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Il concetto di “potere” secondo il Signore dei signori

il_dio_in_cui_non_credo.jpgSe Cristo rivoluziona il concetto di «potere» la sera del giovedì santo lavando i piedi agli apostoli, Dio opera questa rivoluzione nel mistero del Natale. L’uomo era caduto, aveva perso tutti i suoi diritti, era incapace di salvezza; Dio che è l’Onnipotente avrebbe potuto fare la sua irruzione nel mondo con un atto di potere, di autorità di costrizione. Dio avrebbe potuto esercitare il suo potere per obbligarlo a qualcosa di evidentemente buono: «salvarsi».

Dio invece rifiuta di attuare la redenzione dell’uomo con un atto di potere. Perfino per entrare nella storia umana ha bisogno del consenso di Maria: fiat! Il Padre che invia il Figlio sulla terra compie sì un atto di autorità, ma che si integra nel mistero dell’amore perché il Figlio si identifica con la volontà del Padre ed è lui il primo che desidera essere la salvezza del suo popolo. Pur essendo Dio, pur essendo potente, pur essendo il potere stesso, si fa «schiavo» come dice S. Paolo. E qui ha le sue radici il cambiamento profondo che Dio introduce nel concetto umano di potere.

Tanto che per i pagani era uno «scandalo. Era incomprensibile un potente debole, incatenato, perseguitato, burlato, crocifisso.
Ma Cristo, bambino indifeso, povero e schiavo, continua a essere l’onnipotente; anche se la sua forza non è, né si esercita, come quella dei pontenti di questo mondo. Dal mistero della sua rinuncia al potere come costrizione nasce la sua autorità, la sua forza morale, la protezione che su di lui esercita il Padre.
Avrebbe potuto togliere la vita a Erode quando cominciò appena nato a perseguitarlo, ma non esercita il potere che ha sulla vita; il Padre lo difende e, lui, si trova a essere più forte del re. A Cristo viene autorità dalla sua identificazione col Padre: «chi vede me, vede il Padre».

Ha autorità perché parla nel nome del Padre e parla alla parte più profonda della coscienza che è il punto d’incontro tra l’uomo e il suo Creatore. Per questo la folla diceva: «parla come se avesse autorità». Ma non si impone per autorità: s’impone per la forza irresistibile della sua parola, della sua vita, della sua sapienza, della sua profezia, del suo miracolo. Salva l’adultera con la forza morale della sua denuncia e col giudizio severo sull’ipocrisia, mettendo a nudo i suoi avversari di fronte alla coscienza popolare.
Non esercita il potere nell’ordine temporale: «date a Cesare quel che è di Cesare».

Se qualche volta esercita il suo potere soprannaturale lo fa al servizio degli uomini che glielo chiedono: «in virtù del potere che mi è stato confidato, alzati e cammina».
Soltanto sopra i demoni esercita direttamente il suo potere, ma rispetta sempre la libertà dell’uomo. Si limita a sollecitare la sua coscienza, a scoprire la sua ipocrisia, a chiamarlo alla perfezione, a mostrargli l’abisso della perdizione. Il potere che Dio esercita sul mondo è quello di mandare suo Figlio come «riscatto» per tutti. Invece di esigere dagli uomini con un atto di autorità la espiazione della loro colpa, offre il proprio Figlio, nato tra gli uomini, in forma di schiavo, perché si manifesti al mondo che per Dio l’unico modo di dominare è quello di amare generosamente prendendo sulle spalle il peccato dell’umanità; che per Dio l’unico modo di redimere la schiavitù collettiva è di assumere su di sé la schiavitù degli altri. Entriamo così in un ordine nuovo di potere che si fonda sull’amore e che paga di persona. Ed è questo il potere che genera un’autorità morale che tocca la stessa coscienza.

Quando studiavo teologia all’università, una notizia riportata da un giornale mi illuminò su questo problema più di molte settimane di studio sui libri: nei sobborghi di Roma un bambino di tre anni giocava a palla vicino alla strada. La madre gli stava accanto. Il bambino correndo dietro alla palla finisce in mezzo alla strada proprio mentre passava un autotreno a grande velocità. La madre grida al figlio di tornare indietro, ma vedendo che restava lì, si lancia davanti al camion per spingere il bambino dall’altra parte della strada, mentre lei rimane travolta dalle ruote.
L’ultimo atto di potere di questa madre sul figlio è stato offrirgli la propria vita perché continuasse a vivere. Mi sono chiesto molto volte quale sarebbe stata l’autorità morale di quella madre se per caso fosse risuscitata, perché chi comanda mettendo a rischio la propria vita, impegna seriamente la coscienza dell’altro.

