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	<title>Nati dallo Spirito &#187; Matta El Meskin</title>
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		<title>Il pentimento (Matta El Meskin)</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 18:44:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p class="wp-caption-text">L&#39;igumeno Matta El Meskin</p> <p>L’umanità si è rallegrata per i primordi della fede ed è stata ravvivata dal martirio come sigillo della fede: adesso attende ancora un’epoca di pentimento che sarà una delle età spirituali più fiorenti e per nulla meno gioiosa e rigogliosa delle epoche precedenti, a condizione che il pentimento sia <p>Continua a leggere <a href="http://www.natidallospirito.com/2011/08/04/il-pentimento-matta-el-meskin/">Il pentimento (Matta El Meskin)</a></p>
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			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1733" class="wp-caption alignleft" style="width: 294px"><a href="http://www.natidallospirito.com/wp-content/uploads/2011/08/189363_1757370207421_1033966446_32000231_6040886_n.jpg"><img class="size-full wp-image-1733" title="189363_1757370207421_1033966446_32000231_6040886_n" src="http://www.natidallospirito.com/wp-content/uploads/2011/08/189363_1757370207421_1033966446_32000231_6040886_n.jpg" alt="" width="284" height="332" /></a><p class="wp-caption-text">L&#39;igumeno Matta El Meskin</p></div>
<p>L’umanità si è rallegrata per i primordi della fede ed è stata ravvivata dal martirio come sigillo della fede: adesso attende ancora un’epoca di pentimento che sarà una delle età spirituali più fiorenti e per nulla meno gioiosa e rigogliosa delle epoche precedenti, a condizione che il pentimento sia vissuto autenticamente.</p>
<p>Il pentimento non è altro che una seconda vittoria della fede e una nuova testimonianza. Il ritorno alla fede accolta un tempo è una gioia quasi più grande della prima adesione. Pensate alla gioia della vedova dopo che ha trovato la dracma perduta (Lc 15,8-10); pensate al pastore che si rallegrava più per aver ritrovato la sua pecora smarrita che non per la certezza di avere le altre novantanove nell’ovile (Lc 15,4-7). Il Signore ci insegna che il ritorno in seno a Cristo di un uomo che si pente ha una forza e un onore pari alla gioia di avere un intero ovile, cioè un’intera chiesa.</p>
<p>Dio ha voluto accordare al pentimento il doppio di onore, di felicità, di gaudio e di gioia, in modo che un peccatore non fosse scoraggiato o timoroso di tornare in braccio a Cristo, che la gloria della croce potesse prevalere sull’infamia del peccato e che la mitezza di Dio, sempre pronta a giustificare l’empio, fosse glorificata. Anche se un peccatore che si pente potrà difficilmente essere notato dal mondo, la Bibbia afferma che il cielo intero accoglie con gioia il pentimento di un peccatore e si rallegra quando un uomo viene giustificato. Il pentimento è la più grande delle opere di cui l’umanità può essere fiera, perché chi si pente risponde al potere che Dio ha di perdonare e di giustificare e ottiene, mediante la contrizione, il frutto della croce e la santificazione da parte di Dio. Pensate: un uomo che si pente può, con la sua contrizione, rallegrare i cieli e il cuore di Dio!</p>
<p>Quando i santi percepirono l’onore riservato al pentimento e alla contrizione – onore originariamente spettante ai peccatori, agli adulteri e agli indolenti -, lo carpirono per se stessi e si sottoposero con serietà e avvedutezza alla severa disciplina del pentimento, come se fossero loro gli indolenti. così la gente ha finito col pensare che il pentimento fosse l’opera dei santi e la contrizione quella dei giusti!</p>
<p>Quanto a noi miserabili, pensiamo che sia la nostra giustizia a introdurci presso Dio e che la nostra virtù, l’erudizione, il culto, lo zelo ci garantiscano la comunione con le cose celesti. Non ci capacitiamo che “tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui dobbiamo rendere conto” (Eb 4,13), che non abbiamo nulla di buono per avvicinarci a Dio: “Nessuno è giusto, nemmeno uno” (Rm 3,10), e che “come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia” (Is 64,5).</p>
<p>Se solo avessimo conosciuto che Cristo è venuto per “giustificare l’empio” Rm 4,5) e per chiamare “mia diletta quella che non era la diletta” (Rm 9,25); se solo fossimo sicuri di questo, rinunceremmo immediatamente a tutta la nostra giustizia, a tutta la nostra falsa pietà, a ogni ostentazione forzata, e le deporremmo all’istante come cose empie e non giudicheremmo i nostri peccati come troppo gravi per essere lavati dal sangue di Cristo e la nostra impurità come un carico troppo pesante per il suo amore.</p>
<p>Non è nostro compito giustificare gli empi, non possiamo farlo: questa è un’azione divina, una capacità soprannaturale che resta incomprensibile per noi. È la ricchezza del cielo che è stata versata con il sangue di Cristo nei nostri cuori; è la ricchezza del dono e della generosità totale; è la benevolenza di Dio unita a una compassione e a un amore sovrabbondanti, al punto che è stata sopraffatta dal suo stesso sentimento e non ha avuto pietà di se stessa, ma ha immolato se stessa sulla croce a favore della miseria dei peccatori.</p>
<p>Giustificare l’empio è un mistero divino, uno dei più profondi misteri della salvezza. Ci sarebbe sufficiente credere soltanto che Dio è capace di giustificare l’empio: questa nostra fede sarebbe considerata giustizia di per sé, senza tener conto se ci siamo avvicinati a Dio come persone empie convinte di dover essere giustificate in virtù della potenza di Dio di giustificare e santificare; se questo avvenisse, ci sprofonderebbe immediatamente nell’incomprensibile mistero di salvezza.</p>
<p>Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori! Sì, il peccatore! Il peccatore non è altro che un ammasso di immondezza unita a lussuria, malvagità, vanità e alla penosa esperienza della dissolutezza. Proprio il peccatore, ripugnante a se stesso e a gli altri, è la causa della venuta di Cristo nel mondo.</p>
<p>Il peccatore che avverte dentro di sé l’assoluta mancanza, a causa del peccato, di ciò che è santo, puro e grande, il peccatore che appare ai propri occhi nel buio più totale, separato dalla speranza della salvezza, dalla luce della vita e dalla comunione dei santi, proprio lui è l’amico che Gesù ha invitato a tavola e che è andato a cercare lungo le siepi, è lui l’amico al quale è stato chiesto di essere l’invitato alle nozze di Cristo e l’erede di Dio. Dio ha promesso di non ricordare nessuno dei suoi peccati ma di lasciarli cadere nell’oblio, come una nube d’estate è assorbita dallo splendere del sole. Non è forse per lui che Cristo ha crocifisso se stesso e ha sopportato la miseria e l’abbandono?</p>
<p>Il meraviglioso potere di Cristo, quale Dio che redime e ama fino alla morte, non può essere assolutamente percepito o sperimentato se non nella persona del peccatore gettato a terra e ripudiato da tutti. Senza il peccatore non siamo in grado di capire l’amore di Cristo, né di misurarne la profondità, né questo amore divino può manifestarsi in un’azione ne riveli la qualità straordinaria. L’amore divino raggiunge la massima considerazione ai nostri occhi quando perveniamo a conoscerlo nella sua condiscendenza verso di noi proprio mentre noi siamo caduti in una condizione miserevole.</p>
<p>Per amore del peccatore sono stati svelati i misteri dell’amore di Dio ed è stata aperta a noi la ricchezza di Cristo, quella ricchezza che è offerta gratuitamente e che né oro né argento possono acquistare. Quanto è grande la povertà del peccatore! Solo l’estrema miseria del peccatore, infatti, fa sgorgare la ricchezza di Cristo, con una fiducia simile a quella di un bambino affannato che succhia il latte al seno della madre.</p>
<p>Cristo non arricchisce mai chi è ricco, né sfama chi è sazio, né giustifica chi è giusto, né redime chi confida in se stesso, né insegna a un erudito! La sua ricchezza è solo per il povero e il bisognoso, per chi è scartato, per chi è disprezzabile e sciagurato anche ai propri occhi; il cibo abbondante di Cristo è per l’affamato, la sua giustizia per i peccatori, il suo braccio forte per chi è caduto, la sua sapienza per i bambini e per quanti si considerano piccoli. Chiunque è povero, affamato, peccatore, caduto o ignorante è l’ospite di Cristo.</p>
<p>Cristo è disceso dalla gloria del suo regno alla ricerca di coloro che sono nell’abisso profondo, di coloro che hanno raggiunto il massimo grado di miseria, di perdizione e di oscurità abominevole, di coloro che non hanno più speranza in se stessi. In loro si manifesta il suo potere d’azione e la potenza del suo essere Dio, quando il suo amore immolato si precipita a tirar fuori il peccatore dal pantano e dal letamaio e si affretta ad aspergere e lavare con il santo sangue ogni membro contaminato.</p>
<p>In persone di questo tipo è glorificata la giustizia di Dio; in esse egli trova un terreno per la compassione, la misericordia e la tenerezza, e nelle anime di coloro che sono disprezzati e scartati la sua umiltà trovo conforto, poiché nell’essere condiscendente verso di loro egli trova un’opera degna della sua mitezza.</p>
<p>Oh, se soltanto i peccatori sapessero di essere l’opera di Dio e la gioia del suo cuore! “Siamo opera delle sue mani” (Ef 2,10). Se il peccatore fosse sicuro che la sua condizione agli occhi di Dio è sempre stata tra le preoccupazioni dell’Onnipotente ed è stata presa in considerazione fin dall’eternità, e che la mente di Dio di è data pensiero nel corso dei secoli del uso ritorno, e che i cieli e quanto contengono restano in attesa della sua conversione, allora non si vergognerebbe mai di se stesso, non disprezzerebbe la propria possibilità di conversione, non rimanderebbe il suo ritorno.</p>
<p>Se solo il peccatore sapesse che tutte le sue trasgressioni, le sue colpe e le sue infermità non sono altro che il motivo della compassione, della remissione e del perdono di Dio, e che per quanto grandi e atroci possano essere, non potranno mai disgustare il cuore di Dio, né estinguerne la misericordia, né ostacolare – neanche per un solo istante – il suo amore! Se solo il peccatore sapesse questo, allora non si aggrapperebbe mai al suo peccato né cercherebbe nell’isolamento da Dio un velo per impedire alla sua vergogna di vedere il volto di Cristo, quel volto che sta cercando di dimostrargli l’amore che nutre per lui e che lo sta chiamando!<span id="more-1731"></span></p>
<p><strong>Il peccato non ha più il potere di separare l’uomo da Dio</strong></p>
<p style="padding-left: 30px;">Su, venite e discutiamo – dice il Signore -.<br />
Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto,<br />
diventeranno bianchi come neve.<br />
se fossero rossi come porpora,<br />
diventeranno come lana (Is 1,18)</p>
<p>Dio è così, sempre condiscendente verso di noi; egli sa come il peccato indebolisce il cuore del peccatore e lo trascina in uno stato di vergogna mortale che lo costringe, anziché ad andare verso Dio, a nascondersi e così a privarsi della vita; per questo, Dio stesso prende l’iniziativa di chiamare insistentemente il peccatore e lo invita a presentarsi per discutere insieme.</p>
<p>Il peccatore pensa che il peccato gli impedisca di cercare Dio, ma è proprio per questo che Cristo è sceso alla ricerca dell’uomo! Dio non ha forse assunto la carne dell’uomo proprio per curarne la malattia, per redimerlo dal peccato che regnava su di lui e per farlo risorgere dalla maledizione della morte? Il peccato non ha più il potere di separare il peccatore da Dio dopo che questi ha mandato suo Figlio e ha pagato il prezzo – l’intero prezzo del riscatto – sulla croce. Sono lo sgomento del peccatore, la sua vergogna e il suo inganno che nascondono il costato trafitto di Cristo nel quale il mondo intero può trovare purificazione numerose volte!</p>
<p>Il peccato non ha più il diritto di esistere o di rimanere nella nostra nuova natura: è come una macchia su un vestito, tolta immediatamente, in meno d’un batter d’occhi, quando il peccatore si pente e cerca il volto di Dio.</p>
<p>Il peccatore non si guardi intorno alla ricerca di qualche potenza autonoma o qualche mediatore altro dal sangue di Cristo per accedere a Dio e trovare redenzione e perdono, altrimenti rischierebbe di insultare l’amore di Dio e la sua suprema misericordia, o di disonorare la sua onnipotenza, la sua benevolenza o la sua compassione. In ogni caso, il peccatore può trovare aiuto in tutti i santi e i penitenti della chiesa. Abbiamo infatti visto e udito e avuto testimonianza che la profondità del perdono di Dio, la sua immensa remissione, il suo potere di santificare il peccatore raggiungono la loro massima potenza e grandezza quando chi si pente tocca il fondo della propria debolezza.</p>
