Ho trovato, tramite S.E. Mons. Seraphim Sigrist (qui il suo blog personale), questa ricca libreria di e-book – in inglese – di spiritualità ortodossa tra i quali spicca il noto “Sermone pasquale” di S. Giovanni Crisostomo e “La via degli asceti” di Tito Coliander, interamente godibili (stampateli, è più comodo) in rete.
Clive Staples Lewis, ‘Il Cristianesimo così com’è’ (Adelphi – 1997)
Al di là di tutte le dispute dottrinali, al di là di ogni divergenza ecclesiastica, il saggio di C. S. Lewis parla di quel nocciolo del cristianesimo condiviso da ogni cristiano (ortodossi, cattolici e protestanti); e lo fa in maniera semplice, diretta – d’altronde il libro nasce da alcune conversazioni radiofoniche degli anni Quaranta. I titoli dei quattro capitoli del saggio annunciano subito i temi religiosi che saranno affrontati: la legge, la fede, la morale e la trinità; ma in ulteriori sottocapitoli emergono anche aspetti più particolareggiati della dottrina cristiana: il libero arbitrio, l’incarnazione di Cristo, l’Amore cristiano, e la fine dei tempi. Ma il saggio di Lewis non è un trattato di teologia, ogni questione viene affrontata con linguaggio immediato e chiaro: eppure non si tratta di un libro superficiale, anzi favorisce nel lettore l’intuizione intellettiva del senso profondo del cristianesimo.
L’autore delle famose ‘Lettere di Berclicche’ mostra anche qui una particolare attenzione al ruolo dell’Avversario, l’angelo decaduto che con la sua azione parassitaria, tende ad affondare l’umanità nel brago del dualismo:
Il diavolo manda sempre nel mondo gli errori a coppie – a coppie d’opposti. E ci spinge sempre a riflettere lungamente su quale sia il peggiore. Egli punta alla nostra strenua avversione a un errore per attrarci a poco a poco nell’altro.
D’altronde a stessa etimologia del termine ‘diavolo’ (dal greco ‘dia-ballo’, divido, separo) sta a confermare la modalità della sua azione deviante, che bene s’innesta nella società moderna, nei suoi consumi, e quindi nella proliferazione inappagata di desideri tutta centrata sull’io che vuole farsi dio e in modo autosufficiente s’illude di fare a meno di Dio.
Fondamentale importanza assume dunque la necessità di partecipare della vita di Cristo:
Dio è venuto in questo mondo e si è fatto uomo per dare ad altri uomini il tipo di vita che è Suo. […] L’umanità, sostanzialmente, è già ‘salvata’. Noi individui dobbiamo appropriarci di questa salvezza. Ma la parte più ardua del compito – quella che non avremmo potuto assolvere da soli – è stata assolta per noi. […] Se ci apriamo all’unico Uomo in cui essa fu pienamente presente, e che, pur essendo Dio, è anche realmente uomo, Egli la realizzerà in noi e per noi.
Per Lewis, è solo grazie a Dio diventato uomo che rinuncia alla Sua volontà, soffre e muore per poi risorgere, che anche noi uomini possiamo compiere questo processo, puntando alla santificazione, alla theosis.
L’argomento che vi presentiamo in questa puntata è collegato sia all’attualità di un libro sia alla riflessione alla quale ci invita la Chiesa nel periodo che precede Pasqua e che ci prepara alla Pasqua stessa. Parleremo, infatti, di un’opera pubblicata recentemente presso i tipi del Cerf intitolata “Théologie du corps” (“Teologia del corpo”). Per parlarne, ospitiamo l’autore di questo libro Jean-Claude Larchet esperto di patristica, teologo, autore di numerose opere sulla teologia dei Padri e direttore della collezione “Grands spirituels orthodoxes du XXème siècle” presso le edizioni “L’Age d’Homme”.
Alexis Chrisostalis: Jean-Claude Larchet, con il suo libro tocchiamo un argomento fondamentale per la nostra fede, quello del posto occupato dal corpo nella storia della Salvezza e la relazione uomo-Dio.
