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Dal timore verso Dio alla gioia con il Padre (Matta el Meskin)

icona_natale_armenaIl vangelo dice: “Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore” (Lc 2,9). Perché questo timore? Perché questi pastori semplici e buoni temettero l’apparizione dell’angelo e la gloria di Dio? Queste parole sono per me estremamente tristi e deludenti: perché temere la gloria di Dio? La gloria di Dio fa paura? Eppure questa è l’eredità dolorosa dell’uomo, la sua triste esperienza con Dio ereditata da Adamo: “Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: ‘Dove sei?’. Rispose: ‘Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto’” (Gen 3,9-10). Ecco la prima esperienza del peccato – il terrore dello spavento e il nascondersi di fronte a Dio – penetrata nei recessi della psicologia umana. La semplice apparizione o il semplice sentire la voce di Dio scatenano il terrore. La paura è accompagnata da un desiderio istintivo di nascondersi. Ecco il segreto per cui le persone fuggono dalle chiese e dalla preghiera: il peccato accovacciato (cf. Gen 4,7) nei recessi dell’inconscio e la sensazione di aver trasgredito i comandamenti di Dio. Ogni trasgressione della voce del Santo è seguita da un denudamento psicologico e fisico. L’anima, infatti, quando pecca, cioè quando disobbedisce, si separa da Dio e si spoglia della copertura luminosa della protezione di Dio il quale è verità, santità e perfezione. Di conseguenza, necessariamente, i sensi corporei rispondono a questa paura. Il corpo terreno, allora, mostra tutta la propria impotenza e povertà sottomettendosi alle sue passioni e separandosi dalla fonte della sua perfezione, santità e luce. Questo è il primo gradino dell’esperienza che l’uomo ha vissuto della paura. È la paura terribile della manifestazione di Dio legata alla sensazione di nudità interiore ed esteriore generata dal peccato.

Il secondo gradino è anche quello che chiamiamo giudizio. Dio lo pronunciò di fronte a Adamo: “Maledetta la terra[1] per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita … finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!” (Gen 3,17.19). Ascoltata la sentenza, fu subito eseguita: Adamo e la sua donna furono scacciati da davanti al volto di Dio. Questo non è accaduto solo a Adamo ma è l’eredità che ci portiamo negli abissi psicologici e fisici della nostra persona. Credetemi, amati, che se un bambino qualunque sentisse una sentenza simile da suo padre tremerebbe come una foglia. Che cosa proverebbe, poi, se uno lo prendesse per mano per cacciarlo per sempre da casa? È il terrore del giudizio.

Il terzo gradino riguarda l’esperienza della morte. La prima volta in cui l’umanità fece l’esperienza della morte fu quando Adamo ed Eva videro il frutto del peccato e del giudizio: loro figlio, Abele, trucidato per mano di suo fratello Caino, riverso a terra. Eva aveva portato in seno il peccato e aveva generato morte. Fu la prima volta che l’umanità fu messa davanti alla verità della morte. Si tratta di un terrore di una forza inimmaginabile per noi. Di esso dice l’apostolo Paolo:

Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte (phóbô thánatou), erano soggetti a schiavitù per tutta la vita [cioè alla schiavitù del timore della morte] (Eb 2,14-15).

Il terrore della morte è tremendo perché, davanti a un morto, perdiamo il dominio che crediamo di avere su noi stessi, rendendoci conto immediatamente di ciò che ci aspetta. L’uomo è, quindi, diventato uno schiavo della morte, delle notizie di morte e di tutto ciò che porta alla morte, umiliato nella sua impotenza. Ora capiamo il segreto di quel “grande timore” che invase i pastori quando la gloria di Dio rifulse attorno a loro e sentirono la voce dell’angelo. Così è anche la paura o il terrore che talvolta ci coglie quando siamo alla presenza di Dio. Vuol dire che non ci è nato ancora un bambino, non ci è stato ancora dato un figlio, Cristo Signore. Questo è il segreto del terrore che i pastori provarono nel giorno della buona notizia a causa della presenza del Signore.