<p>Esiste anche un peccatore falso che dipinge se stesso come un grande peccatore e racconta in giro i suoi innumerevoli peccati, ma dentro di sé non li percepisce come reali ed essi non provocano in lui nessun tormento né rimorso di coscienza. Per una persona simile non c’è pentimento, neanche se compisse migliaia di opere e recitasse migliaia di preghiere ogni giorno: Cristo infatti è un medico accorto che sa discernere il vero paziente da uno che pretende di esserlo.</p>
<p>Cristo non è venuto solo con acqua per lavare le sozzure del corpo, ma con acqua e sangue per lavare innanzitutto le ferite sanguinanti del peccato che avevano lacerato il cuore e la coscienza dell’umanità intera, e poi per rinvigorire il corpo con dosi pure del suo sangue vivificante, così che potesse riaversi dal suo mortale svenimento, rialzarsi e vivere.</p>
<p>Quando il profeta Isaia definisce i nostri peccati “rossi come porpora”, in realtà si riferisce al sanguinare del peccato che tinge la vita dell’uomo con il colore della morte. Sanguinare sempre getta l’uomo in uno stato di disperazione e terrore, come uno pugnalato al cuore o come un assassino con le mani grondanti di sangue; sono proprio i responsabili di simili peccati, persone dalla coscienza sanguinante, appesantita, afflitta e disperata, che Isaia invita a conoscere le profondità del perdono e della misericordia di Dio. Per costoro Cristo è disceso da presso il Padre, per chiamarli sulla collina del Calvario. Guardatelo mentre apre le braccia sulla croce per rivelare la magnanimità del suo cuore che va in cerca di coloro che sono perduti e scaccia lo sconforto dal cuore disperato.</p>
<p>Cristo è venuto a cercare i veri peccatori, sprofondati nella compunzione del rimorso e della disperazione, e non presta ascolto ai mentitori che si proclamano pentiti e si autocondannano di fronte agli altri per procurarsi maggior prestigio grazie alla loro umiltà: costoro verranno lodati come penitenti, ma in realtà non lo sono. Cristo è venuto per offrire la libertà ai prigionieri, andandoli a cercare nelle tenebre degli antri nascosti; ma se non ti sei ancora accorto della schiavitù del peccato, se non ti sei reso conto della tua tenebra, se non hai ancora aperto gli occhi sul suo orrore terrificante, come puoi gridare dal profondo? E se non invochi aiuto, come può il Salvatore udire la tua voce e come fa a sapere dove sei?</p>
<p>Cristo è venuto per dare la vista ai ciechi. MA se non hai scoperto la cecità del tuo cuore e non ti senti privato della luce divina, se hai cercato di aprire gli occhi degli altri mentre tu stesso sei cieco, come può Cristo farti il dono della vista e come può comparire per portarti la luce?</p>
<p>L’essenza del pentimento è la consapevolezza del peccato, il grido di dolore per il crimine e la certezza dell’assenza di luce.</p>
<p><strong>Il pentimento consiste nel cadere nelle braccia di Dio</strong></p>
<p style="padding-left: 30px;">C’è in me il desiderio del bene,<br />
ma non la capacità di attuarlo (Rm 7,18).</p>
<p>C’è un terribile ostacolo che ha trattenuto molti dal compiere il passo verso il pentimento. Alle soglie del pentimento si ferma il peccatore che fa appello alla sua volontà ma non trova materiale neanche per iniziare una sola opera buona: allora egli paragona se stesso a quelli che hanno ottenuto misericordia e perdono, perde coraggio e sprofonda in un grande sconforto e rammarico, considerando il pentimento come un dovere troppo faticoso. Questo è un inganno dell’Avversario! Chi ha detto che il pentimento consiste nel far appello alla volontà, in un atto di coraggio o di forza, nella realizzazione di qualche impresa? Al contrario, il pentimento non è forse cadere nelle braccia di Dio, gettarsi ai suoi piedi senza più volontà propria, con il cuore ferito che sanguina di dispiacere e le membra distrutte dal peccato che non hanno più la forza di rialzarsi se non per la misericordia di Dio? Cristo ha paragonato colui che si pente a un forestiero che è caduto nelle mani dei briganti in un paese straniero. Questi lo spogliano dei suoi abiti, lo derubano, lo umiliano, lo feriscono lasciandolo più morto che vivo.</p>
<p>Chi si pente è come un uomo spogliato dell’abito dell’onore dal demonio: la sua volontà è stata messa a nudo e le sue membra contaminate. Il diavolo lo deruba del suo tesoro, che consiste della sanità di mente, nella luce interiore e nella voce della coscienza: così la sua persona è umiliata, la sua caduta svelata, la sua volontà frantumata. Da ultimo il diavolo lo ferisce in profondità con la bramosia di morire al più presto possibile: ed è così che alla fine gli lascia solo un corpo morto, incapace di vivere. Per questo il buon samaritano non ha possibilità di far domande né il tempo di muovere rimproveri: lo prende immediatamente fra le braccia.</p>
<p>Il buon samaritano della parabola (Lc 10,30-37) è Cristo, e la nostra interpretazione coglie esattamente nel segno: Cristo non rimprovera chi si pente, né gli chiede di compiere qualche azione, ma gli va incontro di persona proprio dov’è caduto, si curva su di lui con affetto, lava e fascia la ferita di quello con la propria ferita, arresta lo spargimento di sangue con lo spargimento del proprio sangue, versa su di lui l’olio della sua compassione e della sua vita, lo porta sulle braccia della sua misericordia, gli offre una cavalcatura fino alla locanda della sua chiesa, chiedendo ai suoi angeli di servirlo e spendendo la sua grazia per lui fino alla guarigione.</p>
<p>Questi è colui che si pente: un miserabile che è caduto lungo la strada dopo essere stato attaccato dall’oppressione dell’uomo e dalla malvagità del demonio, e non è più in grado di fare nulla. Dopo che le forze lo hanno abbandonato, egli trova rifugio nella casa del Compassionevole, trova rifugio nel suo cuore, fra le sue braccia, sulla sua cavalcatura e nel suo regno.</p>
<p><strong>Cristo ha strappato il peccato dalle viscere dell’uomo</strong></p>
<p style="padding-left: 30px;">I figli sono arrivati sul punto di nascere,<br />
ma manca la forza di partorire (Is 37,3)</p>
<p>Quella qui descritta da Isaia è anche la condizione del peccatore quando sta sulla soglia del pentimento, in una lotta disperata nella speranza della salvezza e di una vita nuova. Quando infatti si volge a guardare il passato che ha rovinato piange, e quando aspira al futuro che lo attende si perde d’animo, perché si rende conto che la mancanza di forza ha invaso tutto il suo essere e che non è più capaci di tirarsi fuori dal fango, vincolato com’è dalla sua debolezza. Il peccato è come la malattia che fa appassire le piante: una vola che ne aggredisce una, non la lascia più finché le tenebre della morte non la circondano da ogni parte. Questa è proprio la natura del peccato, che si diffonde in tutto l’essere dell’uomo per scacciarne lo spirito vitale.</p>
<p>Il peccato non solo ci indebolisce, ma ci uccide. Quando Cristo è venuto sapeva che eravamo “morti per le colpe e i peccati” (Ef 2,1). La persona morta a causa del peccato era già stata concepita nell’iniquità e dopo un certo tempo il travaglio di morte si è abbattuto su di lei. La nascita nel peccato è una condanna e una vera e propria morte che il peccatore avverte dentro di sé. Ma Cristo ha strappato il peccato dalla viscere del peccatore e così ci ha riscattati da una morte inevitabile. Egli è entrato al posto del peccato nelle profondità del nostro essere e ha preso corpo nella nostra più recondita intimità. La creatura che noi siamo è stata rinnovata: dopo che la morte ha dominato su di noi, ora regna in noi la vita, e il travaglio di morte è stato mutato nella gioia della vita e della liberazione. Cristo si è sottoposto alla morte per salvarci da una simile morte e sta ancora continuando la sua opera di salvezza.</p>
<p>È davvero incredibile che un uomo giusto possa morire al posto di un peccatore, ma Dio non è come l’uomo. Tutto quanto è incredibile e impossibile Dio lo compie quando “dimostra il suo amore verso di noi, morendo per noi mentre eravamo ancora peccatori” (Rm 5,8).</p>
<p>Perciò il peccato del peccatore, la sua estrema ignominia dovuta a quel peccato latente nel suo intimo, l’odore di morte che pervade il suo essere a causa dell’iniquità della sua vita precedente, tutto questo è stato misurato da Dio nel suo profondo amore e ha trovato uno sbocco nella venuta del Figlio di Dio nella carne della Vergine; venuta che ha fatto nascere dal seno di Maria un frutto di vita al posto del frutto di peccato concepito dall’uomo.</p>
<p>Invece della mancanza di forze propria del travaglio di morte, di cui Isaia parla come di qualcosa di inevitabile per l’uomo, Dio ha adombrato il grembo della Vergine con la sua potenza infinita, in modo che venisse alla luce un uomo. Ma che nascita, poiché quest’uomo è nato da Dio!</p>
<p>Al peccatore è chiesto di avere fiducia nell’opera compiuta da Cristo attraverso la nascita e la croce, affrontate a motivo del peccato, dell’assoluta mancanza di forze e della morte di una persona. Al peccatore non è chiesto altro che allungare la mano come l’emorroissa (cf. Lc 8,43) e di toccare il mantello del Salvatore. Allora si renderà conto di come la potenza del Signore gli viene incontro per dimorare in lui. Il flusso di sangue si arresta, la debolezza è mutata in forza e la morte fugge via di fronte alla vita!</p>
<p>Non stenderai anche tu la mano per ricevere una parte di quella forza e cessare di essere debole o morto? Ricordati di questo quando, durante la Settimana santa, esclami con il coro dei fedeli: “Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato” (Es 15,2; Sal 118,14).</p>
<p>Se vuoi sapere come la potenza di Dio può scorrere in te, ricordati di Gerico: le sue mura non crollarono sotto i colpi delle spade o della guerra, ma al grido di vittoria nel nome del Signore. Ricordati anche di come il Giordano si aprì sotto i piedi dei sacerdoti. Questa stessa potenza del Signore è sempre pronta per il debole e l’afflitto, per chi è turbato e oppresso.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Non lo sai forse?<br />
Non lo hai udito?<br />
Dio eterno è il Signore,<br />
creatore di tutta la terra.<br />
Egli non si affatica né si stanca,<br />
la sua intelligenza è inscrutabile.<br />
Egli dà forza allo stanco<br />
e moltiplica il vigore dello spossato.<br />
Anche i giovani faticano e si stancano,<br />
gli adulti inciampano e cadono;<br />
ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza,<br />
mettono ali come aquile,<br />
corrono senza affannarsi,<br />
camminano senza stancarsi (Is 40,28-31)</p>
<p><strong>Non c’è alternativa all’aiuto che scende dall’alto</strong></p>
<p style="padding-left: 30px;">Mi hai gettato nell&#8217;abisso, nel cuore del mare<br />
e le correnti mi hanno circondato;<br />
tutti i tuoi flutti e le tue onde<br />
sono passati sopra di me.<br />
Io dicevo: Sono scacciato<br />
lontano dai tuoi occhi…<br />
Le acque mi hanno sommerso fino alla gola,<br />
l&#8217;abisso mi ha avvolto,<br />
l&#8217;alga si è avvinta al mio capo.<br />
Sono sceso alle radici dei monti,<br />
la terra ha chiuso le sue spranghe<br />
dietro a me per sempre…<br />
Quando in me sentivo venir meno la vita,<br />
ho ricordato il Signore.<br />
La mia preghiera è giunta fino a te… (Gn 2,4-8)</p>
<p>Questa è la condizione di quanti sono lacerati da pensieri di rimorso per i loro peccati, ma restano diffidenti nei confronti della misericordia di Dio: sono abbattuti come un corpo che affoga trascinato via da un fiume di idee e di fantasie disperate; ogni volta che cerano di riemergere per respirare il soffio di vita, violente ondate di buio mentale li sommergono e li scagliano lontano dalla loro speranza. Così la loro anima è trascinata sempre più in preoccupazioni senza fine: è come se la disperazione cominciasse a premere su di loro come un caos sovrastante in cui cupi pensieri pessimistici piombano da ogni parte. Dubbio, angoscia e afflizione avvolgono le loro menti come l’alga marina avvince il collo dell’annegato, ostacolandone i movimenti, così che non ci può essere salvezza.</p>
<p>È una guerra amara per il peccatore, che affoga negli affanni per i suoi molti peccati. Quando pensa alla salvezza, i demoni delle tenebre insorgono per vendicarsi. Nessuna lucidità, nessun ragionamento, nessuna lettura, nessun consiglio di uomini sapienti può giovare al peccatore, perché si tratta di una guerra mentale e la mente si trova nella disgrazia della prigionia. Non c’è alcuna alternativa all’aiuto che scende dall’alto, da oltre la ragione, da lassù, da Dio che abita nel più alto dei cieli: “Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore” (Gn 2,8).</p>