Jean-Claude Larchet: Sì, in effetti, sul posto che il corpo occupa nella storia della Salvezza possiamo dire che esso comincia con la creazione dell’uomo: Dio ha creato l’uomo con un corpo ed è a tutta la sua persona, anima e corpo, che Dio ha assegnato un destino magnifico, cioè quello della “deificazione”. Ciò vuol dire che sin dalle origini l’uomo doveva essere deificato in tutto il suo essere e, dunque, anche con il suo corpo e che il corpo è qualcosa che è eminentemente nobile, per volontà di Dio e sin dalle origini. Alcuni Padri hanno persino l’audacia di dire che quando si dice che l’uomo è stato creato a immagine di Dio, il corpo stesso dell’uomo fa parte di quest’immagine divina. Una cosa paradossale perché Dio è considerato – è – un essere che non è materiale mentre il corpo è materiale. Come può, dunque, un oggetto materiale o un essere materiale essere a immagine di Dio? Qui alcuni Padri dicono qualcosa di meraviglioso, in particolare Nicolas Cabasilas: l’uomo, sin dall’origine, era a immagine del Verbo incarnato. Dio, dunque, ha previsto l’incarnazione fin dall’eternità poiché – come dicono alcuni Padri – il Verbo non si è incarnato soltanto a causa dell’errore dell’uomo, a causa della caduta dell’uomo. Egli si sarebbe in ogni caso incarnato per deificare l’uomo. Nicolas Cabasilas dice che il corpo dell’uomo è stato creato anch’esso a immagine di Dio, cioè a immagine del Verbo incarnato. E dunque, questo disegno di Salvezza, voluto da Dio all’origine non si è realizzato perché l’uomo ha fatto un uso cattivo della sua libertà. Sappiamo che il corpo ha partecipato alla caduta dell’uomo che è, prima di tutto, evidentemente, una caduta spirituale. Su come si caratterizzi questa caduta alcuni Padri – San Gregorio di Nissa e San Massimo – ci dicono che il corpo all’origine aveva un’altra dimensione rispetto a quella che ha ora: era meno materiale, era meno spesso, era più sottile. Questa dimensione del corpo verrà senza dubbio ritrovata dall’uomo dopo la Risurrezione. Ne abbiamo già qualche idea a partire delle descrizioni dateci del Cristo risuscitato. Dunque questo corpo ha perduto queste caratteristiche originali, è stato sottomesso alla malattia, alla corruzione, alla morte. Il corpo ha partecipato a tutto il processo della caduta sotto il giogo del peccato e delle passioni. Quando Cristo è venuto a salvare l’umanità ha incluso il corpo nel processo di Salvezza poiché è divenuto un uomo completo con, non soltanto uno spirito, un’anima ma anche un corpo ed è con il corpo che aveva assunto che Cristo ha salvato il corpo dell’uomo ridando all’uomo e al suo corpo lo status che avevano all’origine, al momento della creazione. Inoltre ha dato al corpo il suo destino, realizzandolo in Lui stesso, e facendone una vocazione per ogni essere umano, quello cioè di essere non soltanto salvato – cioè uscire dal processo del peccato, della corruzione e della morte – ma anche di essere deificato dopo la Risurrezione per coloro che ne saranno trovati degni, cioè tutti coloro che si saranno uniti a Cristo e che avranno ricevuto lo Spirito santificatore.
A.C.: Questo concetto che chiamamo del “corpo di gloria”, il corpo di Cristo dopo la risurrezione, veniva legato dai Padri al destino dell’uomo?
J.-C.L.: Certamente tutto ciò che vive Cristo, in quanto incarnatosi, è qualcosa che segna il destino dell’uomo dal momento che tutto ciò che Cristo ha detto o fatto fa parte del processo di Salvezza. Se Cristo, quindi, ha preso un’anima e un corpo umani è per salvare l’uomo nella sua anima e nel suo corpo e ogni atto che Cristo ha realizzato, ogni fatto che ha subito volontariamente come Dio, l’ha subito nell’anima e nel corpo ed è in lui che la nostra anima e il nostro corpo beneficiano di questa salvezza che Cristo ha compiuto.
A.C.: Ritorno un attimo alla creazione perché, leggendo il suo libro, vedo che insiste sul fatto che il corpo è la prima parte creata dell’uomo. Dio ha cominciato dal corpo, lei parla del fatto che Dio “ha preso della terra” ecc. Secondo lei, quindi, ciò indica che il corpo è una condizione per l’essere umano e non solo un dettaglio cronologico?
J.-C.L.: Chiaramente ha un senso il fatto che se l’anima viene in seguito, come una sorta di coronamento, un completamento, il fatto che Dio dia priorità al corpo nella creazione mostra tutta l’importanza che Egli gli dà. Il fatto che l’uomo e il suo corpo siano creati dalla terra, dalla gleba, dalla polvere, ha un senso in relazione alla dignità che Dio riconosce al cosmo: attraverso l’uomo, il cosmo intero si trova riassunto. Ecco perché i Padri dicevano che l’uomo è un microcosmo. Tutta la dignità della creazione, quindi, che era “buona” come ci dice la Bibbia si trova in qualche modo richiamata, riassunta nell’uomo.
Jean-Claude Larchet
A.C.: Il corpo sopporta quasi da solo le conseguenze della caduta. Perlomeno, stando all’immagine che abbiamo dell’uomo, perché è il corpo che vediamo invecchiare, morire ecc. Ma l’anima accompagna il corpo in questo processo di decadenza?
J.-C.L.: Lei sa che San Gregorio Palamas dice – anche altri Padri lo dicono ma San Gregorio insiste su questo punto – che la caduta e la morte sono stati spirituali in prima battuta. Ma l’uomo è concepito, nell’antropologia patristica, come un insieme. Questa è veramente una caratteristica dell’antropologia patristica: l’anima e il corpo sono assolutamente indissociabili. Una rivoluzione nel pensiero filosofico dell’epoca perché i Greci pensavano l’anima contro il corpo o il corpo contro l’anima, tendevano a credere – è Platone che lo dice – che il corpo, soma, è una tomba, sema, per l’anima; l’anima sarebbe caduta in un corpo e la liberazione dell’anima consisterebbe a lasciare il corpo, a uscirne. Il cristianesimo cambia totalmente questa prospettiva: l’uomo è al contempo corpo e anima, non c’è alcuna parte dell’uomo che ha maggiore o minore dignità, è tutto parte della sua persona. Quindi il corpo e l’anima sono un insieme indissociabile. Nel processo del peccato, per esempio, il corpo e l’anima sono insieme e anche nel processo di salvezza il corpo e l’anima sono insieme perché sono due dimensioni della persona. Ancora caratteristico del pensiero cristiano è che il corpo è chiamato a riunirsi all’anima dopo la risurrezione. Nel tempo della morte in cui anima e corpo sono separati, tra i due resta una relazione misteriosa: il corpo, anche diventando cenere, anche decomponendosi, resta sempre il corpo della persona, mantiene un legame con l’anima ed è oggetto di rispetto, o anche di una venerazione – come lo si vede, per esempio, con le reliquie dei santi – ma certamente di rispetto se è vero che ci si raccoglie davanti alle spoglie di qualcuno anche se, fisicamente, sono ridotti a quasi niente. C’è quest’idea per cui il legame sussiste malgrado il cambiamento radicale della natura del corpo e che il corpo e l’anima si riuniranno ma il corpo riprenderà, allora, un’altra forma, sarà trasformato, sarà trasfigurato dalle energie divine e riceverà una forma che è particolare e che gli permetterà di vivere un’esistenza spirituale con l’anima nel Regno celeste.
