Prosegue l’intervista all’iconografo francese Stéphane René che, in questa seconda parte, ci ha offerto alcune importanti chiavi per penetrare l’arte iconografica copta con le sue tecniche, la sua storia ma anche con la sua profonda spiritualità. La prima parte dell’intervista qui.
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Gli iconografi russi e bizantini vedono l’iconografia come un ‘insieme’ che comprende non solo l’aspetto ‘tecnico’ ma anche quello spirituale. Per cui pregano e digiunano mentre dipingono. Questo vale anche per lei?
Tutto il processo di scrittura di un’icona è in sé una preghiera; non una preghiera in parole, ma in azione. Ovviamente si è liberi di recitare preghiere verbali mentre si lavora o anche cantare i salmi, ma non ci sono dettami o regole precise nella tradizione copta che io conosco. E’ lasciato agli individui fare ciò che funziona meglio con loro. Lo stesso avviene per il digiuno: sta all’individuo decidere su queste cose. Talvolta un iconografo trascorre 15-20 ore al giorno su un ponteggio, spesso piegato nelle posizioni più assurde. Ciò rappresenta un grande dispendio di energie: essere obbligati a privarsi del necessario nutrimento renderebbe le cose davvero molto complicate. In ogni caso, se un iconografo fa parte di una comunità monastica, le regole monastiche che riguardano digiuno e preghiera si applicheranno anche al suo lavoro di iconografo.
Dove finiscono disciplina e tradizione e dove inizia l’ispirazione dell’artista? In altre parole: come trova un equilibrio tra ispirazione personale e rispetto della tradizione?
Una buona icona, secondo me, dovrebbe contenere, allo stesso tempo, niente e tutto di me stesso. So che può sembrare un’affermazione contraddittoria, ma non lo è. La cosa su cui mi devo concentrare è seguire il maestro, non gratificare il mio proprio ego. Personalmente non mi interessa avere uno stile personale, che possa essere riconoscibile. Questo lavoro non riguarda me o il mio stile. Allo stesso modo, devo mettere tutto me stesso, tutta la mia attenzione e intenzione nel mio lavoro e non c’è spazio all’approssimazione o alla pigrizia. Molti iconografi ‘provetti’ sono troppo preoccupati a sviluppare il loro proprio stile e a firmare la loro opera con una firma esageratamente grande, piuttosto che cercare di seguire il maestro e i canoni che egli insegna. Si sono autonominati maestri e creano simil-icone che sono piene di loro stessi, la perfetta antitesi di ciò che un’icona dovrebbe essere. Con l’avvento di internet sono sorti molti ‘iconografi’ simili che si allineano alla scuola neo-copta. La maggior parte di questi siti sono niente più che un bazaar virtuale, equipaggiato con le indispensabili iconcine del carrello e della carta di credito. Una Khan El Khalili online, si direbbe.
Cosa pensa dell’affermazione secondo cui la Cristianità Copta mancherebbe – principalmente per ragioni storiche, essendosi separata dall’ecumene ortodosso – di una “teologia dell’icona” a differenza dell’ortodossia russo-bizantina che ha un complesso sistema teologico dell’icona?
Prima di tutto, non è corretto dire che la Chiesa Copta si è separata dalla famiglia ortodossa: essa è stata cacciata via per ragioni politiche. Inoltre non le ‘manca’ niente. Si potrebbe pensare al fatto che la genesi dell’iconografia cristiana sia nata in Egitto e si sia poi diffusa attraverso l’Impero romano. Secondo me, potrebbe essersi trattato di una poligenesi, con le idee cristiane che fertilizzavano culture locali facendo nascere arti nuove che riflettevano la nuova fede. Lo sviluppo dell’arte copta è intimamente legata alla storia dell’Egitto. L’arte copta ha una base teologica proprio come l’arte russo-bizantina ma è stata oggetto di una ricerca molto minore e va detto anche che è stata vittima, in un certo qual grado, del pregiudizio europeo che la considera meno importante perché è di fatto africana e, dunque, non europea. Ha anche un sistema simbolico molto elaborato ma per la maggior parte sconosciuto per la stessa ragione per cui non ci sono studi pubblicati sull’argomento.
Cosa rende un icona “copta”? Quali sono le principali similitudini e differenze tra l’icona copta e l’icona nelle altre tradizioni cristiane?
E’ una domanda interessante ma difficile. In generale, la principale differenza tra le tradizioni artistiche cristiane è di tipo stilistico, per esempio la forma. Il contenuto è ampiamente identico dal momento che è sempre basato sul testo biblico. Ecco perché le icone delle feste principali, la vita di Cristo ecc. sono identiche. Una certa agiografia differirà leggermente a seconda della cultura locale e i nomi dei santi possono differire. Quindi, come detto, la differenza è principalmente nella forma o nello stile. Lo stile greco-bizantino, per esempio, è stato prima di tutto uno stile imperiale che rifletteva la gloria dell’imperatore e della sua corte. L’iconografia balcanica venne direttamente fuori da Bisanzio e lo stesso si dica per l’iconografia russa molto più in là. Queste tradizioni hanno tutte Bisanzio come minimo comun denominatore. L’arte copta, invece, proviene dal popolo, spesso come risultato di sforzi locali e di un’espressione artistica in interazione con e stimolata dalla fede. Va inoltre detto che esisteva anche un noto astio per tutto ciò che è bizantino da parte degli egiziani, cristiani o meno, che si consideravano oppressi dai loro signorotti bizantini.
La prima iconografia copta si sviluppò in aree rurali, specialmente monasteri, come quello di Bawit e quello di Kellias, e molti altri nella valle del Nilo. Alla domanda ‘cosa rende un’icona copta?’ non c’è una risposta diretta quando si parla delle antiche icone. Diverso è il discorso quando si parla di iconografia neo-copta: quello che rende un icona neo-copta è il canone della proporzione utilizzato nella sua creazione. Se nessun canone è usato, l’icona è soltanto l’espressione dei capricci e delle idee personali dell’autore.