<p>Per costoro che si pentono pur nelle tribolazioni annunciamo quella parola di liberazione che sarà per loro un’àncora di cui fidarsi perché trae fuori l’anima dagli abissi della perdizione e la guida nel mondo della luce, della speranza e della pace, nel confortevole grembo del pentimento: “Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini” (Mt 12,31). Benedetto è il Dio vivente che ha conosciuto e misurato in anticipo ogni tribolazione che dobbiamo affrontare e ogni guerra escogitata contro di noi. Egli resta con l’orecchio sempre teso a cogliere il primo cenno d’invocazione e di aiuto: “La mia preghiera è giunta fino a te, fino alla tua santa dimora” (Gn 2,9). Quale Dio è simile al nostro Dio così vicino alla nostra preghiera, così attento alla nostra supplica? “Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce” (Sal 46,1).</p>
<p><strong>La fiducia in Cristo deve essere perfetta come Cristo</strong></p>
<p style="padding-left: 30px;">Nella mia angoscia ho invocato il Signore<br />
ed egli mi ha esaudito;<br />
dal profondo degli inferi ho gridato<br />
e tu hai ascoltato la mia voce…<br />
Io dicevo: Sono scacciato<br />
lontano dai tuoi occhi;<br />
eppure tornerò a guardare<br />
il tuo santo tempio?&#8230;<br />
Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita,<br />
Signore mio Dio…<br />
Ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio<br />
e adempirò il voto che ho fatto;<br />
la salvezza viene dal Signore (Gn 2,2-10)</p>
<p>Quando il nemico ci perseguita trattandoci come già perduti a causa delle nostre iniquità, richiamiamo alla nostra memoria la parola del Signore che ha detto di essere venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. Quando l’avversario ci ripete che abbiamo perso la speranza nella salvezza perché il peccato abita le nostre menti e i nostri corpi, ricordiamoci che Cristo è morto per i peccatori: “Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato” (1Gv 1,7). Quando l’accusatore ci rimprovera dicendoci che ci siamo macchiati gravemente e siamo diventati peccatori incalliti, empi, famigliari del male, allora aggrappiamoci alla promessa: “Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito” (Rm 5,6).</p>
<p>La logica di Satana è sempre una logica perversa! Se la razionalità disperante usata da Satana conclude che a causa del nostro essere empi peccatori noi siamo perduti, il ragionamento di Cristo è che, siccome siamo perduti a causa del peccato e dell’empietà, siamo salvati dal sangue di Cristo!</p>
<p>Perciò la fiducia in Cristo del peccatore pentito sgorga con una razionalità che non può essere né vinta né scossa. Ma questa fiducia nella capacità di Cristo di salvarci dalla condizione del più spaventoso sconforto deve essere una fiducia pura e totale nella sua persona, che non lasci spazio a ragionamenti o discussioni con il demonio, che non presti attenzione alla debolezza della volontà e della carne e che non calcoli il danno o il prezzo da pagare. La fiducia in Cristo dev’essere perfetta come Cristo, salda come Cristo, fiduciosa come Cristo.</p>
<p>Se Cristo è venuto per salvarci, allora deve salvarci! È impossibile che non sia in grado di salvarci, perché la nostra salvezza è l’opera di Cristo ed è impossibile che Cristo dimore in noi e non operi in noi. Il credo della nostra fede ha origine ed è costituito dal confessare che siamo salvati e che siamo diventati coloro che si pentono in Cristo, perché noi affermiamo che Cristo è venuto per salvare i peccatori. E dal momento che noi confessiamo di essere i primi peccatori, è inevitabile che dobbiamo essere le primizie dei redenti che si pentono. Quando perciò ci pentiamo davanti a lui ogni giorno, lo facciamo non come i forti e i giusti, ma come i deboli e gli empi.</p>
<p>Cristo è venuto per cercare ciò che era già perduto: ed eccoci qua, noi, i perduto che lo invocano, i morti che si aggrappano alla sua vita.</p>
<p><strong>È venuto per mettersi al servizio dei deboli</strong></p>
<p style="padding-left: 30px;">Sono venuto come un vaso da gettare.<br />
… Il terrore mi circonda (Sal 31,13-14).</p>
<p style="padding-left: 30px;">La mia vita mi disgusta,<br />
non voglio vivere a lungo (Gb 7,16)</p>
<p>Il peccato disgrega la volontà, deturpa la personalità e scioglie la consistenza dell’anima: non siamo più in grado di resistere alla tirannia del vizio e alla lusinga del peccato.</p>
<p>Infatti, come il topolino cade sotto gli artigli del gatto non appena viene sorpreso, così la forza del peccatore si dissolve al minimo cedimento al vizio; e come il cuore dell’antilope si arresta alla vista del leone ed essa cade morta tra le sue zampe, così il peccatore si consegna ai pensieri cattivi.</p>
<p>Ogni volta che decide di resistere cade, ogni volta che promette di non ripetere l’errore lo ripete, non avendo più fiducia in se stesso. La sua capacità di fare il bene diventa tale che lui stesso la guarda con disprezzo, come si guarda un vaso rotto, da gettare. La sua speranza in Dio svanisce e ogni sua risorsa in questo senso si dissolve e diventa come pula dispersa dal vento, come uno che non ha speranza al mondo.</p>
<p>È così che a volte il nemico si attacca all’anima e la lega con la paura – paura del peccato stesso – e la trascina come vuole da un peccato all’altro. L’anima, incapace di sollevare qualsiasi obiezione, lo segue con una volontà ormai orfana, con un onore decaduto. con sentimenti feriti e con una coscienza turbata, senza più la forza di rialzarsi né il piacere di cadere.</p>
<p>Ah, povera anima! Non ricordi la gloria della tua prima creazione e quella del tuo Creatore? Ti ha formato a sua immagine in coraggio, verità, santità e giustizia.</p>
<p>Ma Dio conosce veramente quel che accade al peccatore in preda a una simile pena e angoscia? Per avere una risposta a questo interrogativo sentiamo Cristo che dice: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41). “Donna … nessuno ti ha condannata? … Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,10-11). “Vuoi essere guarito?” (Gv 5,6).</p>
<p>La nostra debolezza e la nostra miseria erano note a Cristo dall’eternità, ed egli è venuto di persona a mettersi al servizio dei peccatori deboli e sconfitti. Ha posto il suo Spirito santo a guardia della loro anima, lavorando giorno e notte per scacciare il terrore e la paura dai cuori dei peccatori e trasformare i lori cuori nel tempio della sua dimora.</p>
<p>La personalità che è stata disgregata dal peccato è ricomposta dallo Spirito; l’anima che è stata umiliata dal demonio – il quale ne ha deriso l’autorità e annullato la volontà – è allora toccata dalla grazia di Cristo e di conseguenza viene fatta risorgere, è rinnovata e rinvigorita.</p>
<p>Un solo sguardo a Cristo fece superare a Pietro la propria debolezza e la sconfitta subìta davanti a servi e domestiche, gli fece riprendere coraggio e riacquistare la volontà, che si era frantumata come un vaso d’argilla al punto che la sua anima si era dissolta di fronte alla minaccia. Nello sguardo di Cristo, Pietro trovò la forza del pentimento, grazie al quale recuperò la propria integrità.</p>
<p>Cristo si sta ancora aggirando in mezzo ai peccatori, guarendo ogni debolezza e ogni infermità dell’anima. Lo Spirito santo è sempre pronto a inondare con la forza che viene dall’alto chi vacilla. La grazia è presente ogni giorno per dare saldezza alle mani tremanti e alle ginocchia fiacche. E l’amore di Cristo, quando arde in un petto contrito, trasforma il cuore di un codardo in quello di un martire. Quante volte il pentimento ha trasformato la debolezza, la sconfitta e la resa in testimonianza che afferma e proclama la verità dell’evangelo! Il ricordo dei precedenti orrori dell’anima, della sua disperazione e fallimento sono trasformati in testimonianza della misericordia di Cristo. Lo sgomento quale forza motrice del peccato e del vizio si dissolve in fumo, e la servile sottomissione al richiamo della compagnia del male diventa avvertimento e proclamazione.</p>
<p>In questo modo il peccatore si scrolla di dosso l’immagine di corruzione e viene rivestito della nuova immagine dalla mano di Cristo. Così il debole, il codardo, il timido, lo sconfitto e colui che non ha nessuna padronanza di sé ascoltano la promessa dalla bocca dell’Onnipotente: “Ed ecco io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo … Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita … Non ti lascerò né ti abbandonerò. Sii coraggioso e forte” (Ger 1,18; Gs 1,5-6).</p>
<p><strong>La forza del pentimento consiste nella lotta incessante per ottenere lo Spirito di vita in Gesù Cristo</strong></p>
<p style="padding-left: 30px;">Ma nelle mie membra vedo un&#8217;altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. 24 Sono uno sventurato! (Rm 7,23-24).</p>
<p style="padding-left: 30px;">Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago (2Pt 2,22).</p>
<p style="padding-left: 30px;">Quando mi sveglierò? Chiederò dell’altro vino (Pr 23,35).</p>
<p>Una grande ansietà e una vita preoccupazione assale l’anima quando questa scopre l’ostinazione, la caparbietà, l’arroganza e la sfrontatezza del peccato, un rigurgito di dispiacere mescolato a un’opprimente disperazione scorre nell’anima quando questa scopre, dopo ripetute prove, l’inutilità di giuramenti, promesse, opere di penitenza, rimorso e lacrime: tutte cose che non recano alcun giovamento. Vige infatti la legge di santità scolpita dalla mano di Dio nel cuore di ognuno, la quale chiama incessantemente il profondo dell’anima: non c’è consolazione né riposo se non nella castità. e non c’è gioia né pace se non nella rinuncia al peccato! Ogni deviazione da questa legge provoca immediatamente un grave conflitto con la coscienza, un’opposizione alla vita stessa, un disaccordo con lo Spirito, un estraniamento dallo scopo della creazione, uno smarrimento nelle tenebre del pensiero, una mancanza di equilibrio nel giudicare la natura delle cose, una ribellione nei confronti della verità e di conseguenza un contrasto con l’Autore della legge.</p>
<p>Tuttavia accade che l’uomo – preso da folle entusiasmo – inizi avventatamente a scontrarsi direttamente con il peccato. Ma che dolore quando scopre quanto lui stesso è mutilato e quanto è tirannico il peccato! Spinto all’esasperazione dall’entusiasmo, ripete il tentativo e rimane profondamente scosso dalla scoperta che lo spetto di Satana è lì, incarnato dietro il peccato e nascosto in quegli organi di cui si è impossessato, e domina sulle facoltà dell’anima e sui movimenti della carne in modo profondo e organizzato; il tutto è stato calcolato da lungo tempo, così da aver messo radici e da esser diventato legge. Alla fine – sì, proprio alla fine – dopo aver esaurito tutti i suoi sforzi e aver utilizzato tutte le astuzie e le sue idee, l’uomo si convince che gli è più facile contenere l’acqua in un fazzoletto, raccogliere il vento nel palmo della mano o salire a piedi fino al cielo che controllare la legge del peccato con la propria volontà o esercitare il dominio sulle potenze del male che si agitano nelle profondità delle sue membra.</p>
<p>È a questo punto che interviene l’azione di Cristo; solo lui ha condannato il peccato nella carne! “Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge dl peccato e della morte” (Rm 8,2).</p>
<p>La forza del pentimento consiste nella lotta incessante per ottenere lo Spirito di vita in Gesù Cristo, là dove la carne deve essere riscattata dalla legge del peccato per mezzo della grazia. Dal momento che possediamo la grazia possiamo lottare fino al sangue contro il peccato, sicuri che in forza della grazia noi saremo più che vincitori: “So infatti a chi ho creduto” (2Tm 1,12).</p>
<p>Scopo del pentimento non è che noi siamo giustificati davanti a Dio per mezzo del rimorso e la repressione esterna del peccato mediante atti di penitenza e di mortificazione della carne; scopo del pentimento è invece che noi siamo santificati interiormente dallo Spirito di Cristo – “perché sia distrutto il corpo del peccato” (Rm 6,6) – e liberati dal peccato stesso nel profondo della coscienza, che il potere e la paura del peccato svaniscano e che la grazia possa essere di guida agli impulsi della coscienza, possa tenere a freno le azioni della carne, controllare l’insorgere dei pensieri, disciplinare l’ascesi, mescolarsi all’austerità e addolcire il dolore.</p>
<p>Non è semplicemente il perdono del peccato che costituisce l’intera azione della grazia dell’uomo, né questo è lo scopo ultimo della fede in Cristo; lo scopo del pentimento e della fede è invece lo sradicamento del peccato dalle nostre membra, la fine dell’esistenza del suo potere, la scomparsa della sua legge dalla nostra natura; e tutto questo appartiene al potere sovrano della grazia. “Voi sapete che [Cristo] è apparso per togliere i peccati” (1Gv 3,5).</p>
<p>Sulla croce Cristo fu ferito al costato per versare acqua e sangue su tutti quelli che credono e vengono a lui: acqua per lavare l’impurità del peccato, e sangue per eliminarne il potere.</p>
<p>Davvero benedetto il giorno in cui il costato di Gesù è stato trafitto sulla croce affinché il peccatore vi trovasse la propria giustizia, la propria santità e la propria redenzione.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>padre Matta El Meskin (1909-2006)</strong><br />