A.C.: Questo legame tra corpo e anima lo vediamo anche nella guarigione del corpo. Lei cita nel suo libro il fatto che Cristo curi il corpo. Egli si fa spesso medico del corpo, abbiamo numerosi esempi di miracoli nel Vangelo. Lei dice, la cito: “La guarigione del corpo da parte di Cristo appare spesso come un segno e un simbolo della guarigione che è venuto a portare a l’essere dell’uomo nella sua interezza, in primo luogo della sua guarigione spirituale”. La guarigione del corpo è immagine o condizione della guarigione spirituale?
J.-C.L.: E’ innanzitutto un’immagine per Cristo perché si tratta di mostrare in una maniera visibile come Cristo è capace di cambiare l’uomo, di migliorarlo, di modificarlo, di perfezionarlo e mostra soprattutto come è possibile stabilire una trasformazione che riguarda il corpo e l’anima insieme. Ogni volta, infatti, che Cristo guarisce, nel corpo, qualcuno che è malato o infermo dà un insegnamento sulla guarigione dell’anima e sulla salvezza e mostra anche che l’anima e il corpo sono indivisibili, sia l’anima rispetto al corpo che il corpo rispetto all’anima. Semplicemente bisogna fare attenzione a non stabilire legami sistematici tra lo stato fisico del corpo e lo stato spirituale dell’uomo perché sono due cose diverse: il corpo può essere malato in quanto parte del mondo decaduto senza che l’anima sia malata spiritualmente ma può anche esistere il contrario cioè ci può essere un’anima malata in un corpo sano, un corpo malato che coabita con un’anima sana. Dunque le cose sono piuttosto complicate a questo livello. Ma Cristo, comunque, vuole mostrare la solidarietà che esiste tra i due. Ciò che è fondamentale è che il corpo e l’anima sono solidali nel processo del peccato, della caduta delle passioni. In effetti, tutte le passioni sono passioni dell’anima e del corpo – anche se ne esistono alcune che sono piuttosto dell’anima e certe piuttosto del corpo -, tutte le virtù sono virtù dell’anima e del corpo – anche se ne esistono alcune che sono piuttosto dell’anima e certe piuttosto del corpo. Il corpo è chiamato a partecipare a tutto il processo di guarigione spirituale dell’uomo, a tutto il processo della salvezza per essere infine deificato anch’esso con l’anima nella persona umana.
tradotto da “Orthodoxie” trasmissione settimanale di “France Culture”
fine prima parte
Transfiguration, egg tempera on gesso with gold leaf – written by Stéphane René
In this second part, the french iconographer Stéphane René gives us some important keys to penetrate into the coptic iconographic art with its techniques, its history but also its profound spirituality. The first part of the interview is here.
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Russian and Byzantine iconographers see iconography as a “whole” which comprehends not only the “technical” part but also the spiritual one. So they pray and fast while painting. Is it the same for you?
The whole process of writing an icon is a prayer, not a prayer of words but a prayer in action. Of course one is free to say prayers of words while working or even sing psalms, but there are no strict dictates or rules in the Coptic tradition that I know of. It is left to individuals to do what works best for them. The same with fasting: it is up to the individual to decide on these things. Sometimes an iconographer will spend 15-20 hours per day up scaffoldings, in often very awkward positions; it represents a great output of energy and if in addition one was obliged to deny his/her body necessary nutriment it would make things very difficult indeed. However, if an iconographer is part of a monastic community, the monastic rules governing fasting and prayer will also apply to his/her work as an iconographer.
Where do discipline and tradition end and where does the artist’s inspiration begin? In other words: how do you find a balance between personal inspiration and the respect of the tradition?
A good icon, in my opinion, should have none of myself and all of myself in it. I know this sounds like a contradictory statement, but it is not. My focus is on following the master, not on gratifying my own ego. Personally I don’t care about having my own recognizable style. This work is not about me, or my style. It’s about something much bigger than that. These ideas belong to modern secular art that is ruled by egotistic notions. Conversely, I must put all myself, my attention and intention, in my work and there is no room for approximation or slackness. Many ‘would be’ iconographers are too concerned with developing their own style and signing their work with a large and incongruous signature, rather than try to follow the master and the canons he teaches. They have made themselves masters and create so called icons that are full of themselves, the very antithesis of what an icon should be. With the advent of the Internet there has been a flurry of such ‘iconographers’ aligning themselves to the Neo-Coptic school. The majority of these sites are nothing more than a virtual bazaar, equipped with shopping carts and the all important credit card logos – a Khan-El-Khalili online as it were.
