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Nel deserto recondito dei padri, nei luoghi dello spirito, là dove l’angoscia mortale degli uomini è innalzata ogni giorno al cielo in preghiere ferventi davanti a quel Dio d’Amore che ha desiderato ardentemente morire inchiodato a una Croce purché tutto il suo creato potesse riavere la Vita, e potesse averla in abbondanza.
In questi luoghi santi, benedetti da Dio e dalla presenza di uomini, presenti e passati, che, uniti a Gesù nel corpo e nello spirito, pregano all’unisono perché ogni uomo possa giungere alla “misura della statura della pienezza di Cristo”.
Lì mi ritirerò per qualche tempo, purtroppo troppo breve. E con me il blog.
A presto.
Buona Pasqua di Risurrezione.
Christos Anesti.
La gioia che permea e illumina il servizio del Sabato di Lazzaro sottolinea uno dei temi principali: la vittoria prossima di Cristo sull’Ade. “Ade” è il termine biblico per indicare la morte ed il suo potere universale, per indicare quell’ineludibile tenebra che fagocita tutta la vita e con la sua ombra avvelena il mondo intero. Ma ora – con la risurrezione di Lazzaro – “la morte comincia a tremare”. Un duello decisivo tra la Vita e la Morte comincia a darci la chiave di lettura per l’intero mistero liturgico della Pasqua. Già nel IV secolo il Sabato di Lazzaro era chiamato “l’annuncio della Pasqua”. Perché, infatti, si annuncia e si anticipa la splendida luce e la pace del prossimo Il Grande Sabato, giorno della Tomba portatrice di vita.
Lazzaro, l’amico di Gesù, personifica l’umanità intera e anche ogni uomo, come Betania la casa di Lazzaro, sta per il mondo intero la casa dell’uomo. Ogni uomo è stato creato come un amico di Dio ed è stato chiamato a questa amicizia: per la conoscenza di Dio, per la comunione con Lui, per partecipare della vita con lui: In lui era la Vita e la Vita era la luce degli uomini (Giovanni 1, 4). E ancora questo Amico, che ama Gesù, che Egli ha creato nell’amore, è distrutto, annientato da un potere che Dio non ha creato: la morte. Nel suo proprio mondo, il frutto del Suo amore, della saggezza e della bellezza, Dio incontra un potere che distrugge il Suo lavoro e annienta il Suo disegno. Il mondo “è”, ma è lamento e dolore, è accusa e rivolta. Come è possibile? Come è potuto succedere? Queste sono le domande implicite in Giovanni, nel lento e dettagliato racconto di Gesù che procede verso la tomba del Suo amico. E una volta lì, Gesù scoppiò in pianto, dice l’evangelo (Giovanni 11, 35). Perché Egli pianse se sapeva che pochi momenti più tardi avrebbe chiamato Lazzaro nuovamente alla vita? Gli Innografi Bizantini non riescono a cogliere il vero significato di queste lacrime. “Come uomo Tu piangi colui che è nella tomba, e come Dio Tu lo risusciti…”. Essi classificano le azioni di Cristo secondo la Sue due nature: quella divina e quella umana. Ma la Chiesa Ortodossa insegna che tutte le azioni di Cristo sono entrambe divino-umane, sono azioni di una sola e medesima persona, il Figlio di Dio incarnato. Colui che piange non è solo uomo ma anche Dio, e Colui che chiama Lazzaro fuori dalla tomba non è solo Dio, ma anche uomo. Ed Egli piange perché contempla il miserabile stato in cui versa il mondo, creato da Dio, e la miseria dell’uomo, il re della creazione… Esso puzza, dicono gli Ebrei a Gesù, cercando di evitare di avvicinarsi al corpo, e questo “esso puzza” può essere riferito a tutta la creazione. Dio è Vita ed ha chiamato l’uomo a questa realtà di vita Divina, ed “egli puzza”. Alla tomba di Lazzaro Gesù incontra la Morte – il potere del peccato e della distruzione, dell’odio e della disperazione. Conosce il nemico di Dio. E noi, che lo seguiamo siamo ora introdotti nel cuore di questa ora di Gesù, l’ora che Egli ha così spesso menzionata. L’imminente buio della Croce, la sua necessità, il suo significato universale, tutto questo ci è dato nel versetto più breve dell’evangelo: “e Gesù pianse”.
