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L'icona copta tra passato e presente: conversando con Stéphane René (1a parte)

Stéphane René e Isaac Fanous nello studio

Natidallospirito.com vi presenta un’intervista che abbiamo svolto con un illustre iconografo, Stéphane René. Nato in Francia, Stéphane René (diacono Stephanos), dopo aver abbracciato l’ortodossia, è ben presto divenuto un esponente di primo piano della scuola di iconografia neo-copta. E’ stato discepolo del fondatore di questa scuola di pittura iconografia, il compianto professor Isaac Fanous, all’istituto di Studi Copti, al Cairo. Ha poi ottenuto il dottorato dal Royal College of Art di Londra. Lavora e insegna a livello internazionale. Dal 1993 è socio del Prince’s School of Traditional Art (PSTA – precedentemente noto con il nome di Prince of Wales’ Institute of Architecture) in cui è tutor di progetti di dottorato in arte cristiana. Stéphane è il direttore della Sacred Space Gallery a St John’s Notting Hill, a Londra. Attualmente vive a Londra con sua moglie Monica.

Siti dell’autore:

www.copticiconography.org
www.firstimageicons.com
www.sacredspacegallery.com

L’intervista verrà pubblicata in due parti: nella prima parte, Stéphane René ci ha raccontato il suo percorso umano, spirituale e professionale e ci ha aperto unagrande finestra sul mondo di Isaac Fanous; nella seconda parte, Stéphane ci ha offerto alcune importanti chiavi per penetrare l’arte iconografica, in particolare quella di tradizione copta, con le sue tecniche ma anche con la sua profonda spiritualità. Alla fine di ogni parte, unapiccola galleria delle sue icone.

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Come è diventato iconografo?

Il mio interesse nell’iconografia iniziò in concomitanza con la mia conversione all’ortodossia, circa 30 anni fa. Tuttavia, sono stato sempre interessato all’arte, per quanto mi ricordi. Nel 1982 vidi per la prima volta le icone di Isaac Fanous nella chiesa copta ortodossa di San Marco, a Londra. Esse ebbero una profonda eco dentro di me. La loro bellezza senza tempo e la loro raffinata semplicità le hanno rese ai miei occhi potenti, persino indescrivibili. Una domenica nel giugno dello stesso anno, su suggerimento di un mio caro amico sacerdote, abuna Antonios Farag, fu ordinato diacono da S.E. Monsignor Misael. Nel giro di poche settimane ci trovammo quasi alla lettera “catapultati” in Egitto, in quello che fu il primo di molti viaggi. Alloggiammo nell’appartamento di padre Antonio nella caotica via Ramsete, a pochi passi dal complesso della cattedrale di San Marco e dall’Istituto di Studi Copti e, cosa ignota a noi allora, a sole tre porte di distanza dalla casa del professor Isaac Fanous. Ricordo che nella chiesa a Londra, mentre mi concentravo a guardare le icone durante la liturgia, mi dissi che, se avessi mai avuto la possibilità di andare in Egitto, avrei tenuto particolarmente a conoscere la persona che aveva creato quelle stupende opere di fede e arte.

Stéphane René e Isaac Fanous

Sul suo sito web, lei dice di esser stato poi discepoli di Isaac Fanous. Ci può raccontare di più su questa relazione di discepolato?

Sì, sono un discepolo di Isaac Fanous e lo sarò per sempre. Incontrai Fanous per la prima volta quando visitai il suo studio all’Istituto di Studi Copti al Cairo, dove lavorava dalla metà degli anni Cinquanta. Lo studio fu il punto zero dal quale ebbe vita il rinnovamento dell’iconografia copta. Si percepiva un senso di importanza storica in quel luogo… C’era una fila di icone in mostra, icone che aveva appena terminato per un’iconostasi. Il caldo scintillio dei toni dorati dell’incarnato e la vivace, seppur soffusa luce che sfumava le composizioni confortavano l’anima e, al contempo, ispiravano timore reverenziale. Posso dire che il giorno del mio primo incontro con Fanous si è fissato nella memoria come il momento in cui sentii la fatidica “vocazione”. Famous invitò me e mia moglie a studiare con lui per un anno all’istituto.

Con lui nel suo studio, io mi sarei interessato all’aspetto pratico del dipingere icone mentre Monica, giornalista e fotografa, avrebbe catalogato e immortalato l’eredità artistica copta. Io gli dissi che, vivendo a Londra, sarebbe stato difficile e avremmo provato a ritornare presto ecc. Poi abbiamo trascorso otto anni andando avanti e indietro in e dall’Egitto per periodi di sei mesi per volta. La maggior parte del tempo ero in studio ma viaggiavo anche per vedere i siti copti e i monasteri, in compagnia di Monica. Nel 1986, sotto la supervisione di Isaac Fanous, lei iniziò un progetto di catalogazione del patrimonio artistico della chiesa di Abu Sayfayn nella Vecchia Cairo, un progetto gigantesco ma fonte di grande soddisfazione.