What do you think about the statement that Coptic Christianity lacks – mainly, for historical reasons, for it separated from the Orthodox ecumene – a “theology of icon” differently from the russo-bizantine orthodoxy which has a complex theological system of icon?
Firstly, it is not quite right to say that the Coptic Church separated from the Orthodox family: it was thrown out of it for political reasons. Also, it ‘lacks’ nothing: it could be argued that the genesis of Christian iconography first happened in Egypt and then spread and developed throughout the Roman Empire. In my opinion, there may have been a case of more or less simultaneous polygenesis, with Christian ideas fertilizing local cultures resulting in the creation of a new art that reflected the new faith. The development of Coptic art is intimately linked to the history of Egypt. Coptic art has as much theological basis as Russo-Byzantine art but has been the subject of much less research and also to some extent, the victim of a European bias that considers it less relevant because it is primarily African and therefore non-European. It also has a very elaborate symbol system but mostly unknown for the same reason that there is no research published on the subject.
What makes an icon Coptic? What are the main similarities and the main differences between the Coptic icon and icons of other Christian traditions?
This is an interesting but difficult question to answer. In general, the main difference between Christian artistic traditions is one of stylistics, i.e. form. The content is broadly identical since it is always based on biblical text. Hence the iconography of the main feasts, the life of Christ, etc… are identical. Some of the hagiography will differ slightly according to the local culture and saints’ names may differ, but that is as far as it goes. So as already mentioned, we are left with difference in form or style mainly. The Greco-Byzantine style for instance, was first and foremost an imperial art, reflecting the glory of the emperor and his court. Balkan iconography came straight out of Byzantium and so did Russian iconography much later and these traditions all have Byzantium as a common denominator. Coptic art on the other hand came from the grass-roots so to speak, often the result of local effort and artistic expression interacting with and stimulated by faith. There was also a noted hatred of all things Byzantine by the native Egyptians, Christian or not, who considered themselves oppressed by their Byzantine overlord. Early Coptic iconography developed in rural areas, especially monasteries, such as Bawit or the Kellias, and many others up and down the Nile valley. To the question ‘what makes an icon Coptic?’ there is no straightforward answer when discussing ancient icons. It is a different matter when discussing Neo-Coptic iconography: what makes an icon Neo-Coptic is the canon of proportion used in its creation. If no canon is used, the icon is nothing but the expression of the individual’s whims and subjective personal ideas.
If you could choose two Coptic icons (one of the pre-neo-period and one of the neo-period) is your favourite icon and why?
I have no favourite icon. All icons are my favourite icons. If you mean which iconographic subject is my favourite, I would say Christ Pantocrator and the Transfiguration, because the essence of the Christian message is fully contained within these two themes, what ultimately form one and the same theme.
How many hours do you work per day? Do you work alone or with a team? Did you paint any church? Did you do any exhibition of your icons?
I spend an average 6-8 hours a day in studio. Constant practice is one of the requisites for becoming an iconographer, with emphasis on the word ‘becoming’. One is perpetually in a state of ‘becoming’, which does not allow for complacency. Each new icon I write is like the first one and I consider myself a student even after so many years of practice. Dr Isaac always said: ”if you are not solving problems you are not really working, you are just doodling”.
I work alone, not by choice, but because it is very difficult to find people interested enough in England, and because this is not the kind of work you just pay somebody to do. Of late, I sometimes ask a student or two to come and help with panel preparation and laying the proplasmos (dark tones). I have done some monumental work, especially in California, Germany and Austria. Each time I have worked alone on scaffolding from beginning to end.
I was the first of Dr Isaac’s students to mount exhibitions of contemporary icons. When the idea was first put to me back in the 80’s, I was very sceptical about it, thinking that icons should be in churches and not commercial galleries like some kind of commodity. I also did not want people to perceive icons as just another artistic individual style on the same level as modern art, art as decoration or just art for art sake. Eventually I changed my mind and held my first exhibition in May 1989 at a famous gallery in Kingston Jamaica. I thought that if I could not take the people to the church, the least I could do was take the church to the people. It worked and the exhibition was actually sold out two days before the opening. Since then I have had a few in Los Angeles and London mainly, but I can’t say I enjoy them. I much prefer to work on commission, as this way I know that a church or an individual is actually waiting for the work and where the icon is going.
Who are you favourite painters (not only icon painters) and why?
I don’t really have a favourite painter as such. I like some modern painters like Picasso, Chagal, Braque, Malovitch, Monet, etc… But I also like Indian and Islamic miniature painting for instance as well as the mummy portraits. My personal taste in art is very eclectic and spans many traditions and styles. I am on the other hand unmoved by the art of the Renaissance, which I find over ‘fleshy’ and rather spiritless.
Once a lady told me: I don’t like Coptic icons because they show pagan symbols like the “ankh”. As an iconographer, do you have anything to say to this lady?
I would say to this lady that she needs to open her mind a little and understand that Christianity did not suddenly spring out of a vacuum. It is a question of embracing the past rather than rejecting it. All the so called pagan symbolism in the Coptic icon was baptised into Christianity, like the ankh, certainly, but also like the enthroned Virgin suckling the Holy Child or the Mounted Horseman transfixing the dragon of darkness. All these themes can be called ‘pagan’ but they also happened to be central Christian themes. It is no wonder that Christianity was accepted so readily by the Egyptians as they found in it all the major themes of their ancestral religion renewed and re-interpreted in the light of the new faith. Much ‘pagan’ symbolism is likewise thinly camouflaged in Western Christian art, like Christ who is often depicted enthroned in the middle of a Vesica Pisces, or the Virgin standing on a crescent moon. These symbols are part of our collective unconscious and part of a cosmology that predates Christianity by thousands of years.