<em>igumeno del monastero di San Macario il Grande (1969-2006)</em><br />
<em>tratto da Matta El Meskin, Comunione nell’amore, Qiqajon, pp. 127-146 </em></p>
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		<title>Sul peccato e la penitenza (Matta El Meskin)</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Mar 2011 15:42:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>natodallospirito</dc:creator>
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<p style="text-align: center;">*************</p>
<p>Il peccato non ha più diritto di esistenza e di cittadinanza all&#8217;interno della nostra nuova natura. Esso è divenuto come una macchia su un vestito: viene tolta in un batter d&#8217;occhio nel momento stesso in cui il peccatore si pente e cerca il volto di Dio. Cristo, infatti, per detergere la sozzura del corpo, non ha portato soltanto acqua, ma acqua e sangue: prima lava con acqua le ferite sanguinanti del peccato che ha squarciato il cuore e la coscienza dell&#8217;uomo, poi somministra all&#8217;uomo dosi pure del suo sangue vivificante perché si ridesti dallo svenimento mortale, risorga e torni a vivere.</p>
<p style="text-align: center;">*************</p>
<p>La fiducia nella capacità di Cristo di salvare dai peccati dai quali siamo più di altri dominati e dalle situazioni più tremendamente disperate, deve essere una fiducia perfetta, totale e forte nella sua persona, senza troppo pensare, senza dialogare con il demonio, senza guardare alla debolezza della propria volontà e della carne, senza calcolare costi e perdite. La fiducia in Cristo deve essere perfetta come Cristo, forte come Cristo, sicura come Cristo.</p>
<p style="text-align: center;">*************</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se il micidiale odio per il peccato fa tutt&#8217;uno con il rimorso e il pentimento, la letizia per la santità di Cristo e per l&#8217;effetto espiatorio del suo sangue rispetto alle colpe e ai peccati rappresenta la luce gioiosa sulla via del pentimento che preserva il peccatore dal guardarsi indietro e lo protegge contro l&#8217;illusorio terrore della morte (cioè di non essere più accetto davanti a Dio).</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Matta El Meskin</strong><br />
igumeno (1919-2006)<br />
dal libro &#8220;Pentirsi&#8221;</p>
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		<title>L&#8217;uomo vecchio che lotta contro l&#8217;uomo nuovo (Matta El Meskin, commento a Rm 7,22-8,2)</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Jan 2011 11:35:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>natodallospirito</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Infatti acconsento nel mio intimo [l'uomo nuovo spirituale] alla legge di Dio, ma nelle mie membra [l'uomo vecchio] vedo un&#8217;altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente [la legge dell'uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità] e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle <p>Continua a leggere <a href="http://www.natidallospirito.com/2011/01/27/luomo-vecchio-che-lotta-contro-luomo-nuovo-matta-el-meskin-commento-a-rm-722-82/">L&#8217;uomo vecchio che lotta contro l&#8217;uomo nuovo (Matta El Meskin, commento a Rm 7,22-8,2)</a></p>
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<p>Ecco la situazione più lacerante che il cristiano affronta! Dopo che ha ottenuto la creazione spirituale dell&#8217;uomo nuovo, ecco che la legge della vecchia carne, cioè le passioni, i desideri e le antiche abitudini dell&#8217;uomo vecchio, continuano ad agire e a perseguitare l&#8217;uomo nuovo al fine di &#8220;incatenare&#8221; l&#8217;essere umano e imporgli il peccato. A questo punto l&#8217;Apostolo Paolo si ferma perplesso e sconcertato, ed emette un grido: &#8220;Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?&#8221; (Rm 7,24).</p>
<p>Ma lo sguardo di fede dell&#8217;Apostolo Paolo si chiarisce; comprende che Dio non l&#8217;ha abbandonato alla tirannia della vecchia carne con le sue abitudini e i suoi vizi che vogliono trascinarlo a forza verso il peccato. Egli ci ha dato per mezzo di Gesù Cristo un aiuto, creato in noi dal suo Spirito, a partire dal suo stesso corpo di Risorto, con il quale ha vinto il peccato e abolito la morte e la legge. Tale è l&#8217;uomo nuovo creato in noi &#8220;secondo Dio, nella giustizia e nella santità della verità&#8221;. Egli si comporta secondo la legge dello Spirito e di Cristo. E la giustizia che pratica in vista della santità e della verità non appartiene all&#8217;ordine delle virtù, ma della <strong>natura nuova, nutrita dalla grazia di Dio</strong>. Qui Paolo ha compreso il mirabile equilibrio acquisito dall&#8217;uomo, attraverso la sua fede in cristo: di fronte all&#8217;uomo vecchio con le abitudini che lo dominano e i vizi che soggiogano le facoltà umane e le trascinano verso il peccato, si erge ormai l&#8217;uomo nuovo, creato a partire dalla natura stessa del Risorto, dallo Spirito di Dio, a immagine del suo Creatore nella giustizia e nella santità della verità. Quest&#8217;uomo nuovo trionfa nell&#8217;opera di Dio in vista della giustizia, della santità e della verità. ِAbolisce così il dominio della vecchia carne con le sue vane suggestioni.</p>
<p>Ecco come l&#8217;Apostolo Paolo descrive questa situazione:</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! Io  dunque, con la mente [l'uomo nuovo che governa l'intelligenza spirituale], servo la legge di Dio, con la carne invece la  legge del peccato (Rm 7,25).</em></p>
<p>E qual è il risultato?</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Non c&#8217;è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù [tramite la fede e il battesimo] (Rm 8,1).</em></p>
<p>Perché? L&#8217;Apostolo stesso fornisce la risposta:</p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù [quella stessa legge secondo la quale è stato creato in noi l'uomo nuovo spirituale] mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte (Rm 8,2).</em></p>
<p>Notiamo qui che &#8220;mi ha liberato&#8221; è la contropartita di &#8220;mi rende schiavo della legge del peccato&#8221; (Rm 7,23). Questa liberazione dalla legge del peccato non si è prodotta grazie alle opere umane, ma per un dono gratuito di Dio che ci ha rivestiti dell&#8217;uomo nuovo guidato dalla legge dello Spirito della vita. Nella misura in cui il vecchio corpo con i suoi difetti, le sue abitudini e la sua antica connivenza con il peccato aveva il potere d&#8217;&#8221;incatenarmi alla legge del peccato&#8221;, ecco che la legge dello Spirito di vita nel Cristo Gesù (la grazia), stabilità in me insieme all&#8217;uomo nuovo, ha acquistato un potere superiore a quello del vecchio corpo, per liberarmi radicalmente dalla legge del peccato e della morte.</p>
<p>Questo significa che Dio ha deposto in noi, con la fede e il battesimo, questo nuovo corpo dotato di capacità spirituali nuove e superiori, per neutralizzare l&#8217;influenza e l&#8217;arroganza dell&#8217;uomo vecchio in noi, non  tanto dal punto di vista di ciò che percepiamo o sentiamo, quanto dal punto di vista di Dio, della sua immensa giustizia e della sua grande misericordia.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.natidallospirito.com/wp-content/uploads/2011/01/battesimo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1536" title="battesimo" src="http://www.natidallospirito.com/wp-content/uploads/2011/01/battesimo.jpg" alt="" width="500" height="332" /></a></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Matta El Meskin</strong><br />
tratto da Il cristiano: nuova creatura, Qiqajon, pp.60-62.</p>
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		<title>«Perdonate affinché il Padre vostro vi perdoni» (Mc 11,25)</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2010 15:31:45 +0000</pubDate>
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<p><strong>Per perdonare gli altri devo rientrare in me stesso davanti a Dio, scoprirmi davanti a Lui e chiedere il perdono per me. </strong>Infatti, non sarò in grado di perdonare gli altri se non quando ho una stima corretta dei miei peccati. Allora riuscirò a perdonare gli altri o a considerare i loro errori cosa da niente. Ma chi non ha ponderato bene il proprio peccato alla luce di Dio e della Grazia considererà gli errori degli altri come giganteschi e imperdonabili. &#8220;Ma come si permette?&#8221; dirà, &#8220;Pensa che io sia il suo schiavo? Sono forse più piccolo di lui? Io sono diventato monaco prima di lui, sono sacerdote prima di lui! Come si permette di parlarmi così? Ancora non deve nascere quello che può dirmi cose simili&#8221; ecc. Un peccato gigantesco e imperdonabile malgrado il fatto che se si guardasse bene ci si troverebbe davanti a una cosa futile.</p>
<p>Eppure questa stessa persona, quando gli occhi gli si apriranno sui suoi peccati, si metterà a chiedere perdono per loro davanti a Dio, capirà la gravità dei suoi peccati e dirà: &#8220;Che insensato che sono stato! Ma cosa mi era successo? Non mi ha detto niente, mi è solo sembrato!&#8221;. <strong>Rientrando in noi stessi per misurare i nostri peccati saremo in grado di perdonare gli altri.</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Matta El Meskin</strong><br />
omelia inedita, Quaresima 1990</p>
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		<title>I malesseri spirituali che indeboliscono la preghiera (Matta al-Miskin)</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 10:46:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[SPIRITUALITA]]></category>
		<category><![CDATA[preghiera]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>1. Immergere i sensi in maniera incontrollata nella mondanità, nel divertimento, nello scherzo, nel riso e nelle chiacchiere inutili su argomenti morti, privi come sono di qualsivoglia legame con la nostra salvezza. Trascurare ciò che è di Dio.</p> <p>«Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Giac 4,4);</p> <p>2. Abituarsi <p>Continua a leggere <a href="http://www.natidallospirito.com/2010/10/19/i-malesseri-spirituali-che-indeboliscono-la-preghiera-matta-al-miskin/">I malesseri spirituali che indeboliscono la preghiera (Matta al-Miskin)</a></p>
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<p>«<em>Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio</em>» (Giac 4,4);</p>
<p>2. Abituarsi a <strong>pettegolare</strong> &#8211; sia attivamente che passivamente, con il semplice ascolto &#8211; e a <strong>condannare</strong> gli altri. La rabbia, il mormorio, la critica eccessiva, il rancore per gli altri per le loro opere, le loro parole o i loro atteggiamenti senza aver timore verso Dio.</p>
<p>«<em>Non condannate per non essere condannati</em>» (Mt 7,1);</p>
<p>3. Immergersi nel <strong>iperattivismo</strong>, soprattutto se non ci è richiesto. Ogni lavoro va bene, se viene dopo aver cercato il regno di Dio. Inoltre far di tutto per perdere tempo può indicare che stiamo scappando dal confrontarci, nella preghiera, davanti a Dio, con il vero volto della nostra anima. Questo comportamento può essere considerato alla stregua di una disubbidienza mascherata verso Dio e rivela una debolezza nella fede.</p>
<p>«<em>Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni</em>» (Ger 3,22);</p>
<p>4. Immergersi nelle <strong>passioni del ventre e dell&#8217;impudicizia</strong> in tutte le sue forme mentali e sensibili per soddisfare il proprio piacere. Scaricando l&#8217;energia emotiva per soddisfare i piaceri del corpo, al nostro spirito non resta alcuna forza per mettersi davanti a Dio. Inoltre, la stessa audacia dello spirito viene a mancare venendosi ad addensare sul conscio e sull&#8217;inconscio un grande sentimento di vergogna che mette a tacere la nostra preghiera. D&#8217;un tratto, è come se fossimo stati derubati della forza della fede che svanisce a causa, da un lato, della bravura del Nemico e, dall&#8217;altra, del nostro consenso. E sentiamo di aver rattristato il Santissimo Spirito di Dio;</p>
<p>5. Cercare di abbandonare tutti questi e altri peccati senza tagliare le loro radici: <strong>l&#8217;amore per il mondo, l&#8217;amore per il corpo, l&#8217;amore per il piacere fisico, l&#8217;autoindulgenza</strong><strong>, il dare la colpa agli altri</strong> (e questa è la peggiore di tutte le radici). Tutte queste cose creano in noi, a poco a poco, una sorta di disperazione. Se l&#8217;uomo si blocca alla fermata della disperazione &#8211; quel buco nero che ha inghiottito milioni di persone &#8211; e si accontenta, si convince che non serve a nulla tentare ancora e che non vi è alcuna speranza di compiere una <em>metania</em> attiva e forte grazie alla quale possa scrollarsi di dosso tutte le illusioni e le menzogne che il demonio ha seminato nel suo cuore spacciandole per verità, allora l&#8217;uomo entrerà, di sua spontanea volontà, nell&#8217;ombra della morte dalla quale scompare il sole della vita, i suoi raggi e la sua gioia e finisce per accontentarsi di vivere nella debolezza &#8211; debolezza della fede e della preghiera &#8211; malgrado tutta la potenza divina sia a sua disposizione.</p>
