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بِمَ ستُجيبُ الربّ الديّان، أنتَ الذي تُلبِسُ جدرانَ بيتِكَ ولا تُلبِسُ شَبيهَكَ؟ أنتَ الذي تُزيِّنُ خيلَكَ ولا تنظرُ حتّى إلى أخيك الذي يعيشُ في الضيق؟… أنتَ الذي تَدفنُ كنزَكَ ولا تساعدُ المظلوم؟…
قُلْ لي، ماذا تَملكُ؟ مَن أعطاكَ كلّ ما ترتَديه في هذه الحياة؟… ألم تَخرجْ عُريانًا من أحشاءِ والدتِكَ؟ “عُريانًا خَرجْتُ من جوفِ أمّي وعُريانًا أعودُ إليه” (أيوب1 :21). مِمَّن أخذْتَ هذه الخيرات الحاليّة؟ إن أجَبْتَ: “حصَلْتُ عليها بالصدفة”، فأنتَ كافر وترفضُ أن تَعترفَ بخالقِكَ وتَشكرَ المُحسِن إليكَ. وإن اعتَرفْتَ بأنّها من الله، قُلْ لي لأيّ سبب حصَلْتَ عليها؟
هل يكون الله غير عادل من خلال توزيع الخيرات الضروريّة للحياة بطريقة غير متساوية؟ لماذا تعيشُ أنتَ في البحبوحة فيما يعيشُ ذاك الفقير في البؤس؟ أليس فقط كي تنالَ المكافأة في أحد الأيّام، من خلال طيبَتِكَ وإدارتِكَ النزيهة، فيما ينالُ ذاك الفقير إكليل الغار الموعود نتيجة الصبر؟… للجائعِ يعود الخبزُ الذي تحتفظُ به؛ وللعريانِ المعطفُ الذي تُخفيه في خزانَتِكَ… وبالتالي، فأنتَ ظالمٌ بقدر عدد الأشخاص الذين كنت تستطيع مساعدتهم.
القدّيس باسيليوس (330-379)؛
العظة 6 ضدّ الثراء
Se Cristo rivoluziona il concetto di «potere» la sera del giovedì santo lavando i piedi agli apostoli, Dio opera questa rivoluzione nel mistero del Natale. L’uomo era caduto, aveva perso tutti i suoi diritti, era incapace di salvezza; Dio che è l’Onnipotente avrebbe potuto fare la sua irruzione nel mondo con un atto di potere, di autorità di costrizione. Dio avrebbe potuto esercitare il suo potere per obbligarlo a qualcosa di evidentemente buono: «salvarsi».
Dio invece rifiuta di attuare la redenzione dell’uomo con un atto di potere. Perfino per entrare nella storia umana ha bisogno del consenso di Maria: fiat! Il Padre che invia il Figlio sulla terra compie sì un atto di autorità, ma che si integra nel mistero dell’amore perché il Figlio si identifica con la volontà del Padre ed è lui il primo che desidera essere la salvezza del suo popolo. Pur essendo Dio, pur essendo potente, pur essendo il potere stesso, si fa «schiavo» come dice S. Paolo. E qui ha le sue radici il cambiamento profondo che Dio introduce nel concetto umano di potere.
Tanto che per i pagani era uno «scandalo. Era incomprensibile un potente debole, incatenato, perseguitato, burlato, crocifisso.
Ma Cristo, bambino indifeso, povero e schiavo, continua a essere l’onnipotente; anche se la sua forza non è, né si esercita, come quella dei pontenti di questo mondo. Dal mistero della sua rinuncia al potere come costrizione nasce la sua autorità, la sua forza morale, la protezione che su di lui esercita il Padre.
Avrebbe potuto togliere la vita a Erode quando cominciò appena nato a perseguitarlo, ma non esercita il potere che ha sulla vita; il Padre lo difende e, lui, si trova a essere più forte del re. A Cristo viene autorità dalla sua identificazione col Padre: «chi vede me, vede il Padre».