Why do you think there are still few people who fully dedicate themselves to iconography in the Coptic Church?
I think there are many reasons. I mentioned one earlier, which is that art is generally considered a hobby or a pass time, or something to keep children amused. Art is not seen as a viable career like the medical profession or accountancy for instance, or even just business. These are deeply seated cultural attitudes, perhaps tainted with the backlash of colonialism, that will take time to shift. As also mentioned above, the new breed of internet iconographers are mainly interested in promoting themselves as the latest Coptic icon master. More importantly, since Fanous has gone, there is no more school or central place where one can go to study. The question remains, what is to become of Coptic Iconography in a post-Fanous Coptic church? This is the question we should really ask.
Trasfigurazione, tempera d'uovo su gesso. Scritta da Stéphane René.
Prosegue l’intervista all’iconografo francese Stéphane René che, in questa seconda parte, ci ha offerto alcune importanti chiavi per penetrare l’arte iconografica copta con le sue tecniche, la sua storia ma anche con la sua profonda spiritualità. La prima parte dell’intervista qui.
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Gli iconografi russi e bizantini vedono l’iconografia come un ‘insieme’ che comprende non solo l’aspetto ‘tecnico’ ma anche quello spirituale. Per cui pregano e digiunano mentre dipingono. Questo vale anche per lei?
Tutto il processo di scrittura di un’icona è in sé una preghiera; non una preghiera in parole, ma in azione. Ovviamente si è liberi di recitare preghiere verbali mentre si lavora o anche cantare i salmi, ma non ci sono dettami o regole precise nella tradizione copta che io conosco. E’ lasciato agli individui fare ciò che funziona meglio con loro. Lo stesso avviene per il digiuno: sta all’individuo decidere su queste cose. Talvolta un iconografo trascorre 15-20 ore al giorno su un ponteggio, spesso piegato nelle posizioni più assurde. Ciò rappresenta un grande dispendio di energie: essere obbligati a privarsi del necessario nutrimento renderebbe le cose davvero molto complicate. In ogni caso, se un iconografo fa parte di una comunità monastica, le regole monastiche che riguardano digiuno e preghiera si applicheranno anche al suo lavoro di iconografo.
Dove finiscono disciplina e tradizione e dove inizia l’ispirazione dell’artista? In altre parole: come trova un equilibrio tra ispirazione personale e rispetto della tradizione?
Una buona icona, secondo me, dovrebbe contenere, allo stesso tempo, niente e tutto di me stesso. So che può sembrare un’affermazione contraddittoria, ma non lo è. La cosa su cui mi devo concentrare è seguire il maestro, non gratificare il mio proprio ego. Personalmente non mi interessa avere uno stile personale, che possa essere riconoscibile. Questo lavoro non riguarda me o il mio stile. Allo stesso modo, devo mettere tutto me stesso, tutta la mia attenzione e intenzione nel mio lavoro e non c’è spazio all’approssimazione o alla pigrizia. Molti iconografi ‘provetti’ sono troppo preoccupati a sviluppare il loro proprio stile e a firmare la loro opera con una firma esageratamente grande, piuttosto che cercare di seguire il maestro e i canoni che egli insegna. Si sono autonominati maestri e creano simil-icone che sono piene di loro stessi, la perfetta antitesi di ciò che un’icona dovrebbe essere. Con l’avvento di internet sono sorti molti ‘iconografi’ simili che si allineano alla scuola neo-copta. La maggior parte di questi siti sono niente più che un bazaar virtuale, equipaggiato con le indispensabili iconcine del carrello e della carta di credito. Una Khan El Khalili online, si direbbe.
Cosa pensa dell’affermazione secondo cui la Cristianità Copta mancherebbe – principalmente per ragioni storiche, essendosi separata dall’ecumene ortodosso – di una “teologia dell’icona” a differenza dell’ortodossia russo-bizantina che ha un complesso sistema teologico dell’icona?
Prima di tutto, non è corretto dire che la Chiesa Copta si è separata dalla famiglia ortodossa: essa è stata cacciata via per ragioni politiche. Inoltre non le ‘manca’ niente. Si potrebbe pensare al fatto che la genesi dell’iconografia cristiana sia nata in Egitto e si sia poi diffusa attraverso l’Impero romano. Secondo me, potrebbe essersi trattato di una poligenesi, con le idee cristiane che fertilizzavano culture locali facendo nascere arti nuove che riflettevano la nuova fede. Lo sviluppo dell’arte copta è intimamente legata alla storia dell’Egitto. L’arte copta ha una base teologica proprio come l’arte russo-bizantina ma è stata oggetto di una ricerca molto minore e va detto anche che è stata vittima, in un certo qual grado, del pregiudizio europeo che la considera meno importante perché è di fatto africana e, dunque, non europea. Ha anche un sistema simbolico molto elaborato ma per la maggior parte sconosciuto per la stessa ragione per cui non ci sono studi pubblicati sull’argomento.
Cosa rende un icona “copta”? Quali sono le principali similitudini e differenze tra l’icona copta e l’icona nelle altre tradizioni cristiane?
