinnanzi al volto di Dio e prima del giudizio dei suoi amici. Quest’uomo si chiamava Giobbe. Egli aveva subito tutto ciò che un uomo può mai subire: lutto, perdita di tutto ciò che possedeva, perdita di tutto ciò che gli era caro, ma più di ogni altra cosa, la cosa più tragica, la perdita della comprensione. Non capiva più il suo Dio. Il senso era andato via dalla sua vita, e nella sua disputa con Dio e in quella con i suoi amici, cercava il senso e rifiutava la consolazione. Rifiutò di essere consolato e di uscire dalla tragedia e dall’angoscia con un’immagine consolatoria e falsa di Dio e delle sue vie. Egli credeva, davvero credeva a un Dio vivente, e quel Dio non riusciva più a capirlo.
A un certo momento dice: “Dov’è l’uomo che starà tra me e il mio giudice, che metterà la mano sulla mia spalla e su quella del mio giudice? (cfr. Giob 9,32-33) Dov’è colui che entrerà nel mezzo della situazione, prenderà posto nel cuore del conflitto, nel punto di rottura della tensione, in mezzo ai due al fine di riunirli e di farne uno?”. Giobbe aveva la sensazione che solo quella sarebbe potuto essere la soluzione al suo problema. Di fatti, al problema del senso della tragedia, in una parola del senso della storia. Aveva un presagio che soltanto questo sarebbe potuto essere vero, e che infatti sarebbe accaduto. Accadde quando il Figlio di Dio divenne carne, quando Gesù venne nel mondo, il quale essendo veramente uomo, mise la mano sulle spalle dell’uomo senza distruggere l’uomo con il fuoco del tocco divino, e che poté, senza blasfemia e sacrilegio, mettere l’altra mano sulla spalla di Dio senza essere egli stesso distrutto.
Questo è ciò che veramente intendiamo quando parliamo di Intercessione.
da Metr. Anthony Bloom, God and Man, pp. 65-66
 Il Metropolita Anthony di Sourozh
La nostra stessa giornata è benedetta da Dio. Questo non significa forse che ogni cosa che essa contiene, ogni evento che accade nel corso di essa è volontà di Dio? Credere che le cose accadono solo per caso non è credere in Dio. E se accogliamo tutto quel che avviene e ogni persona con questo spirito, ci accorgeremo che siamo chiamati a compiere l’opera dei cristiani in ogni cosa.
Ogni incontro è in Dio e in vista di lui. Siamo inviati a tutti quelli che incontriamo nel nostro cammino, sia per dare che per ricevere, a volte senza neppure saperlo. Qualche volta sperimentiamo la meraviglia di dare quel che non possediamo, altre volte ci tocca pagare con il sangue quel che diamo agli altri.
Dobbiamo anche saper ricevere. Dobbiamo essere capaci di incontrare il prossimo, di guardarlo, di ascoltarlo, di tacere, di prestare attenzione; dobbiamo saper amare e rispondere con tutto il cuore a quel che ci viene offerto, che sia gioia o amarezza, una cosa triste o qualcosa di meraviglioso. Dovremmo essere del tutto ricettivi, come della creta nelle mani di Dio. Le cose che accadono nella nostra vita, accolte come doni di Dio ci daranno per questa ragione l’occasione di rinnovare incessantemente la nostra creatività, svolgendo l’opera che compete a un cristiano.
Metropolita Anthony Bloom
tratto da: A.B., La preghiera giorno dopo giorno, Qiqajon, pp.35-36
l’intero contenuto di questa raccolta di meditazioni sulla preghiera
è disponibile qui e qui e qui oppure in un solo file pdf qui
Non possiamo partecipare profondamente alla vita di Dio a meno che non cambiamo profondamente.
E’ dunque essenziale andare verso Dio di modo che Egli ci trasformi e ci cambi. Ecco perché, per cominciare, dovremmo domandare di convertirci. “Conversione” in latino significa un invertirsi, un cambiamento nella direzione delle cose. La parola greca, metanoia, indica un “cambiamento (meta-) della mente (nous)”.
Convertirsi significa che invece di menare le nostre vite guardando in tutte le direzioni, iniziamo a guardare in una sola direzione. E’ un cambiare direzione rispetto a moltissime cose che stimiamo soltanto perché le troviamo piacevoli o utili per noi.