Ha autorità perché parla nel nome del Padre e parla alla parte più profonda della coscienza che è il punto d’incontro tra l’uomo e il suo Creatore. Per questo la folla diceva: «parla come se avesse autorità». Ma non si impone per autorità: s’impone per la forza irresistibile della sua parola, della sua vita, della sua sapienza, della sua profezia, del suo miracolo. Salva l’adultera con la forza morale della sua denuncia e col giudizio severo sull’ipocrisia, mettendo a nudo i suoi avversari di fronte alla coscienza popolare.
Non esercita il potere nell’ordine temporale: «date a Cesare quel che è di Cesare».
Se qualche volta esercita il suo potere soprannaturale lo fa al servizio degli uomini che glielo chiedono: «in virtù del potere che mi è stato confidato, alzati e cammina».
Soltanto sopra i demoni esercita direttamente il suo potere, ma rispetta sempre la libertà dell’uomo. Si limita a sollecitare la sua coscienza, a scoprire la sua ipocrisia, a chiamarlo alla perfezione, a mostrargli l’abisso della perdizione. Il potere che Dio esercita sul mondo è quello di mandare suo Figlio come «riscatto» per tutti. Invece di esigere dagli uomini con un atto di autorità la espiazione della loro colpa, offre il proprio Figlio, nato tra gli uomini, in forma di schiavo, perché si manifesti al mondo che per Dio l’unico modo di dominare è quello di amare generosamente prendendo sulle spalle il peccato dell’umanità; che per Dio l’unico modo di redimere la schiavitù collettiva è di assumere su di sé la schiavitù degli altri. Entriamo così in un ordine nuovo di potere che si fonda sull’amore e che paga di persona. Ed è questo il potere che genera un’autorità morale che tocca la stessa coscienza.
Quando studiavo teologia all’università, una notizia riportata da un giornale mi illuminò su questo problema più di molte settimane di studio sui libri: nei sobborghi di Roma un bambino di tre anni giocava a palla vicino alla strada. La madre gli stava accanto. Il bambino correndo dietro alla palla finisce in mezzo alla strada proprio mentre passava un autotreno a grande velocità. La madre grida al figlio di tornare indietro, ma vedendo che restava lì, si lancia davanti al camion per spingere il bambino dall’altra parte della strada, mentre lei rimane travolta dalle ruote.
L’ultimo atto di potere di questa madre sul figlio è stato offrirgli la propria vita perché continuasse a vivere. Mi sono chiesto molto volte quale sarebbe stata l’autorità morale di quella madre se per caso fosse risuscitata, perché chi comanda mettendo a rischio la propria vita, impegna seriamente la coscienza dell’altro.
Dio entrando nella storia di una umanità che aveva chiuso le porte alla vita, non esercitò il suo potere da un trono, ma dalla greppia di Betlemme e dal patibolo di Gerusalemme.
Dio poteva obbligarci e non lo ha fatto. Noi non potremmo e non dovremmo e invece lo facciamo.
Cristo avrebbe potuto scomunicare. Giuda, espellerlo dal collegio apostolico e invece ce lo tenne fino all’ultimo bacio del tradimento.
Cristo poteva dare delle leggi ai suoi discepoli e invece li liberò dal formalismo delle leggi e delle abitudini tradizionali.
Cristo non impose nemmeno di pregare ai suoi discepoli. Furono loro che vedendolo pregare gli chiesero un giorno: «insegna anche a noi».
Cristo stimola, converte, ma non forza mai.
Bisognerebbe approfondire il mistero di Betlemme come la «nuova era del potere nel mondo.
Erode è il potere e opera l’ingiustizia. Cristo è debolezza e porta la giustizia e l’amore. Erode per difendere il suo impero, usa il suo potere assassinando degli innocenti.
Cristo per difendersi dalla morte si affida al Padre e rispetta Erode
Cristo andrà poi alla morte per dare la vita al mondo.
Pilato crocifiggerà la Vita per salvare se stesso.
Il potere del mondo usa la forza per difesa personale. Il potere di Dio usa l’amore per la salvezza degli altri.
Ma solo il potere che si umilia, la ricchezza che si fa povera, la libertà che si fa volontariamente schiava sono capaci di esercitare autorità morale sulle coscienze. L’unica autorità che può dire: «impara da me». L’unica autorità che può affermare: «io sono la via». L’unica capace di gridare: «non vi è lecito». L’unica che può arrivare a dire: «vieni e seguimi».