E’ una domanda interessante ma difficile. In generale, la principale differenza tra le tradizioni artistiche cristiane è di tipo stilistico, per esempio la forma. Il contenuto è ampiamente identico dal momento che è sempre basato sul testo biblico. Ecco perché le icone delle feste principali, la vita di Cristo ecc. sono identiche. Una certa agiografia differirà leggermente a seconda della cultura locale e i nomi dei santi possono differire. Quindi, come detto, la differenza è principalmente nella forma o nello stile. Lo stile greco-bizantino, per esempio, è stato prima di tutto uno stile imperiale che rifletteva la gloria dell’imperatore e della sua corte. L’iconografia balcanica venne direttamente fuori da Bisanzio e lo stesso si dica per l’iconografia russa molto più in là. Queste tradizioni hanno tutte Bisanzio come minimo comun denominatore. L’arte copta, invece, proviene dal popolo, spesso come risultato di sforzi locali e di un’espressione artistica in interazione con e stimolata dalla fede. Va inoltre detto che esisteva anche un noto astio per tutto ciò che è bizantino da parte degli egiziani, cristiani o meno, che si consideravano oppressi dai loro signorotti bizantini.
La prima iconografia copta si sviluppò in aree rurali, specialmente monasteri, come quello di Bawit e quello di Kellias, e molti altri nella valle del Nilo. Alla domanda ‘cosa rende un’icona copta?’ non c’è una risposta diretta quando si parla delle antiche icone. Diverso è il discorso quando si parla di iconografia neo-copta: quello che rende un icona neo-copta è il canone della proporzione utilizzato nella sua creazione. Se nessun canone è usato, l’icona è soltanto l’espressione dei capricci e delle idee personali dell’autore.
Se potesse scegliere due icone copte (una del periodo antico e una del nuovo periodo) qual è la sua icona preferita e perché?
Non ho un’icona preferita. Tutte le icone sono le mie icone preferite. Se intende quale tema iconografico è il mio preferito, direi il Cristo Pantocratore e la Trasfigurazione, perché l’essenza del messaggio cristiano è pienamente contenuta in questi due temi, che formano, nella loro essenza, uno stesso tema.
Quante ore lavora al giorno? Lavora da solo o in équipe? Ha dipinto mai delle chiese? Ha organizzato mostre delle sue icone?
Trascorro una media di 6-8 ore in studio. La pratica costante è uno dei requisiti per diventare un iconografo, mettendo l’enfasi sulla parola ‘diventare’. Si è sempre in uno stato di ‘divenire’, che non permette autocompiacimento. Ogni nuova icona che io scrivo è come la prima e mi considero uno studente persino dopo così tanti anni di pratica. Isaac Fanous direbbe: “Se non stai risolvendo problemi non stai veramente lavorando, stai lavoricchiando”.
Lavoro solo, non per scelta, ma perché è molto difficile trovare persone abbastanza interessate in Gran Bretagna e perché questo non è il tipo di lavoro per cui pagheresti qualcuno per fartelo. Ultimamente, sto chiedendo a uno o a due studenti di aiutarmi con la preparazione del pannello e la messa del proplasmos (toni scuri).
Ho fatto alcune opere monumentali, specialmente in California, Germania e Austria. Ogni volta ho lavorato da solo su un’impalcatura, dall’inizio alla fine.
Sono stato anche il primo studente di Isaac Fanous a organizzare mostre di icone contemporanee. Quando mi fu proposta l’idea negli anni Ottanta, ero molto scettico. Pensavo, infatti, che le icone dovrebbero stare in chiesa e non in una galleria commerciale come fossero una merce. Inoltre, non volevo che le persone percepissero le icone come l’ennesimo stile artistico individuale allo stesso livello dell’arte moderna, l’arte come decorazione o l’arte per l’arte. Poi cambiai idea e tenni la mia prima mostra nel maggio 1989 alla famosa galleria in Kingston Jamaica. Pensai che se non potevo portare la gente in chiesa, perlomeno potevo portate la chiesa alla gente. La cosa ebbe successo e la mostra fece il tutto esaurito due giorni prima dell’apertura. Da allora ho organizzato alcune mostre a Los Angeles e a Londra, sopratutto, ma non posso dire che mi piacciono. Preferisco lavorare su commissione, perché così so che una chiesa o un individuo vuole davvero l’opera e so anche dove quell’icona andrà.
Chi sono i suoi pittori preferiti (non solo iconografi) e perché?
Non ho un pittore preferito. Mi piacciono alcuni pittori moderni come Picasso, Chagal, Braque, Malovitch, Monet ecc. Ma mi piace anche la miniatura indiana e islamica, per esempio, così come i ritratti di mummia. Il mio gusto personale nell’arte è molto eclettico e abbraccia molte tradizioni e stili. Rimango impassibile, invece, davanti all’arte rinascimentale che trovo troppo ‘carnale’ e piuttosto priva di spirito.
Una volta una donna mi disse: non mi piacciono le icone copte perché fanno uso di simboli pagani come l’ankh. Come iconografo, ha qualcosa da dire a questa signora?
