Oggi è scomparsa Alda Merini, una delle voci poetiche più emozionanti e profonde del secolo passato. Con le sue poesie mistiche ha acceso l’amore per il Cristo nelle viscere di ogni suo lettore. Commossi, le dedichiamo un omaggio e chiediamo al Dio tre volte Santo di accogliere la sua anima.
1931-2009
«[...] Ché cristiana son io ma non ricordo
dove e quando finì dentro il mio cuore
tutto quel paganesimo che vivo»
A. Merini, Rinnovate ho per te da Tu sei Pietro (1961) in Fiori di poesia (1951-1997), Einaudi 1998, p.55.
Maria Corti nella sua prefazione alla raccolta Fiori di poesia sintetizza in maniera mirabile il percorso di ricerca, tra luci ed ombre, della donna e della poetessa Alda Merini: “ La passione è solitaria, si sviluppa tra le membra della donna che ha la mente lontana, persa dietro l’assente, l’intoccabile per definizione”. Corpo e mente rappresentano un binomio inscindibile quando ci si accosta ai versi della poetessa milanese: nata “insieme alla primavera”, creatura al limite, anima sensibile fino alla follia, vive come crea i suoi versi, istantanei, illuminanti, taglienti. L’onestà disarmante della donna si traduce in parole dalla semplicità potente, implacabili nel dipingere la realtà, indulgenti nel riconoscere le contraddizioni umane. Il genio poetico e la comprensione del vivere sono messi al servizio dell’unico ed autentico percorso che A. Merini sente di compiere, alla ricerca di un divino invisibile, spesso incomprensibile, amato perchè nascosto, compreso perchè non visto. Dio è un anelito costante per l’uomo, quella presenza invisibile talvolta riconosciuta, eppure indispensabile per spiegare la nostalgia e il vuoto dell’assenza. A tutti Dio si manifesta e a tutti Dio manca: non c’è un divario incolmabile tra cielo e terra, ma solo una distanza che dà senso alla vita, che diventa la strada stessa da percorrere, il segmento variabile e misterioso tra nascita e morte. A. Merini vive col suo Dio un continuo dialogo, fatto di assordanti silenzi e di tacite grida: lo cerca, lo trova, lo perde, lo ama, lo odia, lo comprende, lo rifiuta. In questa dialettica consiste il tempo della sua vita, costellata di amori e di una straordinaria lucidità pronta a sfociare nel baratro della follia. Un’esistenza simile, scandita da pause imposte dalla malattia, diventa canto quando, oltre le delusioni umane, oltre la propria diversità, nello smisurato amore divino l’anima trova riposo, pace e verità.
Nei versi di A. Merini il corpo è la chiave che apre le porte dell’anima: la dimensione sensuale è permeabile alla manifestazione divina, ne registra la presenza, ne denuncia, disarmata, l’enigma. La carne reca l’impronta dell’Invisibile. Così nella storia umana Dio ha voluto fare dono di se stesso totalmente, scegliendo quella stessa carne, assumendo i tratti di un volto, parlando con la voce di un uomo, muovendo i suoi passi su sandali polverosi, salvando con mani nude. Questo è il grande miracolo, l’evento centrale, a cui A. Merini dedica la sua riflessione e i suoi versi di abbandono. Gesù, nel suo essere uomo, diventa il terreno d’incontro con Dio: sublimata dallo sguardo poetico è la semplicità della vicenda cristiana, straordinaria solo per l’amore disumano ch’essa insegna, ripetibile nella storia di ognuno se ci si innamora di quel giovane di Nazareth. E Alda, donna nella carne e nello spirito, è innamorata di quest’uomo, nel quale vede incarnata la bellezza dello Sposo, la violenza di un amore più forte della morte, la vittima esemplare di un’ingiustizia comprensibile perchè è solo umana. La poetessa ha desiderato raccontare i momenti più forti del suo incontro con Gesù. Ha composto versi per cantarne la divina bellezza e l’umana pietà, confluiti nella raccolta Corpo d’amore. Un incontro con Gesù, pubblicata dall’editore Frassinelli nel 2001. Come racconta nei ringraziamenti Arnoldo Mosca Mondadori, questo libro ha tutta l’autenticità di una mistica improvvisazione: “io suonavo il pianoforte e Alda Merini dettava questa pagine su Cristo improvvisando”. Si può permettere d’improvvisare chi conosce a perfezione il suono di ogni singola nota: così la nostra poetessa tocca tutte le corde della sua anima e fa della sua esperienza cristiana una sinfonia di geniale armonia. E la sua genialità non consiste nell’aver compreso più di altri verità nuove o ultime, ma nell’essersi abbandonata al mistero, con l’ingenuità e la purezza di una bambina, per aver saputo chiedere e provato a dare superando il limite. Armata di fede e poesia A. Merini tende “ all’Altro e all’Oltre”, come dice G. Ravasi nella sua intensa prefazione alla raccolta, rivedendo nella forza della poesia la mente fecondata dal divino e il cuore rapito del profeta.