E se la Chiesa è il prolungamento vivo di Betlemme, la continuazione del mistero totale di Cristo, allora l’esercizio del suo potere, quel potere che Cristo le ha affidato, non può essere diverso. La Chiesa ha anzi un motivo in più per presentarsi al mondo sotto questa immagine di Cristo che comanda solo «servendo: è fatta della stessa carne del mondo, peccatrice come lui, sebbene sia un popolo prediletto. Una Chiesa che nasca e si presenti al mondo non nella debolezza e nell’abbandono di Betlemme ma in una culla d’oro di fronte alla quale si inginocchino gli erodi della terra, e che eserciti il suo potere non dal patibolo, dall’umiltà, dalla semplicità, dal rispetto per la libertà, dalla autenticità, dalla santità di vita, dall’amore appassionato per l’uomo; ma dal trono, dalla forza, dalla politica, dal potere temporale, dall’inquisizione, è una Chiesa che rinnega il suo carisma e che finirà per essere allontanata e temuta come i grandi del mondo, quando non misconosciuta o ridicolizzata.
Solo se saprà rispondere alla potenza del mondo e alla sua ingiustizia con l’impegno della propria vita e della sua fiducia nel Padre; alla forza con lo spirito di libertà e con l’accettazione umile del suo rischio; al timore per la perdita del potere e del prestigio col rinunciare alle sue corone e col mettersi a lavare i piedi degli uomini, di tutti, dei suoi stessi nemici, di quelli che la tradiscono, la perseguitano e perfino la negano, come fece Cristo con Giuda, soltanto così la Chiesa parlerà al mondo in nome di Dio. Con la parola di Dio potrà ottenere udienza nel santuario delle coscienze e gli uomini «riconosceranno la sua voce», una voce che essi già hanno dentro di sé. Allora si sentirà dire: «parla come chi ha autorità». Allora le si obbedirà come Dio vuole: con amore e per amore.
tratto da: Juan Arias, Il dio in cui non credo, Cittadella Editrice, pp. 82-87
Così come l’occhio sano e puro riceve il raggio luminoso che gli viene mandato, così l’occhio della fede, con la pupilla della semplicità, riconosce la voce di Dio appena l’uomo l’abbia udita. La luce che emana dalla sua parola sorge in lui, ed egli le si lancia gioiosamente incontro e la riceve, secondo la parola del nostro Signore nel Vangelo: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e mi seguono” (Gv 10,27)…
Con la medesima purezza e semplicità gli apostoli hanno seguito la parola di Cristo. Il mondo non ha potuto ostacolarli, né le abitudini umane trattenerli, né alcuni beni passeggeri che danno prestigio nel mondo intralciarli. Queste anime avevano sentito Dio e vivevano della fede, e in tali anime, nulla nel mondo può prevalere sulla parola di Dio. Questa parola è debole nelle anime morte; poiché l’anima è morta, da potente, la parola diventa debole e l’insegnamento di Dio, da valido diventa in esse senza forza. Infatti tutta l’attività dell’uomo si concentra lì dove egli vive; chi vive per il mondo mette al servizio del mondo i suoi pensieri e i suoi sensi, mentre chi vive per Dio si volge verso i suoi comandamenti potenti, in ogni sua azione.
Quanti sono stati chiamati hanno obbedito all’istante alla voce che li chiamava, quando il peso dell’amore per le cose terrene non era sospeso alla loro anima. Infatti, i legami di questo mondo sono un peso per l’intelligenza e per i pensieri, e coloro che sono legati e trattenuti da essi sentono difficilmente la voce di Dio che li chiama. Invece gli apostoli e prima di loro, i giusti e i padri, non erano così; hanno obbedito come dei viventi, e sono usciti leggeri, perché nulla nel mondo li legava con il suo peso. Nulla può legare e trattenere l’anima che sente Dio; essa è aperta e pronta, sicché la luce della voce divina la trova in stato di riceverla ogni volta che viene.