A questa signora direi che avrebbe bisogno di aprire un po’ la mente e capire che la Cristianità non è spuntata all’improvviso dal vuoto. E’ una questione di abbracciare il passato più che di rigettarlo. Tutto il simbolismo cosiddetto pagano nell’icona copta fu battezzato, come l’ankh, certo, ma anche la Vergine in trono che allatta il Santo Bambino o l’Uomo a cavallo che trafigge il drago nell’oscurità. Tutti questi temi possono essere chiamati ‘pagani’ ma sono anche temi centrali al Cristianesimo. Non c’è da meravigliarsi che il Cristianesimo fu accettato sollecitamente dagli egiziani perché vi trovavano tutti i maggiori temi della loro religione ancestrale rinnovati e reintepretati alla luce della nuova fede. Molto simbolismo ‘pagano’ è, inoltre, finemente camuffato nell’arte cristiana occidentale, come il Cristo che è spesso dipinto in trono in mezzo a una Vesica Pisces, o la Vergine che sovrasta una luna crescente. Questi simboli fanno parte del nostro inconscio collettivo e di una cosmologia che precede il Cristianesimo di migliaia di anni.
Secondo lei, perché nella Chiesa copta ci sono ancora poche persone che si dedichino completamente all’iconografia?
Credo che alla base ci siano molte ragioni. Ne ho menzionata una prima: l’arte è generalmente considerata un hobby o un passatempo, o qualcosa per far divertire i bambini. L’arte non è vista come una carriera al pari della professione medica o contabile, per esempio, o il commercio. Questi sono atteggiamenti culturali radicati, forse tinti di tracce di colonialismo. Ci vorrà del tempo per cambiare. Inoltre, come ho già detto, i nuovi iconografi internettiani sono soprattutto interessati ad autopromuoversi come gli ultimi maestri di icona copta. Cosa più importante ancora, da quando Fanous è scomparso, non esiste più una scuola o un posto centrale dove si può andare a studiare il mestiere. La questione rimane: cosa ne sarà dell’iconografia copta nella chiesa copta post-fanousiana? Questa è la domanda che dovremmo davvero porci.
Perdonare non significa dimenticare ciò che è successo, ma caricarsi del peso della fragilità, persino del male, di un’altra persona. San Paolo dice: “Imparate a portare i pesi gli uni degli altri”. Questi pesi sono spesso il fallimento di ognuno di noi di essere degni della nostra chiamata – la nostra incapacità di amarci gli uni gli altri, accettarci reciprocamente, servici reciprocamente, aiutarci gli uni gli altri sulla via che porta a Dio. Che ognuno di noi giudichi tutta la sua anima, tutta la sua vita; giudichiamo noi stessi con onestà, e chiediamo perdono non solo a Dio ma anche al nostro vicino, che è talvolta più difficile di chiedere perdono a Dio.
Tutti noi siamo fragili. Abbiamo tutti bisogno di sostegno. Forse che ci diamo questo sostegno gli uni con gli altri? O scegliamo coloro che vogliamo sostenere perché ci piacciono, perché sostenerli ci dà gioia, perché aiutarli significa che anch’essi ci risponderanno con gratitudine, con amicizia? Evitiamo di trovar ragioni per non perdonare.
Ricordo un uomo che mi disse: “Riesco a perdonare ogni persona che ha peccato contro di me, possono persino amarli; ma devo odiare i nemici di Dio”. Allora pensai a qualcosa che ci viene detto nella vita di un santo, nella quale un prete pregava a Dio di punire coloro che L’avevano tradito con le loro vite se non con le loro parole. Cristo gli apparve e gli disse: “Non pregare mai più per la punizione o il rifiuto di alcuno. Se ci fosse anche un solo peccatore in questo mondo, sceglierei di incarnarmi ancora per morire sulla croce per quell’unico peccatore.”
Ricordate: se non perdoniamo nostro fratello, non è solo lui ad andarsene addolorato e in lacrime. Noi stessi saremo feriti. Se non perdoniamo, noi stessi non saremo guariti. Il male che ci è capitato per mano di un’altra persona rimarrà con noi, danneggiando la nostra anima, distruggendoci.
Impariamo a perdonare, così che altri possano essere guariti, ma anche perché noi stessi possiamo essere guariti. Venite e prostratevi davanti all’icona del Cristo e della Madre di Dio, e poi dirigetevi l’uno verso l’altro con la disponibilità a essere perdonati e a perdonare, costi quel che costi.
— Metropolita Anthony Bloom of Sourozh
da un sermone del 1999
Natidallospirito.com presents to you an interview given to us by an important iconographer Stéphane René. Born in France, Stéphane René (deacon Stephanos), after embracing Orthodoxy, has become a leading exponent of the Neo-Coptic School. He studied under the school’s founder, Prof. Isaac Fanous, at the Institute of Coptic Studies, Cairo, and received his PhD from the Royal College of Art, London. He works and lectures internationally. His work can be found in the USA and Europe. Dr. René teaches in London and leads workshops internationally. He has been associated with the Prince’s School of Traditional Art (PSTA – formerly the Prince of Wales’ Institute of Architecture) since 1993 where he supervises doctoral research in Christian art. Stéphane is the director of Sacred Space Gallery at St John’s Notting Hill, London. He was born in France and lives in London with his wife Monica.
My interest in iconography started with my conversion to Orthodoxy some 30 years ago, but I had always been interested in art as far as I can remember. I first saw the icons of Isaac Fanous in St Mark’s Coptic Orthodox Church, London, in 1982. They resonated deeply with me; their timeless beauty and exquisite simplicity made them very powerful, even beyond words. One Sunday in June of the same year, at the suggestion of my dear departed priest Abouna Antonios Farag, I was ordained a deacon by H.G. Bishop Misael. In the space of a few weeks we found ourselves quite literally ‘catapulted’ to Egypt, on our first trip of many. We stayed at Fr Antonios’ apartment on the ever busy Shara Ramses, just a short walk away from Cairo’s St Mark’s Coptic Cathedral complex and the Institute of Coptic Studies, and, unbeknown to us at the time, merely 3 doors away from Prof. Isaac Fanous. While focusing my attention on the icons during the liturgy in the London church, I remember thinking that if I ever had the opportunity to visit Egypt I would make it a special point to meet the man who created these beautiful works of faith and art.