<p>In Cristo, l&#8217;uomo può sconfiggere tutte le cose impossibili, persino la morte stessa.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Matta al-Miskin</strong><br />
<em>(La fede per principianti)</em></p>
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		<title>«Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò»</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Sep 2010 21:58:13 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: center;"><em>Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo (Gv 6,14-15)</em></p>
<p style="text-align: left;">Ancora oggi il mondo, i governi, le chiese continuano a volere fare di Gesù il loro re personale. Insistono perché Cristo sia solo il loro re, che li vendichi dell&#8217;ingiustizia degli altri e li renda vittoriosi sui forti e i prepotenti. Le crociate in nome di Cristo furono compiute sotto il segno della croce, incisa sugli stendardi e sulle spade. I crociati presero davvero Gesù per farLo re, un re condottiero che combatte con la spada e la lancia, che uccide e distrugge i nemici. Stessa cosa accade con l&#8217;Inquisizione, tribunali di morte in cui si aizzava il fuoco contro i credenti che non sottostavano al potere dei papi di allora. Tutto questo fu fatto in nome di Cristo che i successori degli imperatori romani fecero loro proprio re, a Roma, perché sottomettesse il mondo ai loro piedi. Ancora oggi, ogni chiesa pretende che Cristo la renda vittoriosa su tutti gli altri, in qualità di re appartenente solo a essa, difendendola e vendicandola [...]</p>
<p style="text-align: left;">Perciò il cuore di Cristo era angosciato e triste per quei galilei che avevano smarrito la via di Dio e della vera salvezza. Non riuscivano più a vedere in Cristo la sua essenza di Salvatore e Redentore. Dopo il miracolo [della moltiplicazione dei pani e dei pesci], Cristo non poté far altro che sparire dalla loro vista e &#8220;ritirarsi tutto solo&#8221;.</p>
<p style="text-align: left;">Ancora oggi, Cristo si rifiuta di essere un sovrano razzista e dogmatico, di un solo popolo, di un solo credo. Si rifiuta di essere uno strumento per rendere facile la vita naturale o per assicurare le gioie terrene. Cristo è, infatti, «Signore per la gloria di Dio Padre» (Fil 2,11). Tutti i miracoli di Cristo sono per la gloria del Padre la quale non si rivela se non quando le persone si amano e si perdonano reciprocamente. Le parole di Cristo «Ti ho glorificato sulla Terra» (Gv 17,4), significano che Egli ha dato se stesso in sacrificio d&#8217;amore per tutti. Cristo appartiene al mondo intero, per conto e gloria del Padre celeste.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Matta El Meskin<br />
</strong><em>Esegesi del Vangelo secondo San Giovanni, pp.406-407</em><strong></strong></p>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 22:24:37 +0000</pubDate>
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		<title>La preghiera continua e la preghiera di Gesù (di Matta El Meskin)</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 23:06:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>natodallospirito</dc:creator>
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<p>Tutti gli atti e le molteplici occupazioni della vita passeranno e scompariranno dopo averci valso condanna o ricompensa e re­steranno soltanto questi due straordinari atti: l&#8217;amore di Dio per noi e la nostra adorazione di Dio. Non passeranno mai e rimar­ranno eternamente, perché Dio è felice d&#8217;amarci: &#8220;Ho posto le mie delizie tra i figli dell&#8217;uomo&#8221; (Pr 8,31) e noi troviamo tutta la nostra felicità nell&#8217;adorazione di Dio.</p>
<p>Quest&#8217;adorazione è un&#8217;intuizione divina depositata da Dio al cuore della natura dell&#8217;uomo, affinché egli abbia la gioia d&#8217;adorare la sorgente della vera felicità. L&#8217;abbiamo toccato con mano, sperimentato e verificato tante e tante volte; abbiamo acquisito la certezza che la preghiera e l&#8217;adorazione sono fonti di felicità permanente.</p>
<p>C&#8217;è dunque un mezzo per condurre una vita d&#8217;ado­razione e di preghiera ininterrotta, per mettere Dio al centro del nostro pensiero, per fare in modo che tutti i nostri atti e i nostri comportamenti gravitino intorno a lui, per vivere alla sua pre­senza dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina?</p>
<p>In realtà, quest&#8217;opera non è una cosa da poco; esige da parte nostra grande determinazione, perseveranza e molta attenzione. Non dimentichiamo però che, così facendo, realizziamo il verti­ce della volontà e del piano divini e che, di conseguenza, vi tro­veremo immancabilmente l&#8217;aiuto, l&#8217;amore e la guida di Dio.</p>
<p>Riassumiamo come segue la sostanza di quest&#8217;esercizio.</p>
<p>1. Gli obbiettivi della preghiera continua:</p>
<p>- Vivere sempre alla presenza di Dio.</p>
<p>- Associare Dio a tutte le nostre attività, a tutti i nostri pen­sieri e conoscere la sua volontà.</p>
<p>- Accedere a una vita di gioia, avvicinandoci alla fonte stessa della felicità: Dio, e gioire del suo amore.</p>
<p>- Acquisire un&#8217;alta conoscenza di Dio nel suo stesso essere.</p>
<p>- Praticare un felice distacco dalle cose di questo mondo, sen­za rimpiangere nulla.</p>
<p>2. Qualche indicazione sulla preghiera continua:</p>
<p>- Ravvivare il sentimento di essere alla presenza di Dio che vede tutto ciò che facciamo e sente tutto ciò che diciamo.</p>
<p>- Tentare di parlargli di tanto in tanto, con brevi frasi che tra­ducano il nostro stato del momento.</p>
<p>- Associare Dio ai nostri lavori domandandogli di essere pre­sente alle nostre attività, rendendone a lui conto dopo averle con­cluse, ringraziandolo in caso di riuscita, dicendogli il nostro rammarico in caso di fallimento, cercandone le ragioni: ci siamo forse allontanati da lui o abbiamo omesso di chiedere il suo aiuto?</p>
<p>- Cercare di percepire la voce di Dio attraverso i nostri lavori. Molto spesso egli ci parla interiormente ma non essendo attenti a lui, perdiamo l&#8217;essenziale dei suoi orientamenti.</p>
<p>- Nei momenti critici, quando riceviamo notizie allarmanti o quando siamo assillati, chiediamogli subito consiglio; nella pro­va egli è l&#8217;amico più sicuro.</p>
<p>- Non appena il cuore comincia a irritarsi e i sentimenti ad agitarsi, volgiamoci a lui per calmare la nefasta agitazione prima che invada il nostro cuore; invidia, collera, giudizio, vendetta, tutto ciò ci farà perdere la grazia di vivere alla sua presenza, per­ché Dio non può coabitare con il male.</p>
<p>- Tentare per quanto possibile di non dimenticarlo, tornando subito a lui, non appena i nostri pensieri sono colti in flagrante reato di vagabondaggio.</p>
<p>- Non intraprendere un lavoro o dare una risposta prima di aver ricevuto una sollecitazione da Dio. Questa diventa sempre meglio discernibile a misura della fedeltà del nostro cammino alla sua presenza e della nostra determinazione a vivere con lui.</p>
<p>3. Principi base per una vita di preghiera continua:</p>
<p>- Credi in Dio? Allora che Dio sia la base di tutti i tuoi comportamenti; con lui accogli tutto ciò che incontri nella vi­ta, felicità o tristezza. Che la tua fede non cambi ogni giorno a seconda delle circostanze. Non lasciare che sia il successo ad aumentare la tua fede, né il fallimento, la perdita e la malattia a indebolirla o ad annientarla.</p>
<p>- Hai accettato di vivere con Dio? Allora, una volta per tutte, metti in lui tutta la tua fiducia e non cercare di indietreggiare o di battere in ritirata. Sii fedele a lui fino alla morte.</p>
<p>- Affidagli tutti i tuoi affari materiali e spirituali; egli è vera­mente in grado di reggerli tutti. Sappi che la vita con Dio sopporta tutto: malattia, fame, umiliazione&#8230; e non essere sorpreso se ti accadono queste cose; sii paziente e le vedrai trasformarsi e schierarsi dalla tua parte per il tuo maggior bene.</p>
<p>- Concentra il tuo amore su Dio e non permettere agli ostaco­li di ridurlo; al contrario, accogli ogni sofferenza senza amarezza ma con dolcezza, a motivo di questo amore, perché il vero amore trasforma la sofferenza in felicità.</p>
<p>- Beati coloro che sono stati ritenuti degni di soffrire per il suo Nome. Ancora più beati coloro che desiderano sacrificarsi per amore del suo Nome.</p>
<p><strong>Breve storia della preghiera continua</strong></p>
<p>La preghiera continua è una disciplina spirituale particolare che impegna le facoltà interiori dell&#8217;anima e tocca centri precisi del cervello con lo scopo d&#8217;acquisire la calma interiore neces­saria a pervenire a uno stato di veglia spirituale costante e di percezione permanente della presenza divina, accompagnata da un completo dominio dei pensieri e delle passioni. Costituisce l&#8217;opera spirituale più importante e più elevata che, condotta con successo, può farci raggiungere le vette della vita spirituale.</p>
<p>Questa forma di preghiera è già menzionata negli insegna­menti dei primi padri del deserto d&#8217;Egitto: Macario il Grande parla della recitazione costante del &#8220;dolce Nome di Gesù&#8221; e abba Isacco, discepolo di Antonio, fa un lungo elogio della ripetizione continua del versetto di un salmo. Entrambi hanno vissuto verso la fine del IV secolo e gli insegnamenti del secondo sono stati raccolti da Cassiano durante i suoi viaggi in Egitto.</p>
<p>Attraverso le parole di abba Isacco apprendiamo che questo metodo di preghiera, costitutivo di una delle tradizioni asce­tiche più importanti tra quelle che i padri avevano ricevuto dai loro predecessori, “è un segreto che ci è stato rivelato da quei pochi padri appartenenti al buon tempo antico, ma che vivono tutt&#8217;ora; noi lo riveliamo a nostra volta a quel piccolo numero di anime che dimostrano una vera sete di conoscerlo”.</p>
<p>Quanto agli effetti di questa pratica sulle facoltà dell&#8217;anima e della mente, essi erano noti ai padri fin dall&#8217;inizio,come si deduce dalle parole di Isacco: &#8220;[Questa preghiera] esprime tutti i sentimenti di cui è capace la natura umana; conviene perfetta­mente a tutti gli stati e a ogni sorta di tentazione&#8230; Che l&#8217;anima (mens) ritenga incessantemente questa formula, cosicché, a for­za di ripeterla, acquisti la capacità di rifiutare e allontanare da sé tutte le ricchezze rappresentate dai nostri molteplici pensieri&#8221;.</p>
<p>Fin da allora, cioè dal IV secolo, la preghiera continua si è dif­fusa in Egitto e in tutto l&#8217;oriente cristiano fino a occupare un posto preponderante nella dottrina ascetica di tutte le chiese orientali. La ritroviamo, tra gli altri, negli insegnamenti di Nilo il Sinaita (+ 430), poi in quelli di Giovanni Climaco all&#8217;inizio del VII secolo (570-640), e di Esichio di Batos (Sinai, VII o VIII secolo). L&#8217;importanza accordata all&#8217;hesychìa (tranquillità) si am­plifica progressivamente fino a raggiungere uno dei suoi vertici negli insegnamenti di Isacco ll Siro, vescovo di Ninive, verso la fine del VII secolo.</p>
<p>Gli elementi frammentari di questi insegnamenti furono rac­colti in una dottrina sistematica solo con l&#8217;arrivo di Simeone il Nuovo Teologo (1022) e poi di Gregorio il Sinaita, che li orga­nizzarono in una dottrina mistica di tipo specificamente bizan­tino. Gregorio il Sinaita, seguito dal discepolo Callisto che di­verrà patriarca di Costantinopoli, la introdusse al Monte Athos alla fine del XIII secolo e fece della preghiera continua una prati­ca mistica fondamentale nella tradizione bizantina, dopo aver raccolto la quasi totalità delle parole dei padri riferite a questo argomento, ordinandole, spiegandole e commentandole.</p>
<p>Con il soggiorno di Nil Sorskij al Monte Athos, nella seconda metà del XV secolo, si aprì una porta molto ampia per l&#8217;impian­tazione in Russia della preghiera continua. Tutta l&#8217;eredità orien­tale antica, con le sue ricchezze, si trovò trasferita ai padri russi che rivaleggeranno in ardore per applicarla con amore, fedeltà e devozione. Ormai, questa pratica occuperà un posto molto im­portante nella vita delle generazioni successive, come ci si può rendere conto leggendo i Racconti di un pellegrino russo.</p>
<p>Ma, lasciando il deserto d&#8217;Egitto, suo luogo d&#8217;origine, la pre­ghiera continua perse buona parte della sua semplicità originaria; chi la praticava nei primi secoli, viveva spontaneamente in profondità i suoi effetti spirituali senza esaminarne il come; ne raccoglieva i frutti senza che ciò suscitasse in lui ambizioni spirituali.</p>