Filosseno di Mabbug ( ?- circa 523)
vescovo in Siria
Discorsi, 4, 77 ; SC 44, 95
“E dinanzi a te sta ogni mio desiderio” (Sal 38:10). Non dinanzi agli uomini, che non possono vedere il cuore, ma dinanzi a te sta ogni mio desiderio. Sia dinanzi a lui il tuo desiderio; ed il Padre, che vede nel segreto, lo esaudirà (Mt 6:6). Il tuo desiderio è la tua preghiera; se continuo è il desiderio, continua è la preghiera. Perché non invano ha detto l’Apostolo: “pregando senza interruzione” (1Ts 5:17). Forse noi senza interruzione pieghiamo il ginocchio, prostriamo il corpo, o leviamo le mani, per adempiere all’ordine: “pregate senza interruzione”? Se intendiamo il pregare in tal modo, credo che non lo possiamo fare senza interruzione. Ma c’è un’altra preghiera interiore che non conosce interruzione, ed è il desiderio. Qualunque cosa tu faccia, se desideri quel sabato, non smetti mai di pregare. Se non vuoi interrompere la preghiera, non cessar mai di desiderare. Il tuo desiderio continuo sarà la tua continua voce. Tacerai se cesserai di amare. Chi sono quelli che hanno taciuto? Coloro dei quali è detto: “poiché ha abbondato l’ingiustizia, si raggelerà la carità di molti” (Mt 24:12). Il gelo della carità è il silenzio del cuore; l’ardore della carità è il grido del cuore. Se sempre permane la carità, tu sempre gridi; se sempre gridi, sempre desideri; e se desideri, ti ricordi della pace.
S.Agostino
Esposizioni sui Salmi, XXXVII, 14
(tratto dal sito augustinus.it)
grazie all’amico Deussolussatis per questo contributo
L’incarnazione di Cristo non rientra nell’ordine della natura, ma dei segni divini. Non c’entra la ragione, ma la potenza superiore, non la natura, ma il Creatore. Non è cosa normale, ma singolare; è un fatto divino, non umano. La nascita di Cristo non fu dettata dalla necessità ma da una libera scelta… Fu un sacramento di fede, fu la restaurazione della salvezza umana. Colui che senza nascere aveva formato l’uomo da un intatto limo (Gen 2,7), quando egli stesso nacque, formò un uomo da un intatto corpo. La mano che si era degnata di prendere del fango per plasmare il nostro corpo, si degnò di prendere anche la carne per la nostra restaurazione…
O uomo, perché hai di te un concetto così basso, quando sei tanto prezioso per Dio? Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore? Perché indaghi da che cosa sei stato tratto e non ricerchi per qual fine sei stato creato? Tutto questo edificio del mondo, che i tuoi occhi contemplano, non è stato forse fatto per te?…
Nasce dunque Cristo, per reintegrare con la sua nascita la natura decaduta. Accetta di essere bambino, vuole essere nutrito, passa attraverso i vari stadi dell’età per restaurare l’unica perfetta duratura età, quella che egli stesso aveva creato. Regge l’uomo, perché l’uomo non possa più cadere. Fa diventare celeste colui che aveva creato terreno. Fa vivere dello Spirito divino chi aveva soltanto un’anima umana. E così lo innalza tutto fino a Dio perché nulla più rimanga nell’uomo di ciò che in lui v’è di peccato, di morte, di travagli, di dolore, di terra, per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo che vive e regna con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, ora e sempre per gli infiniti secoli dei secoli.
San Pietro Crisologo (circa 406-450)
vescovo di Ravenna
إنّه لا يتوجَّهُ إلى بطرس وحدَه بل إلى جميع الرُّسُل، وكأنّه يقولُ لهم: “أنتُم جميعًا تَدعونَني المُعلِّم والربّ”. يشيرُ ربّنا هنا إلى شهادتِهم الخاصّة، وكي لا يشوبَ هذه الشهادة أيّ إطراء، يضيفُ قائلاً: “وأصَبتُم فيما تقولونَ، فهكذا أنا”.