Stéphane René and Isaac Fanous
2. I have read on your website that you have been a disciple of Isaac Fanous. Can you tell us more about that?
I am a disciple of Isaac Fanous and will always be one. I first met Dr Isaac when I visited the art studio at the Institute of Coptic Studies (ICS), Cairo, where he had worked since the mid 50’s. The studio was in effect ground zero, where the revival of Coptic iconography happened; there was a certain sense of historicity about the place. There was a row of icons on display that he had just completed for an iconostasis; the warm glow of the golden flesh tones and the brilliant, yet soft light suffusing the compositions were at once comforting and awe inspiring. I can say that the day of my first meeting with Dr Isaac is fixed in my mind as the moment I heard the proverbial ‘call’. He invited us both, my wife Monica and I, to study with him for one year at the Institute. While I would study the practical side of icon painting with him in studio, Monica, a journalist/photographer, would record and catalogue Coptic heritage. I explained that living in London, it would be difficult… and we would try to return soon etc… In fact we spent 8 years going back and forth for up to 6 months at a time. I was in studio most of the time but also travelling around the Coptic sites and monasteries with Monica. In 1986, under the supervision of Dr Isaac, she started a project cataloguing the art of Abu Sifain’s Church in Old Cairo, a huge undertaking but well worthwhile.
In 1987 I started a PhD project at the Royal College of Art (RCA), London. This was the first time any practical Christian art, let alone Coptic, had been the subject of a PhD at this world renown British institution. I was part of the newly formed Visual Islamic Art Department, which was dedicated to the arts of the Islamic world, of which Coptic Art also happens to be a part. A few months after my arrival, the Dept was renamed Visual Islamic and Traditional Art or VITA, taking into account my presence there. I was the only student looking at Christian art, as all the others were studying Islamic art. Although I spent most of my research time in Egypt, it was a wonderful experience that I will never forget. The RCA flew Dr Isaac over to London to attend my viva voce, as the only person in the world qualified to examine my work. This was a time of great rejoicing for us both. (see pic) This recognition of his work by such a prestigious institution meant a lot to him as he believed that iconography should be taught in an academic setting and approached with faith and reverence but also with a scientific mind. The study of sacred iconography is a multi faceted discipline that brings together many threads of study; painting, hagiography, architecture and geometry, chemistry, theology, symbolism, history etc…
It was during this most important and precious time in the studio with the master that I became acquainted with the techniques and principles involved in the contemporary style of Coptic iconography.
3. Why is Isaac Fanous important in the history of Coptic iconography in your opinion?
Isaac Fanous is undoubtedly the greatest Coptic artist of the 20thc. His achievement,in terms of his artistic legacy, is beyond comparison. Only the heyday of Byzantium or the treasures of ancient Egyptian art could come close. His establishment of a new canon is unique in the Orthodox Church (Eastern or Oriental). To call him a mystic of the highest order would not be too far fetched, even though he would certainly joke it off, saying he is only a simple man living a simple life: ‘ana maskeen awi’ he would say with great humility. But if the description of a mystic is one whose spiritual eyes have been opened, then he was indeed one, or at least a true visionary. Even the masterpieces of Coptic art from Bawit and Saqqara or the beautiful frescos of St Anthony’s monastery do not quite compare with the impeccable order and superb harmony of form and colour in Fanous’ work, mixed with a mature and potent symbolic system. So to answer your question: yes, Fanous is central to the history and development of Coptic iconography and is a crucial bridge between the past and the present. He, so to speak, gave Coptic iconography a second birth.
The icon of the Theotokos "Stella Maris", written by Stéphane René and blessed by H.H. Benedetto XVI, May 2006
Until Fanous, icon making had been mainly artisanal in nature and very often intuitive rather than formally studied under a master or school. There are consequently many styles of iconography in Egypt, according to the different regions and periods. The style of iconography found in the Delta region for instance, is very different from that found at Akhmim or further south. The Neo-Coptic style fathered by I. Fanous is probably the first attempt at a ‘unified’ Coptic style, valid from Alexandria to Aswan as well as the worldwide Coptic Diaspora.
When I started to study with Dr Isaac in 1982-83, there was scant interest in Coptic iconography among the Copts themselves. One of the few serious regulars at the ICS studio was an English lady living in Cairo with her journalist husband. She eventually did a PhD under Fanous at the ICS during the 80’s. For whatever reasons, cultural or otherwise, art is not encouraged in the Coptic Church; it is mostly seen as a hobby, or something one does in one’s own spare time, outside a ‘proper job’. This kind of attitude does not foster artistic creativity. It is no wonder that iconographers in Egypt often come from other countries or other Christian traditions. On the whole, the transition between religious painting and sacred iconography has been (and still is) quite difficult and painful for the Coptic people. The Roman Catholic pious images introduced into Egypt by the foreign missionaries in the mid 1800’s, have been the dominant imagery for generations of Copts and are still very much part of the collective psyche. It has been a slow and uphill struggle to promote a change towards the more authentic sacred art form of iconography championed by Fanous: “We fight against ignorance” he’d say.
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