Ora sappiamo cosa egli pianse, vale a dire, il suo amato amico Lazzaro ed ha pietà di lui, Lui che aveva il potere di ridargli la vita. La potenza della risurrezione non è una Divina “potenza in sé”, ma la potenza dell’amore, o meglio, l’amore come potenza. Dio è Amore, ed è questo amore che genera la vita; è questo amore che piange alla tomba ed è, pertanto, questo amore che ridona la vita… Questo è il senso di queste Divine lacrime. Sono lacrime d’amore e, pertanto, in loro c’è il potere della vita. Amore, che è il fondamento della vita e della sua fonte, che è al lavoro ricreando nuovamente, redimendo, risanando la tenebrosa vita dell’uomo: “Lazzaro, vieni fuori!”. E questo è il motivo per cui il Sabato di Lazzaro è il vero inizio di entrambi: la Croce, come il supremo sacrificio d’amore, e la Comune Risurrezione, come il trionfo ultimo dell’amore.
“Cristo – la Gioia, la Verità, la Luce e la Vita di tutti e la risurrezione del mondo, nel Suo amore si manifestò a questi sulla terra e fu l’immagine della Resurrezione, garantendo a tutti il perdono Divino”.
Arciprete Alexander Schmemann, The Christian Way, 1961.
traduzione di E. M.
Aprile 2009
(via sanmarcoefeso)
SS. Madre di Dio “ Gherontissa”
Santo Monastero di Pantokrator – Athos
Sinassi 4 aprile
Ll’icona miracolosa detta Panaghía Gheróntissa, ossia dell’Anziano, così denominata in quanto, secondo la tradizione, avrebbe sollecitato l’officiante della liturgia, chiedendogli di accelerare i tempi della celebrazione al fine di poter portare I Santi Doni ad un confratello anziano morente. Della Santa Madre di Dio raffigurata nell’icona i calogeri raccontano diversi prodigi: si narra, ad esempio, che in un periodo di carestia riempì un’intera giara di olio; che accecò un turco che l’aveva gettata in un pozzo e che nel 1950 protesse il Monastero dal violento incendio, estinguendone miracolosamente le fiamme. Si narra che tutti gli sforzi per spegnere il fuoco furono vani, finché i Monaci, in pericolo di vita, presero l’icona della Madre di Dio, la elevarono al cielo, e poi, cantando, attraversarono illesi le fiamme. La Madre di Dio li avrebbe così salvati!
In realtà, sembrerebbe che i Monaci, in passato, non avessero agito così bene nei confronti dell’icona: un’antica leggenda narra infatti di quando, attaccati dai pirati, i Monaci si erano nascosti nella torre. Pensando che i religiosi avessero nascosto la cassa del Monastero e volendo farli uscire, i briganti presero l’icona dalla chiesa e andarono vicino ad un pozzo. I Monaci, però, non si mossero affatto per salvare l’immagine della Vergine; così i pirati, irritati, gettarono l’icona nel pozzo e se ne andarono via. Molti anni dopo, tormentato dalla coscienza, il capo dei predoni inviò un parente al Monastero e fece chiedere dell’icona: l’avevano tutti dimenticata miseramente nel pozzo! Quando la trassero fuori, constatarono con sorpresa che l’immagine della Vergine non aveva subìto alcun danno dall’acqua. Un monaco russo la restaurò e la rivestì con una lamina d’argento che la ricopre tuttora.
Nell’icona, appartenente al tipo iconografico della Deoméne, od Orante, la Madonna è rappresentata sola e senza il Bambino; è a pieno corpo e in piedi, le mani alzate in atto di supplica; ai suoi piedi è raffigurata una giara più o meno grande, che allude al miracolo narrato sopra. Questa icona, scarsamente conosciuta in Occidente, gode di grande fama nel mondo ortodosso e in tutti gli ambienti raggiunti dai monaci athonìti nel mondo.