Nel 1987 io iniziai un progetto di dottorato al Royal College of Art (RCA), a Londra. Questa era la prima volta in cui un’arte cristiana, men che mai copta, sarebbe stata l’oggetto di un dottorato in una istituzione britannica riconosciuta a livello mondiale. Facevo parte del Dipartimento di Arte Visiva Islamica, recentemente creato, che era dedicato alle arti del mondo islamico del quale si considerava che l’arte copta facesse parte. Dopo alcuni mesi dopo il mio arrivo, al dipartimento in questione fu cambiato il nome in Arti Visive Islamiche e Tradizioni o VITA, prendendo, quindi, in considerazione anche la mia presenza lì. Ero l’unico studente che guardava all’arte cristiana, mentre tutti gli altri studiavano arte islamica. Sebbene avessi trascorso la maggior parte del tempo della ricerca in Egitto, fu un’esperienza unica che non dimenticherò mai. Il Royal College of Art fece venire a Londra Isaac Fanous a discutere la mia tesi perché era l’unica persona al mondo qualificato a esaminare il mio lavoro. Fu un periodo di grande gioia per entrambi. Il riconoscimento del suo lavoro da parte di una simile istituzione prestigiosa significò tanto per lui. Egli riteneva, infatti, che l’iconografia va insegnata in un ambiente accademico e studiata, certamente con fede e reverenza, ma anche con una mentalità scientifica. Lo studio della iconografia sacra è una disciplina sfaccettata che mette insieme tanti filoni di studio: pittura, agiografia, architettura, geometria, chimica, teologia, simbolismo, storia ecc.

Fu durante questo periodo importante e prezioso che trascorsi con il maestro nel suo studio che feci amicizia con le tecniche e i principi alla base dello stile contemporaneo dell’iconografia copta.

Secondo lei, perché Isaac Fanous è così importante nella storia dell’iconografia copta?

Isaac Fanous è senza alcun dubbio il più grande artista copto del XX secolo. La sua impresa, in termini di eredità artistica, è al di là di qualunque paragone. Solo l’apogeo di Bisanzio o i tesori dell’arte egiziana antica potrebbero avvicinarsi a ciò di cui parlo. L’aver stabilito un nuovo canone è un fatto unico nella storia delle Chiese ortodosse (calcedoniane e orientali antiche). Non sarebbe esagerato definirlo un mistico di un ordine speciale sebbene, se avesse sentito una cosa simile, si sarebbe messo a ridere perché si definiva sempre un uomo semplice che menava una vita semplice: ‘ana miskin awi’ (sono assai povero) diceva, con grande umiltà. Se per ‘mistico’ si intende una persona i cui occhi spirituali sono stati aperti da Dio, allora Fanous ne fu veramente uno, certamente un vero visionario. Persino i capolavori dell’arte copta, a Bawit e a Saqqara, o i begli affreschi del monastero di Sant’Antonio non sono paragonabili all’ordine impeccabile e all’armonia superba delle forme e dei colori nell’opera di Fanous, mescolati a un sistema simbolico maturo e potente. Quindi per rispondere alla sua domanda: sì, Fanous è centrale alla storia e allo sviluppo dell’iconografia copta ed è un ponte cruciale tra il passato e il presente. Per così dire, ha dato una seconda nascita all’iconografia copta.

Icona della Theotokos "Stella Maris", dipinta da Stéphane René e benedetta da S.S. Benedetto XVI nel maggio 2006

Prima di Fanous, l’arte dell’icona era stata principalmente un fatto di artigianato e spessissimo un fatto intuitivo, piuttosto che formalmente appreso da un maestro o in una scuola. Per questo ci sono molti stili iconografici in Egitto, a seconda delle diverse regioni e periodi. Lo stile dell’iconografia che si trova nella regione del Delta, per esempio, è molto diverso da quello che si trova ad Akhmim o più a sud. Lo stile neo-copto di cui I. Fanous è il padrino è probabilmente il primo tentativo di uno stile copto ‘unificato’, valido da Alessandria ad Aswan così come nella diaspora copta al di fuori dell’Egitto.

Quando ho iniziato a studiare con Isaac nel 1982-83, l’interesse per l’iconografia copta era scarso persino tra i copti stessi. Una delle poche persone seriamente appassionate che frequentava lo studio di Fanous presso l’Istituto degli Studi Copti era una donna inglese che viveva al Cairo con suo marito giornalista. Questa donna, poi, fece un dottorato con Fanous all’ISC negli anni Ottanta. Per una qualche ragione, culturale o d’altra natura, l’arte non è incoraggiata nella Chiesa copta; è generalmente vista come un hobby, o qualcosa che uno fa nel tempo libero, al di fuori di un ‘vero lavoro’. Questo atteggiamento non favorisce la creatività artistica. Non c’è da meravigliarsi del fatto che gli iconografi in Egitto spesso vengono da altri paesi o da altre tradizioni cristiane. In generale, la transizione tra pittura religiosa e iconografia sacra è stata (e ancora è) piuttosto difficile e dolorosa per i copti. Le immagini pie usate dai cattolici romani furono introdotte in Egitto dai missionari stranieri alla metà del XIX secolo e sono diventate l’immaginario dominante per generazioni di copti e fanno ancora parte della psiche collettiva. E’ stata una battaglia lenta e ardua quella della promozione di un cambiamento verso una forma di arte iconografica più autentica, appoggiata da Fanous stesso. Egli avrebbe detto: “Combattiamo l’ignoranza”.

(fine prima parte)

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