“فإذا كنتُ أنا الربَّ والمعلِّمَ قد غَسَلتُ أقدامَكم، فيَجِبُ علَيكم أنتُم أيضًا أن يَغسِلَ بَعضُكم أقدامَ بَعْض”. استَخدمَ المخلِّص أسلوب المقارنة في ترتيب أرفع، لكي يَحثَّنا على القيام بعمل يفترض أن يكون أقلّ كلفةً بالنسبة إلينا. فالربّ هو سيِّدنا؛ أمّا نحن، فإنّنا نُسدي هذه الخدمة لإخوتنا الذين هم خدّام مثلَنا: “فقد جَعَلتُ من نَفسي قُدوَةً لِتَصنَعوا أنتُم أيضًا ما صَنَعتُ إليكم”.
ولِيُشجِّعَهم أكثر فأكثر على إتمام هذا الواجب، أضافَ قائلاً: “الحَقَّ الحَقَّ أقولُ لكم: ما كانَ الخادِمُ أعظَمَ من سَيِّدِه ولا كانَ الرسولُ أعظَمَ من مُرسِلِه”، أي إن كنتُ أنا قد تصرَّفتُ بهذه الطريقة، فالأجْدَر بكم أن تفعلوا مثلي.
القدّيس يوحنّا الذهبيّ الفم (345-407)
أسقف أنطاكيا فالقسطنطينيّة
UNA NOTTE NEL DESERTO DELLA SACRA MONTAGNA
Metropolita Hierotheos di Nafpaktos
II puntata
Il significato della preghiera di Gesù
— Se ho capito correttamente, la salvezza si ottiene principalmente attraverso l’ascetismo, la vigilanza e la preghiera di Gesù. Permettimi, però, una domanda. Non la pongo perché sono d’accordo con essa ma perché ho avuto modo di sentire molto obiezioni sulla preghiera di Gesù. Si dice che la “preghiera di Gesù” e il modo in cui è praticata è uno yoga cristiano ed è connesso con prototipi di religioni orientali. Cosa hai da dire in proposito?
— Sembra che coloro che dicono ciò siano completamente all’oscuro dello stato di grazia della nostra Chiesa, dal momento che otteniamo la grazia divina attraverso la preghiera di Gesù. Essi non ne hanno fatto esperienza, ecco perché non la conoscono. Non dovrebbero accusare coloro che ne fanno esperienza. Bestemmiano, inoltre, contro i Santi Padri. Molti dei Padri si batterno a difesa della preghiera di Gesù hanno parlato con forza del suo valore. E allora? Si sbagliavano forse? San Gregorio Palamas si sbagliava? Sono persino ignoranti della Sacra Bibbia. I ciechi dissero “Figlio di Davide, abbi misericordia di noi” (Mt 20:30) che significa “Gesù abbi misericordia di noi” e la loro vista fu guarita. I lebbrosi dissero lo stesso e furono guariti (Lc 4:27).
La preghiera “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di me” consiste di due punti basilari: uno dogmatico, il riconoscimento della divinità di Cristo, e uno supplice, la supplica per la nostra salvezza. In altre parole, la confessione della fede in Cristo è connesso alla confessione della nostra incapacità di salvarci con le nostre sole forze. Questo dice tutto, e l’intera lotta del cristiano è basata su questi due punti: la fede in Cristo e la consapevolezza del nostro essere peccatori. La “preghiera di Gesù”, quindi, esprime al massimo grado lo sforzo del fedele in poche parole e sintetizza tutto l’insegnamento dogmatico della nostra Chiesa Ortodossa.
Acquisiamo questa doppia conoscenza attraverso la preghiera di Gesù. San Massimo afferma che la passione dell’orgoglio consiste in due ignoranze: ignoranza della potenza divina e ignoranza della debolezza umana. E questa doppia ignoranza crea una “mente confusa”. Orgoglioso, dunque, è l’uomo dell’ignoranza mentre, al contrario, umile è l’uomo della doppia conoscenza. Quest’ultimo conosce la sua propria debolezza e il potere di Cristo. Così, attraverso la preghiera di Gesù, riconosciamo e confessiamo la potenza di Cristo (Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio) oltre che la nostra debolezza (abbi misericordia di me). Acquisiamo in questo modo il benedetto stato dell’umiltà. Dove c’è umiltà c’è anche la grazia di Cristo e questa grazia è il Regno dei Cieli. Riesci, dunque, a vedere il valore della preghiera di Gesù? Riesci a capire che possiamo ottenere il Regno di Dio con il potere di questa preghiera?
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