(via sanmarcoefeso)
Mai è così difficile dire dal profondo del cuore: “Padre, sia fatta la tua volontà”, come nei momenti di profondo affanno, quando si è colpiti da grave malattia e specialmente allorché si è vittima dell’ingiustizia umana o degli attacchi e delle insidie del demonio. E’ difficile dire dal profondo del cuore: “Sia fatta la tua volontà”, anche quando noi stessi siamo responsabili di qualche disgrazia, poiché crediamo che non sia stata la volontà di Dio, ma la nostra a ridurci in una siffatta situazione, sebbene nulla accada se non per volontà di Dio. In genere è difficile credere nel nostro intimo che è volontà di Dio la nostra sofferenza, quando il cuore sa, per fede e per esperienza, che Dio è la nostra felicità, per cui è difficile anche dire nell’infelicità: ” Sia fatta la tua volontà”. Noi ci chiediamo:” E’ possibile che questa sia la volontà di Dio? Perché Dio ci tormenta? Perché altri sono tranquilli e felici? Che cosa abbiamo fatto? Avrà un fine la nostra sofferenza?”. Ma se alla nostra natura corrotta è difficile riconoscere sopra di sé la volontà di Dio, e piegarsi ad essa umilmente, allora l’uomo si sottometta alla volontà di Dio ed offra al Signore la sua vittima più preziosa, si affidi cioè a lui di tutto cuore non solo nei momenti di quiete e di felicità, ma anche negli affanni e nelle disgrazie. Sottometta la sua vana e inconsistente sapienza a quella perfetta di Dio, poiché quanto dista il Cielo dalla terra, altrettanto distano i nostri pensieri da quelli di Dio (Isaia 55: 8-9). Ogni uomo offra a Dio il suo Isacco, il proprio unigenito, il proprio prediletto, il suo promesso (a cui erano stati promessi pace e felicità, non affanni) come vittima a Dio e gli provi la sua fede e la sua obbedienza, per essere degno dei doni di Dio già ricevuti o che riceverà.
Giovanni di Kronstradt
(via sanmarcoefeso)
Gesù Cristo, cui appartiene il nome della salvezza, secondo la moltitudine delle sue misericordie, è disceso agli inferi, distrusse il potere della morte. Tu sei il re dei secoli, l’immortale, l’eterno, il Verbo di Dio che è sopra ogni cosa. Tu sei il pastore del gregge razionale, il sommo sacerdote delle cose buone che verranno, colui che ascese ai cieli si innalzò sopra i cieli.
La preghiera della frazione al Figlio
che si recita il Sabato Santo
nella liturgia copta
Santo, Santo, Santo. Tu sei veramente, Signore nostro Dio. Tu ci hai plasmati, ci hai creati e posti nel paradiso di delizia. Quando trasgredimmo il tuo comando, a causa dell’inganno del serpente, fummo privati della vita eterna e fummo scacciati dal paradiso di delizia. Tu non ci allontanati da te per sempre, ma ci hai sempre visitati per mezzo dei tuoi santi profeti, e negli ultimi giorni hai manifestato Te stesso a noi, che sedevamo nelle tenebre e nell’ombra della morte, per mezzo del tuo unigenito Figlio, nostro Signore, Dio Salvatore e Gesù Cristo, il quale è dallo Spirito Santo e della santa vergine Maria. Egli si è incarnato e si è fatto uomo, ci ha mostrato le vie della salvezza, ci ha donato la nascita dall’alto attraverso l’acqua e lo Spirito. Ci ha resi per sé popolo riunito e ci ha santificati per mezzo del suo Santo Spirito. Egli, che ha amato i suoi che erano nel mondo, ha consegnato se stesso per la nostra redenzione alla morte che regnava su di noi, per la quale eravamo prigionieri e venduti a causa dei nostri peccati. Egli è disceso all’ade per mezzo della croce.
Eucologio (Il Santo Messale) della liturgia di San Basilio,
Patriarcato Copto Ortodosso, Diocesi di Torino, 2002, pp. 130-131
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