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Puntata radio sull’anziano Paisios del Monte Athos

paisios.jpgDomani, domenica 21 giugno 2009, alle ore 8.00, la trasmissione “Orthodoxie” di Radio France, sarà dedicata all’anziano Paisis del Monte Athos. L’ospite in studio sarà Yvan Koenig che ha tradotto un libro sulla vita del monaco.

La trasmissione potrà essere seguita in diretta qui e ascoltata, fino al 5 luglio, qui.

(via orthodoxie.com)

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“Trinità scritta nel genoma umano”

Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.

Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

Benedetto XVI
papa di Roma

Angelus in occasione della Solennità della Santissima Trinità, 7.6.2009

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3° anniversario della scoparsa di P. Matta al-Meskin

 

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20.9.1919 - 8.6.2006

prega per noi

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Consigli da Giovanni detto “il Nano”

giovanni_nano_.jpgIl padre Giovanni (il Nano) disse: «Io penso che l’uomo dovrebbe avere un po’ di ogni virtù. Perciò ogni giorno, quando ti alzi al mattino, ricomincia da capo in ogni virtù e in ogni comandamento di Dio, con grandissima pazienza, timore e larghezza d’animo, nell’amore di Dio, con tutta la disponibilità dell’anima e del corpo, con molta umiltà; sii costante nella tribolazione del cuore e nella vigilanza, con molta preghiera e molte suppliche, con gemiti, con la purezza della lingua e la custodio degli occhi. Ingiuriato, non adirarti, sii pacifico e non rendere male per male [Cfr. Rm 12:17]; non guardare agli errori degli altri, non misurare te stesso poiché sei al di sotto di ogni creatura. Vivi nella rinuncia a tutto ciò che è carnale e materiale, nella croce, nella lotta, nella povertà di spirito, con digiuno, nella penitenza e nel pianto [Cfr. Gl 2:12], nella dura lotta, nel discernimento, nella purezza dell’anima, nella disponibilità ad accogliere il bene, compiendo con tranquillità il lavoro delle tue mani [Cfr 2Ts 3:12]; nelle veglie notture, nella fame e nella sete, nel freddo, nella nudità [Cfr. 2Cor 11:27], nelle fatiche. Chiuditi nella tomba, come se fossi già morto, così da pensare in ogni momento che la morte è prossima».

Giovanni il Nano
(in arabo Yahnis al-Qasir)

tratto da Vita e detti dei padri del deserto, Roma, Città Nuova, 2005, p. 240-241.

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La forza di Macario l’Egiziano

macario.jpgUn giorno il padre Macario ritornava dalla palude nella sua cella, portando rami di palma. Ed ecco farglisi incontro lungo la strada il diavolo con una falce.

Cercò di colpirlo, ma non ci riuscì. Gli disse allora: «Macario, da te emana una tale forza, che io non posso nulla contro di te; eppure faccio tutto ciò che tu fai, tu digiuni, e io non mangio per nulla; tu vegli, e io non dormo affatto, vi è una cosa sola in cui mi vinci.» «Quale?», gli chiese il padre Macario. «La tua umiltà; per questo non ho alcun potere su di te».

tratto da Vita e detti dei padri del deserto, Roma, Città Nuova, 2005, p. 309.

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Tropari della preghiera della mezzanotte (2a veglia) secondo la tradizione copta

Dammi, Signore, fonti di abbondanti lacrime, come quelle che un tempo desti alla donna peccatrice, e rendimi degno di lavarti i piedi con i quali mi liberasti dalla via dell’errore, di offrirti un unguento preziosissimo; di ottenere, grazie alla penitenza, una vita pura, e di ascoltare la tua voce piena di letizia: “La tua fede ti ha salvato”.

Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.

Quando considero la moltitudine delle mie opere malvagie ed il ricordo di quel giudizio terribile affiora nel mio cuore, sono colto dal timore. In te mi rifugio, o Dio amante degli uomini. Non distogliere il tuo volto da me, ti prego, perché solo tu sei senza peccati. Concedi alla mia povera anima la contrizione prima che sopraggiunga la fine, e salvami.

E ora e sempre, e nei secoli dei secoli. Amen.

I cieli ti lodano, tu che sei piena di grazia, sposa senza sposo; anche noi glorifichiamo il tuo ineffabile parto. Madre di Dio, intercedi per la redenzione delle nostre anime.

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«Chi ha sete venga a me e beva»

Fratelli carissimi, ascoltate attentamente. Vi parlerò della inesauribile sorgente divina. Però, per quanto sembri paradossale, vi dirò: Non estinguete mai la vostra sete. Così potrete continuare a bere alla sorgente della vita, senza smettere mai di desiderarla. È la stessa sorgente, la fontana dell’acqua viva che vi chiama a sé e vi dice: «Chi ha sete venga a me e beva» (Gv 7,37). Bisogna capire bene quello che si deve bere. Ve lo dice lo stesso profeta Geremia, ve lo dice la sorgente stessa: «Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, dice il Signore» (Ger 2,13). È dunque il Signore, il nostro Dio Gesù Cristo, questa sorgente di vita che ci invita a sé, perché di lui beviamo. Beve di lui chi lo ama. Beve di lui chi si disseta della Parola di Dio… Beviamo dunque alla sorgente che altri hanno abbandonata».

Affinché mangiamo di questo pane, e beviamo a questa sorgente… egli dice essere il «pane vivo che dà la vita al mondo (Gv 6,51.33) e che dobbiamo mangiare… Osservate bene da dove scaturisce questa fonte; poiché quello stesso che è il pane è anche la fonte, cioè il Figlio unico, il nostro Dio Cristo Signore, di cui dobbiamo aver sempre fame.

È vero che amandolo lo mangiamo e desiderandolo lo introduciamo in noi; tuttavia dobbiamo sempre desiderarlo come degli affamati. Con tutta la forza del nostro amore beviamo di lui che è la nostra sorgente; attingiamo da lui con tutta l’intensità del nostro cuore e gustiamo la dolcezza del suo amore. Il Signore infatti è dolce e soave: sebbene lo mangiamo e lo beviamo, dobbiamo tuttavia averne sempre fame e sete, perché è nostro cibo e nostra bevanda. Nessuno potrà mai mangiarlo e berlo interamente, perché mangiandolo e bevendolo non si esaurisce, né si consuma. Questo nostro pane è eterno, questa nostra sorgente è perenne.

San Colombano (563-615)
monaco
Istruzione spirituale, 13, 2, 3

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