La prima cosa che compie in noi la conversione è modificare la nostra tavola di valori: quando Dio è posto al centro di tutto, ogni cosa acquisisce una nuova posizione e una nuova profondità. Tutto ciò che è di Dio, tutto ciò che appartiene a Lui, è positivo e vero. Ogni cosa che è al fuori di Lui non ha né valore né senso.
Ma non basta un cambiamento di mente per parlare di conversione. Possiamo benissimo cambiare le nostre menti e non andare avanti; ciò che deve seguire è un atto di volontà e finché la nostra volontà non si mette in moto ed è diretta verso Dio, non ci sarà vera conversione; al massimo si tratterà solo di un incipiente, assopito e inattivo cambiamento dentro di noi.
Metropolita Anthony (Bloom) di Sourozh
tradotto dall’inglese da: Hugh Wybrew (ed.), Creative prayer,
Darton, Longman and Todd, p. 32
 Il Metropolita Anthony di Sourozh
Ho conosciuto Cristo come Persona in un momento in cui non ne avevo bisogno per vivere, in un momento in cui non ero alla ricerca di lui. E’ stato lui, non io, a cercarmi e a trovarmi. Ero un adolescente allora. La vita era stata difficile durante l’infanzia e ora era diventata improvvisamente più facile. Tutti gli anni in cui la vita era stata difficile avevo trovato naturale, se non facile, combattere; ma quando la vita divenne facile e gioiosa, inaspettatamente, mi trovai a confrontarmi con un problema: non riuscivo ad accettare una felicità senza scopo. Durezza e sofferenza dovevano essere superate, in qualche modo, perché c’era qualcosa al di là di esse. La felicità mi appariva stantia se non avesse avuto ulteriore significato. Come spesso capita quando sei giovane e agisci in maniera passionale, risoluto ad avere tutto o niente, decisi che mi sarei dato un anno di tempo per vedere se la vita avesse davvero senso, e qualora avessi scoperto che la vita non ne aveva, non avrei vissuto oltre quell’anno…
I mesi passarono e nessun significato apparve all’orizzonte. Fu durante la Quaresima che un giorno – allora ero membro di un’organizzazione giovanile russa a Parigi – uno dei nostri capi venne da me e mi disse: “Abbiamo invitato un prete a parlarti, vieni”. Replicai con veemente indignazione che non l’avrei incontrato. Non sapevo a cosa potesse servire la Chiesa. Non credevo in Dio. Non volevo perdere in alcun modo il mio tempo. Il capo mi spiegò che tutti quelli che facevano parte del mio gruppo avevano reagito nella stessa identica maniera, e se nessuno fosse venuto all’incontro avremmo fatto una brutta figura perché il prete sarebbe venuto lo stesso. Questo leader del gruppo era un uomo saggio. Non cercò di convincermi che avrei dovuto ascoltare attentamente le parole di questo prete così che magari ci avrei trovato una qualche verità: “Non ascoltare”, mi disse. “Non mi interessa, ma stai seduto e sii presente”. Grande fedeltà ero disposto a dare alla mia organizzazione giovanile e grande indifferenza ero invece pronto a offrire a Dio e al suo ministro. Così, restai seduto per tutto il discorso, ma con un’indignazione e un disgusto sempre crescenti. L’uomo che ci parlò quel giorno, come poi scoprii più tardi, era un grande uomo, ma all’epoca non ero capace di percepire questa grandezza. Sapevo soltanto che Cristo e la Cristianità mi repellevano. Quando il discorso fu finito, mi precipitai a casa per verificare la veridicità di quello che mi aveva detto. Chiesi a mia madre se avesse il Vangelo, perché volevo sapere se il Vangelo avrebbe sostenuto l’orrenda impressione che avevo avuto di quel discorso. Non mi aspettavo niente di buono dalla mia lettura, così contai i capitoli dei quattro Vangeli di modo che potessi leggerne il più corto, per non perdere tempo a vuoto. La mia scelta cadde sul Vangelo secondo San Marco.
Non so dirvi cosa successe. Lo dirò semplicemente e quelli di voi che sono passati per una simile esperienza capiranno cosa successe. Mentre ero seduto a leggere il Vangelo di San Marco, prima ancora che arrivassi al terzo capitolo, iniziai a percepire una presenza. Non vidi nulla. Non sentii niente. Non era un’allucinazione. Era la semplice certezza che dall’altro lato del tavolo c’era il Signore e che io ero in presenza di colui la cui vita avevo iniziato a leggere con tanta repulsione e malavoglia.