Se potesse scegliere due icone copte (una del periodo antico e una del nuovo periodo) qual è la sua icona preferita e perché?
Non ho un’icona preferita. Tutte le icone sono le mie icone preferite. Se intende quale tema iconografico è il mio preferito, direi il Cristo Pantocratore e la Trasfigurazione, perché l’essenza del messaggio cristiano è pienamente contenuta in questi due temi, che formano, nella loro essenza, uno stesso tema.
Quante ore lavora al giorno? Lavora da solo o in équipe? Ha dipinto mai delle chiese? Ha organizzato mostre delle sue icone?
Trascorro una media di 6-8 ore in studio. La pratica costante è uno dei requisiti per diventare un iconografo, mettendo l’enfasi sulla parola ‘diventare’. Si è sempre in uno stato di ‘divenire’, che non permette autocompiacimento. Ogni nuova icona che io scrivo è come la prima e mi considero uno studente persino dopo così tanti anni di pratica. Isaac Fanous direbbe: “Se non stai risolvendo problemi non stai veramente lavorando, stai lavoricchiando”.
Lavoro solo, non per scelta, ma perché è molto difficile trovare persone abbastanza interessate in Gran Bretagna e perché questo non è il tipo di lavoro per cui pagheresti qualcuno per fartelo. Ultimamente, sto chiedendo a uno o a due studenti di aiutarmi con la preparazione del pannello e la messa del proplasmos (toni scuri).
Ho fatto alcune opere monumentali, specialmente in California, Germania e Austria. Ogni volta ho lavorato da solo su un’impalcatura, dall’inizio alla fine.
Sono stato anche il primo studente di Isaac Fanous a organizzare mostre di icone contemporanee. Quando mi fu proposta l’idea negli anni Ottanta, ero molto scettico. Pensavo, infatti, che le icone dovrebbero stare in chiesa e non in una galleria commerciale come fossero una merce. Inoltre, non volevo che le persone percepissero le icone come l’ennesimo stile artistico individuale allo stesso livello dell’arte moderna, l’arte come decorazione o l’arte per l’arte. Poi cambiai idea e tenni la mia prima mostra nel maggio 1989 alla famosa galleria in Kingston Jamaica. Pensai che se non potevo portare la gente in chiesa, perlomeno potevo portate la chiesa alla gente. La cosa ebbe successo e la mostra fece il tutto esaurito due giorni prima dell’apertura. Da allora ho organizzato alcune mostre a Los Angeles e a Londra, sopratutto, ma non posso dire che mi piacciono. Preferisco lavorare su commissione, perché così so che una chiesa o un individuo vuole davvero l’opera e so anche dove quell’icona andrà.
Chi sono i suoi pittori preferiti (non solo iconografi) e perché?
Non ho un pittore preferito. Mi piacciono alcuni pittori moderni come Picasso, Chagal, Braque, Malovitch, Monet ecc. Ma mi piace anche la miniatura indiana e islamica, per esempio, così come i ritratti di mummia. Il mio gusto personale nell’arte è molto eclettico e abbraccia molte tradizioni e stili. Rimango impassibile, invece, davanti all’arte rinascimentale che trovo troppo ‘carnale’ e piuttosto priva di spirito.
Una volta una donna mi disse: non mi piacciono le icone copte perché fanno uso di simboli pagani come l’ankh. Come iconografo, ha qualcosa da dire a questa signora?
A questa signora direi che avrebbe bisogno di aprire un po’ la mente e capire che la Cristianità non è spuntata all’improvviso dal vuoto. E’ una questione di abbracciare il passato più che di rigettarlo. Tutto il simbolismo cosiddetto pagano nell’icona copta fu battezzato, come l’ankh, certo, ma anche la Vergine in trono che allatta il Santo Bambino o l’Uomo a cavallo che trafigge il drago nell’oscurità. Tutti questi temi possono essere chiamati ‘pagani’ ma sono anche temi centrali al Cristianesimo. Non c’è da meravigliarsi che il Cristianesimo fu accettato sollecitamente dagli egiziani perché vi trovavano tutti i maggiori temi della loro religione ancestrale rinnovati e reintepretati alla luce della nuova fede. Molto simbolismo ‘pagano’ è, inoltre, finemente camuffato nell’arte cristiana occidentale, come il Cristo che è spesso dipinto in trono in mezzo a una Vesica Pisces, o la Vergine che sovrasta una luna crescente. Questi simboli fanno parte del nostro inconscio collettivo e di una cosmologia che precede il Cristianesimo di migliaia di anni.
Secondo lei, perché nella Chiesa copta ci sono ancora poche persone che si dedichino completamente all’iconografia?
Credo che alla base ci siano molte ragioni. Ne ho menzionata una prima: l’arte è generalmente considerata un hobby o un passatempo, o qualcosa per far divertire i bambini. L’arte non è vista come una carriera al pari della professione medica o contabile, per esempio, o il commercio. Questi sono atteggiamenti culturali radicati, forse tinti di tracce di colonialismo. Ci vorrà del tempo per cambiare. Inoltre, come ho già detto, i nuovi iconografi internettiani sono soprattutto interessati ad autopromuoversi come gli ultimi maestri di icona copta. Cosa più importante ancora, da quando Fanous è scomparso, non esiste più una scuola o un posto centrale dove si può andare a studiare il mestiere. La questione rimane: cosa ne sarà dell’iconografia copta nella chiesa copta post-fanousiana? Questa è la domanda che dovremmo davvero porci.
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