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Cristo ha riplasmato in sé la natura umana (un monaco del deserto)

Cristo nel deserto

In questo tempo di Quaresima, in cui ogni cristiano è impegnato nella lotta spirituale, proponiamo un brano di un monaco del deserto egiziano, fr. Wadid el Macari, il quale sottolinea che la lotta spirituale, in ambito cristiano, ha senso ed efficacia soltanto se compiuta in comunione con il Salvatore il quale ha vinto nella sua stessa carne i moti passionali innaturali durante tutto l’arco della sua vita e in particolare nei quaranta giorni trascorsi nel deserto. Quest’ “ascesi passiva” a cui il cristiano è chiamato consiste appunto nel comunicare alla vittoria di Cristo che ha “trasformato in sé le fondamenta della natura umana in una forma divina”, secondo l’espressione di Cirillo di Alessandria. Non siamo noi a combattere e a vincere. Questa lotta e questa vittoria ci precedono e sono una realtà spirituale incontrovertibile. Dobbiamo farle nostre mediante i misteri che la Chiesa ci offre (in particolare l’eucarestia) e, soltanto a partire da questa potenza del Logos che viene ad abitare in noi, lottare, combattere, progredire gradualmente sulla via dell’agape cristiano.

Il Logos di Dio ha unito a sé tutta la natura umana affinché salvasse l’uomo nella sua interezza. Ciò, infatti, che non è stato assunto non si salva (Cirillo di Alessandria, Commentarii in Joannem, VII e VIII, commento Gv 12,27).

Quest’espressione “ciò che non è stato assunto non si salva” è stata coniata per primo da san Gregorio di Nazianzo:

“Ciò che non è stato assunto non può essere guarito. Soltanto ciò che si è unito a Dio può essere salvato”[1].

Queste parole di san Cirillo giungono alla fine della sua esegesi delle parole di Cristo “ora la mia anima è turbata” (Gv 12,27) dopo aver mostrato che questo “turbamento” è avvenuto a nostro vantaggio. Dice infatti Cirillo:

In Cristo erano soggette a turbamento, a [nostro] vantaggio (χρήσιμως), tutte le passioni umane, non perché, una volta poste in movimento, prevalessero e andassero oltre i limiti, come accade in noi, ma perché una volta mosse, fossero frenate dalla forza del Logos e le fondamenta della natura [umana] fossero trasformate (μεταστοιχειουμένης) per primo in Cristo in una forma stabile e divina. In questo modo, infatti, e non altrimenti poteva raggiungerci l’effetto della guarigione. Infatti, la natura umana, innanzitutto in Cristo come primizia, si trasformava in novità di vita (Cirillo di Alessandria, Ibid.)[2].

Questo detto di Cirillo mostra l’importanza dell’unione di Cristo con tutte le componenti della natura umana, poiché infatti “ciò che non è stato assunto non si salva”. Se Cristo, dunque, non avesse assunto un corpo umano non avrebbe potuto salvarlo, se non avesse assunto un’anima umana non avrebbe potuto salvarla così come se non avesse assunto tutte le emozioni dell’animo umano non avrebbe potuto guarirle.

Per questo la tradizione cristiana si aggrappa fortemente al principio teologico che afferma che Cristo è divenuto “uomo perfetto” o anche, e forse più correttamente, “interamente uomo” (come diciamo nella liturgia copta delle lodi del mattino: ʹⲟⲩⲣⲱⲙⲓ ʹⲛⲧⲉⲗⲓⲟⲥ) per poterci salvare interamente. Egli ha assunto un’anima intelligente ⲟⲩⲯⲩⲭⲏ ʹⲛⲛⲟⲏⲣⲁ per poter salvare l’anima umana.

Osserviamo, inoltre, in quanto appena citato, l’espressione “perché le fondamenta della natura [umana] fossero trasformate per primo in Cristo”. Il verbo μεταστοιχειόω è composto da μετα, che indica il cambiamento e la trasformazione, e da στοιχεία che significa i “proto-elementi”, “le fondamenta” (cf. Gal 4,3.9; Col 2,8.20; 2Pt 3,10.12). Il senso dell’espressione è dunque un cambiamento della natura nei suoi elementi costitutivi, vale a dire un cambiamento radicale della natura. Questo è ciò che Cristo ha compiuto in tutto l’arco della sua vita, poi nel Getsemani e sulla Croce. Da lui ci è poi “giunto l’effetto della guarigione”.

[1] Cf. Gregorio di Nazianzo, Epistola a Cledonio, PG 37,181, N.d.A.

[2] Ci rammarichiamo molto della cattiva traduzione italiana pubblicata da Città Nuova, perlomeno per quanto riguarda questo punto cruciale nel pensiero cirilliano. Ci chiediamo, infatti, che senso abbia tradurre “nel primo Cristo” invece che “per primo in Cristo” (ἐν πρώτῳ Χριστῷ). Che cosa significa “il primo Cristo”? Forse che c’è un secondo Cristo? Auspichiamo una ritraduzione del testo più fedele al pensiero cirilliano. In ogni caso, si confronti la migliore traduzione di Thomas Randell (in inglese) di questo brano disponibile on line, N.d.T.

Wadid el Macari
monaco del Monastero di San Macario il Grande
tratto da Mafhum al-khalas ‘an tariq al-ittihad billah, pp. 104-105

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