Un vegliardo che era solito vagare in inverno, a piedi scalzi nella neve e con la testa scoperta, mi chiese una volta: “Padre Paisio, cos’è l’orgoglio, e come sopraggiunge?” “Fratel Giorgio, l’orgoglio è quando ti consideri più importante di altri, migliore di altri…” “Povero me, Padre Paisius, ho mai qualcosa di buono?” Rimase otto anni con me… padre Gennadius Avatamanitei. E ci vedeva poco, come me.
Guarda, questo è l’orgoglio: quando consideri di sapere più di altri, che puoi fare qualcosa meglio di altri. Questo è l’orgoglio. Ed è molto pericoloso, perché Dio non ama quest’orgoglio. Se stimi di sapere di più, che sei più capace, che può fare di più, fai attenzione a non diventare come quell’uomo che rifletteva su tutte le cose che sapeva realizzare, sulle cose che poteva mettere a posto e sul suo digiuno, mentre il suo vicino di stanza piangeva battendosi il petto perché non aveva fatto niente di buono. Quel vicino ha ottenuto più di quello che ha creduto di essere qualcosa. Questa è la storia del Pubblicano e del Fariseo (cfr. Lc 18,10-14).
Poiché il nostro Salvatore dice: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10).
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Quando ero giovane, l’abate mi mise alla prova. Cantavo nel coro e avevo cantato a modo mio “Gesù, Figlio di Dio, abbi misericordia di me” e mi sembrava che cantassi così bene. Ero diventato orgoglioso nel cuore. Una volta l’abate entrò e, uditomi, mi diede un colpo nel fianco e mi disse: “Vai via! Fuori di qui, asino che non sei altro! Cos’è questo ragliare?”. Pensavo che stessi cantando benissimo, e invece guarda cosa mi è capitato. Ancora oggi penso: O orgoglio insidioso, come ti intrufoli dappertutto!
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L’umiltà ti sembra difficile, mio caro. Ma prova ad alzare una roccia e solo allora dici: “Non ci riesco”. L’umiltà del cuore sgorga dall’amore di Dio.
Paisio (Olaru) di Romania (1897-1990†)
tradotto da The Orthodox Word, n.272/2010, pp. 126-127
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