Facciamo attenzione a cosa dice l’angelo: “Ma l’angelo disse loro: ‘Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia’” (Lc 2,10). Amati, guardate la capacità incredibile dell’angelo di percepire il timore di quei pastori. Ecco perché si precipita a tranquillizzarli: “È finito il tempo del timore e del terrore di Dio e della gloria del Signore quando rifulge davanti all’uomo. Annuncio a voi tutti una grande gioia. Oggi è nato per voi colui che vi libererà da tutte le cause del grande timore. Questo neonato, il Cristo Signore, annullerà il potere che il peccato ha sull’uomo e spezzerà per lui il pungiglione della morte (cf. 1Cor 15,56), riconciliando l’uomo con Dio e mettendo fine al giudizio e al terrore che ingenerava. Gioite, gioite grandemente! Oggi è nato per voi un Salvatore!”. Per l’uomo infelice è un annuncio straordinario. Ecco la nuova e meravigliosa sentenza di Dio che viene a lenire tutti i terribili postumi della prima condanna di maledizione, morte e cacciata che avevano segnato i recessi psicologici dell’uomo.

Amati, state attenti. L’angelo, qui, parla per bocca di Dio, immerso nella presenza luminosa del Signore. Fate attenzione che è Dio stesso a emettere un nuovo verdetto al posto di quello pronunciato contro Adamo. Dio stesso ci invita ora a gettare via da noi il grande timore che abbiamo vissuto a causa della nostra eredità adamitica. Il peccato, la morte e il giudizio hanno tatuato a fuoco questo timore nella nostra carne, nel nostro sangue, nelle nostre ossa e nella nostre psiche, facendoci vivere in una tenebra terrificante per tutti questi secoli. Oggi, alla presenza di Dio e della sua meravigliosa luce, è stato promulgato un decreto divino che ci invita a gioire grandemente perché il secondo Adamo, il Salvatore, il Cristo, il Signore, è nato per noi. Con la sua nascita, l’umanità ha ricevuto una nuova natura rinnovata in lui, pronta a tornare tra le braccia di Dio Padre.

In Cristo non dobbiamo temere né il peccato, né il giudizio, né la morte. Per questo l’angelo declama: “Gioite grandemente! È nato per voi il Salvatore nella città di David”. Amatissimi, ci sono due posti sulla terra in cui non esiste né peccato, né giudizio, né morte: la mangiatoia di Betlemme e il Golgota. Nella prima è nata la vita; sul secondo è stata svelata.

La questione ha aspetti oscuri che necessitano di essere chiariti: come è possibile che un neonato venga chiamato, anzi venga designato, come Salvatore mentre ancora è nella culla? È una cosa talmente paradossale! Non è, semmai, il bambino ad aver bisogno di chi si occupi di lui e lo salvi? La profezia di Isaia, se da un lato rende ancora più oscuro il paradosso, ne fornisce, in qualche modo, la cifra interpretativa:

Perché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di David e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre (Is 9,5-6).

Il bambino che nasce come figlio per noi è egli stesso il Dio potente ed è padre eterno dell’umanità intera. Isaia svela del tutto questo miracolo che supera la comprensione razionale dicendo: “E verrà chiamato mirabile”.

Da questa profezia, dalle circostanze nelle quali l’angelo ha pronunciato la buona notizia in presenza di Dio e dalle circostanze della miracolosa nascita verginale risulta chiaro, amatissimi, che ci troviamo di fronte a un evento divino di estrema importanza: siamo davanti al mistero di un’incarnazione divina. Il bambino nato per noi, dalle viscere dell’umanità, è il Figlio di Dio, il Dio potente, e, per mezzo della sua incarnazione, diventerà padre dell’umanità. Si occuperà della sua tragedia così come della sua salvezza eterna. E sarà potente nella sua salvezza e nella sua redenzione del genere umano al quale si è unito per sempre.

[1] Preferiamo tradurre haʾadamah con “terra” invece di “suolo”, come fa la Cei.

Matta el Meskin
tratto da “L’umanità di Dio”, Qiqajon 2015

 

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