<p>Questa forma di preghiera è dunque passata da un&#8217;umile pra­tica ascetica a una sistematizzazione mistica elaborata, provvista di discipline proprie, proprie condizioni, gradi e risultati. L&#8217;o­rante può prendere coscienza di tutto ciò ancor prima di cominciare a praticarla. Il che, naturalmente, non ha mancato di attri­buire al metodo una buona parte di complessità, accresciuta da una dannosa mancanza di naturalezza. Nondimeno, la preghiera continua ha sempre i suoi adepti e i suoi praticanti esperti e, su coloro che l&#8217;amano, non cessa di versare in abbondanza i suoi effetti benefici, le sue grazie e le sue benedizioni. L&#8217;autore stes­so confessa i benefici di questa preghiera per quanto lo riguarda personalmente.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Matta El Meskin</strong><br />
<em>tratto da Matta El Meskin, L&#8217;esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, pp. 257-262</em></p>
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		<title>«Cristo, offerta sacrificale data all&#8217;umanità»</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 21:50:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>natodallospirito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Matta El Meskin]]></category>
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<p>La sapiente Maria ha serbato per sé il mistero del sacrificio fino a che non è maturato il tempo dell&#8217;offerta. Poco prima dell&#8217;ora stabilità sembrava  dire a Cristo: &#8220;Mostrati!&#8221;.</p>
<p>E oggi, ci stringiamo attorno alla stalla e gioiamo dell&#8217;oblazione della nostra vita, la potenza del nostro sacerdozio attraverso la quale abbiamo ottenuto l&#8217;ardimento e l&#8217;audacia di avvicinarci al trono di Dio.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Matta El Meskin</strong><br />
(tratto da &#8220;Cristo, dono del Padre all&#8217;umanità&#8221;)</p>
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		<title>La paternità spirituale (di p. Matta al-Miskin)</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Jul 2009 14:17:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>natodallospirito</dc:creator>
				<category><![CDATA[Matta El Meskin]]></category>
		<category><![CDATA[SPIRITUALITA]]></category>
		<category><![CDATA[matta al-miskin]]></category>
		<category><![CDATA[padre spirituale]]></category>

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<p>L&#8217;unica regola per i monaci, infatti, e l&#8217;amore di Gesù crocifisso ed e questo spirito di amore che anima tutto. La funzione del padre spirituale è di discernere con chiarezza come ognuno dei suoi figli deve concretamente realizzarla. Egli è la regola vivente, che si adatta a ogni vocazione, che si rinnova costantemente e che percorre con ognuno dei suoi figli la strada verso Dio. Perciò il padre si ritira spesso: perché egli stesso deve vivere nello Spirito e rinnovarsi nello Spirito, affinché questi possa operare per mezzo di lui: non e infatti il padre spirituale che introduce i suoi figli nell&#8217;intimità di Dio, ma solo lo Spirito.</p>
<p>Il caro Wadid, il monaco che ci ha accolto con gioia già in occasione della nostra prima visita a San Macario e che da allora e rimasto legato a noi con la vicinanza e l&#8217;affetto di un fratello, ci disse: &#8221;Abuna Matta si affida al Signore, perché tramandi ai suoi figli l&#8217;esperienza interiore del loro padre. Anche loro devono vivere nella libertà dello Spirito, perché dove è lo Spirito del Signore, là e la libertà (2Cor 3, I7). Questa libertà dei figli di Dio è la guida della nostra vita, e non un certo numero di regole fisse o di principi prestabiliti. E&#8217; l&#8217;esperienza ci ha insegnato che questa vita interiore mossa dallo Spirito e sempre conforme alla dottrina dei padri del deserto e alla tradizione patristica e monastica&#8221;.</p>
<p>In questo modo la funzione del padre spirituale e nello stesso tempo discreta e di importanza vitale, perche egli è guidato dallo Spirito. Ricco della sua esperienza di cinquant&#8217;anni nel deserto, Abuna Matta aiuta ognuno dei suoi figli a riconoscere qual è la volonta di Dio su ciascuno. Egli e molto attento a non imporre la propria personalità agli altri, e nello stesso tempo ha cura che ognuno possa svilupparsi secondo la propria vocazione, in modo da essere guidato unicamente dalla luce interna dello Spirito. Questa diversità favorisce un&#8217;unitù più profonda: la condizione per questa unità e l&#8217;apertura e la fiducia di ciascun membro della comunita nel padre spirituale. Ciò suppone che il figlio apra il suo cuore al padre, ma anche che il padre parli al figlio con franchezza. Soltanto così si può trasmettere un&#8217;esperienza spirituale.</p>
<p>Il padre mette solo una condizione per chi vuole entrare nel monastero: &#8220;che abbia sentito almeno una volta battere il proprio cuore per amore di Dio&#8221;, o, come dice egli stesso: &#8220;Non metto nessuna condizione a chi vuol entrare nel monastero, chiedo semplicemente: &#8216;Ami il Signore?&#8217;, e se mi risponde: Sì, gli porgo un&#8217;altra domanda, più importante: &#8216;E senti che Gesù ti ama?&#8217;. Se anche a questa mi risponde: &#8216;Sì&#8217;, allora va bene perché è l&#8217;amore del Signore che ci ha uniti e che conduce giorno per giorno la nostra vita: l&#8217; unico scopo della nostra vita è di sottometterci sempre alla volontà di Dio per amore verso di lui. La volontà di Dio la conosciamo attraverso la sacra Scrittura; la nostra occupazione principale e quindi di nutrirci della parola di Dio, sia dell&#8217;Antico che del Nuovo Testamento&#8221;. Questa è la strada che egli stesso ha percorso: la chiamata di Dio, alla quale ha risposto incondizionatamente &#8220;Sì&#8221;, e la fame del Pane vivente di Dio.</p>
<p><strong>E. Bianchi, prefazione a Matta al-Miskin, <em>Comunione nell&#8217;amore</em>, Qiqajon, pp. 11-13</strong></p>
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		<title>3° anniversario della scomparsa di P. Matta al-Meskin</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2009 23:15:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>natodallospirito</dc:creator>
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		<title>Orgoglio ferito</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2008 20:14:21 +0000</pubDate>
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<p>La sana posizione dell&#8217;uomo di fronte alla caduta è la confessione dell&#8217;errore, il ricorso immediato alla conversione, insieme al perseguimento dello sforzo assiduo con l&#8217;intento di perfezionare l&#8217;abbandono della volontà personale e la sottomissione della propria anima al Signore.</p>
<p align="right"><strong><em> Padre Matta El Meskin<br />
L&#8217;esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, p.228</em></strong></p>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 18:48:16 +0000</pubDate>
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<p>Cristo non è venuto a giudicare l&#8217;uomo dall&#8217;esterno, con un mezzo esteriore, ma gli dice &#8220;Parole di vita&#8221; che gli entrano nel cuore così che egli giudica se stesso. Questo è il giudizio di Cristo: Cristo è dentro di te, e tu giudichi te stesso. Non ti minaccia con un bastone aspettando di dartelo in testa: «E se uno ode le mie parole e non crede, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo». (Gv 12:47).  Io getto in te la Parola e tu giudichi te stesso: «Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziata <em>sarà</em> quella che lo giudicherà nell&#8217;ultimo giorno». (Gv 12:48) [...]</p>
<p>Nell&#8217;Antico Testamento l&#8217;adultera veniva lapidata. Nel Nuovo Testamento, invece, l&#8217;adultera è l&#8217;anima mia impura che io trascino davanti a Cristo ogni giorno, Lui che è capace di giustificarla, di perdonarla, di fortificarla perché non pecchi più.</p>
<p align="right"><strong>Padre Matta El Meskin<br />
<em>(traduzione inedita di brani tratti dall&#8217;omelia<br />
che Padre Matta El Meskin fece in occasione<br />
del Nayruz [capodanno copto] del 1968)</em></strong></p>
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		<title>La tiepidezza spirituale (di Matta El Meskin)</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Jun 2008 17:23:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Matta El Meskin]]></category>
		<category><![CDATA[SPIRITUALITA]]></category>
		<category><![CDATA[matta el-meskin]]></category>
		<category><![CDATA[preghiera]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il nemico perseguita la mia vita schiaccia la mia vita fino a terra mi fa abitare in luoghi tenebrosi come i morti, morti per sempre. (Sal 143:3)</p> <p>Durante la prova dell&#8217;aridità spirituale, la preghiera non è interrotta. Né del resto ci sono ragioni perché lo sia. L&#8217;anima, essendo rivolta con tutta la volontà verso <p>Continua a leggere <a href="http://www.natidallospirito.com/2008/06/07/la-tiepidezza-spirituale-di-matta-el-meskin/">La tiepidezza spirituale (di Matta El Meskin)</a></p>
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schiaccia la mia vita fino a terra<br />
mi fa abitare in luoghi tenebrosi<br />
come i morti, morti per sempre.   (Sal 143:3)</strong></em></p>
<p>Durante la prova dell&#8217;aridità spirituale, la preghiera non è interrotta. Né del resto ci sono ragioni perché lo sia. L&#8217;anima, essendo rivolta con tutta la volontà verso Dio, non perde la sua capacità né la sua volontà di perseverare nella preghiera e nella lotta. L&#8217;aridità spirituale attiene soltanto all&#8217;interruzione della consolazione, del piacere e degli incoraggiamenti affettivi che accompagnavano la preghiera e da essa derivavano.<br />
La tiepidezza spirituale tocca invece la volontà stessa; là, l&#8217;a­zione verte sull&#8217;atto stesso della preghiera e la capacità di perse­verarvi. L&#8217;uomo sì alza per pregare e non trova né le parole della preghiera, né la forza per continuarla. E quando si siede per leg­gere, il libro nelle sue mani, secondo Isacco il Siro, è come se fosse di piombo e può restare aperto davanti ai suoi occhi un giorno intero senza ch&#8217;egli possa comprenderne una sola riga.<br />
La mente si disperde, è incapace di concentrarsi e di com­prendere il senso delle parole. Il desiderio di pregare è sempre là, ma la forza e la volontà mancano e, alla fine, è il desiderio stesso che rischia di essere coinvolto a sua volta; l&#8217;uomo non può né vuole pregare; si ritrova infelice e triste di questo stato di co­se, al limite delle proprie risorse e incapace di risollevare le pro­prie sorti.<br />
Se cerca di rientrare nell&#8217;intimo di se stesso, si perde rapida­mente e non tocca il fondo del proprio essere, come se errasse lontano dall&#8217;essenziale della propria vita avendo smarrito l&#8217;an­cora del proprio spirito. E se tenta di verificare sinceramente la propria fede e di misurarla nel proprio cuore, la trova priva di vitalità e pressoché inesistente.<br />
Se bussa alla porta della speranza e tenta di avvicinarsi alle promesse divine che tanto amava e che erano la sua ragione di vita, trova la speranza indurita, intorpidita dalla freddezza del tempo presente e priva della volontà dì superarla.<br />
L&#8217;avversario approfitta di queste circostanze propizie per col­pire duro, cercando di convincere l&#8217;uomo del proprio fallimento, suggerendogli che i suoi sforzi e la sua fatica sono svaniti nel nulla, che tutto il suo cammino spirituale precedente non era né vero né corretto, bensì nient&#8217;altro che illusioni e false impressio­ni; poi infierisce sul suo pensiero perché arrivi a negare la vita spirituale in tutta la sua dimensione.<br />
Ma in mezzo a tutte queste lotte opprimenti, l&#8217;anima perce­pisce, attraverso la cortina di fumo, che tutto ciò non è vero e che dietro alle tenebre c&#8217;è qualcosa. Sente anche che, suo malgrado, resta attaccata a Dio, il quale sembra averla abbandonata, lo adora quasi a sua insaputa, senza nemmeno volerlo. Una preghiera palpita ancora nelle sue profondità, lontano, molto lon­tano dalla mente e senza che la coscienza ne riceva la minima consolazione né la minima assicurazione.<br />
E quando l&#8217;avversario tenta di sferrare il colpo fatale per in­durre l&#8217;anima a negare la propria fede o la propria speranza, non trova alcuna risposta concreta; l&#8217;anima sembra spingersi nella di­rezione dell&#8217;avversario fin dove questi desidera, fino ai limiti dell&#8217;errore, ma gli è impossibile passare dal pensiero all&#8217;azione, perché in quel momento la volontà si desta come un leone che si sveglia bruscamente e fa fuggire i malefici sciacalli. Dietro alla tiepidezza spirituale persiste quindi un rapporto con Dio, che non agisce, ma è presente e forte, molto più forte di tutte le elucubrazioni del demonio; dorme, svegliandosi soltanto nell&#8217;imminenza del pericolo.<br />
