Se un pesce afferra l’amo che è nascosto nell’esce, non solo porta via l’esca insieme all’amo, ma egli stesso è strappato via dall’acqua, per essere poi esca per altri pesci: così anche colui che esercitava il dominio sulla morte ha portato via il corpo di Gesù per darlo alla morte, senza accorgersi che dentro quel corpo era nascosto l’amo della divinità; così, quando l’ha divorata, egli stesso subito è rimasto attaccato e, rotti i cancelli degli inferi, è tirato via quasi che fosse tratto fuori dal profondo del mare, al fine di essere esca per altri [...] Perciò Cristo ha patito nella carne senza danno o offesa per la divinità; ma, al fine di operare la salvezza per mezzo della debolezza della carne, la natura divina è discesa nella morte, non per essere trattenta dalla morte secondo la legge delle creature mortali, ma per aprire le porte della morte a quelli che grazie a lui sarebbero risorti. E’ come se un re si recasse in una prigione ed entrato dentro aprisse le porte, sciogliesse catene e ceppi, infrangesse cancelli e chiavistelli, conducesse fuori alla libertà quelli che sono incatenati e restituisse alla luce e alla vita quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra della morta (cfr. Sal 107:10; Lc 1:79).
Rufino (340-410)
Spiegazione del Credo 14-15
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