“Tutti gli innamorati sono in Cristo”, recita il verso scelto dall’editore per la quarta di copertina: per la stessa ragione dell’amare Alda incontra il suo Gesù. La “discepola dell’attesa del pianto” ha conosciuto il suo Amato tra le contrapposte rive della disperazione e della passione. Perchè lo ha conosciuto ne può parlare: il suo incontro con Lui è prima di tutto un’esperienza dei sensi, capace di sconvolgere l’anima, chiamandola a nuova vita (“come se tu ricominciassi a vivere e vedessi il mondo per la prima volta”). Lui si fa conoscere da lei irrompendo come frastuono nelle notti, “facendola fiorire e morire un’infinità di volte”. Gesù accarezza le sue viscere, generando quell’estremo turbamento che nei vangeli contraddistingue l’inconsueto maestro, commosso dall’umanità bisognosa d’amore che lo cerca. Gesù è una presenza che si sperimenta, si diffonde come “frescura in tutte le membra”: è fede che si comunica , percorso che si disvela. É il messia rivoluzionario dei vangeli che “ti cerca per ogni dove” e chiede ai suoi: “che cosa cercate?” (Gv 1,38); è il divino del giardino edenico che col suo sguardo trova l’uomo anche quando quest’ultimo si nasconde per non farsi vedere.
Tuttavia nel Gesù di A.Merini v’è poca dolcezza: “come ebreo aveva un volto severo”, segnato dallo sforzo di sciogliere col calore di un disumano amore il gelo nel cuore degli uomini. Nessuno di coloro che pure lo seguivano, “cercavano di toccarlo, di capirlo, di sapere quali erano le sue disubbidienze” lo aveva riconosciuto. Questo Gesù è quella “grande colata di sudore e amore” di cui tutti temettero e temono di accorgersi. “Vestito di cenci” cammina ancora, ultimo tra i poveri della vita, tra coloro che non concepiscono come peccato una disubbidienza dettata dalla disperazione. É un Cristo “felice” quello di A. Merini, un Cristo “poeta” e “donna nel cuore”.
Questo cantore con la voce di Dio “è stato una catastrofe”, perché “ci ha avvicinati tutti l’uno all’altro”. E la comprensione dell’altro, specchio spietato di ogni debolezza, ha generato paura: il pensiero che fa conoscere, che rende permeabile ogni uomo allo sguardo del suo simile, ha scatenato violenza. Ma se quest’istintiva paura di essere smascherati può essere estesa a tutti gli uomini, in Gesù essa trova fine: “questo mi serve: averti, rubarti [...] avere in me la tua figura”. E nell’estremo desiderio di possedere l’Amato che si dona senza fine, A. Merini nell’eucaristia della sua vita può esclamare: “e allora io dopo che l’ho mangiata [la tua figura] comincio a respirare, ma senza te non ho più respiro”. Il suo Cristo, uomo forte e risoluto e figlio di Dio, ha insegnato un amore fatto di presenza, scongiurando l’abbandono della morte, tornando a farsi vedere “prima e dopo il sogno”. Ci si nasconde alla vita quando si rifiuta la morte: in essa Dio si è manifestato, si è abbandonato, ha abbracciato l’uomo. Così dinanzi al crocifisso si respira l’eterno tempo dell’amore: Dio “ morì sulle sue labbra, urlò sul suo cuore”. In ogni uomo che vede nella morte un momento supremo e non un’esperienza terrificante da scongiurare ed esorcizzare s’incarna “un grande profeta”. Tali furono agli occhi della poetessa quegli uomini e quelle donne che si dissero cristiani, imitatori del Cristo crocifisso e risorto, uniti a Lui in “meravigliose nozze di cui soltanto gli angeli sentirono il profumo”.