Questo è, in breve, il mio incontro con il Signore. Da allora seppi che Cristo esisteva davvero. Seppi che era “tu”, in altre parole che era il Cristo Risorto. Mi trovai faccia a faccia con il nocciolo del messaggio cristiano, quel messaggio che San Paolo formulò così nettamente e chiaramente quando disse “Se Cristo non è risorto siamo i più miserabili di tutti gli uomini”. Cristo era il Cristo Risorto per me, perché se Quello che era morto circa 2000 anni fa era vivo, era il Cristo Risorto. Scoprii anche qualcosa di assolutamente essenziale al messaggio cristiano e cioè che la Risurrezione è l’unico evento nel Vangelo che appartiene a tutta la storia non solo al passato, ma anche al presente. Cristo risorse venti secoli fa, ma è il Cristo Risorto lungo tutta la storia. Solo alla luce della Risurrezione tutte le cose ebbero senso per me. Perché Cristo era vivo e io fui in sua presenza potei dire con certezza che ciò che il Vangelo raccontava sulla Crocifissione del profeta di Galilea era vero e che il centurione aveva ragione quando disse “Veramente questi è il Figlio di Dio”. Fu alla luce della Risurrezione che potei leggere con certezza la storia del Vangelo, sapendo che tutto quello che diceva era vero perché l’impossibile evento della Risurrezione era, per me, più certo di qualunque altro evento nella storia. Alla storia dovevo credere; la Risurrezione io la conoscevo come un fatto. Non scoprii il Vangelo a partire dal suo primo messaggio dell’Annunciazione e non mi si svelò come una storia a cui uno può credere o non credere. Il mio incontro con il Vangelo iniziò come un evento che lasciò lontani tutti i problemi di fede perché si trattò di un’esperienza reale e personale.
Metropolita Anthony Bloom (1914-2003)
tradotto da: We believe in God, ed. Rupert Davies. London, 1968.
tratto dall’originale russo А ссылку

Perdonare non significa dimenticare ciò che è successo, ma caricarsi del peso della fragilità, persino del male, di un’altra persona. San Paolo dice: “Imparate a portare i pesi gli uni degli altri”. Questi pesi sono spesso il fallimento di ognuno di noi di essere degni della nostra chiamata – la nostra incapacità di amarci gli uni gli altri, accettarci reciprocamente, servici reciprocamente, aiutarci gli uni gli altri sulla via che porta a Dio. Che ognuno di noi giudichi tutta la sua anima, tutta la sua vita; giudichiamo noi stessi con onestà, e chiediamo perdono non solo a Dio ma anche al nostro vicino, che è talvolta più difficile di chiedere perdono a Dio.
Tutti noi siamo fragili. Abbiamo tutti bisogno di sostegno. Forse che ci diamo questo sostegno gli uni con gli altri? O scegliamo coloro che vogliamo sostenere perché ci piacciono, perché sostenerli ci dà gioia, perché aiutarli significa che anch’essi ci risponderanno con gratitudine, con amicizia? Evitiamo di trovar ragioni per non perdonare.
Ricordo un uomo che mi disse: “Riesco a perdonare ogni persona che ha peccato contro di me, possono persino amarli; ma devo odiare i nemici di Dio”. Allora pensai a qualcosa che ci viene detto nella vita di un santo, nella quale un prete pregava a Dio di punire coloro che L’avevano tradito con le loro vite se non con le loro parole. Cristo gli apparve e gli disse: “Non pregare mai più per la punizione o il rifiuto di alcuno. Se ci fosse anche un solo peccatore in questo mondo, sceglierei di incarnarmi ancora per morire sulla croce per quell’unico peccatore.”
Ricordate: se non perdoniamo nostro fratello, non è solo lui ad andarsene addolorato e in lacrime. Noi stessi saremo feriti. Se non perdoniamo, noi stessi non saremo guariti. Il male che ci è capitato per mano di un’altra persona rimarrà con noi, danneggiando la nostra anima, distruggendoci.
Impariamo a perdonare, così che altri possano essere guariti, ma anche perché noi stessi possiamo essere guariti. Venite e prostratevi davanti all’icona del Cristo e della Madre di Dio, e poi dirigetevi l’uno verso l’altro con la disponibilità a essere perdonati e a perdonare, costi quel che costi.
— Metropolita Anthony Bloom of Sourozh
da un sermone del 1999
tradotto dal n. gen/2010 di “In Communion“
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