Questo rapporto potente resta tuttavia nascosto all&#8217;anima ed è inutile tentare di persuaderla della sua esistenza per rassicurar­la; a questa prova l&#8217;anima deve fare fronte da sola.<br />
Ma, dopo la vitalità, l&#8217;ardore e lo zelo immenso vissuti fino ad allora, la tristezza profonda e prolungata dell&#8217;anima che si af­fligge per lo stato al quale essa è giunta è insieme il segno mani­festo e la prova tangibile che l&#8217;anima rimane nel campo di Dio, che continua, senza saperlo, il suo retto cammino, guidata da una mano che non vede e portata da una forza che non sente.<br />
Chi percorre il cammino di Dio non s&#8217;immagina che il trasa­limento della fede che ha palpitato un giorno in fondo al suo cuore, illuminandolo del fuoco di Dio e infiammando la sua in­tera vita d&#8217;amore e di zelo, possa ritrarsi da tali profondità e la­sciarlo improvvisamente così vuoto da fargli pensare di esserlo realmente.<br />
Ma l&#8217;uomo non deve necessariamente sempre percepire o sen­tire la luce di Dio e il suo calore. Esse sono perennemente all&#8217;o­pera nella luce e nell&#8217;oscurità della vita, nel freddo e nel caldo, nella felicità e nella tristezza.<br />
Il cammino spirituale non si misura unicamente in base ai pe­riodi di luce, di calore, di felicità e di attività visibilmente utili; i tempi di arresto e di oscurità che avvolgono l&#8217;anima, la tristez­za che opprime il cuore, il freddo che paralizza ogni movimento dei sentimenti spirituali, anche tutto questo fa parte integrante del cammino spirituale irto e stretto.<br />
Il nostro modo di agire di fronte a circostanze che sembrano contrastanti, dolorose e mortificanti, definisce la nostra attitu­dine a proseguire il cammino fino a riportare la vittoria.</p>
<p><strong>I motivi della tiepidezza spirituale</strong></p>
<p>Non è sconsideratamente che Dio permette questa prova dell&#8217;anima. Ci sono varie ragioni che l&#8217;obbligano a sottomettere l&#8217;a­nima a un simile genere di esperienze per correggerne la valuta­zione delle cose spirituali, raddrizzarne il cammino sul percorso in salita e rinvigorirne la fede nelle cose invisibili.</p>
<p><em>La tiepidezza spirituale educatrice dell&#8217;anima ambiziosa</em></p>
<p>L&#8217;anima ambiziosa che si preoccupa del proprio progresso si sforza di accelerare il ritmo oltre la propria capacità di resistenza e più di quanto converrebbe alla sua situazione. Rivendica una maggior conoscenza di quella che le è effettivamente necessaria e più di quanta non richieda la sua vera statura. Con il pretesto di una grande fede si comporta con una sorta di arroganza spiri­tuale e forza gli ambiti delle conoscenze superiori, scrutando la luce senza che una sufficiente capacità di giudizio e il sostegno di un&#8217;esperienza autentica ve l&#8217;abilitino. Il risultato è l&#8217;inevita­bile arresto del suo progresso.<br />
Se questo arresto pare logicamente normale, a causa dell&#8217;e­morragia di energia spirituale e della sproporzione tra il poten­ziale della &#8220;fede&#8221; e la rapidità della promozione in quei perico­losi ambiti superiori, rimane comunque vero che il motivo prin­cipale è l&#8217;intervento della misericordia divina, della sua solleci­tudine e della sua compassione nei confronti dell&#8217;anima. Dio la priva dell&#8217;attitudine a elevarsi, così che non rischi d&#8217;issarsi al di sopra delle sue capacità d&#8217;equilibrio e di resistenza e, di conse­guenza, di cadere e sfracellarsi. La tiepidezza in questo caso è una salvaguardia della vita dell&#8217;anima: la preserva dall&#8217;orgoglio spirituale che la condurrebbe a subire la sorte dei costruttori della torre di Babele.<br />
Qui la tiepidezza è utile all&#8217;anima perché la libera definitiva­mente dalla propria ambizione. Arresta il suo interesse per i falsi progressi di una volontà ingannata dal desiderio di magnificare l&#8217;io. L&#8217;anima è rinviata ai livelli inferiori dei principianti e, oc­cupata dal proprio cordoglio e dal dispiacere, dalla precarietà del proprio stato e dalla perdita delle sue gloriose speranze, si astie­ne dal fare pericolose ascensioni. Ritorna brancolante al punto di partenza, nell&#8217;abbassamento e nell&#8217;umiltà che, molto più dei prodigi e delle alte contemplazioni, sono i migliori garanti della sua salvezza.<br />
I sintomi di questo genere di tiepidezza spirituale, la cui causa è l&#8217;ambizione dell&#8217;anima, sono un&#8217;eccessiva tristezza e il dispia­cere che invadono l&#8217;anima. Tristezza e dispiacere che rappresen­tano il segno del successo della delicata operazione che Dio ha effettuato all&#8217;interno dell&#8217;anima per custodirla nell&#8217;umiltà.</p>
<p><em>La tiepidezza spirituale mira a correggere la concezione che abbiamo dei nostri rapporti con Dio</em></p>
<p>Quando l&#8217;anima si dedica alla lotta spirituale, all&#8217;assiduità nelle preghiere e alla minuziosa osservanza delle altre pratiche spirituali, può giungere ad avere la sensazione che simili attivi­tà e assiduità condizionino il suo rapporto con Dio. Ha allora l&#8217;impressione che, a motivo della perseveranza e della fedeltà al­le preghiere, essa meriti di essere amata da Dio e di diventare sua figlia. Ma Dio non vuole che l&#8217;anima devii su questo falso cammino che, in realtà, l&#8217;allontanerebbe definitivamente dall&#8217;a­more gratuito dì Dio e dalla vita con lui. E la priva così anche di quell&#8217;energia e quell&#8217;assiduità che rischierebbero di provocare la sua perdita.<br />
Non appena Dio ritira dall&#8217;anima quelle capacità che le aveva gratuitamente offerto quali prove del suo amore, cioè l&#8217;energia e l&#8217;assiduità alle opere spirituali, essa si ritrova priva di forze, incapace di condurre una qualsiasi attività spirituale ed è messa a confronto con la stupefacente verità che continua a rifiutare e a ritenere altamente improbabile: Dio, nella sua paternità e nel suo amore, non ha bisogno delle nostre preghiere e delle no­stre opere.<br />
All&#8217;inizio, l&#8217;uomo sì scontra con l&#8217;idea che la paternità dì Dio si è certamente allontanata da lui in seguito all&#8217;arresto della pre­ghiera, e con quella che Dio ha abbandonato l&#8217;anima e l&#8217;ha tra­scurata perché le sue opere e la sua perseveranza non erano all&#8217;altezza del suo amore. L&#8217;anima tenta invano di distogliersi dal proprio annichilimento e dal lutto per riprendere la propria atti­vità, ma le sue decisioni finiscono tutte in fumo.<br />
In seguito, a poco a poco, l&#8217;anima comincia a comprendere che la grandezza di Dio non deve essere misurata in base ai cri­teri della futilità dell&#8217;uomo; che la sua paternità spirituale emi­nentemente superiore ha accettato di adottare i figli della polve­re a motivo della sua infinita tenerezza e dell&#8217;immensità della sua grazia, e non in cambio delle opere dell&#8217;uomo e dei suoi sforzi; che la nostra adozione da parte di Dio è una verità che ha la propria sorgente in Dio e non in noi stessi, una verità sempre presente, che persiste &#8211; nonostante la nostra impotenza e il no­stro peccato &#8211; nella testimonianza della bontà di Dio e della sua generosità.<br />
In questo modo, la tiepidezza spirituale porta queste anime a rivedere fondamentalmente la loro concezione dì Dio e la loro valutazione dei rapporti spirituali che legano l&#8217;anima a Dio. La loro concezione dello sforzo e dell&#8217;assiduità nelle opere spiritua­li ne viene profondamente mutata. Non vengono più ritenute prezzo dell&#8217;amore di Dio e della sua paternità, ma risposte al suo amore e alla sua paternità.<br />
I sintomi di questo genere di tiepidezza spirituale sono quelle sconcertanti domande che l&#8217;uomo sì pone ogni giorno nel corso di una simile esperienza: Dio mi ha abbandonato? Lo ha fatto a causa del mio peccato? Ho irritato la sua paternità con la mia negligenza e la mia pigrizia? Dio mi ha dimenticato perché la mia preghiera non gli è gradita?<br />
Ma, mentre coloro che sono colpiti dalla tiepidezza spirituale a causa della loro ambizione sono dolorosamente toccati unica­mente per l&#8217;interruzione della preghiera, coloro che lo sono a causa di una errata comprensione dell&#8217;amore di Dio e della sua paternità sono angosciati, non per l&#8217;arresto della preghiera, ma per la presunta perdita della loro identità di figli di Dio, della sua fiducia e del suo amore. L&#8217;aridità e lo sconforto aumentano man mano che aumentano la paura e l&#8217;angoscia finché, alla fine, non sì manifesta la verità e i legami d&#8217;amore e di filiazione ri­prendono e sì consolidano al dì là di ogni riferimento alle opere dell&#8217;uomo.<br />
In realtà, la paura che si prova durante l&#8217;esperienza della tie­pidezza spirituale è la prova più manifesta della fedeltà filiale dell&#8217;anima a Dio, fedeltà della quale l&#8217;anima non è certa, perché rimane nell&#8217;angoscia finché, alla fine, riceve l&#8217;assicurazione che la paternità dì Dio sì dispiega su di lei nonostante tutto e al dì sopra di tutto.</p>
<p><em>La tiepidezza spirituale mira a rafforzare la fede in Dio al di là del sensibile</em></p>
<p>È possibile che l&#8217;uomo sia al massimo della felicità e della pace perché la sollecitudine di Dio ne soddisfa tutti i bisogni materiali con la sua provvidenza, manifestata a tutti i livelli, e con la sua protezione tangibile in tutte le circostanze. L&#8217;uomo sì sente rassicurato, sa di essere nelle mani dì Dio, custodito e protetto dalla sua premura. La sua fiducia e la sua fede in Dio aumentano e si rafforzano sulla base di prove materiali evidenti e tangibili.<br />
Poi Dio sospende improvvisamente tutti gli aiuti visibili, ces­sa la sua tangibile protezione e ritira la sollecitudine visibile all&#8217;uomo; una dopo l&#8217;altra le tribolazioni cominciano a colpire l&#8217;anima che si ritrova scoperta davanti ai suoi avversari, esposta a ogni assalto, a ogni maldicenza, a ogni scherno, non soltanto da parte di avversari visibili, ma anche da parte dell&#8217;avversario invisibile, autore dì tutti i mali e dì tutte le disgrazie. Le preoc­cupazioni esteriori cominciano a mischiarsi alle pene interio­ri, tanto che l&#8217;uomo si stupisce della quantità e della varietà dei colpi. All&#8217;inizio pensa che tutto ciò sia soltanto un fenomeno passeggero, che la nube sì allontanerà presto e la vita ritrove­rà la calma e la stabilità dì sempre. Ma ecco che la violenza delle tribolazioni aumenta e si complicano le situazioni che le ren­dono inammissibili e inconcepibili. Allora, distrutto, incapace di comprendere, l&#8217;uomo si lascia cadere nella polvere! Che cosa è accaduto? Perché è successo tutto questo? Dove si va, verso quale fine?<br />
L&#8217;uomo rientra in se stesso, pensando di trovarvi un raggio dì speranza per riprendere la sua vita precedente; non trova che rovine su rovine e un&#8217;anima straziata da mille prove. Non si trat­ta più soltanto di tiepidezza, dì aridità o di perdita delle conso­lazioni, è la perdita totale del sentimento spirituale, anch&#8217;esso costruito su false valutazioni; la miseria, la rivolta, la perples­sità, la bestemmia e il terrore invadono l&#8217;anima in seguito agli errori che la colpiscono; essa tenta di controbattere alle bestem­mie che sgorgano dalle profondità del suo essere e non trova la forza di replicarvi; tenta dì condannare il male e le atrocità che il demonio le mette in testa, ma non può che contemplarle e lasciarsi trascinare da esse, come prigioniera dì ogni sbaglio, di ogni peccato. L&#8217;anima si ferma infine sull&#8217;orlo della dispera­zione totale.<br />
Ma ciò che veramente costerna l&#8217;anima non sono le sue perdi­te e i suoi fallimenti, l&#8217;arresto della preghiera e dello sforzo, la paura dell&#8217;abbandono di Dio, ma il sentimento che Dio stesso sia diventato per lei un avversario che si compiace del suo dolo­re, della sua tristezza e delle sue lacerazioni!<br />
Questa prova, portata all&#8217;estremo, la si ritrova nelle tribola­zioni dì Giobbe. Ciò che lo indusse alla perplessità, non furono le perdite enormi di tutti i suoi beni e dei suoi figli, le piaghe che ricoprivano il suo corpo, gli scherni di tutti coloro che gli si avvicinavano e perfino di sua moglie, ma il fatto di immaginare che, nella sua immensa sciagura, Dio lo trascurasse, gli fosse di­venuto ostile e si rallegrasse del suo male!</p>
<p>Ma io non terrò chiusa la bocca,<br />
parlerò nell&#8217;angoscia del mio spirito,<br />
mi lamenterò nell&#8217;amarezza del mio cuore!<br />
Sono io forse il mare oppure un mostro marino,<br />
perché tu mi metta accanto una guardia?<br />
Quando io dico: &#8220;Il mio giaciglio mi darà sollievo,<br />
il mio letto allevierà la mia sofferenza&#8221;,<br />
tu allora mi spaventi con sogni<br />
e con fantasmi mi atterrisci…</p>