Essere in Lui significa accettare che il suo orecchio si posi sul nostro cuore , per conoscerne i battiti, ascoltarne la vita e farlo evaporare nel sogno. Cristo, “eroe invincibile”, che entra “dalla porta dello sguardo” e tocca i dolori degli amanti, lascia che l’amore dell’uomo lo ferisca, lo colpisca, perchè dal suo costato sgorghi ancora sangue. Questo Gesù ha per A. Merini anche il volto del Buon Pastore, che recupera lei, “pecorella di Dio”, che “cercava disperatamente il suo gregge”: del suo smarrimento, del suo dolore “ si è cinto il collo” e come lo Sposo del Cantico l’ha resa “il suo monile più bello”. Persino il personaggio di Giuda, travestimento simbolico di ogni rinnegamento umano, appare come strumento di una riconciliazione: “ tu mi hai consegnata a Lui, perchè un giorno tu mi hai baciata e mi hai derisa”. Quasi rapita dal suo Cristo, “figlio e uomo contemporaneamente”, la poetessa invoca misericordia per tutti coloro che in qualche modo si smarriscono a motivo di incomprensione, indifferenza, follia. Quel silenzio pesante d’assenza, che ci si sente quasi in dovere di “corrompere con false parole” o con grida di disperato risentimento, è invece lo spazio della presenza divina. Dio è silenzio, Dio ama il silenzio, come ama ogni uomo prima ancora che impari a parlare.
E dopo le insensate voci di condanna, che avevano condotto un uomo di trent’anni al patibolo, irrompe il silenzio della morte in un luogo di memoria, il sepolcro, in cui una storia sembra finire. Ma “ecco che improvvisamente quella carne che assomigliava a tutti diventa unica e risorge”, ridando giovinezza ad ogni anima invecchiata e abbrutita dal dolore. Questo giovane uomo, morto “al colmo della sua vita”, “diventa una torcia umana” che dà luce all’inspiegabile mistero dell’esistenza. In ognuno è una scintilla di questa luce: la donna Alda rivede negli uomini incontrati nella sua vita tracce del volto dell’Amato, ombre di quel volto. Il divino è in ogni uomo: in esso nasce come un bambino, muore come un malfattore, risorge come Cristo. Per riconoscerlo occorre vivere quella misteriosa esperienza di trapasso che è ogni parto, in cui “si muore e poi si rinasce”.
Tuttavia questo divino non ha solo il candore di un bambino, ma anche il conturbante volto di un amante “avido” e “insinuante”: fa soffrire terribilmente, ma non se ne può più fare a meno. E per la mistica A.Merini la notte coi suoi sogni diventa lo spazio in cui viene inferta la ferita: in un catulliano “ti odio e ti amo” è sintetizzata la lotta d’amore, fatta di seduzione e di abbandono, di silenzio e di parole. C’è complicità in questa esperienza a due: la poetessa e il divino amante che abita le sue mura incomprese, biasimate da un mondo che non vede o non vuole vedere nell’Invisibile.
Arianna Rotondo
pubblicato in Synaxis XV/1 (2007), 175-179
www.ariannarotondo.it

Post correlati:
- Ai martiri di Alessandria, una preghiera di Alda Merini Ai martiri di Alessandria, a 1. Fayez Tawfiq Iskandar – 59 anni 2. Mohebb Zaki...
- “Teologia del corpo” – intervista a Jean-Claude Larchet (1a parte) L’argomento che vi presentiamo in questa puntata è collegato sia all’attualità di un libro sia...
- Il mio incontro con Cristo (Metropolita Anthony Bloom) Il Metropolita Anthony di Sourozh Ho conosciuto Cristo come Persona in un momento in cui...
- “L’ortodossia in Italia oggi”, incontro nazionale, Roma, 26 novembre 2010 “L’ortodossia in Italia oggi” venerdì 26 Novembre 2010 (ore 17.30-20.00) a Roma, nella Sede invernale...
- “Ogni parte del tuo santo Corpo ha sopportato l’infamia per noi” Ogni parte del tuo santo Corpo ha sopportato l’infamia per noi: la tua testa le...
- Gesù attrae con sogni e visioni «As with Paul and Cornelius in Acts, visions and dreams played a role in the...




Commenti recenti