Dio entrando nella storia di una umanità che aveva chiuso le porte alla vita, non esercitò il suo potere da un trono, ma dalla greppia di Betlemme e dal patibolo di Gerusalemme.
Dio poteva obbligarci e non lo ha fatto. Noi non potremmo e non dovremmo e invece lo facciamo.
Cristo avrebbe potuto scomunicare. Giuda, espellerlo dal collegio apostolico e invece ce lo tenne fino all’ultimo bacio del tradimento.
Cristo poteva dare delle leggi ai suoi discepoli e invece li liberò dal formalismo delle leggi e delle abitudini tradizionali.
Cristo non impose nemmeno di pregare ai suoi discepoli. Furono loro che vedendolo pregare gli chiesero un giorno: «insegna anche a noi».
Cristo stimola, converte, ma non forza mai.

Bisognerebbe approfondire il mistero di Betlemme come la «nuova era del potere nel mondo.
Erode è il potere e opera l’ingiustizia. Cristo è debolezza e porta la giustizia e l’amore. Erode per difendere il suo impero, usa il suo potere assassinando degli innocenti.
Cristo per difendersi dalla morte si affida al Padre e rispetta Erode
Cristo andrà poi alla morte per dare la vita al mondo.
Pilato crocifiggerà la Vita per salvare se stesso.

Il potere del mondo usa la forza per difesa personale. Il potere di Dio usa l’amore per la salvezza degli altri.
Ma solo il potere che si umilia, la ricchezza che si fa povera, la libertà che si fa volontariamente schiava sono capaci di esercitare autorità morale sulle coscienze. L’unica autorità che può dire:
«impara da me». L’unica autorità che può affermare: «io sono la via». L’unica capace di gridare: «non vi è lecito». L’unica che può arrivare a dire: «vieni e seguimi».

E se la Chiesa è il prolungamento vivo di Betlemme, la continuazione del mistero totale di Cristo, allora l’esercizio del suo potere, quel potere che Cristo le ha affidato, non può essere diverso. La Chiesa ha anzi un motivo in più per presentarsi al mondo sotto questa immagine di Cristo che comanda solo «servendo: è fatta della stessa carne del mondo, peccatrice come lui, sebbene sia un popolo prediletto. Una Chiesa che nasca e si presenti al mondo non nella debolezza e nell’abbandono di Betlemme ma in una culla d’oro di fronte alla quale si inginocchino gli erodi della terra, e che eserciti il suo potere non dal patibolo, dall’umiltà, dalla semplicità, dal rispetto per la libertà, dalla autenticità, dalla santità di vita, dall’amore appassionato per l’uomo; ma dal trono, dalla forza, dalla politica, dal potere temporale, dall’inquisizione, è una Chiesa che rinnega il suo carisma e che finirà per essere allontanata e temuta come i grandi del mondo, quando non misconosciuta o ridicolizzata.

Solo se saprà rispondere alla potenza del mondo e alla sua ingiustizia con l’impegno della propria vita e della sua fiducia nel Padre; alla forza con lo spirito di libertà e con l’accettazione umile del suo rischio; al timore per la perdita del potere e del prestigio col rinunciare alle sue corone e col mettersi a lavare i piedi degli uomini, di tutti, dei suoi stessi nemici, di quelli che la tradiscono, la perseguitano e perfino la negano, come fece Cristo con Giuda, soltanto così la Chiesa parlerà al mondo in nome di Dio. Con la parola di Dio potrà ottenere udienza nel santuario delle coscienze e gli uomini «riconosceranno la sua voce», una voce che essi già hanno dentro di sé. Allora si sentirà dire: «parla come chi ha autorità». Allora le si obbedirà come Dio vuole: con amore e per amore.

il_dio_in_cui_non_credo.jpgtratto da: Juan Arias, Il dio in cui non credo, Cittadella Editrice, pp. 82-87

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