<p>Io mi disfaccio &#8230; Lasciami &#8230;<br />
non mi lascerai inghiottire la saliva? &#8230;<br />
Perché m&#8217;hai preso a bersaglio<br />
e ti son diventato di peso?</p>
<p>Le saette dell&#8217;Onnipotente mi stanno infitte,<br />
sì che il mio spirito ne beve il veleno<br />
e terrori immani mi si schierano contro!</p>
<p>Perché non cancelli il mio peccato<br />
e non dimentichi la mia iniquità?</p>
<p>Egli con una tempesta mi schiaccia,<br />
moltiplica le mie piaghe senza ragione,<br />
non mi lascia riprendere il fiato,<br />
anzi mi sazia di amarezze.</p>
<p>Sono stanco della mia vita!<br />
Parlerò nell&#8217;amarezza del mio cuore<br />
fammi sapere perché mi sei avversario.<br />
È forse bene per te opprimermi? &#8230;</p>
<p>Sazio d&#8217;ignominia come sono<br />
ed ebbro di miseria…<br />
tu come un leopardo mi dai la caccia<br />
e torni a compiere prodigi contro di me,<br />
su di me rinnovi i tuoi attacchi<br />
contro di me aumenti la tua ira.</p>
<p>Allontana da me la tua mano<br />
e il tuo terrore più non mi spaventi<br />
perché mi nascondi la tua faccia<br />
e mi consideri come un nemico?</p>
<p>Io grido a te, ma tu non rispondi,<br />
insisto ma tu non mi dai retta,<br />
Tu sei un duro avversario verso di me<br />
e con la forza delle tue mani mi perseguiti.</p>
<p>Ma se vado in avanti egli non c&#8217;è,<br />
se vado indietro non lo sento.<br />
A sinistra lo cerco e non lo scorgo,<br />
mi volgo a destra e non lo vedo.</p>
<p>Giobbe era sincero nel descrivere i propri sentimenti, ma si sbagliava quando diceva che il Signore l&#8217;aveva abbandonato; il Signore, in realtà, non era lontano da Giobbe, e tutte le perdi­te che lui aveva subito, le tribolazioni e le prove che l&#8217;avevano colpito non potevano essere ritenute prove dell&#8217;abbandono di Dio! Allo stesso modo, non dobbiamo mai ritenere che i benefi­ci, gli aiuti, la sollecitudine e la protezione dì Dio per l&#8217;uomo siano prove dell&#8217;approvazione di Dio e basi valide per fondarvi la nostra fede e la nostra speranza.<br />
I colpi che Giobbe ha subito non riescono all&#8217;inizio a farlo desistere dalla sua perfezione, ma quando sente, a torto, che an­che Dio l&#8217;abbandona, che è contro di lui, l&#8217;equilibrio della sua fede vacilla; in questo, in realtà, consiste la finalità profonda della prova di Giobbe e il suo terribile segreto. Attraverso la pro­va di Giobbe, Dio ha voluto proclamare a ogni uomo che la fede deve sopportare periodi d&#8217;abbandono, siano pure penosi, ango­scianti e deprimenti. La fede deve sollevarsi al di sopra di ogni abbandono e far sì che l&#8217;uomo mantenga la propria fiducia in Dio, nella sua misericordia e nella sua sollecitudine, nonostante le tribolazioni che attraversa.<br />
Questo genere di prova è in verità il più duro; è il vertice delle esperienze purificatrici dell&#8217;anima, paragonabile alla mor­te stessa che l&#8217;uomo non può attraversare se non accompagnato dall&#8217;ineffabile sollecitudine dell&#8217;Onnipotente, perché l&#8217;anima, in preda alla tristezza e alla depressione, arriva come Giobbe ad augurarsi la morte:</p>
<p>Oh, mi accadesse quello che invoco,<br />
e Dio mi concedesse quello che spero!<br />
Volesse Dio schiacciarmi,<br />
tendere la mano e sopprimermi!</p>
<p>Qual è la mia forza perché io possa durare,<br />
o quale la mia fine, perché prolunghi la mia vita?<br />
La mia forza è forza di macigni?<br />
La mia carne è forse di bronzo?<br />
Ogni soccorso mi è precluso?</p>
<p>Se mi corico, dico: &#8220;Quando mi alzerà?&#8221;.<br />
Sono innocente? Non lo so neppure io,<br />
detesto la mia vita!<br />
Sono stanco della mia vita!<br />
Tacerò, pronto a morire.</p>
<p>Tuttavia, in mezzo a tutto ciò, per l&#8217;uomo messo alla prova non tutti gli sguardi di speranza verso la misericordia di Dio so­no ormai perduti. Nemmeno sull&#8217;orlo della disperazione cessa di ricercare Dio nell&#8217;attesa della grande e meravigliosa liberazio­ne. Più pesante è la prova, più grande è la trasparenza dell&#8217;ani­ma che gli permette di penetrare con lo sguardo la trascenden­za dell&#8217;Eterno, l&#8217;immensità del suo amore e della sua fedeltà all&#8217;anima umana. I dolori passati non sono più che delle scaglie cadute dagli occhi dell&#8217;anima: questa comincia a ricostruire la propria fede, non più sulla base dei benefici temporali, né sulla protezione e la sollecitudine manifeste, né sui segni tangibili e le prove ragionevoli, ma su &#8220;la fede, fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono&#8221; (Eb 11,11).</p>
<p>Poiché egli conosce la mia condotta,<br />
se mi prova al crogiolo come oro puro io ne esco.<br />
Alle sue orme si è attaccato il mio piede,<br />
al suo cammino mi sono attenuto e non ho deviato;<br />
dai comandi delle sue labbra non mi sono allontanato.</p>
<p>Voglio solo difendere davanti a lui la mia condotta!<br />
Questo mi sarà pegno di vittoria.</p>
<p>Io lo so che il mio Vendicatore è vivo<br />
e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!<br />
Dopo che questa mia pelle sarà distrutta,<br />
senza la mia carne vedrò Dio.<br />
Io lo vedrò, io stesso,<br />
i miei occhi lo contempleranno non da straniero.</p>
<p>Per la vita di Dio, che mi ha privato del mio diritto,<br />
per l&#8217;Onnipotente che mi ha amareggiato l&#8217;animo,<br />
finché ci sarà in me un soffio di vita,<br />
e l&#8217;alito di Dio nelle mie narici,<br />
mai le mie labbra diranno falsità<br />
e la mia lingua mai pronuncerà menzogna&#8230;<br />
fino alla morte non rinuncerò alla mia integrità. (Gb 23,10-12; 13,15-16; 19,25-27; 27,2-5).</p>
<p>Così, immancabilmente, ogni anima che avrà amato Cristo sarà giustificata. E per quanta sia stata l&#8217;amarezza delle prove spirituali che avrà attraversato, continuerà a percepire il destino che le è riservato, e seguirà il proprio cammino malgrado le sue ferite, tenendo lo sguardo fisso su Cristo e interrogandolo, co­me una sposa abbandonata, con una fiducia inamovibile nell&#8217;a­mato che l&#8217;ha riscattata con il proprio sangue.<br />
Sì, la fiducia può subire delle eclissi, ma non è perduta; la fe­de può arrestarsi, ma non sparisce; l&#8217;amore può essere sommerso e non farsi più vedere, ma rimane nella profondità dell&#8217;essere pronto a sgorgare nuovamente, alla fine della prova, con forza invincibile.</p>
<p><em>Estratto da Matta El Meskin, L&#8217;ESPERIENZA DI DIO NELLA PREGHIERA, Qiqajon. </em></p>
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		<title>Chi dite che Io sia? (Matta El Meskin)</title>
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		<pubDate>Tue, 27 May 2008 21:50:20 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[SPIRITUALITA]]></category>
		<category><![CDATA[abuna matta]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Parlare di Cristo è difficile, difficilissimo, se le parole non sono frutto dell&#8217;esperienza e di un sentimento sincero. Ho vissuto un indicibile disorientamento. Parlare, sì, posso parlarne. Ma devo parlarne correttamente. Se ne parlo male, le mie parole mi condanneranno. E se dico qualcosa che io non sento, allora non sto parlando di Cristo.</p> <p>Continua a leggere <a href="http://www.natidallospirito.com/2008/05/27/chi-dite-che-io-sia/">Chi dite che Io sia? (Matta El Meskin)</a></p>
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<p>Ho vissuto  momenti di tormento e di disorientamento. Sapeste quante lacrime ho versato! Poi mi sono messo a pregare. Gli ho detto: adesso voglio conoscerti! Come faccio a dire Tu chi sei? Non devo forse conoscerTi per dire agli altri Tu chi sei? Se non mi aiuti, se non dischiudi la mia mente perché la mia lingua annunci la verità della tua divinità, allora le mie sono parole vane, Signore. Abbi compassione, Signore!</p>
<p>Allora ho iniziato a scrivere. Piano piano. Parola dopo parola, quasi provenissero da al di là del tempo [...]</p>
<p>Gli ho detto: O Signore Gesù, Tu ci hai rivelato Dio in Te stesso. Tu sei Dio, a noi visibile e udibile. Tutti gli attributi di Dio di cui avevamo sentito parlare, li abbiamo visti in te. Gli attributi di Dio. Tutto ciò che l&#8217;umanità desiderava sapere sulla natura di Dio, Tu ce lo hai rivelato in Te stesso. Bramavamo con tutto noi stessi di sapere cosa pensasse di noi Dio, ognuno nella sua propria condizione: il malato, il sofferente, l&#8217;oppresso, il peccatore. E allora ecco che lo abbiamo capito e toccato nelle parole che Tu pronunciasti alla samaritana, alla cananea e ai bambini piccolini. Parlo per aver provato. Quanto ho vissuto insieme alla samaritana! Quanto ho vissuto insieme alla cananea! Quante volte ho pensato di essere al posto dei bambini! Ho provato quello che hanno dovuto provare tra le braccia di Cristo che li stringe a sé, poggia loro la mano sulla testa. Il tocco della tua mano, la strabordante tenerezza che mostrasti per il lebbroso, il paralitico, il sordo e il cieco, li abbiamo sentiti anche noi e abbiamo gioito di Dio, se Dio sei Tu.</p>
<p>Ognuno di noi si chiedeva: cosa penserà Dio di un uomo cieco dalla nascita? Ebbene, abbiamo conosciuto e toccato cosa prova Dio nelle Tue parole d&#8217;amore e nel tendersi delle Tue mani a toccare l&#8217;occhio del cieco. Ci chiedevamo, timidi timidi come bambini, se Dio avesse potere sui venti gagliardi e sulle onde agitate del mare. E&#8217; capace di farli tacere? Fantasie infantili&#8230; Ma quando tu hai redarguito il vento e hai zittito il mare con la tua autorità &#8211; calmandosi questo e ammutolendosi quell&#8217;altro &#8211; abbiamo gioito dell&#8217;autorità di Dio alleata con la nostra natura in Te. Ci domandavamo se Dio si interessasse mai ad un uomo sperduto nel deserto in preda a fame e a sete. Ma quando tu hai saziato la folla nel deserto con quei cinque pani di orzo e quei due pesciolini, dei quali avanzò pure, avemmo fiducia della dolcezza di Dio nella Tua dolcezza. Nella Tua volontà, era rappresentata, pienamente, tutta la volontà di Dio nei nostri confronti. Ci interrogavamo: i pesi e le misure di Dio sono come quelli dell&#8217;uomo? Il peccatore rinnegato dagli uomini lo è anche necessariamente da Dio? Ma quando dicesti alla adultera &#8220;vai in pace, io non ti condanno&#8221;, fummo certi che Tu sei Dio e non uomo come noi. Altrimenti avresti giudicato come noi. Scruti ciò che noi non vediamo e giudichi secondo criteri più elevati dei nostri. E allora gioimmo, sì gioimmo di aver trovato presso Dio misericordia, assente tra gli umani. Il potere che la morte aveva su di noi faceva a gara con il potere di Dio nella nostra fede e ciò ci terrorizzava. Ma quando hai risusciato il morto che già puzzava, hai rafforzato la nostra fede nel potere di Dio e abbiamo creduto che tale potere era Tuo. Allora, nei nostri cuori il potere della morte si è ritratto.</p>
<p>E se, dopo aver spogliato Te stesso della gloria della Tua divinità, siamo stati incapaci di descrivere gli attributi di Dio in Te &#8211; amore, dolcezza, mitezza, umiltà ma anche potenza, autorità, conoscenza indagatrice del metatemporale, di ciò che è celato negli abissi dell&#8217;uomo -; cosa faremmo, Signore, se volessimo descriverTi prima che Tu Ti spogliassi della gloria della tua divinità, o dopo aver compiuto la Tua missione nella Tua venuta nella carne ed esserTi seduto sul trono della Tua gloria? Cosa potremmo dire? Ci siamo messi a descrivere la Tua divinità dopo aver spogliato Te stesso. Come faremo a capire ciò che era prima del Tuo spogliarTi per descriverTi nella gloria della Tua divinità? Quale smarrimento! E&#8217; impossibile!</p>
<p>Una sola cosa vediamo chiaramente davanti a noi ed è che se Dio, che nessuno mai hai visto, è come Te, allora Egli è un dio buono che merita di essere da noi amato e venerato in Te con tutta la nostra mente, il nostro cuore, la nostra anima, le nostre forze.</p>
<p>Se Dio solamente è capace di ridare la vista ai ciechi e la vita ai morti nei sepolcri, allora Tu sei veramente Dio.</p>
<p>E se Dio solamente può rimettere i peccati del mondo intero, cancellare le colpe e gli sbagli di tutti gli uomini, liberare il cuore e la coscienza del loro peso schiacciante e piantare, al loro posto, santità e perfezione &#8211; solo Dio può &#8211; allora ciò che Tu hai compiuto è la dimostrazione che Tu sei Dio.</p>
<p>Signore Gesù Cristo, soltanto Tu, dando Te stesso, ci hai offerto l&#8217;espressione più meravigliosa di Dio, mostrandoci gli attributi di Dio più veri e più mirabili, compiendo le opere di Dio più maestose, praticando il Suo amore nei nostri confronti e completando il Suo potere.</p>
<p>Signore Gesù Cristo, un&#8217;ultima cosa vorrei dirTi: noi abbiamo trovato Dio in Te. Tu solo meriti di possedere, non soltanto i nostri cuori, ma quelli del mondo intero.</p>
<p><strong><em>Abuna Matta al-Maskin (Padre Matta El Meskin)</em></strong></p>
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